“Storia di un’amicizia” di Ermanno Cavazzoni: un antidoto contro qualsiasi atteggiamento insincero?
Ogni scrittura è lacunosa, e tracima, è una landa ghiacciata, è un roveto ardente. Tale è ogni lettura. Scrivere è risicare, rosicare. Leggere lo è, quasi, di più. Iniziare una recensione letteraria è per me un evento (im)probabile. Una reazione, invece, sa come che deve andare dove deve andare, come Totò e Peppino a Milano, in modo (in)delicato e (in)derogabile. È quella particella (nec)-activa che ci frega e che ci salva. Forse. La scrittura di Ermanno Cavazzoni è così colma di syn-páthos.

La sua Storia di un’amicizia mi fa pensare a quante volte ho mandato a quel paese, per esempio a Cabras, un amico (ma non Gianfranco Atzori, l’autore di Cabras – Il paese degli scalzi). Ho detto Cabras ma potevo dire Gavassa. O a Bagno, essendo un im-penitente anti-frastico. O a Sesso, se merita. Quando torno da Cadelbosco, per non errare (essendo un po’ ondivago) leggo le indicazioni: Sesso 3. E ci sto male. E poi: Reggio 8. Recupero! È una piolata da due soldi. Anche la prossima: una teoria ruozzesca è così tautologica che la sua antitesi, direbbe Niels Bohr, è similmente profonda. Questa è più emozionata: leggere è farsi accarezzare, titillare, abbracciare, scuotere. Scrivere è accarezzare, titillare, abbracciare, scuotere, in primis, Sé. Primus inter pares è l’Autore, ovunque Egli sia, magari al Bar Sport con Stefano Benni. Auspicabile è un Kósmo in cui non muoiono i miti. Dico. Scrivere è amputare del male che si ha dentro per donarlo ai sofferenti.
Che deiezione! È un termine che ho imparato leggendo l’edizione italiana de L’ussaro sul tetto di Jean Giono, autore amato da Henry Miller. Con Gino ho un buon rapporto, grazie e nonostante il fatto che lui, serenamente, riceve le mie missive. A Ermanno parlai una mezza volta e riuscii a farlo sorridere. Con Gianni Celati ancora no. Siamo due impulsivi. Dei due il più calmo sono io, ed è tutto dire.
Durante la presentazione del libro, avvenuta al Teatro Cavallerizza di Reggio Emilia, tra il pubblico, c’era la scrittrice e attrice Pina Irace. E c’era Silvana Onetti, che collabora ogni anno a un evento ariostesco in quel di Sondrio, paese natio di Gianni. Tantissima gente, c’era, e non le scorsi.
Scrivendo, vado subito a Il nocciolo della questione, come direbbe Graham Greene. Il più è trovarlo, come disse quel tipo che ci mise un tot a farsi il bidé. Ed è ora entrata una tonnellata di luce dal balcone. Domani inizierò la concione da pagina 35 de Storia di un’amicizia.
Eccomi! (35): “… cos’è questo fatto di venire a cadere su questa terra, perché uno cade a caso, in un tempo, in un luogo, così, senza nessun motivo, uno cade a Ferrara, a Reggio Emilia, a Bologna, Celati ad esempio era caduto a Sondrio…” – per Niels una particella esiste solo allorché è attestata. Diversamente è un’onda. Per mamma un tipo era strambo ché era caduto dal seggiolone da cinno (da piccolo). E chi non lo è, strambo, getti la prima sinapsi! Ermanno ha anche scritto Il poema dei lunatici. La suora dell’asilo diceva che prima di nascere le anime dei bimbi vagano nella Valle della luna (non so se avesse mai letto Jack London). Diceva anche che, da morte, quelle anime girano per Quel che resta del giorno, direbbe Kazuo Ishiguro, sbattendo gli occhi. E s’è subito a Milano. Per cui non vedo l’ora di farlo. Già m’immagino quanti sbattimenti di occhi ha già fatto Gianni. E quanti ne faremo noi tutti della compagnia. Quel dì Ermanno disse che tutti muoiono, anche lui, anche Gino, anche noi del pubblico. Gino, sorridendo, annuì. Egli è l’amico più buono che ho. A parimerito con Onorio. Se un giorno li presento, temo delle scintille fra i due. Ognuno insisterà a dire che è l’altro il più buono. E sarebbe bello che un giorno uscissero insieme, fregandosene di me. Questo è essere amici: provare una kam’a, una passione, che non prevede gelosie. Amico è colui che ti accetta, ti capisce, ti aiuta, ti per-dona. C’è anche l’amore e il Kāma Sūtra, ma funzionano a tratti. Questo me l’ha ispirato il tuo libro, Ermanno (ma già qualcosa sapevo). Si tenga presente che (37): “qualunque cosa uno faccia, quella è la sua recita” – tipo la Recita dell’attore Attillio Vecchiatto nel teatro di Rio Saliceto di Gianni (citata nel presente romanzo, ché tale è, di Ermanno). 39: si parla di Gianni che assiste il padre morente con un libro in mano. Capitò a me, nel maggio 2003. Leggevo per soffrire diversamente. Era la mia droga. Oggi: “c’è Internet, che è il regno diabolico delle fesserie sotto forma di informazione…” – e pure della cultura, vedi Oubliette. È il mondo a volte im-mondo, colmo di aneliti e di miracoli.
