“Il trentesimo anno” di Ingeborg Bachmann: i nomi si scollano dalle cose?

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Amicizia (non sarà l’ultima volta che lo pre-dico), Amore e se, dopo la laurea, ti specializzi, Kāma Sūtra, derivano dal sanscrito kām’a, che significa passione. Da pochissimi anni, meno di mezzo secolo, ho la kām’a libresca. Il camaleonte, etimologicamente, è il khamailéōn, il leone che striscia, ma… che c’entra?

Il trentesimo anno di Ingeborg Bachmann
Il trentesimo anno di Ingeborg Bachmann

Il trentesimo anno di Ingeborg Bachmann l’ho scoperto grazie alla kām’a di e per Pier Vittorio Tondelli (da me siglato PVT) e al suo tomino Biglietti agli amici.

Ingeborg, del ‘26, come mamma, era una giovinetta allorché terminò la Seconda guerra mondiale. Chissà come si sentiva. Io mi sarei ritenuto assimilabile al contenuto di una scatoletta di Piero Manzoni (augurandomi d’essere del puro fiato). Forse anche tu, Ingeborg, ragazza sensibile. Che tu lo sia, lo indovino dalla foto. Mi doni la tua simpatia, seppure riservata, e una lieve mestizia, seppure allegra: come i tuoi personaggi. Cerca di stare serena, ora la puoi prenderla su facile, come si suol dire. E puoi muoverti con calma, senza eccedere, senza doverti tranquillizzare. Se alla morte si arriva da vivi (antico proverbio delle mie parti), alla vita vera si giunge russando. L’importante è scetarsi. E il tuo horcrux si risveglia ogni qualvolta un sbatti in uno come me che inizia a leggerti. TVB. Chissà come si scrive in austriaco? ILD?

Giovinezza in una città austriaca: ignoro chi tu sia, ma sei tu che cammini, “venendo dalla Radetzkystrasse” – e la tua mente ti precede di un passo o due, non di più: è la tua guida.

I bambini staccano la stagnola dalle tavolette di coccolato…” – anch’io lo facevo, e poi la davo alle suore: servivano alle missioni, dicevano. Bambino deriva da bambo, essendo b e m, nonché la p di pappa, le prime lettere pronunciate, essendo labiali. In tedesco è kind, correlato al germanico kunia, famiglia. Noi siamo dei grilli parlanti. Voi: grilli inquadrati. Però amate ribellarvi, anche più di noi.

17, no, 18 volte ripeti la parola “bambini”. In Italia 17 è un numero sfortunato. È una balla, però ci si crede. 18 non ha alcuna fama. La mia fortuna: non ho visto alcuna guerra, alcuna dittatura: del gran avanspettacolo. Non so chi sia stato più sfortunato. Mi accontento, però: “Ci sono bambini che muoiono e bambini che imparano le date della Guerre dei…” – dei meschini che s’esaltano troncando la speranza che, per rinascere, dev’essere ogni volta ri-partorita: ergo, fuggiamo via!

Il trentesimo anno: “Di uno che entra nel suo trentesimo anno non si smetterà di dire che è giovane…” – beato sì, che puoi ancora correre la cavallina, spensierato. Come no! È l’età in cui si scopre che la propria vita sarà un misto di fatiche di Tantalo e di Sisifo, alternate. E, già a pagina 24, m’avvedo di talune ripetizioni: “Oppure” e “o”: scelte esistenziali. Ero contrario a fare il militare ed ero pronto a dichiararmi sessualmente inadatto anche se non lo ero. Poi m’adeguai. Partii. Patii. Risi. Mai versai una lacrima. Gioii il dì del congedo. Lavorai. Gioii il dì della quiescenza. Scrivo.

A pagina 41 e, poi, 42 sono spariti i punti. Qualcuno li è presi! Chi? Tu, di sicuro! Lì spunta, però, un “… allora!” – sono fiacco. Sta levandosi un blando chiarore. Fra poco riuscirò a smettere di scrivere. Inizierò a leggerti, fra poco, Inge. Ti lascio con le parole: “Ora sa che anche lui è in trappola. Ora non è più innamorato della sua stella.” – a domani, cara. A fra pochissimo…

