“Il conte di Montecristo” di Alexandre Dumas: la vendetta guarisce?
Nel 1838 Jacques Peuchet, storico e archivista, redige i Mémoires tirés des archives de la police de Paris; vi riporta un episodio di cronaca nera del 1807. Arrestato vigilia delle nozze, il calzolaio François Picaud subisce un’ingiusta detenzione; conoscenti invidiosi lo hanno accusato di complicità con gli inglesi.

Il racconto di Peuchet si intitola Le diamant et la vengeance; Alexandre Dumas vi trae il nucleo generativo di Il conte di Montecristo (Rizzoli, 2025, pp. 1250, traduzione e postfazione di Guido Paduano). Scritto in collaborazione con Auguste Maquet, il romanzo viene pubblicato per la prima volta nel 1844; esce in feuilleton nel «Journal des débats».
Il 24 febbraio 1815 il tre alberi Pharaon fa ritorno a Marsiglia; accanto al pilota, un giovane dallo sguardo sveglio sorveglia le manovre di approdo. Tra i diciotto e i venti anni, ha occhi neri e capelli d’ebano; sfoggia calma e determinazione, come tutti gli uomini avvezzi a lottare contro il pericolo. Edmond Dantès informa il proprietario del Pharaon di un’avvenuta disgrazia; il capitano è venuto a mancare, stroncato da febbre cerebrale.
Il marinaio rassicura l’armatore; il carico è in buono stato. Morrel sale a bordo per saperne di più; si fa avanti Danglars. Il contabile è un tipo ossequioso con i superiori, arrogante verso i subalterni; è tanto detestato dall’equipaggio quanto Dantès è amato. Morrel spende parole di elogio per Edmond; negli occhi del contabile balena l’odio. Danglars scaglia frecce velenose contro il marinaio, impulsivo come tutti i giovani; troppo sicuro di sé, come se fosse già capitano. Di fatto lo è; la chiosa dell’armatore rabbuia Danglars.
Prima di tornare a Marsiglia, Dantès si è fermato all’isola d’Elba per eseguire l’ultimo ordine del capitano; morente, questi gli ha affidato un pacco da consegnare al gran maresciallo. Morrel apprezza l’obbedienza; tuttavia, l’eco di quella missione potrebbe compromettere il giovane. Questi non ha nulla da temere; ignora perfino che cosa trasportasse. Danglars scocca un’altra freccia avvelenata; ha visto il capitano consegnare una lettera a Dantès. Alla vigilia del matrimonio, la vita sembra sorridere a Edmond; Morrel gli promette la nomina a capitano.
Nella casetta sulle Allées de Meilhan, il vecchio Dantès ignora che il figlio è tornato; è una sorpresa sentirne la voce; un sogno riabbracciarlo; un miracolo la notizia che gli porta. Edmond percepirà un lauto stipendio; più di quanto un giovane marinaio possa sperare. Se il futuro è roseo, il presente è gramo; saldato un debito con il sarto Caderousse, l’anziano vive nell’indigenza.
Il conte di Montecristo si sposta nel villaggio dei Catalani; Mercedes respinge l’ennesima proposta di matrimonio da parte di Fernand. Ribadisce che non sarà mai sua moglie; lo spasimante dovrà accontentarsi di averla per amica e sorella. Sposerà Edmond; lo amerà per tutta la vita. Una voce allegra la chiama da fuori; gli innamorati si stringono in un abbraccio, dimentichi di Fernand.
Pallido e fremente di odio, il catalano scappa; Caderousse e Danglars lo vedono correre in preda a una specie di follia. Il sarto lo punzecchia; il ritorno di Dantès è proprio un bel guaio. Magari Fernand lo credeva morto; invece sposerà la bella Mercedes. L’ironia non risparmia Danglars; questi riconosce l’invidia sul volto di Caderousse, inebetito dal vino. Un ubriacone e un innamorato; due emeriti buoni a nulla.
