“Good people always win!” di Roberto Moscardin: ogni speranza è eterna?
Good people always win! non è solo l’ultima (latest, not last, not least) opera letteraria di Roberto Moscardin: è anche il più folle e strepitosamente eterno augurio che ci si possa fare, oggi come oggi, ieri come ieri, domani come domani.

Sono d’accordo con quanto l’autore afferma ne Good people always win!? Sì, ché gli auguri sono sempre bene accetti. L’àugur, per i latini, è colui che divina il futuro esaminando il canto e il volo degli uccelli. È un praticante del birdwatching. Da giovane mi dilettavo nel compilare degli anagrammi del nome e del cognome di alcuni conoscenti, al fine di creare una metafora che fosse loro inerente: era come interpretare i fondi del caffè, grazie a cui alcuni maghetti tentavano d’interpretare il futuro. O come osservare le linee della mano o seguire i moti astrali.
Tali pratiche funzionano a volte sì e a volte no. Come tutte le altre. Si tratta di teorie scientifiche, poiché la realtà poi le falsifica oppure le dimostra. Ogni scrittore è un inter-prete della realtà: un mediatore di pretia, di valori. Non è uno scienziato, ma un artista. Cioè? Lo ignoro. Nel caso di Roberto è anche un filosofo: da philèin, amare, sophia, conoscenza. Artista, scrittore, poeta, filosofo, scienziato: sono tutte figure che tentano d’interpretare il mondo. Ci riusciranno? In parte. Attesteranno la verità? In parte. Falliranno? In parte.
Il nullafacente non erra mai: è fermo su di sé. Sbaglia solo se è costretto a faticare, diventando, accidentalmente, fesso, da findere, dividere, spezzare (la sua schiena). Col suo romanzo di memoria, Roberto in-forma il lettore su ciò che fu sua vita sul lavoro. Ad aiutarlo sono le sue esperienze di vita e di lettura. a pagina 38 de Good people always win! leggo un aforisma, di quelli che tanto gustano a Gino Ruozzi, creato da due autori, il cui nome è racchiuso fra parentesi: “(Umberto Eco e Roer Mc Andrios)”: magicamente amalgamati. Se poi si vuole sapere se si tratta di un romanzo verità o di una finzione borgesiana, si vada subito alla pagina tal dei tali e si torni immediatamente indietro. Questo stratagemma l’ho acquisito leggendo ‘sto papiello.
In una pagina xyz, verso la fine de Good people always win!, l’artista Roberto informerà il lettore Stefano di ciò che quest’ultimo, se accorto, avrebbe dovuto aver compreso da sé: le romans, simile a un disegno di Maurits Cornelis Escher, è una scala (non necessariamente a Pioli) che va su e giù, non indefinitivamente, poiché a una data pagina il romanzo di Roberto giunge al suo culmine. Dopodiché esso può essere infornato e cotto dal primo commentatore che cazzeggia nei dintorni. Anche i quadri di Maurits Cornelis Escher, anche le sue scale, prima o poi cessano d’essere percorse dagli occhi del loro fruitore, orrido termine che imparai leggendo l’acuto Giulio Carlo Argan. Se uno vuole, può girarci intorno finché ne ha voglia. In tutta la memoria del tempo moscardiniano, il lavoro è inteso come un valore sacro, da adorare. L’ignorante studioso di Herbert Marcuse che vi sta dicendo la sua, cioè io, l’ha pensata talvolta in un modo diverso. Eros e civiltà del filosofo tedesco fu da lui (da me) patito con un pungente dolore. Gli (mi) pareva che la sua (mia) esistenza fosse una scelta alla Søren Kierkegaard, tipo Enten-Eller. O l’uno o l’altro.
Quando lo lessi ero sedicenne, per cui non avevo dubbi. Meglio una sana vita sessuale che una torbida esistenza sotto schiaffo (del padrone). Stante poi l’incerta difficoltà d’imbattermi in una donna che mi piacesse e che fosse disponibile in tal senso, confrontandola con la relativa facilità di trovare lavoro (in quel tempo andava leggermente meglio), scoprii che le idee di quel pur inclito filosofo tedesco dovevano venire a patti con la realtà. Andai poi in più che serena quiescenza non appena la legislazione me lo permise: con circa 42 anni di marche.
Andate a pagina… ma chi si ricorda quale, e scoprirete che a un certo punto anche Roberto non desidera altro che togliere il disturbo (che il lavoro gli sta arrecando). Né lui né io abbiamo intenzione però di cessare di romperci l’anima con la scrittura. Il nostro è un heavy duty! E intendiamo assolverlo! Non è questo il punto. La vertenza fra noi due è però intorno al titolo. Siamo sicuri che sia così, che il buono vincerà sempre? Alla fine? Questo, intendi?, mio empatico scrittore? Forse! Ma non fu mai così.
