“Tabù. Egon Schiele” docufilm di Michele Mally: una ricerca disperata di verità psicologica?
“Schiele dipinge ciò che gli altri nascondono.”

Tabù. Egon Schiele non è il classico documentario che elenca date e opere in ordine cronologico. È piuttosto un’esperienza quasi onirica che cerca di tradurre in immagini la tensione artistica e la personalità di Egon Schiele, artista fra i più controversi del Novecento.
Docufilm che inaugura la nuova stagione di Nexo Studio per La Grande arte al cinema, l’uscita nelle sale cinematografiche italiane di Tabù. Egon Schiele è prevista nei giorni 20, 21 e 22 aprile 2026. Con una narrazione accompagnata dall’attrice Erika Carletto, intima e quasi sussurrata, senza sovrastare le immagini, lo spettatore è guidato nel mondo di Egon Schiele.
Diretto da Michele Mally, l’opera, prodotta da 3D Produzioni e Nexo Studios, esplora la vita tormentata e l’arte rivoluzionaria del celebre pittore espressionista.
Il titolo del docufilm non è casuale, ma ha un significato ben preciso. Ovvero, portare in luce i tabù che l’opera di Schiele infrangeva attraverso i suoi nudi, lontani dagli ideali di bellezza canonici, così come la sensualità senza filtri di Schiele, creando scandalo nella società del suo tempo. Tuttavia, i nudi di Schiele non sono volgare pornografia, ma una ricerca disperata di verità psicologica, come si evince dal docufilm.
Il cuore pulsante del film è Krumau (oggi Cesky Krumlov), la città d’origine di sua madre, e dove in seguito si rifugiò per fuggire da Vienna. Presentata nella sua struttura urbana di geometrie spigolose e morbide curve, la città si fa metafora visiva del mondo immaginario di Schiele che oscilla tra inquietudine e richiamo.
Il docufilm si sofferma ampiamente sulla dimensione biografica dell’artista nato nel 1890. In un racconto biografico che si snoda attraverso relazioni complesse e spesso tormentate. A partire dal rapporto con la madre, Marie, con cui stabilì un legame molto conflittuale. A differenza, invece, dell’affinità con Gerti, la sorella, con cui mantenne un profondo legame. Elementi tutti che delineano la caratterialità di Schiele, spinta all’eccesso, dove l’inquietudine e la tensione identitaria hanno la meglio, e si rispecchiano nelle sue opere.
È nell’Atelier Egon Schiele che il docufilm individua il nucleo originario della sua arte, la casa con giardino dove abitò con la sua compagna e modella Wally Neuzil. Città, che non è solo sfondo narrativo, ma che assume i contorni di personaggio, rappresentando al contempo un luogo di libertà e di isolamento dove Schiele e Wally Neuzil hanno vissuto il loro amore ‘scandaloso’, e dove il pittore amava tornare per dare forma alla sua produzione. Ampia e composta da centinaia di quadri e migliaia di opere su carta.
Ed è proprio a Krumar, cittadina della Boemia, che ai tempi di Schiele faceva parte dell’Impero austro-ungarico, il luogo dove affondano le radici della sua arte.
Un’arte capace di sovvertire le regole estetiche, morali e psicologiche del suo tempo, per raggiungere, secondo la sua visione, l’essenza dell’essere umano.
L’anima pulsante del docufilm è Wally Neuzil, descritta non soltanto come un corpo da ritrarre, ma come modella e come musa ispiratrice della rivoluzione artistica di Schiele. E soprattutto come una giovane donna di estrazione umile che ha seguito il pittore nell’isolamento di Krumau, sfidando i pregiudizi feroci della gente del posto.
Già modella di Gustav Klimt, Wally è rimasta accanto a Schiele quando viene arrestato e processato per immoralità, portandogli cibo e colori in prigione. Senza la sua dedizione, Schiele probabilmente non avrebbe superato quel periodo buio.
Una svolta narrativa davvero interessante del docufilm è il legame tra Egon Schiele e Gustav Klimt, che rappresenta due modi opposti di intendere la bellezza, oltre che il passaggio di testimone tra due pittori, appartenenti in qualche misura a diversi universi artistici.
Quando Schiele incontra Klimt è il 1907, e Klimt è già il ‘re’ indiscusso della Secessione Viennese. Appena diciassettenne, il giovane Egon mostra al maestro i suoi disegni, chiedendogli se ne riconosce il talento. Domanda a cui Klimt risponde in maniera affermativa. Da quel momento, Klimt diventa il suo protettore, comprando anche alcuni disegni dell’allievo per aiutarlo economicamente. Oltre a presentargli committenti.
Tuttavia, il distacco stilistico fra i due è notevole, come ben evidenziato dal docufilm.
L’arte di Klimt è fatta di mosaici, decorazioni preziose, oro e bidimensionalità. Il nudo in Klimt è spesso erotismo estetico, quasi divino. Schiele, invece, in qualche misura ‘imbratta’ l’eleganza del maestro. Elimina l’oro e le decorazioni per concentrarsi sulle figure dal tratteggio di linee nervose e sulla pelle che appare quasi malata.
Se Klimt dipinge il desiderio come un sogno, Schiele lo dipinge come un’urgenza carnale e psicologica, a volte disturbante.
Mentre Klimt, grazie al suo carisma e alla raffinatezza decorativa dei suoi lavori, riesce a mantenere un equilibrio tra il suo essere un artista innovativo, considerato anch’esso all’epoca scandaloso, e l’accettazione dell’alta società viennese. Schiele, invece, rompe ogni argine e dà libero sfogo alla sua vena creativa.
