Intervista a RosGos: vi presentiamo l’album “In This Noise”
Oggi ci avventuriamo in un territorio fatto di ombre, di silenzi e di respiri trattenuti.

È un viaggio non con le valigie, ma con il cuore, quello che ci propone RosGos ‒ al secolo Maurizio Vaiani ‒ con il suo nuovo album “In This Noise”. Un disco essenziale, scheletrico, dove ogni suono pesa come un ricordo e ogni pausa racconta più di mille parole.
Registrato in mezzo ai boschi, in soli cinque giorni, è un’opera che sembra arrivare direttamente dalla notte dell’anima, dove la chitarra è una fiammella tremante e la voce un diario sussurrato a se stessi.
È nero, ma di quel nero che fa brillare le stelle quando nessuno le guarda. Preparatevi, perché stiamo per entrare in punta di piedi dentro un piccolo, grande segreto musicale.
C.M.: Maurizio, ogni tuo disco sembra una tappa di un cammino interiore. Questa volta, invece del viaggio, sembra esserci un ritorno all’essenziale. Quando hai capito che era arrivato il momento di spogliarsi di tutto?
RosGos: In realtà è parecchio tempo che volevo fare un disco così asciutto, minimale. Sicuramente prima di “No Place”, il disco precedente uscito nel 2024. È stata tutta una questione di coraggio. Eliminare stratificazioni e sovrastrutture per tendere al silenzio non è un percorso facile; per lo meno non lo è per me. Ho sempre voluto, per tutti i miei dischi del passato, arrangiamenti ricchi di suoni, quasi a sommergere la voce. Per questo disco volevo invece che la voce fosse in primo piano, accompagnata da pochi altri strumenti. L’obiettivo era il silenzio, andarci il più vicino possibile. E avere come obiettivo il silenzio, in un album musicale, lo ritengo coraggioso. L’intenzione era quindi quella, poi per alcuni brani mi ci sono avvicinato molto, in altri meno, ma nel complesso sono molto soddisfatto e orgoglioso per quello che ho provato a fare.
C.M.: “In This Noise” è un album che respira silenzio. È il silenzio che ti parla, o sei tu che cerchi di parlare al silenzio?
RosGos: A dire il vero sono io che lo cerco disperatamente. Nel rumore che ci circonda, da qui il titolo, ho un disperato bisogno di distaccarmi, di isolarmi, di restare con pochi intimi e fidati, per modellare il silenzio e il rumore a mio piacimento. Respiro rumore quotidianamente e mi affatica. Ritrovare i giusti tempi e i giusti suoni sono un mio obiettivo, per sopravvivere a questa società malata che chiede e stritola, ma che raramente conforta e ti sorride. Stare bene ed essere felici credo debba essere il punto a cui tutti noi dovremmo tendere e ognuno di noi lo dovrà fare utilizzando le qualità che ha a propria disposizione. La musica è una mia grande alleata per cercare di raggiungere questo obiettivo.
C.M.: Hai registrato tutto in cinque giorni, immerso nei boschi, con le voci incise in un’unica take: c’è stato un istante preciso in cui hai sentito di aver catturato la verità, senza poterla più ritoccare?
RosGos: Diciamo che è stato un percorso piuttosto lungo che ho costruito tassello dopo tassello. Avevo le idee molto chiare di cosa volevo, ma come sempre tra la teoria e la pratica ci passano intere costellazioni. Certamente aver arrangiato i brani in sala prove con Massimo Valcarenghi, amico e polistrumentista, mi è servito davvero tanto, e in quei mesi di prove credo di aver raggiunto piena consapevolezza del valore di ogni canzone. Abbiamo provato e riprovato ogni suono, ogni singolo arrangiamento, per trovare il giusto incastro tra i pochissimi strumenti che si voleva usare. Un percorso faticoso, ma ugualmente pieno di energia perché, dopo ogni prova sentivo che era stato fatto un passo in avanti, verso la direzione a cui avevo pensato fin dall’inizio.