Scopro poi a pagina 43 de Storia di un’amicizia che Ermanno mi somiglia anche se, allo specchio, non saprei scorgerlo (è più secco): “prendo sempre appunti in generale, in modo che la vita non si cancelli per sempre e ne resti l’ombra”: anch’io! Gianni ed Ermanno (53): i vostri avi erano “monaci medioevali” o “grandi capitani di ventura”. Io mi sento un mozzo che, appena può, cala la canoa e se la svigna. Non so da chi ho preso. Mi sento come Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas: sono nobile più dentro che fuori.
Pagina 59: Egli “diceva che il mondo precipita continuamente nell’esistenza…” – la differenza dei tempi verbali è significativa. Il Kósmo entropizza: ossimoro. Quindi: “Secondo lui tutto valeva la pena.” – pure narrare le gesta di mio co-g-nato lo è. Taccio il discorso su quel nomen omen, che lascerò covare ad interim a pagina 74. Non sono pronto a commentarlo. Ho conosciuto (per caso) una Vacondio Stella, e non era una cometa. E un D’Arcio Cono, simpatico. Stop!
Pagina 75: Ermanno, scrivi tante vicende, che in parte narrasti quel dì a teatro. Mi recai una volta in quel ristorante di cui dici e dicesti, i padroni erano romani. E pure un’altra volta con Valerio Varesi e Algo Ferrari: c’era un’altra gestione. Panta rhei (r durissima).
Per Gianni: “scrivere aveva effetti benefici sul sistema nervoso a cominciare dal suo, che se non scriveva cadeva nell’infelicità.” – nella in-fertilità. Chi vive è mosso da un imperativo biologico: riprodurre se stesso. Penso che valga anche per i suicidi, che forse tentano di scrivere un nuovo, en-théos-iasmante capitolo esistenziale. Scrivere è attestare la propria eventualità, tipo quella particella bohriana. C’è chi esiste perché serve da faro per i naviganti. Chiunque lo è, anche allorché cessa il turno del suo servizio.
Pagina 103 de Storia di un’amicizia: “Benni ha aperto gli occhi e sembrava che avesse ascoltato.” – certo, anche quel mio omonimo è parte integrante del team.
Pagina 128: “… non potevano spiccare un mandato nell’aldilà, se c’è l’aldilà, è un’altra legislazione.” – allorché si muore, Ermanno, si può confidare nella prescrizione. Chiederò conforto anche ad “Antonio Delfini, che non è molto noto, perché è l’esempio di un gran fallimento…” – e ora lo devo cercare, m’hai proprio convinto: alive or alive.
Pagina 138: colgo un discorso sulla morte che mi ri-vitalizza. Su dove sia “il paradiso”, la mia idea è semplice e infalsificabile: sta al di sotto dello spazio di Planck, che forse non sciava, sed is est qui scivit.
Pagina 147: “Fantasie! Fantasie nostre su temi fantastici...” – come quelle di Hilary Putnam, il cui cervello era forse immerso in una vasca, ma che credeva d’essere ilare.
Pagina 162: “Che Guevara era comandante” e divenne “ministro dell’economia” – perché intese male quando Fidel Castro chiese se c’era un economista in sala, e lui non colse la prima sillaba. Ma come capisco quel “Giacometti con le sue sculture”, mai terminate ufficialmente, come certi matrimoni, come il non finito leonardesco e l’incompiuto michelangiolesco, a sentire Giulio Carlo Argan: che anche lui è Colà. Pure seco prenoto un pasto in quel Divino Bistrot. Davvero! È la mia reazione più vivida di sempre.
