“La Dogaressa” di Rita Coruzzi: Morosina Morosini ed il bene della Repubblica di Venezia

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La Dogaressa, questa (finora, per me) sconosciuta, personaggio per nulla immaginario, bensì reale, è la protagonista dell’ultimo romanzo storico di Rita Coruzzi. Che fa seguito ad altri personaggi storicamente accertati quali Matilde, L’Impavida, La Giudicessa, L’eretica di Dio.

La Dogaressa di Rita Coruzzi
La Dogaressa di Rita Coruzzi

Il vero nome della Dogaressa è vero e fantastico al contempo: Morosina Morosini. Amore è un termine il cui etimo sanscrito è kam’a, che vuol dire passione. Morosina Morosini è una donna assai passionale. Assurdamente, genialmente tale. In grado di capire d’esserlo e di correggersi ove sbaglia, finch’è in tempo. Ella ama suo marito. Ella combatte, con lui e contro di lui. Ella si difende, da lui. Ella decide. Ella decide d’arrendersi a lui. Ella sempre decide. Søren Kierkegaard sarebbe fiera di Lei, che sempre ha l’animo di scegliere fra Enten ed Eller. Assurda è la battuta di Woody Allen, per cui la infilo immediatamente, prima che me ne penta (anch’io sono un tipo particolare). Un marito dice: A casa comando io! Mia moglie si limita a decidere! La Dogaressa compie delle azioni ardite, sapendo di essere al limite delle proprie possibilità. E non s’arrende mai.

Fino al momento in cui Ella decide di recedere strategicamente dal suo scopo. Il quale era davvero improntato dalle migliori intenzioni.

Non sempre, nella vita, è possibile compiere l’azione migliore per tutti se, perché ciò possa accadere, deve precipitare qualcos’altro di ancora più caro e prezioso.

Scopo principale di Morosina Morosini è di agire per il bene della propria famiglia e della Repubblica di Venezia. E dei suoi abitanti, poveri e ricchi che siano. I suddetti scopi esistenziali vanno ricondotti in un unico binario, ove scorre la sua esistenza di Dogaressa, la moglie del Doge, in veneziano Dòşe, che deriva dal latino ducere. Il buon doge è colui che sa condurre la propria repubblica, recando ogni ricchezza alla comunità dei propri concittadini, non solo a sé.

A chi, a pagina 10, le dice che è “di una bellezza e di un’eleganza da competere con il sole” – la Morosina replica facendo lei un’allegra domanda: “E credete che possa anche oscurarlo?” – un motto di spirito che contiene un’immensa briciola d’ambizione, senza cui non si è La Dogaressa.

Pagine 16 e 17: “Aveva supportato il marito in ogni modo possibile. Gli aveva fornito i soldi necessari per acquistare i voti di cui aveva bisogno per arrivare fin lì.” – il che oggi è considerata una mala usanza, allora no.

La famiglia della Dogaressa era molto abbiente e considerata a Venezia. Se il Doge era Marino Grimani, lo doveva soprattutto a lei, Morosina Morosini, la Dogaressa.

Lei stima la povera gente, pur essendo conscia di appartenere a un’altra classe. Questo pensa (a pagina 57): “… mi sta bene che siano le popolane a produrre i merletti per me, soprattutto se ci mettono impegno, energia e passione…” – sa che il popolo ha un’energia produttiva che le donne della sua classe non hanno più, essendo sì “abili, ma svogliate”: “quindi ben venga il popolo” – il pensiero lo si capisce rapportandolo a quei tempi, in cui, non però tanto diversamente agli attuali, vi erano due diverse situazioni esistenziali: in una occorreva darsi da fare per sopravvivere; nell’altra tutto era già servito in tavola, con l’opportuna riverenza. La differenza sociale non era maggiore rispetto a oggi, però pressoché mancava una classe media che facesse da tramite.

Dice la Dogaressa (a pagina 64): “… mi impegnerò io stessa a diffondere il commercio attraverso i nostri marzeri.” – termine veneto per commercianti di tessuti. Se ne imparano diversi di vocaboli, leggendo il tuo romanzo, Rita. Scopro, a pagina 145, che “Sestiere Cannaregio” è una zona di Venezia. On line, vedo che ve ne sono, appunto, sei nel suo centro storico. Leggere un libro è sempre un fatto istruttivo, ancor più se si tratta di un romanzo storico. Morosina, e pure tu, Rita, siete donne che ci sapete fare, eccome!, con la comunicazione. Riuscite, con la vostra immensa espressività, a trasmettere ad altre donne il vostro fervore: “tutte erano piene di entusiasmo e voglia di iniziare una nuova, appassionante avventura.” – le donne, ma non la persona a cui più la nostra eroina fa più affidamento: il Doge. Il quale le dice, senza mezzi termini: “Mia cara moglie, l’incoronazione deve avervi dato alla testa. È un’idea assolutamente folle.” – e considera chiusa la questione.

Davanti all’autorità che pone dei limiti, esistono due modi di operare: ubbidire o tentare una soluzione alternativa. Il Doge sa che deve compiere la propria azione perché non sia messa in dubbio la sua supremazia. Il romanzo si occuperà di tale conflitto. Chi legge, non solo i romanzi storici, confida nel dialogo. Conosco di persona l’autrice. So che è tenace (e terribilina) di carattere. Se io avessi un’opinione diversa dalla sua, gliela manifesterei, stando bene attento sia alle parole che al tono. La cultura è dialogo, è conflitto, che è superato solo allorché si scopre che la mancanza di accordo su un problema può diventare risorsa, quando se ne diventa consapevoli. E quando si rinviene, come per miracolo, la soluzione.