Aver registrato tutto in soli cinque giorni, aver cantato ogni pezzo con il metodo “buona la prima” è stato per me assolutamente naturale. Mi sentivo preparato, non avevo bisogno di correggere il tiro, non avevo bisogno di fare più take. Ogni registrazione in più avrebbe soltanto tolto naturalezza a ciò che volevo dire e sarebbe stato quello il vero problema.
È stato poi con il missaggio fatto con Andrea Liuzza che ogni puntino è stato unito, che ogni suono ha trovato casa. In quel momento ho capito che ciò che desideravo da tempo, forse da anni, era stato finalmente raggiunto.
C.M.: Il disco sembra un fragile equilibrio tra voce, chitarra e vuoto: qual è stato l’elemento più difficile da non aggiungere, più che da togliere?
RosGos: Le difficoltà sono state principalmente due. La mancanza di una vera e propria ritmica non è facile da gestire. Fin da subito avevo stabilito che non ci sarebbe stata nessuna nota di basso elettrico e nemmeno il suono di una batteria. Le difficoltà non sono state poche, soprattutto in fase di arrangiamento dei pezzi, perché per farli stare in piedi dovevi aggrapparti ad altro, soprattutto alle dinamiche dei pochi strumenti rimasti. E poi sicuramente è stato difficile non aggiungere stratificazioni. Arrivo dalla precedente band, i Jenny’s Joke, che hanno fatto interi dischi basati su sovrastrutture strumentali. Basti pensare che a qualche live il fonico ci diceva di eliminare qualche cosa perché non aveva più canali per inserire strumenti. E anche questa è stata una bella battaglia, e sinceramente credo sia stata vinta.
C.M.: Nei tuoi riferimenti si ascoltano echi di Lanegan, Staley ed Elliott Smith: cosa prendi in prestito da questi spiriti inquieti e cosa restituisci?
RosGos: Sono riferimenti per me importantissimi, mi hanno dato tanto. Soprattutto i primi due li ho ascoltati allo sfinimento. La loro voce è irraggiungibile. Ogni volta è pelle d’oca e il mio cuore non si è mai abituato abbastanza per non emozionarsi. Io credo di aver preso da moltissimi artisti. Non cerco di copiare un genere o una band in particolare; semplicemente nella mia espressione musicale ci finiscono dentro inconsapevolmente tutti quegli ascolti che ho fatto nella mia vita e che ha costituito il famoso bagaglio culturale. Alla fine, spero di restituire a chi mi ascolta qualcosa di riconoscibile, qualcosa che è identificabile con il progetto RosGos. In questi anni ho pubblicato alcuni album, anche molto diversi musicalmente tra loro, eppure qualcuno mi dice spesso che alla fine “sono sempre io”. È uno dei complimenti più belli che io possa ricevere.
C.M.: “In This Noise” è definito un disco nero. È un nero disperato o un nero che permette agli occhi di abituarsi e scorgere nuove luci?
RosGos: È un disco nero perché è figlio dei suoi tempi e se ci guardiamo intorno non vedo molti colori brillanti. La stessa copertina però unisce il nero con del bianco. Ecco, in quella profondità cupa e depressa mi piace pensare che ci siano sempre e comunque degli sprazzi di luce ai quali tendere, ai quali aggrapparsi per stare meglio, per cercare quella felicità e pace che vogliamo e desideriamo fortemente.
C.M.: Il videoclip di “Before The Day”, con il suo bianco e nero visionario e l’immaginario Southern gothic, sembra la versione cinematografica del suo dolore sonoro: come nasce questo rituale visivo e quale ferita ha chiesto di essere mostrata, invece che soltanto cantata?