Pagina 179 de Storia di un’amicizia: “Tradurre in fondo è sempre un’approssimazione se non una reinvenzione…” – e ce ne saranno di virgole che non ci saremo noi: a volte fingi di scordartene una o due. Il mio sogno è semplice. Leggere tutti i libri del mondo, nelle lingue originali e in tutte le traduzioni. Poi, con calma, leggere tutte le copie di ogni pubblicazione, anche e soprattutto quelle amputate, anche le stele antiche (chiederò aiuto a mia figlia Anna), da ospitare al centro della (mia) Torre di Babele. E poi rileggere e rileggere, come sempre m’ha consigliato Riccardo Garbetta.
Pagina 182: “I libri sono porticine…” – fessurine strette, portatrici di Vita Nuova (Dante dixit). Lo sai che, oltre che quel Racconto del fiume Sangro di Paolo Morelli, che poi leggerò, una volta vagai con Leonard Clark ne I fiumi scendevano a Oriente? È stato uno dei corsi acquosi più liquidi della mia vita. Te lo consiglio!
A pagina 187 scrivi “io e lui” – e mi gusta molto. È quello che sempre si pensa: prima io e poi, con amore, lui (o lei). A pagina 189: “Ma ne riparleremo, se non ne abbiamo già parlato” – in quel sempre più affollato Bistrot. Ma povero amico tuo e mio, povero Gianni, che “gli sembrava di essere un impiegato che ogni giorno va in ufficio a tradurre…” – e io ne so qualcosa. C’è chi dedica la sua vita a un haiku o due. Lui si era dedicato all’Ulisse di Joyce!
A pagina 196 citi i tre autori simbolisti: li elenco perché forse Gino non se li ricorda (sto giocando): “verlaine e rimbaud e mallarmè” – in minuscolo! pensa te! Gino, secondo me, apprezza, dà valore, a tutto quanto esiste: l’altro giorno gli chiesi notizie di Francis Ponge. – e lui me le diede notizie di freschissime, tanto che mi pareva d’essere al mercato ittico di Catania, dopo la via Etnea. Pagina 230: tocca ora a “Bartleby lo scrivano”, celebre “racconto di Melville” – che lessi e apprezzai, che tu citasti anche in quell’incontro in quello spirituale teatro, e di cui presto, spero, Oubliette pubblicherà l’articoletto. Quel racconto, non certo il mio scrittino, che è un cippo stradale, tu assicuri che, “era diventato un monumento” – che, come pure il cippo, serve a far ricordare che… occhio, mancano 3 chilometri e poi ti divertirai in quel di Sesso! Subito dopo recati a Bagno, ok? Lontana, un po’ erta, c’è Asta di Villa Minozzo, più alto ancora c’è Piolo di Ligonchio.
A pagina 239, mio caro con-sanguineo e con-sorte (ché tutti noi lo siamo, sia qui che Non Qui) parli di Colà, come di un ameno luogo “Dove gli davo appuntamento. Era una nostra fantasia comune, che ci raccontavamo per ridere.” – la quale risata è una sacra funzione, come il sesso, se ci pensi, come l’arte. Non so però se ‘sto mio parolaio sarà mai pubblicato. Lo sai che è? Il sottoscritto è un Celati light, con meno caffeina, credo. Io offendo, ferisco. E poi chiedo scusa. Sono fatto così. Sono nato così. A sette anni battei la capa sull’asfalto. Pasînsia cun râbia! Grazie a quelle strisce bianconere, saltai come una molla! E Gino è zebrato, come Catia, mé cuşèina! Io no. Tu, Giovanni, Gianni, Jean, Daniele, Leo, Learco, Roberto, Paolo, Georges, Jack, Mike, Arthur, Étienne detto Stéphane, Stefano, Pina, Paul, Henry, Arthur, Dante, Herman, Niels, Francis, James, Herman, Che, Leonard, Hieronymus, Giulio Carlo, Fidel, Charles-Louis, Totò, Giambattista, Kazuo, Algo, Alexandre, Ludovico, Silvana, Valerio, l’altro Gino, Peppino, Matteo Maria, Lorenzo, Guido, Alberto, Graham, Jack, Hilary, Onorio, Gianfranco, Edmond, E i miei figli Anna e Michelangelo! E chi ho dimenticato? Miliardi e miliardi di amici! Tutti eterozigoti separati alla nascita e, primi Juve Paris Saint Germain, Ginone e Katy!
Written by Stefano Pioli
Bibliografia
Ermanno Cavazzoni, Storia di un’amicizia, Quodlibet Compagnia Extra, 2026