Quante volte citi questa “Moll”! Nome che deriva da Maria, lo sai? Subito pensai a un uomo, forse per come era egoista, poi mi vennero dei dubbi. Ho conosciuto delle donne ambiziose, bugiarde e profittatrici. Anch’io lo sono, a modo mio. Tendi non solo a ripetere, ma ad allargare la varietà delle tinte: “profonda e azzurra”, “arrostita, abbrustolita”, “pieno di panico, pieno di costrizioni”, “dietro alle rocce, nelle cabine, nelle automobili” e quanti “Io” a pagina 31!, nonché diversi “se”. E degli esigentiAmmettete che”, dei repulsivi “Tenetevi a distanza”, e tante ripetizioni come quest’ameno: “Ma io vivo. Io vivo! È un fatto incontestabile.” – e chi ci pensa mai! Ho segnato tante ripetizioni, ma tante ripetizioni, che chissà!: espressione reggiana che significa che, a riportarle tutte, uscirebbe l’ernia a me e a chi mi legge. Evito: “Ora che è entrato nel trentesimo anno e viene l’inverno.” – io e lui, lui e io. Sei tanto doppio che sogno che un po’ scrivi tu e un po’ PVT: vi amo e sono pazzo. Anche tu, lui, che “Rincontra Moll, il ragazzo prodigio, Moll, il genio…” – maschio! E dopo il 15esimo, la smetto di contarli: sono troppi, come quei ratti che azzannarono Mefisto in quel Tex del bel tempo che fu. Moll ti ha preso alla gola, ormai. Sei suo. Lui pure. Tu con lui. Insieme a lui, sarai il lacchè di quel fetente. Ora che sei entrato in quell’anno. A pagina 60 de Il trentesimo anno enumeri le contraddizioni. Pare che ancora tu non sappia cosa sceglierai. Dopo il crash contro un camion, non causato da te, tranquillo, scopri “un capello bianco!” – è giunta l’ora che non volge più al desio! È così bella la chiusa… che lasciò lì nella chiusa. Come quando volevo andare a Chiusa, Klause, diresti tu. Ma ci rinunciai. Per via di un diluvio, la strada per Chiusa era chiusa… E sono ancora là che giro! E tu con me! Ma basta con tutti ‘sti ! E adesso corri a leggere! Muoviti! Obbedisco! Uffa! Che barba! Crepa!

Tutto:Quando noi – come due esseri pietrificati – ci sediamo a tavola, oppure c’incontriamo alla sera alla porta d’ingresso...” – da intendersi: nella nostra folle quotidianità – “… è come un arco che va da un capo all’altro del mondo…” – che, dico io, sono punti convenzionali, inventati dalla mente sofferente; e in quell’arma: “… è pronta una freccia che dovrebbe colpire al cuore il cielo indifferente.” – siamo in guerra col Kósmo e i suoi al-legati.

A pagina 69 de Il trentesimo anno sento che siamo in un immenso Risiko, ove la partita, che pare eterna, un dì indifferente, non più brutto degli altri, cesserà insieme a ognuno di noi. Saremo riciclati! Una fiction, Ich schätz, ipotizzo: “… questa lingua tedesca che fu creata a Babele” – anche l’arşàn; e il pramşàn, mi pare, diversi eoni dopo. Poi capitò, ma è una mia idea, che nacque la scrittura e, insieme, il primo homo grammaticus.

Scrivi: “… me ne andai in giro estendendo il mio odio a tutto ciò che era opera dell’uomo.” – anche noi umani siamo opere dell’uomo e della donna, pure noi maledetti. Anche il tuo pupo: “Fipps”, il grande anarchico e imitatore. Egli è stato così egoista, dal primo anelito all’ultimo, che la sua tragica fine è meritata: adagiamoci accanto al suo cadaverino. E oriamo come chi, a messa, muove solo le labbra.

Tra passi e assassini: “Gli uomini sono in cammino verso se stessi quando…” – quando passano da un quando a un quando: il tempo forse non esiste, noi sì. Ma quando? Che parolaccia!

Il tuo racconto è così zeppo di minime azioni che tendono a rifugiarsi, svanendo, al di sotto dello spazio-tempo di Plank: dove nessuno sa più di nessuno, finalmente! L’unica speranza è rifugiarsi nell’indeterminatezza quantistica: “… un’allusione per chiarire un fatto, le sue allusioni erano piuttosto dei tentativi disperati di eludere i fatti rifugiandosi nell’imprecisione.” – Niels Bohr fa cenno di sì – “E non si può fare a meno di star sempre dalla parte delle vittime…” – è quell’avverbio di tempo che m’inquieta – “… ma questo non porta a niente, esse non ci indicano nessuna via”.

Riposati, cara o caro, chiunque tu sia, stai faticando troppo. Non t’agitare! Non prendere le pastiglie. Dici: “Io questo mondo non lo capisco più.” – nulla da capire, tutto fu già capito da Chi Può essere senza esistere. Se non è la più tragica delle Balle Cosmiche. Ah ah ah ah ah ah!

Bada ora a quel “mozzicone” che arde a pagina 111! Occhio alle dita! La tua è la storia di “un pazzo o un assassino” – che tale non vuol essere. Che sente fischiare la Storia intorno a sé! Ma tu ora sei libero dalle, dici: “…esalazioni della mia disperazione…” – io no. Sono lo schiavo che ti legge.