RosGos: Il video è opera di Andrea Liuzza che ringrazio perché è riuscito a fare qualcosa di veramente magnifico. Mi ci ritrovo in quei paesaggi e in quelle figure completamente in bianco e nero. Non volevo i colori. Volevo che il bianco fosse il colore unico, che avesse il compito e la forza di combattere l’oscurità. Volevo che non ci fossero le vie di mezzo. Volevo che si combattesse per restare da una parte o dall’altra. E i combattimenti, soprattutto quelli dell’anima, non sono mai semplici, non procedono mai in linea retta, ed ecco quindi che la protagonista è la fragilità dell’anima con cui dobbiamo fare i conti.
C.M.: Nel ruolo di RosGos tu sembri proteggerti e raccontarti insieme: che differenza c’è tra Maurizio Vaiani e il suo alter ego in questo preciso momento della sua vita artistica?
RosGos: I testi di RosGos non sono autobiografici. I testi nascono principalmente da emozioni e sensazioni frutto di sogni o di eventi personali o pubblici. Non mi interessa raccontare i fatti, l’accaduto, mi interessa molto di più provare a capire quali emozioni possano aver scatenato. E comunque Maurizio Vaiani credo lo si possa capire molto di più nella musica. Nei testi riesco a nascondermi abilmente, nella parte strumentale mi risulta quasi impossibile.
C.M.: La produzione di Andrea Liuzza e l’ambiente dei boschi hanno inciso sull’album come luoghi dell’anima. Che cosa può fare un bosco che uno studio super accessoriato non farà mai?
RosGos: Il luogo mette i puntini sulle i. Mi sono preparato per mesi a casa, nella nostra sala prove. Abbiamo provato ogni suono e ogni arrangiamento fino allo sfinimento e quindi, senza alcun dubbio, sono arrivato in studio di registrazione con piena consapevolezza di quel che volevo fare. È altrettanto vero che però il luogo che ti circonda in qualche modo influenza e avere intorno a me le montagne, i boschi, la natura e soprattutto il silenzio, hanno fatto sentire ancora più a casa le mie piccole creazioni. C’è quel senso di fragilità e nel contempo di lotta nella natura che spero si possa ritrovare in parte anche nell’album e che certamente non avrei mai potuto incontrare in uno studio di un centro cittadino.
C.M.: Da Jenny’s Joke al minimalismo radicale di oggi: se riascoltassi il ragazzo dei primi dischi, cosa gli diresti con la voce di oggi?
RosGos: Credo assolutamente nulla. Da ragazzino cantavo in un gruppo punk. Adesso sarei ridicolo ma all’epoca era il mio vestito perfetto. Questo per dire che ogni tempo nella nostra vita ha la sua musicalità. Con i Jenny’s Joke, con i quali abbiamo pubblicato dischi che ancora oggi adoro e amo moltissimo, mai avrei potuto fare quello che ho fatto con il progetto RosGos e soprattutto con l’ultimo album. E quindi niente, a quel ragazzo gli direi di continuare così esattamente come stava facendo. A quel ragazzo gli direi molte altre cose, gli darei molti consigli, ma non in ambito musicale.
C.M.: Qual è la domanda che speri qualcuno ti faccia su “In This Noise” e che ancora nessuno ha avuto il coraggio, o la delicatezza, di formulare?
RosGos: Oddio, forse ce ne sono due. La prima potrebbe riguardare la costruzione di un disco. Quali lo sono le fasi e i percorsi necessari per arrivare ad avere un disco stampato tra le mani. Si scoprirà che non esiste solo la parte musicale, sempre affascinante e divertente, ma anche la parte più burocratica, quella parte che coinvolge la post pubblicazione (comunicato stampa, recensioni etc etc etc) e che risulta sempre essere come il momento più faticoso di tutto il percorso. E poi nessuno mi ha mai chiesto quale o quali sono le canzoni dell’album che amo di meno o che, comunque, ritengo meno affascinanti o forse soltanto meno riuscite. In ogni caso, anche se qualcuno dovesse farmi questa domanda, glisserei con classe, anche se la risposta ce l’avrei…
Written by Cinzia Milite