Il contabile decide di prendere l’iniziativa; Dantès a Parigi, quella strana lettera. Bravo, Danglars; proprio un’ottima idea. Suadente, suscita l’attenzione di Fernand; per impedire il matrimonio, non c’è bisogno che Dantès muoia. Supponiamo che tra i fidanzati ci siano le mura di una prigione; la lontananza separa quanto una lapide. Il catalano è deciso; metterà in pratica qualunque piano, purché non contempli l’omicidio. Carta, inchiostro e penna; questi gli strumenti del contabile, letali sebbene innocui. Danglars fantastica; intanto scrive.
Si potrebbe denunciare Dantès come agente bonapartista; è bene redigere la lettera con una grafia contraffatta. Non resta che indicare il procuratore de re quale destinatario; il gioco è fatto. Il sarto ha da ridire; sarebbe un’infamia. Quasi piccato, Danglars precisa; è solo uno scherzo. Appallotolato il foglio, lo getta in un angolo; non gli sfugge lo sguardo bramoso di Fernand. Caderousse scopre la menzogna del catalano; o forse è il vino a ingannarlo. Morrel partecipa al pranzo di fidanzamento; al culmine della felicità, Edmond annuncia le nozze per quello stesso giorno. Come un tuono che anticipa il temporale, un rumore sordo interrompe il convivio; un passo pesante, tintinnio di armi. In nome della legge, il commissario arresta Dantés; sebbene sconcertato, il giovane non oppone resistenza. Morrel reca notizie allarmanti; la situazione è più grave del previsto.
L’accusa rivolta a Edmond è pesante; sarebbe un pericoloso agente bonapartista. Punto dai rimorsi, Caderousse vorrebbe confessare; con argomentazioni inoppugnabili, Danglars lo persuade al silenzio. Il Pharaon è senza capitano; il contabile riceve da Morrel la nomina ad interim. In un palazzo aristocratico, è in corso un altro pranzo di fidanzamento; lo sposo è il signor de Villefort, sostituto procuratore di Sua Maestà.
Realista convinto, nasconde un inconfessabile segreto di famiglia; quella macchia è una terribile minaccia per la sua carriera. Nel bel mezzo della festa, l’arrivo di una lettera lo richiama al dovere; pare abbiano scoperto un complotto bonapartista.
Il conte di Montecristo apre le porte del Palazzo di Giustizia; Villefort si prepara a interrogare il prigioniero. Con un rapido sguardo, ne intuisce l’intelligenza, il coraggio, la franchezza; la prima impressione su Dantès è favorevole. Integerrimo rappresentante della Legge, Villefort soffoca l’istinto; durante l’interrogatorio, il contegno di Edmond conferma quel giudizio. Il sostituto procuratore è pronto a rilasciarlo; basta che gli consegni la lettera ricevuta all’isola d’Elba. Un’ultima domanda; la risposta segna il destino di Dantès. Quel foglio scotta, come il segreto di Villefort; il marinaio potrebbe conoscerne il contenuto. Non è possibile restituirgli subito la libertà; quanto al principale capo d’accusa, è facile sbarazzarsene.
Fingendo benevolenza, Villefort dà la lettera alle fiamme; la condanna di Dantès è comunque segnata. Nella notte, le guardie lo prelevano dalla cella; arrivati al molo, gli ingiungono di imbarcarsi. I pensieri si accavallano nella testa del giovane, girano intorno a un nome, pescano immagini e parole; il senso di quello che accade continua a sfuggirgli. La barca si dirige verso una roccia scura; vi sorge il castello d’If, minaccioso come Scilla e Cariddi. È una prigione di Stato, destinata solo ai grandi colpevoli politici; Edmond non ha commesso alcun delitto. Non è possibile che lo chiudano in carcere; Villefort gli ha fatto una promessa. Il ragazzo è accompagnato in cella; chiede, supplica di vedere il governatore. Il carceriere lo invita a non ostinarsi sull’impossibile; rischierebbe di impazzire, come è successo all’abate che farnetica di un tesoro.