Il Doge e la Dogaressa si vogliono bene, farebbero di tutto per rendere felice l’Altra, l’Altro Con-sorte. Per buona parte del tempo, però, agiscono su fronti opposti, arrecandosi del male. La rivelazione a cui giungono alla fine, la catarsi direbbe l’aristotelico di turno, la purificazione che conduce all’equilibro delle parti, la debbono a una sola ragione: la Dogaressa e il Doge, pur antagonisti in quella determinata questione, riscoprono un fatto semplice: si amano reciprocamente, si vogliono bene, desiderano che l’Altro/a sia felice: che ha lo stesso etimo greco, phyô, di fecondo.

Rita, hai narrato un dramma che rischiava di diventare una tragedia, che s’è risolto con quell’elemento salvifico che è l’Amore. Che, se viene a mancare, sono (amari) guai per tutti. La Dogaressa pensa al bene della sua Venezia, e a quello delle donne povere, come quella vedova, così abile nel tessere i merletti, e con quei figli da sfamare. Lei pensa al proprio marito, che non la capisce. E ne soffre. E non sa come comportarsi. Il suo cuore è così grande che può contenere tante altre anime. Però qualcosa di maligno, che alligna fuori di lei, non permette alla persona a cui ha deciso di dedicare la sua vita di aiutarla.

Del tuo romanzo, Rita, non voglio narrare ulteriormente la trama, che deve rimanere covata in quelle armoniose pagine, e che va districata, proprio come un merletto, punto dopo punto. Preferisco dire che insegna a vivere con chi la pensa diversamente da te. Con chi è opportuno dialogare magari smussando i propri punti di vista. Non consiglio la sottomissione. Bensì il cercare di comprendere la persona con cui si ha il privilegio di vivere. In modo che tale persona, poi, sappia comprendere te.

L’immagine di Morosina che appare in copertina mostra un carattere vigile, attento ai articolare, comprensivo, forte. Eppure… La storia che narri mi fa venire in mente quei giovanili anni in cui praticai un po’ di judo. E quando m’insegnarono che qualora sei attaccato, devi utilizzare l’energia dell’antagonista per neutralizzarne l’azione. Ecco perché la soluzione finale adottata da Morosina mi fa sorgere dei sospetti. Lei pare indietreggiare, come se si arrendesse. Dopodiché il suo amato Doge, metaforicamente, capitombola ai suoi piedi. E lei, sempre metaforicamente, si china appresso a lui, rimettendosi al suo livello. Sì, questa Morosina non è affatto stupida!

Pagina 71: “Alla fine l’uomo sarebbe sempre stato superiore, e non per capacità, ma perché la storia voleva così. Ma Morosina Morosini era una donna che si arrendeva alla storia?” – la frase che colgo alla fine di pagina 107, e che volutamente taccio, dà l’idea di quello che io intendo che intende lei, la Dogaressa. Anche alcune frasi piazzate nella pagina dopo, che riguardano “le guerre”, che “non si combattono solo con le spade” e che “possono essere di vario genere, anche famigliari”.

Cito allora quel mito (valido come tutti i miti: in genere, spesso): l’uomo, cioè “lui non vuole pensare al futuro lontano, invece io mi sono sempre sforzata di guardare avanti nella vita, non solo per me stessa ma per tutto ciò che mi circondava.” – è la visione periferica tipica di alcune donne.

Qualcosa la rende magica, ‘sta Dogaressa, a pagina 233: “… quando era attorniata dalle persone si sentiva potente ma sola, quando invece era in compagnia di sé stessa, come quella mattina, si sentiva libera come una donna qualunque, padrona di fare qualcosa per sé stessa. Una sensazione che spesso, troppo spesso, le mancava.” – quando sei solo sei tutto tuo!, scrisse il genio Leonardo.

Il potere rischia d’impazzire, quando teme d’essere messo in discussione. E può giungere a dire: “… se non agirai come ti ho detto lo verrò a sapere e stavolta non avrò pietà, questo bel coltello ha sete…” – del sangue non dico di chi. Poco importa. Il sangue si somiglia tutto quanto, a prescindere dal sesso, dal colore della pelle, dalla nazione a cui si appartiene. Ma quell’Orrore, no, non dico il sangue!, dico “il potere! Ciò che muoveva il mondo.” – che lo reggeva e lo mutava di continuo – “… in qualunque forma fosse, trasformava, cambiava, logorava, annientava le persone…” – era il Male assoluto.

L’uomo (o la donna) di potere spesso si scorda di essere anche lui/lei bisognoso/a di amore. Oggi, per fortuna, anche alla donna è concesso di gestire una comunità di persone.

Quel che leggo alla fine di pagina 330 (a cui rimando il lettore del tuo lettore, Rita) mi spaventa: è assai più facile incolpare l’Altro delle proprie colpe che accettarle. Delle due persone, qui è la donna la più lungimirante. Non sempre è così. L’importante è capire che dev’essere sempre l’una o l’altro a comprendere e accettare l’altro o l’una. Mutualmente, reciprocamente, vicendevolmente è però assai meglio!

Minimo spoiler tratto dalla pagina 335: “Provò disgusto per se stessa.” – e quel momento orribile segna, finalmente, l’inizio del giusto cammino da percorrere.

Due persone che si amano giungono fatalmente e paradossalmente a considerarsi entrambi primi inter pares. E questo miracolo mi sa che accada al termine del tuo romanzo, Rita. Forse.

Per chi ha dei dubbi in merito il mio suggerimento è: Leggere per credere!

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Rita Coruzzi, La Dogaressa, Piemme, 2026

 

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