Tu intendi farmi sempre scorrere su e giù. Sappi che ogni volta ho disobbedito. Non è colpa tua: è mia. Io sono fatto così. Tu scrivi (in grassetto), a pagina 7: “Alla fine del libro descriverò…:” – e io me ne impipo! Leggere un libro è come scalare il Ventasso. Non mi si può dire: sappi che in vetta vedrai una Croce (e infatti ci sarà). Semmai mi si può chiedere: preferisci l’erta più lunga e meno ripida, o quella più breve e scoscesa. E io forse ti dirò: fa’ tu, che io mi adeguo alle tue scelte.
Questa va bene: “Vi racconterò una storia lunghissima, mò ve la testimonio.” – va bene, inizia pure.
“È uno spaccato della vita lavorativa di più persone, e voglio far capire a voi che leggete che in alcuni momenti come in quella vita si incontravano delle persone che avevano un animo cattivo.”
Nonché di buone, come quel “Sante G.”, di cui non dico nulla, ché la sua apologia deve restare tua.
Nomen omen! Ma mi tenti ancora, a pagina 24: “… Lo saprete fra poco… forse. Lo volete sapere subito? Andate a pagina 237, poi tornate qua”: No, grazie. Leggo, poco dopo, che a quel “capo” – pessima anima – “… A lui interessava solo un numero: quello del fatturato che doveva essere consistente.” – e io potrei raccontarti vari aneddoti della mia vita lavorativa. La statistica avvelena anche te, ma non si può dirle di smettere: è lei la dea sacralizzata dalla Direzione.
Sei didascalico, allorché scrivi, a pagina 33 de Good people always win!: “Ora ve lo ripeto per ricordarvi meglio…” – e io fingo di non essermi per nulla distratto. Lo fai perché sei esuberante, lo so, non cattivo, ma lasciami libero di scegliere quello che giudico più utile rimembrare nelle mie membrose membra.
“Paura è il nome che lo schiavo dà alla sua cattiveria.” – quel sentimento che tanto dà da fare a noi uomini, come spiega con previsione chirurgica un altro Roberto Escobar ne I volti della paura.
In una splendida paginetta, colgo: “Quando una storia è vera, è sempre inventata quasi veramente.” – rinvenuta, raccolta e infine trasmessa. A qualche ettometro di distanza, aggiungi: “Abbiamo scritto per non buttare via ciò che con pazienza e tenacia abbiamo fatto, con orgoglio e con amore.” – e io l’ho raccolto, poiché amo la coltura di ciò che è buono. Non lo donerò ogni volta al mio prossimo, perché è giusto che ognuno coltivi il suo orticello. Amo te, e pure quel “Roer Mc Andrios”, che non ci vuole un’aquila a dedurre l’anagramma di quel padovano cognome. Il tuo stile è Sturm und Drang, lo scrivo in tedesco in quanto pure tu abusi di quella lingua. Cerchi di tempestare nell’animo di chi legge. Il quale per due volte ha accusato una lievissima emicrania, alla sera. Alla fine della lettura, ti giuro, essa gli è subito passata, per cui ha risparmiato la pastiglia, alla faccia (ammiccante) di Renato Carosone. Come sei catarico, Roer Mc Andrios!
Descrivi ora, con acuminata minuzia: Il Potere, la funzione del ‘Capo’ e dei suoi sottoposti. – definendo i termini “leader”, “capo” e “menager”. Splendidi argomenti, davvero, che trasmetto ai tuoi prossimi lettori (benedicendoli). Chiedi poi, a noi fidi scudieri: “Lo sapete che gli arcani raccontati sin qui sono quelli più terribili, e per non rivelarsi come tali, nel ‘mio’ raccontare li travesto di pura follia.” – qualcosa avevo intuito: e ti ringrazio dell’assenza del punto interrogativo. La tua era una domanda in bilico fra la retorica e la dialettica. Scrivi, poi: “A volte sto dentro nel racconto con un piede solo, l’altro è immerso nell’irrealtà.” – se Colui Che (Forse Non Esiste) ce ne ha concessi due ci sarà la sua folle ragione.
“Non bisogna confondere il consenso con l’obbedienza, questa è la differenza sostanziale fra un capo e il manager.” – leader è chi ti guida senza farsi portare in groppa, senza ridurti a ciuccio, se ho ben capito.