Chiusa la parentesi napoleonica dei Cento giorni, Luigi XVIII risale al trono; dimenticato da Dio e dagli uomini, Dantès rimane segregato. La visita dell’ispettore riaccende la speranza; per giorni aspetta con fiducia. Per settimane sopporta con pazienza; dopo dieci mesi, niente è cambiato, nessuna notizia è arrivata. Edmond conosce tutte le sfumature di infelicità dei prigionieri dimenticati; dopo l’ascetismo, una rabbia impotente si sedimenta nell’idea del suicidio. Imbocca quella strada; spera che la fine sia vicina. Una sera, un grattare alla parete lo scuote dal languore; forse è un altro sventurato che tenta di evadere. Dantès non perde tempo; con mezzi di fortuna, comincia a erodere il muro per aiutarlo. Gli sfugge un’esclamazione disperata; dall’altra parte, una voce lo apostrofa.

Diffidente, il prigioniero lo interroga a lungo; l’età di Edmond lo tranquillizza. Gli promette che lo raggiungerà; al momento opportuno, gli darà il segnale. Il giovane rinvigorisce; fuggiranno insieme. Se non dovessero farcela, si ameranno come padre e figlio; comunque vada, la solitudine è finita. Il conte di Montecristo racconta l’incontro; dopo una lunga attesa, Dantès abbraccia il nuovo amico. Un volto magro, i tratti dalla linea ardita; l’uomo è abituato a esercitare le facoltà morali, più che la forza fisica. Indossa un abito lacero; pare avere almeno sessantacinque anni.
Si presenta; è l’abate Faria, incarcerato nel 1811 per un sogno politico. Negli anni di prigionia si è dedicato alla scrittura e allo studio; esperto di chimica, ha fabbricato da sé il materiale da lavoro. Tocca a Edmond raccontare la propria storia; dopo aver riflettuto, l’abate cita un assioma giuridico.
A chi poteva giovare la sua scomparsa?
Guidato da Faria, il ragazzo arriva a vedere per la prima volta; un fulmine fa luce nel buio in cui si è dibattuto. Medita a lungo; dopo ore veloci come secondi, formula un terribile giuramento. Affascinato dal sapere dell’abate, gli chiede che lo istruisca; ha sete di conoscenza. Faria gli mostra un foglio, per metà bruciato; con l’aiuto di questo frammento, ha ricostruito l’originale. Non è la farneticazione di un pazzo; il tesoro esiste davvero. Se fuggiranno insieme, lo divideranno a metà; se gli accadesse qualcosa, apparterrà solo a Dantès. L’abate accusa il terzo accesso della malattia, il più violento; mentre fa di tutto per salvarlo, Edmond ne raccoglie il testamento morale. La luce livida del mattino fuga ogni dubbio; in preda al terrore, il giovane scappa nella propria cella.
L’idea della morte torna a sedurlo; il ricordo del giuramento risveglia l’istinto vitale. Ma come uscire dalla segreta se non da cadavere? Dopo lo sconforto, la risoluzione; forse è proprio Faria a suggerirgli la via di fuga. Uno due tre; il volo, un rumore sordo, il gelo. Il cimitero del castello d’If accoglie Dantès. Esaurite le forze, il naufrago rivolge a Dio un’ardente preghiera; ecco che il Cielo gli tende una mano. Rientrato nella Storia, apprende che è il 28 febbraio 1829; sono passati quattordici anni dall’arresto. Il ragazzo è diventato un uomo; ha la stessa età di Cristo. Un lampo di odio si accende negli occhi; vittima incolpevole, rinnova il giuramento di vendetta.
Il conte di Montecristo racconta lo sbarco sull’isola del tesoro; per un sentiero sperduto, Dantès raggiunge le grotte. Lavora di piccone, accende una miccia; davanti a lui, un antro scuro. Rammenta il testamento di Faria; nell’angolo più lontano della seconda apertura. Edmond riconosce lo stemma sul baule; l’abate glielo aveva disegnato tante volte. Còlto da una febbre vertiginosa, chiude gli occhi; li riapre. Affonda le mani in quella lucentezza, sospeso tra sogno e realtà; placato il tumulto, comincia a credere alla sua fortuna.