Il film mostra come Klimt guardasse con un misto di ammirazione e timore la libertà selvaggia del giovane allievo, che non temeva di mostrare attraverso le sue opere la bruttezza e il dolore del corpo umano.
Infine, un’importante sottolineatura del docufilm è la coincidenza temporale della loro fine. Klimt muore nel febbraio del 1918 a causa di un ictus complicato dall’influenza spagnola. Schiele, che lo considerava un punto di riferimento assoluto, gli fa tre ritratti sul letto di morte. Solo pochi mesi dopo, nell’ottobre dello stesso anno, anche Schiele a soli 28 anni muore per la ‘spagnola’, chiudendo definitivamente l’epoca d’oro di Vienna.
Nel film si percepisce chiaramente che senza la ‘benedizione’ e la generosità di Klimt, Schiele non avrebbe mai avuto la forza di diventare il rivoluzionario che conosciamo.
“Non è provocazione: è verità senza filtro.”
Ma, per tornare all’intenso legame di Egon con Wally. Uno dei momenti più drammatici del documentario è rappresentato dalla fine del loro rapporto, quando Schiele, per ottenere una posizione sociale rispettabile, decide di sposare Edith Harms, una giovane appartenente alla piccola borghesia.
Il film Tabù. Egon Schiele sottolinea con cura la crudeltà il distacco da parte di Schiele, che propone a Wally di continuare a vedersi una volta all’anno per le vacanze, come se nulla fosse cambiato. Wally, con estrema dignità, rifiuta ed esce per sempre dalla sua vita. Il documentario mostra come Wally, nel dipinto La morte e la fanciulla abbracci l’artista in un ultimo, disperato contatto, mentre lui appare già come una figura spettrale, segnando la fine del loro amore e l’inizio della loro leggenda.
Al contempo, il docufilm rende giustizia alla memoria di Wally rivelando il suo destino post-Schiele: si arruola come crocerossina durante la Grande Guerra, e muore di scarlattina al fronte a soli 23 anni. Dopo Wally, nel 1915 Schiele sposa Edith.
Ma la sua arte cambia radicalmente tenore, con uno stile completamente differente dal periodo precedente. Se nei ritratti di Wally la linea era spezzata, quasi elettrica, nei dipinti che ritraggono Edith le forme diventano più morbide e piene, abbandonando parzialmente quell’aspetto ‘scheletrico’ e tormentato per cercare una maggiore plasticità. I corpi hanno adesso più peso, sono più realistici e meno simili a spettri.
Anche i temi trattati subiscono un mutamento; con le pose che diventano meno esplicite e meno provocatorie rispetto ai nudi crudi degli anni di Krumau. Inizia poi a dipingere interni domestici e ritratti che trasmettono un senso di stabilità che prima gli mancava totalmente. Forse, per cercare il riconoscimento ufficiale della società viennese.
“Il corpo diventa linguaggio dell’inquietudine.”
Il documentario dedica un momento molto commovente all’opera La famiglia, il suo capolavoro finale. Che vede Schiele ritrarre se stesso, Edith e un bambino che non era ancora nato, poiché Edith era incinta di sei mesi quando morì dopo poco. È un quadro carico di malinconia, dove le figure sono avvolte da un’oscurità calda, ma i loro sguardi non si incrociano. Opera, che appare come il testamento spirituale di un uomo che sta finalmente trovando la pace. Infine, è il 1918 quando Schiele trionfa alla mostra della Secessione di Vienna, vendendo quasi tutte le sue opere. Purtroppo, l’ironia crudele del destino è in agguato, come ben sottolineato dal film. Nel momento esatto in cui lui appare il nuovo Klimt, la morte lo porta via.
Un aspetto molto originale di un’eccellente sceneggiatura è l’accostamento di Schiele a Franz Kafka. Sebbene i due non si siano mai frequentati assiduamente, il film suggerisce che appartenessero alla stessa ‘geografia dell’anima’. Due artisti che condividono angoscia, deformazione e senso di estraneità. Entrambi hanno contribuito a disgregare l’Impero Austro-Ungarico: Kafka attraverso la burocrazia dell’incubo, Schiele attraverso la carne. Questo legame intellettuale arricchisce Tabù. Egon Schiele, elevandolo da semplice monografia artistica a un ritratto culturale di un’epoca.
“La bellezza, in Schiele, è sempre disturbata.”
Per concludere, non si può che apprezzare un docufilm visivamente straordinario, che permette di cogliere la matericità del colore sulla tela e la forza del tratteggio.
Tabù. Egon Schiele lo si può definire ‘un film che vibra’, oltre che un viaggio psicologico e visivo attraverso i luoghi e le ossessioni di Schiele. Grazie anche alla regia di Mally, magistrale anche nel ricreare un parallelismo visivo tra l’architettura spigolosa medievale della città e le linee spezzate dei corpi dipinti dall’artista.
Come già detto, a guidare lo spettatore nel percorso artistico ed esistenziale di Egon Schiele è l’attrice Erika Carletto. Che con la sua presenza evocativa contribuisce a restituire le atmosfere sospese tra Vienna e Praga tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.
Il film utilizza materiali d’archivio e il contributo di numerosi studiosi ed esperti internazionali, tra cui Jane Kallir, Ralph Gleis, Elisabeth Dutz e Kerstin Jesse, affiancati da storici dell’arte, filosofi e psicanalisti.
A completezza di un eccellente docufilm, la colonna sonora e il montaggio ritmato, che contribuiscono a mantenere viva la tensione, evitando la staticità di altri documentari d’arte.
Written by Carolina Colombi
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