A un passo da Gomorra: “Anche il vino, per quanto ne bevesse, non finiva mai. Neanche il tempo finiva…” – e mai pare cessare a chi lo sta ancora ascoltando.

Nella prima riga di pagina 125 de Il trentesimo anno colgo tre volte: “sola”. “Charlotte” e “Mara” – due amanti nemiche: antagoniste e solidali. Tutto si rompe a pagina 129: chiamalo se vuoi secondo principio della termodinamica. È semplice spezzare, è complesso ma possibile la ricostruzione.

“Mara” è un “piccolo animale fastidioso”, “Charlotte” è un essere abnorme.

Lei non poteva essere salvata e nessuno poteva arrogarsi il diritto di salvarla.” – nemmeno io? Ti leggerò ogni volta che potrò, lo giuro. Sei una bestia che soffre? Anch’io: insieme pro-creeremo il novello errore di sistema. Vivrò con entrambe voi. Sono un Gemelli doppio. Ascendente vergine: integro. Nell’anima, che cretino!, entrerò lì, ove è “la sua ultima stanza segreta, quella che ora avrebbe dovuto chiudere a chiave per sempre” – la Scrittura è solo un vano spiraglio? Boh.

Un Wildermuth: ove si narra di un Anton Wildermuth, il quale, per nome e per nascita, è uno che “sceglie sempre la verità” – e che, di mestiere, fa “Il consigliere della Corte d’Appello Provinciale” – e che ora si sta occupando del caso di un assassino reo confesso ma non del tutto: il quasi omonimo Josef Wildermuth. Anton è un orbo oracolo: “In bocca a lui…” – assurdamente – “… la verità, alla quale si appellava, pareva un vecchio e solido comò con tanti cassetti che scricchiolavano se qualcuno li apriva…” – al mio manco un tiretto, che ora giace in solaio, colmo di libri non meno nobili di questo. Durante il dibattimento, per motivi per sempre imprecisati, il bell’Anton “si tirò su a fatica dalla sedia, puntò le mani e urlò.” – un quid che tracimava verità! Detto diversamente: “L’unica cosa certa è l’urlo”. E ora si passa all’io, per: “… domandarsi perché io arrivi…” – non so che dire – “… mi esaltai sino a raggiungere lo stato di ebbrezza della verità, dal quale non fui più uscito per anni.” – la verità reca euforia. Basta non esagerare. Che è quello che tu eviti accuratamente di evitare.

Essendo la (verifica della) verità connaturata a voi Wildermuth, ti metti “in cammino”, fin da bambino, nonostante le innumerevoli incertezze. Tipo questa: “ma perché mai la verità doveva stare nel mezzo.” – e infatti non ci sta, in modo perenne, ma si agita, di qua e di là, ebbra, approssimata, come te, al mito famigliare. Dici: “… non riesco a interessarmi di nient’altro…” – il reggiano che folleggia in me ti ricorda il detto: ogni coglione ha la sua passione. E così, insieme, tu, PVT, Enos, Giovanni e io la rincorriamo: “fino al paese del Poi e del Mai”. E ora confessi: “Ho cercato la verità molto in alto, nel luogo più alto, nelle parole gran…” – e qui ti stoppo. La verità è un brugnolino: occorre cogliere la giusta quantità di prugnoli. Occorre poi bere il liquore con sobrietà. Un ossimoro? Anche gli ossimori servono, ma senza esagerare. La Verità appartiene a Dio. Ma lo sai o no che, se la ottieni, poi ti tocca morire e, faticosamente, risorgere ogni anno? Che barba, che borsa. Pensione! Arrivo!

Ondina se ne va: dove non si sa. E grida: “Voi uomini! Voi mostri!” – e chi ci ha creati, Mosè?

Dici: “Non ci sono domande nella mia vita.” – e io non ti darò risposte che non ho. E accusi, noi, noi chi? Io non ho tribù: “Traditori!” – dici. E poi, materna come solo una donna sa essere, dici: “Così modesta è l’opera delle vostre mani, ma c’è anche del buono che deporrà in vostro favore.” – ti ringrazio, maestra, ma sai che io odio i voti. E ora esamini la condotta: “Nessuno, ahimè, sapeva giocare bene come voi, mostri.” – lo sai che a me la scuola non piaceva, se ci andavo era solo per scambiare le figurine Panini… E ci narri: “Avete inventato tutti i giochi possibili, giochi di numeri, giochi di parole, giochi di sogni e giochi d’amore.” – tipo indovinare il giorno della settimana. Tu sei nata il 25 giugno 1926: era un venerdì. Sei trasvolata Chissà Dove il 17 ottobre 1973: era un mercoledì.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Ingeborg Bachmann, Il trentesimo anno, Adelphi, 1994

 

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