“Shikasta” di Doris Lessing: un labirintico intreccio?

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Quo vadis, homo? Ma forse preferisci la lezione: Quo vadis, vir? Ecce homo? Ecce Vir?

Shikasta di Doris Lessing
Shikasta di Doris Lessing

Mi pongo una questione leggendo il labirintico Shikasta di Doris Lessing: ‘sto scimmiesco pianeta nano, ‘sto micro-universo detto Terra è composto sia da Vir che da homo? Da Capi e da una serie di esseri diversamente degni di rispetto?

Coltivavo l’orticello di famiglia e, nel falciare le erbacce, dicevo loro: mi dispiace, carissime, ma ricordatevi che voi ci sarete quando non ci sarò più io. Non so se rendo l’idea. In me si cela un ambientalista, rispettoso di tutto e di tutti, che ogni tanto si concede un piatto di cappelletti in brodo di manzo e cappone.

Per i non addetti: i capponi sono i polli deprivati dell’organo sessuale. Chiesi a una reşdôra, una reggitrice, la moglie del reşdôr, il reggitore, che conta come un due di coppe in rifiuto quando briscola è bastoni, se quel brodo possa contemplare come ingrediente la carne di galóster, il gallione, il mal capponato. La sua risposta fu esemplare: ma csa dît?, ma che dici!

E questo è l’uomo, e la donna, cara Doris Lessing. Non credere che voi signorine siate più nobili di noi galletti. Quel po’, forse, che vi consente di alzar la testa e di mandarci a quel paese. Ma dimmi: dov’è quel paese magico, che tutti vorremo visitare? È forse Shikasta, millenni fa detto “Rohanda”?

Esiste un posto perfetto, che non sia un Eden retto da un Monarca duro, inflessibile e ego-mirato?

Tra tutti i filosofi preferisco colui i cui righi non giunsero a noi, Socrate, il quale ammetteva di sapere di non sapere. Io non so manco se ignoro qualcosa, né cosa continuerà a sfuggirmi per l’eternità. Ma sto pensando ai missionari. E alle parole di padre Aldo Bergamaschi, nella giornata dedicata alle missioni. Io non vi dirò – egli diceva – di dare o di non dare. Sappiate che quei soldi serviranno a esportare le nostre contraddizioni. Massimo Fini dice che nel ‘700 c’era più miseria in Europa che in Africa. The white man’s burden è una poesia di Rudyard Kipling che incita la sua gente a civilizzare i barbari. Tu, Doris, sei nata nel Kurdistan l’anno dopo che s’era conclusa la Prima guerra mondiale, nel corso della quale tuo padre aveva subito delle amputazioni. Poi la tua famiglia si trasferì nell’odierno Zimbabwe, che allora era detta Rhodesia. Fosti una ragazzina ribelle: complimenti! Come me odiavi la scuola e amavi la cultura. Sei una consanguinea. E amo leggerti. Lasciasti la scuola a quindici anni, io a diciannove: fino all’ultimo seppi ben condire lo studio e le necessarie focacce, altrove dette filoni: tipi di pane che evocano i verbi fuggire e filare. Altrove si dice bigiare la scuola. Durante tali scorpacciate di libertà, ero solito recarmi alla libreria Rinascita, un luogo di raccolta di focacciari, che già conteneva i tuoi romanzi, ma non questo, che è del ‘79. Non è che sia semplice, eh. Tu e io, di fronte, in un duello che mi dona la paura. Sono a metà della lettura.

Shikasta pare ma non è sconclusionato: complesso come pochissimi altri. È un burden leggerti, cara. Anche con Il taccuino d’oro è andata più o meno così. Pure La riva delle Sirti di Julien Gracq fu duretto: tra i due macigni non saprei quale scegliere. Come pure tra Shikasta e Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan, con i tanti io a tempo determinato alternati al lui narrante. A una chance m’aggrappo davanti a ‘sti libri: qualsiasi cosa io scriva non sarà più assurda del tomino di riferimento, che nel presente caso è di 488 pagine.

Nell’esergo leggo: “Johor è stato scelto perché adatto…” – etc… a che, se non “a rappresentare i nostri emissari su Shikasta…”?! Il romanzo sorge dal nulla con una sua Relazione. Posso, se voglio, seguire passo dopo passo ogni sequenza. Se qualcuno si aspetta ciò significa che è pazzo. O non sa a che va incontro. Dice quel quasi in-umano: “Tra tutte le mie missioni, la prima Shikasta è stata la peggiore.” – ergo: la situazione migliorerà. Qualcuno, se ne ha voglia, ripensi al titolo del romanzo di Jennifer. Leggo: “E così, tornandovi dopo un intervallo – ma sono passati veramente migliaia di anni?” – chi ha tempo meticcio non pensi al tempo puro, ché può solo attenderlo per un’intera vita. L’eventuale editor dell’articolo sappia che Shikasta è un guazzabuglio di testi in carattere corsivo, tondo, grassetto, con sottolineature improvvise e arcane. Se appaiono le Note, va bene: il grassetto è d’obbligo, come verso la fine del discorso: “… nessuno dei pianeti a noi familiari si trova a livelli di…” – etc.

“Shikasta”: this is the problem! Un tempo era detto “Rohanda” – che tanto somiglia a Ruanda. Tu c’hai vissuto degli anni, eh?! Dimmi ora di quel “Shammat” – quali sono l’etimo e la funzione? Ha 3 lettere in comune col soprannome di quell’angelo luminescente.

Due popoli: “I Giganti”, alti meno di 20 piedi (mio calcolo idiota) – “E i nativi la metà.” – dei nanerottoli al confronto. Essenziale: “La forza di Canopo era irradiata di continuo su Rohanda.” – Quel Canopo era un impero molto unito. A pagina 79 c’è la cogenza di “portare il discorso su Shammat.” – me ne frego! Pecco in chiarezza, quasi quanto te, cara. Ora: “I giganti” sono più bravi, ché assolvono al “loro compito”.

