Ciudad Juárez: gli omicidi de las muchachas del sur e le croci rosa nel deserto

“Quando una donna viene uccisa non succede nulla.” ‒ Frida Guerrera, attivista

Ciudad Juárez croci rosa femminicidio
Ciudad Juárez croci rosa femminicidio

Croci rosa su uno sfondo di deserto. Sono loro ad accogliere, silenziose e implacabili, chi arriva a Ciudad Juárez. Le hanno piantate i familiari delle vittime, una per ogni nome, una per ogni donna scomparsa e ritrovata senza vita in questo angolo di Messico. Nel 2016, quando Papa Francesco ha visitato la città per la sua ultima messa sul suolo messicano, ne sono state esposte simbolicamente cinquanta. Ma il numero reale delle vittime non è calcolabile.

“Tra gli individui, come tra le nazioni, il rispetto per i diritti altrui è la pace.” ‒ Benito Juarez

Le origini di Ciudad Juárez risalgono al XVIII secolo. La città viene fondata nel 1659 con il nome di El Paso del Norte, un passaggio naturale tra il Messico e il territorio che sarebbe diventato il Texas. Durante i secoli successivi, l’insediamento si trasforma gradualmente in un centro urbano, grazie alla sua posizione strategica lungo rotte commerciali e militari.

Nel 1888, la città assume il nome di Ciudad Juárez in onore di Benito Juárez, celebre presidente messicano noto per le sue riforme liberali e per aver difeso l’indipendenza e l’unità nazionale. Il nome simboleggia l’identità politica e culturale della città e il legame con la storia nazionale messicana.

“Per anni abbiamo protestato pacificamente, andando al Monumento all’Indipendenza con foto e candele, e nessuno ci ha prestato attenzione.”

“Solo quando abbiamo iniziato a danneggiare le proprietà il paese si è voltato a guardare.”

Ma Ciudad Juárez non è solo una città di frontiera, adagiata sul confine con gli Stati Uniti. Negli ultimi trent’anni Ciudad Juárez è diventata il triste epicentro di un fenomeno che il mondo ha imparato a conoscere con un nome preciso: femminicidio.

Un termine che in questa città, più che in altri luoghi, racconta una verità agghiacciante: non semplici omicidi, ma uccisioni di donne in quanto donne, consumate in un contesto di impunità, violenza sistemica e cultura machista.

Per comprendere la tragedia di Ciudad Juárez, bisogna fare un salto intorno agli anni ’90. Con l’entrata in vigore del NAFTA, un accordo di libero scambio tra Messico e Stati Uniti, la città conosce un boom economico basato sulle maquiladoras, stabilimenti industriali dove multinazionali straniere assemblano prodotti a basso costo.

La manodopera richiesta è prevalentemente femminile: migliaia di giovani ragazze e donne, provenienti da tutto il Messico, si trasferiscono a Ciudad, attratte dalla promessa di un lavoro.

Le loro condizioni di vita erano precarie, consumate in baraccopoli prive di servizi, e si spostavano a piedi o con mezzi pubblici inefficienti verso le fabbriche, spesso all’alba o al tramonto. È in quel contesto di vulnerabilità che iniziavano a moltiplicarsi le sparizioni. Corpi di giovani donne cominciavano a riaffiorare nel deserto, con segni di sevizie e violenza sessuale. All’inizio, le autorità locali minimizzavano, parlando di casi isolati o di “vittime con una doppia vita” per giustificare l’accaduto. Ma il numero cresceva e con esso la disperazione delle madri, che iniziavano a organizzarsi. Nascevano così i primi collettivi che danno vita a una battaglia contro l’indifferenza istituzionale.

A Ciudad Juárez il femminicidio è un fenomeno complesso, alimentato da un insieme di fattori tossici. Il più eclatante dei quali è un clima generalizzato di ostilità, che permea tutta la società, verso il genere femminile. Alla base c’è una radicata cultura machista, che considera il corpo femminile come un oggetto di proprietà o da conquistare. A cui si aggiunge la presenza del crimine organizzato, che vede da decenni Ciudad Juárez essere una piazza strategica per il narcotraffico, contesa dai cartelli.

In questo scenario, le donne sono completamente esposte: come manodopera a basso costo, come vittime della tratta a scopo di sfruttamento sessuale, e come bersaglio di violenze che diventano messaggi di potere tra bande rivali. Ma il vero fattore incriminante della situazione è l’impunità.

Secondo attiviste e organismi internazionali, oltre il 90% dei crimini contro le donne in Messico rimangono irrisolti: dato confermato anche da Amnesty International. Che ha denunciato come le indagini siano spesso “carenti o assenti” con le scene del crimine che non vengono messe in sicurezza.

Il fallimento dello Stato è totale. Non solo non si indaga, ma spesso non si protegge. Con numeri che raccontano di un territorio dove la vita, specialmente se femminile e povera, vale poco o nulla.

