“E ti chiameranno strega” di Katia Tenti: la caccia alle streghe ed il Malleus maleficarum
“La strega turba e minaccia la mente maschile e con la violenza carnale guasta le anime.” ‒ “Malleus maleficarum”

Ci sono luoghi in cui la storia sembra non essersi mai davvero conclusa. Castel Presule è uno di questi.
Lì, in una piccola valle delle Dolomiti, si celebrò uno dei processi per stregoneria più drammatici del Cinquecento: trenta donne innocenti furono rinchiuse nelle segrete, accusate di essere amanti del demonio, torturate e infine arse sul rogo. Tra loro c’era Barbara Vellerin, la misteriosa Maestra delle Danze.
Cinque secoli dopo, l’antropologa Arianna Mele raggiunge Fiè allo Sciliar dopo aver vinto il concorso per la curatela di una mostra internazionale dedicata alle streghe dello Sciliar. È l’occasione che attende da tempo: inaugurare con un progetto prestigioso la propria carriera, emanciparsi da una famiglia soffocante e dimostrare, prima di tutto a se stessa, il proprio valore.
Ad accoglierla a Castel Presule è Magnus Moser, lo storico che le ha affidato l’incarico. Attorno a lui gravita una galleria di figure perfettamente in sintonia con l’atmosfera gotica del maniero: la gelida Vera, sua compagna; Martin, l’enigmatico nipote del proprietario; Ursula, premurosa solo in apparenza; e Vilma, incaricata di assistere la nuova arrivata nelle incombenze quotidiane.
Tutto, però, ruota intorno a Magnus Moser. Storico e presidente della Fondazione von Stauber, promotrice della mostra, è il diretto discendente di Franziskus von Stauber, capitano della valle tra il 1506 e il 1510. La memoria collettiva lo ha consegnato alla storia come una sorta di eroe romantico, difensore delle giovani accusate di stregoneria. Ma è davvero così?
Per comprenderlo bisogna tornare alla fine del Quattrocento, quando l’Europa sprofonda in una delle pagine più oscure della sua storia. Superstizione, fanatismo religioso e paura alimentano un clima in cui il sospetto basta a trasformarsi in condanna.
Nel 1484 papa Innocenzo VIII, con la bolla Summis desiderantes affectibus, affida agli inquisitori Heinrich Kramer e Jacob Sprenger il compito di estirpare la stregoneria nei territori dell’Europa centrale. Tre anni più tardi i due pubblicano il Malleus maleficarum, il trattato destinato a diventare il principale riferimento della persecuzione inquisitoriale contro le presunte streghe.
Una preziosa copia del volume è custodita in una teca di Castel Presule. Più che un reperto storico, è la testimonianza materiale dell’ideologia che rese possibile la persecuzione.
Sfogliandolo, Arianna si rende presto conto che il Malleus maleficarum parla molto più di donne che di demonio. Il vero imputato non è il Male, ma il corpo femminile: desiderato e temuto, venerato e insieme demonizzato, considerato la porta d’accesso del peccato. È un corpo da sorvegliare, da sottomettere, da purificare. E il rogo diventa l’estrema illusione di quella purificazione, l’atto con cui il fuoco dovrebbe separare l’anima da una carne giudicata irrimediabilmente impura.
Da qui prende forma l’interrogativo che attraversa l’intero romanzo “E ti chiameranno strega” di Katia Tenti: chi erano davvero le donne accusate di stregoneria? Chi erano quelle figure che, secondo gli atti processuali, si radunavano per danzare sullo Xexenkofel, la cosiddetta Roccia delle Streghe? Davvero creature votate al demonio, capaci di provocare grandinate, far marcire il latte, indurre aborti e sterilità, oppure vittime di una costruzione culturale alimentata dalla paura e dall’ignoranza?