Ogni tanto m’inciti a fare un salto alla pagina tal dei tali: e io me ne infischio. Ho il mio tao, il mio sentiero da seguire. Che è gemello al tuo, ma diverso. Narri le vittorie tue e dei tuoi solidali. Non ne dirò nulla, ché devono restare lì, nel tuo tomuccio. Non scappano mica, tranquillo! Parli ora di quei colleghi, che non mancano mai, per fortuna: “Quelle persone erano buone, loro, erano fatte così: non avevano nessuna voglia di fare del male con le parole.” – un giorno ti presenterò il mio amico Silverio Scognamiglio, mio compagno di stanza in ufficio. E ti farò leggere la Storia del mio nome, la sua più bella opera scritta. Ma questa ancora la devo finire di meditare: “Quindi qualsiasi fatto davvero accaduto, lo racconterò tenendo ben presente come il tempo sia molto vicino a noi.” – speròm, o come dice l’altro Roberto, a Milano: sperèm! E continui a strabiliarmi, scrivendo: “In queste pagine ho del materiale per una lunga storia, devo stare attento a non renderla più vera d’allora.” – spiego ora alla direttrice della rivista che eventualmente pubblicherà ‘sto articoletto: Roer McAndrios non solo eccede in corsivi e grassetti, parziali o limitati a qualche lettera, ma pure varia assai volentieri la dimensione dei caratteri, per cui ho volontariamente evitato di riportare i passi aventi tale moscardiniana anomalia.
Me fai ridde, Moscardìn! Non solo ci spingi in avanti ma anche all’indietro: “Lo ricordate a pagina 99, quando ho raccontato del…” – in questi casi, lo sai?, sono solito recarmi all’indietro per controllare, tipo un cane da tartufo.
E mi sorprendi, quando scrivi, a pagina 300: “… Il racconto sarebbe stato più vasto, ‘giuro, mi sono stancato nello scriverlo’.” – ma sai che non l’avrei mai intuito? E poi, finalmente una verità che di più vere non ne possono uscire, manco usando la candeggina: “Il racconto è vero per il ‘..%, questo è importante.”: tu sei brutto (o belluccio, se preferisci) ma schietto, come un vero narratore non può evitare d’essere. La fiction è basata su una realtà. La realtà è interpretabile tramite una fiction. Hoc semper est! Amen!
Ora stai ringraziando coloro che hanno collaborato al tuo progetto: e io mi unisco alle tue lodi.
Parli infine dell’Intelligenza Artificiale, argomento a me tanto penoso quanto caro, come può capitare con un consanguineo problematico ma geniale. Essa è l’ultima rampollina della tecnologia: la più tendente alla schizofrenia. Non sua, ma di chi in genere la usa. A me fanno orrore quei finti filmati in cui persone che normalmente si odiano l’un l’altra, ora s’abbracciano e si sbaciucchiano. Preferirei lasciare ‘sta finzione escrementale a un telefilm di fantascienza. No! Essa è qui tra noi e ci sta ad ammoscia’! A pagina 328 colgo il senso temporale del tuo libro. Qualcosa avevo già intuito.
Roberto, scusa se te lo dico: tu sei catartico (ritorna, se vuoi, indietro a quel fatto della pastiglia)!
Hai reso compiutamente l’idea: il mondo, prima o poi, sarà gestito da persone buone e vincenti. Prima o poi, sigh! Ché di ieri, di oggi, c’è una certezza: non è e non è quasi mai stato così. A vincere sono stati per lo più i peggiori. Pensa alla politica nazionale e internazionale: che rôba! mo mâma! L’importante, ovunque, non è (ben) governare, quanto raggiungere il quorum che t’assicura il potere che, se è assoluto e malvagio, è meglio. Ma prima o poi cambierà: lo sento, lo voglio. Grazie allle vittorie che hai conseguito, tu, i tuoi collaboratori e quel leader germanico, che merita tutta la mia ammirazione, e di cui, per affetto, rivelo il probabile nom de plume: “Frank”, siete stati tutti quanti meravigliosi, anzi, favolosi! Mi auguro che la vostra assurda favola diventi, prima o poi, una banale prassi ovunque. Chissà! La pratica, nei millenni, è stata quella che è stata. E speriamo di poter dire un bel dì che essa fu, siccome immobile, dato il mortal… etc etc
Io confido molto in quell’“episteme” di cui tanto ben cianci a pagina 302…
… Anche tu, lo so, tanto confidi in lei, mentre precipiti, nel tuo scivoloso e immane Kàos, mio affettuoso, sapido e per nulla algido Maestro Mc Andrios!
Ciao, caro, alla prossima, reciproca, faticaccia: tanto tantaliana quanto sisifiana!
Written by Stefano Pioli
Bibliografia
Roberto Moscardin, Good peoople always win!, Amazon, 2025