Se Ciudad Juárez è stato il campanello d’allarme, oggi l’emergenza si è estesa a tutto il Messico. I dati degli ultimi anni dipingono un quadro apocalittico, che le autorità faticano a contenere. Secondo il Sistema nazionale di sicurezza pubblica, gli omicidi dolosi di donne sono aumentati in maniera esponenziale. Un trend che non si è arrestato nemmeno durante la pandemia del 2020.

Di fronte al silenzio dello Stato, sono le donne a gridare. Quello che è successo a Ciudad Juárez ha insegnato al Messico e al mondo che la lotta per la giustizia passa attraverso la determinazione delle madri e delle attiviste. Da anni, collettivi femministi occupano le piazze.

La rabbia è esplosa in modo dirompente a partire dal 2019, quando le proteste hanno assunto toni sempre più radicali. Il movimento ha dato vita a iniziative coraggiose. Nel 2020, migliaia di donne hanno aderito allo sciopero nazionale, un’astensione collettiva da lavoro, scuola e consumi per dimostrare cosa sarebbe il Messico senza le donne.

La risposta del governo è spesso apparsa ambivalente. Il presidente López Obrador, pur dichiarandosi rispettoso del movimento femminista, ha più volte minimizzato la portata della protesta e accusato le attiviste di essere manovrate dall’opposizione. Nel frattempo, sono stati tagliati i fondi ai rifugi per vittime di violenza domestica e agli Istituti statali per le donne, aggravando ulteriormente la situazione.

“La educación es fundamental para la felicidad social; es el principio en el que descansan la libertad y el engrandecimiento de los pueblos.” (“L’educazione è fondamentale per la felicità sociale; è il principio su cui poggiano la libertà e l’ingrandimento dei popoli.”) ‒ Benito Juárez

Oggi, Ciudad Juárez non è più l’unica città messicana di cui i giornali parlano per i femminicidi, ma rimane il simbolo di una ferita che non si rimargina. Ogni corpo ritrovato nel deserto, ogni ragazza scomparsa sulle strade buie che portano alle maquiladoras, riapre una storia che sembra non voler finire.

Il deserto che circonda Juárez è diventato una tomba a cielo aperto, ma anche il luogo dove la memoria resiste. Su una collina della città, una croce è stata piantata simbolicamente per ricordare tutte le vittime. È lì che le madri continuano a cercare giustizia, mentre le nuove generazioni di femministe alzano la voce per dire basta.

La lezione che arriva da Ciudad Juárez è chiara: finché la violenza di genere sarà tollerata, minimizzata e lasciata impunita, non ci sarà pace sociale. E finché lo Stato continuerà a voltarsi dall’altra parte, il Messico continuerà a essere, come recitano i cartelli delle manifestazioni, la Nazione dei femminicidi.

“Los hombres no son nada, los principios lo son todo.” (“Gli uomini non sono nulla, i principi sono tutto.”) Benito Juárez

Frida Guerrera citazioni femminicidio
Frida Guerrera citazioni femminicidio

A raccontare il triste fenomeno di Ciudad è una pellicola del 2006, altamente significativa, dal titolo “Bordertown”. Ispirato ai fatti reali di Ciudad, si racconta di una giornalista di Chicago, tale Lauren Adrian (Jennifer Lopez) inviata a Ciudad Juárez dal suo mentore (Martin Sheen) per indagare sull’ondata di omicidi e sparizioni di centinaia di giovani donne, per lo più operaie delle maquiladoras. Qui si fa aiutare dall’ex collega e amico, il giornalista locale Alfonso Díaz (Antonio Banderas) per indagare sulla sparizione delle giovani. La loro indagine si concentra sul caso di Eva (Maya Zapata), un’unica sopravvissuta a un brutale attacco, la cui testimonianza potrebbe scoperchiare un intrigo di corruzione, omertà e interessi economici.

Film crudo, realizzato con una trama realistica, l’obiettivo del film è senza dubbio il tentativo di portare all’attenzione del grande pubblico la tragedia dei femminicidi di Ciudad Juárez, una piaga sociale reale e tuttora drammaticamente attuale. Pellicola, che vuole essere un atto di denuncia, mostrando l’impunità, la miseria e lo sfruttamento che rendono possibili queste atrocità. Durante il quale si percepisce chiaramente l’intenzione del regista Gregory Nava di creare un film impegnato. Le scene più crude e la ricostruzione dell’ambiente di paura e degrado sono efficaci nel comunicare un senso di ingiustizia e rabbia.

Il film è quindi utile non tanto come documento “storico”, ma come strumento di sensibilizzazione: induce lo spettatore a interrogarsi sulle cause profonde della violenza di genere, sull’impunità e sul ruolo delle società civili nella richiesta di giustizia.

“Se un uomo uccide tutta la famiglia di una donna, la polizia a volte trova i corpi, e poi le indagini si fermano, i predatori non vengono mai portati davanti alla giustizia.” ‒ Frida Guerrera, attivista

 

Written by Carolina Colombi

 

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