Tu, mio io, dici: “David, un narratore e un compositore di canzoni, mi era diventato amico.” – capita a noi indigeni… di sovente. Dici che quei selvatici: “… non erano capaci di recepire le mie parole” – e non c’era l’aiuto su linea: erano ricchi “di incredulità e di meraviglia” – e “il dolore era quasi sconosciuto”. Ora spieghi loro che “… La prima legge di Canopo consisteva nel divieto di avere servitori e schiavi.” – secondo me è la seconda. La prima è che siete tutti schiavi dell’ideologia di Canopo, pure tu.

Ogni ideologia, come l’entropia, è peggio di mia zia! Sapessi, lettore del lettore di Shikasta, cosa ti nego! Quante notizie saranno per te sconosciute, se non accedi a ‘sta novella. Sono fatti tuoi. Io il mio burden l’ho già sopportato. Ora te lo regalo.

“Vidi che gli abitanti di Shikasta erano mutati.” – che strano. Solo ieri erano così grandi e grossi. Spiegazione: “Shammat si era inoculato nella natura della progenie di…” – ok? La novità: “Taufik era John.” – che sia una specie di Giuda? L’americano era detto “Continente Meridionale Isolato (altrimenti noto come Continente Meridionale Due)” – okay, my friend. A pagina 144 colgo la “Relazione” di alcuni “Emissari” C’è ancora (per la Dorata Eternità?) quel fetido “Shammat” che “nutre di illusioni” le menti più stupide. Occorre bloccarlo. A tali genti si richiede una quisquiglia: “l’obbedienza”: e nulla più. La Storia è una passione che sconfina nella religione: “Quanto Shikasta è costata a Canopo – sempre!” – è ora di finirla! Poi, inevitabilmente, la narrazione sconfina nel biografismo e non m’aspettavo altro da te, mia Doris: “Anch’io corsi verso l’alto, con poca grazia, inciampando e cadendo sulle rocce, superando molti gruppetti, ciascuno guidato da una persona che era alla frontiera.” – bum! Nulla di rotto, Johor? Non sei onnisciente, poiché dici: “Ero incerto su cosa fare.” – sei un burocrate titubante, come ce ne sono tanti. Descrivi con assurda minuzia otto individui, umani, sofferenti, tragici. Li hai studiati, nel modo che t’ha insegnato Edward O. Wilson, eh? Leggo: “Solo a mostrare la faccia, quei fottuti neri se la davano a gambe.” – sei terribilmente dis-umano! Mi spieghi l’assurda citazione di “Marcel Proust” a pagina 227?

Gli Archivisti” scrivono che “… le persone sono spesso attratte da coloro che sono destinati a infliggere dolore.” – chissà perché: per l’ISU? L’Ineluttabile Singolarità Universale? A pagina 251, leggo: “Shammat l’ingordo, il cui veleno è all’opera nel corpo e nella mente di ogni abitante di Shikasta.” – è da eliminare? Bada che è una specie protetta, come il cobra reale. È l’io che più m’entra nelle arterie. E poi svanisce nelle vene. Ora tocca ancora a te, ineffabile Johor. Parli delle droghe psicologiche, sociali etc, usando altre parole. Sei un sociologo? Dici delle verità che sarebbe piaciute a Herbert Marcuse e a Erich Fromm. Ora parli, incantato, di quella “foglia” – sei davvero poetico, piaceresti a Stefano Sturloni. Poi ti capita un ascetico patatrac in quella tragica paginetta.

A domani, a oggi, adesso. Il tempo è un bastardo! Milioni di anni, di decenni, di attimi, che cambia, cari Julian Barbour e Carlo Rovelli. La vita è la vita. Le vite sono le società. Amen e Così Sia.

Rachel scrive:L’ultima volta che ho messo i fatti per iscritto, ho capito quello che accadeva. Così ci provo di nuovo.” – forza, amica mia! Poco fa scrivevi: “Il motivo per cui mi sforzo di scrivere è perché ho una gran confusione nella testa.” – scrivere è fare soul-building, nonché cheating, un andare oltre al reale tramite la catartica finzione: ingannare se stessi per superarsi, tecnica usata dai culturisti. A pagina 358, e per un po’ a seguire, il carattere s’abbrevia: “Vittoria totale, o Grande Signore!” – chissà perché! Esoterismi della scrittura! Quante cose salto (George che si mette a parlare nel suo messianico modo, tu che non vorresti piangere eppur ci caschi sempre)… Ma qualcosa urge: la fine di ‘sta orrida sofferenza, e di ‘sto infame razzismo! Che peloso orrore! E “L’imputazione è questa: e sono le razze bianche del mondo che lo hanno distrutto, corrotto, che hanno reso possibili le guerre più…” – … finemente umane. E pensare che è tutta colpa della vitamina D e del sole che ci riscalda, a volte troppo. È una bella scusa, che mi son inventato! Siamo tutti “colpevoli del crimine supremo della stupidità.” – non vedo l’ora di chiudere ‘sto libro e ‘sta argillosa scrittura! Che ora s’è evoluta in cronaca storica, riguardante la “Rhodesia del Sud” e quella Gran Bretagna che… nonché il razzismo per cui se “erano ammazzati cinquanta…” e lasciamo perdere se erano “neri” e “bambini” – sempre quel numero erano. E ora c’è quel processo – non kafkiano, ma simile a quello narrato da Hannah Arendt in La banalità del male, che qui un senso ce l’ha, che condurrà a una sentenza circostanziata.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Doris Lessing, Shikasta, Fanucci Editore, 2014

 

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