Consultando i documenti dell’epoca, Arianna incontra donne molto diverse da quelle raccontate dall’immaginario inquisitorio: erbarie, levatrici, ostetriche, guaritrici. Donne il cui sapere, spesso più efficace della medicina ufficiale del tempo, suscitava diffidenza e ostilità. Ma anche mogli ripudiate, amanti divenute scomode, ragazze violentate e poi denunciate dagli stessi uomini per cancellarne l’esistenza, donne che avevano semplicemente scelto di vivere ai margini della comunità.
Bastava una piena improvvisa, un raccolto perduto, una malattia senza spiegazione o una diceria alimentata dall’invidia perché qualcuno venisse indicato come responsabile. La caccia alle streghe diventa così il paradigma di un meccanismo destinato a ripetersi nei secoli. La vicenda raccontata da Katia Tenti ne “E ti chiameranno strega” ricorda quanto il bisogno di individuare un capro espiatorio attraversi la storia. Cambiano i contesti e cambiano i bersagli, ma il meccanismo resta inquietantemente simile. Ieri le presunte streghe, poi gli ebrei, gli zingari, i neri, oggi i migranti. La paura continua a cercare un volto su cui scaricare le proprie colpe.
Mentre procede nella catalogazione dei reperti destinati alla mostra – documenti, opere d’arte e oggetti provenienti in gran parte dal Ferdinandeum di Innsbruck – Arianna si imbatte nella figura di Barbara Vellerin, la misteriosa Maestra delle Danze.
Attraverso gli atti processuali e le testimonianze superstiti, prende forma il ritratto di una donna libera, cresciuta ai margini del villaggio a stretto contatto con la natura, esperta di erbe medicinali e dedita alla cura dei più fragili. Una personalità fuori dagli schemi, destinata ad attirare l’attenzione di Franziskus von Stauber.
A poco a poco il confine tra passato e presente si assottiglia. Quando Arianna scopre di essere incinta, la sua vicenda sembra riflettersi in quella di Barbara. Persino il colloquio con lo psicologo del consultorio, necessario per interrompere la gravidanza, richiama inquietantemente gli interrogatori cui la giovane fu sottoposta cinque secoli prima. Cambiano le epoche, il linguaggio e le finalità, ma permane la sensazione di uno sguardo maschile chiamato, ancora una volta, a giudicare il corpo e le scelte di una donna.
Intanto, qualcosa incrina la ricostruzione ufficiale dei fatti. Parte della documentazione raccolta da Moser risulta incompleta, alcuni tasselli sembrano essere stati rimossi e l’immagine eroica di Franziskus von Stauber comincia a mostrare profonde crepe. Perché Barbara, pur essendo incinta, non fu risparmiata dalle torture, come la prassi dell’epoca avrebbe imposto? Quale verità è stata nascosta per cinque secoli?
Senza trasformare il romanzo in un semplice thriller storico, Katia Tenti costruisce un’indagine sulla memoria e sulla manipolazione della Storia. Sarà Arianna a restituire voce a Barbara Vellerin, sottraendola al silenzio imposto dalla violenza e dall’oblio, in un finale che restituisce dignità non solo a una donna innocente, ma a tutte quelle che la Storia ha cancellato.
Perché il vero processo che Katia Tenti mette in scena non è quello alle streghe del Cinquecento, ma quello alla memoria. Perché ogni rogo, prima ancora che i corpi, ha cercato di ridurre in cenere la memoria.
Ed è proprio quella memoria che Katia Tenti, cinquecento anni dopo, restituisce finalmente alle sue protagoniste.
Written by Maurizio Fierro
Bibliografia
Katia Tenti, E ti chiameranno strega, Neri Pozza editore, 2026

La stregoneria e tutto il contorno di rituale, sabba e maligni è materia troppo complessa per liquidarla con la solita equazione: è solo femminofobia. Consiglio di leggere il bel libro "Messer Matteo gentiluomo e fiorentino a Borgo Silva" per capire qualcosa degli intrecci fra religione, culti agresti sopravvissuti, lotte sociali e politiche
Petru Celfrumos