A Genova compra uno yacht; tornato sull’isola, sistema il tesoro nell’armadio segreto in cabina. L’ottavo giorno riceve due tristi notizie; è ora di fare rotta su Marsiglia. Ritroviamo una vecchia conoscenza; abbandonato ago e filo, Caderousse gestisce una locanda. Il sole di mezzogiorno picchia sulla strada bianca; nonostante l’ora torrida, un prete si presenta alla porta. Cerca l’albergatore; gli chiede se ha conosciuto un certo Edmond Dantès.
Il volto di Caderousse si imporpora; certo che conosceva quel povero ragazzo. Nella sua ultima ora, l’abate gli ha somministrato i conforti religiosi; il morente lo ha incaricato di far luce sulla sua disgrazia. Edmond avrebbe ricevuto un grosso diamante da un compagno di prigionia; desiderava lasciarlo in eredità a tre buoni amici. In qualità di esecutore testamentario, l’abate chiede di loro; Caderousse trasale. È un sacrilegio ricompensare il tradimento; l’ex sarto attribuisce colpe a molti, riconosce meriti a pochi. Racconta dell’onestà di Morrel; un giusto perseguitato dalla sventura. Racconta della ricchezza del barone Danglars; del prestigio del conte di Morcef e della sua sposa, una delle più grandi dame di Parigi. Un inglese consulta il registro delle prigioni; il fascicolo di Edmond Dantès svela la doppiezza di Villefort.
La ditta Morrel è sull’orlo del fallimento; l’unica speranza è rientro del Pharaon. La ragazza chiede perdono al padre; non vorrebbe annunciare quella notizia. L’inglese concede all’armatore una dilazione; il 5 settembre tornerà per riscuotere il credito. Morrel ha combattuto, fino allo stremo delle forze; tutto è perduto. Il giorno è arrivato; l’orologio segna quasi le undici del mattino. È finita; il nome di Morrel non si macchierà di disonore. Come promesso, Simbad il marinaio ha inviato la lettera; una voce gioiosa invoca il padre. L’orologio segna le undici.
Dimenticato nelle segrete del castello, Edmond Dantès tornerà come un cadavere dalla tomba; pietoso e terribile, il suo nome risuonerà ancora sulle labbra del conte di Montecristo.
“Mi sono sostituito alla Provvidenza per ricompensare i buoni; che il Dio vendicatore mi ceda il suo posto per punire i malvagi!”

Come Cristo, Dantès è oppresso e calunniato; come Cristo, attraversa la passione e la morte. Come Cristo risorge; la rinascita nel conte di Montecristo è possibile solo grazie a Faria. L’abate gli fornisce i due strumenti su cui fonderà la vendetta; un’immensa ricchezza e un sapere enciclopedico. Il conte rivendica un ruolo eccezionale; sarebbe un essere superiore, pari all’angelo di Tobia e ad Attila. Ha voluto essere la Provvidenza; ha ambìto al potere più sublime, quello di premiare e punire. Grato, ha ricompensato gli amici; quanto ai nemici, guai a loro. Il conte non crede nella Giustizia umana; imperfetta, non ripaga le sofferenze morali.
La sua teoria osserva il principio “occhio per occhio, dente per dente”; a un dolore divorante e inestinguibile, Montecristo ne restituisce uno analogo. In dieci anni prepara la vendetta, meditata a lungo e a fondo; con la costanza dell’atleta, allena le proprie facoltà psicofisiche. Con l’attenzione dello stratega, studia il nemico; colpisce con la terribile calma di un nume. Verso la fine del suo cammino, il conte vacilla; ma il dubbio è un lusso che non può concedersi. Con l’aiuto di Dio, ha prevalso sui nemici; per grazia di Dio, ottiene il perdono. Come Satana, si è creduto uguale a Lui; con l’umiltà di un cristiano, ha riconosciuto la Verità. Solo il Signore detiene la suprema potenza e la saggezza infinita; fino al giorno della rivelazione, i mortali devono aspettare e sperare.
Il conte di Montecristo chiama ogni essere umano a interrogarsi.
La vendetta guarisce? Ha il sapore dolce della pace o quello amaro del rimorso?
Written by Tiziana Topa
