Parigi degli anni folli: la rappresentazione simbolica della boxe e della danza

Alla fine della Grande Guerra, su Parigi aleggia un’atmosfera di fermento artistico e intellettuale senza eguali. All’ombra della torre Eiffel e sulle due rive della Senna, non si contano i laboratori di idee pronti a far esplodere altrettante sperimentazioni di creatività.

Parigi Joséphine Baker Battling Siki
Parigi Joséphine Baker Battling Siki

Artisti, scrittori, librai, giornalisti, fotografi e anche sportivi, che con le loro vite segnano gli anni Venti, sono gli uomini e le donne della “generazione perduta”, secondo la definizione di Gertrude Stein. In questo caos creativo, il culto del primitivismo e l’estetica che richiama al mito del “buon selvaggio”, che ha conosciuto il suo concetto seminale nel naturalismo di Zola, diventa prima un’attrazione, poi una moda, frutto del più vasto fenomeno dell’avanguardia che dal simbolismo al cubismo, dal surrealismo alla pop art include movimenti assai diversi fra loro. Il rifiuto della storia europea, unito al recupero dei valori dei popoli primitivi e delle civiltà africane, ne è il tratto distintivo; la statuetta o la maschera apotropaica proveniente dall’Africa si fanno preferire alla Venere di Milo, e “Les Domaiselles d’Avignon” di Picasso rappresenta plasticamente questa tendenza, inaugurando, di fatto, l’arte contemporanea.

L’estetica nera, quella che Guillaume Apollinaire definisce “melanofilia”, e che induce André Breton a esortare i francesi a negrizzarsi, trova in quegli anni una rappresentazione simbolica in due figure apparentemente inconciliabili: la danzatrice e il boxeur. Il primitivismo modernista, con la ricerca di uno stile elegante ma al contempo barbarico, che rompa con gli stilemi artistici del passato ed esalti una espressività incorrotta, si personifica alla perfezione in una danzatrice, Josephine Baker, e in pugile, Siki “Championzee”. Le nuove sonorità della musica e dei balli americani, dal jazz al charleston, scandiscono i ritmi di uno spirito nuovo, di una modernità finalmente libera da costrizioni, e l’uomo lottatore e la donna danzante diventano sineddoche di una differente visione estetica.

Joséphine Baker nasce il 3 giugno 1906 a Saint Louis, nel Missouri. Figlia di un contadino e di una lavandaia, si appassiona alla danza in giovanissima età. Dopo aver sposato poco più che bambina William Baker, figlio del proprietario di un ristorante di Philadelphia, ed essersi trasferita a New York, esordisce nei locali di Harlem e a soli sedici anni viene ingaggiata in una celebre rivista proposta nei teatri di Broadway, dove il musical, erede del vaudeville ma ibridato con l’operetta, è il nuovo genere di spettacolo che definisce il gusto degli americani.

Nel 1925 Joséphine è l’Harlem dancer, evocata anni dopo in una poesia di Claude Mackay. Al culmine del successo, decide di trasferirsi nel vecchio continente, e Parigi rappresenta la città ideale per realizzare i suoi sogni artistici. Sbarca a Le Havre, e come tanti suoi connazionali yankee da lì raggiunge Parigi in treno, approdando alla Gare St. Lazare. Protagonista dello spettacolo “la Revue Negre”, alla Baker bastano poche serate per ammaliare il pubblico del teatro dei Champs-Elysees. I capelli corti e neri incollati al capo, alla moda dell’attrice americana del cinema muto Louise Brooks, le gambe in continuo e frenetico movimento, le perfette battute di tacco e punta ai ritmi del charleston, in pochi mesi la Baker diventa l’ètoile delle serate parigine, e la sua dance sauvage suscita scene di fanatismo al limite dell’isteria. Assistendo ai suoi spettacoli, il pubblico osannante entra in uno stato di trepidazione ed ebbrezza, e non si contano gli uomini che le inviano proposte di matrimonio.

Nel 1927 avviene il debutto come cantante: “La canne a sucre”, “Yes, we have no bananas”, “J’ai deux amours, mon Pays et Paris” diventano subito strepitosi successi. Le sue tournée all’estero rappresentano eventi planetari, compreso lo spettacolo di Roma, che, favorito dall’amico fraterno Ettore Petrolini, viene parzialmente censurato dal regime fascista. Luigi Pirandello è un suo ammiratore, Georges Simenon segue sempre gli spettacoli seduto in prima fila, Jean Cocteau le dedica un’ode, e Paul Colin titola “Le Tumulte noir” una serie di famose litografie, contrapponendo la Baker alle danzatrici vestite di bianco protagoniste dell’evento mondano “Bal Blanc”, organizzato dalla mecenate Mimi Pecci, famosa per il suo salotto letterario. Seguono gli anni al music-hall “Le Folies Bergère”, dove la Baker diventa per tutti i francesi la “Venere Nera”, facendo impazzire Parigi al ritmo delle frenetiche danze ballate con il famoso gonnellino composto da sedici banane.

Dopo aver interpretato con successo anche diversi ruoli cinematografici, allo scoppio della Seconda guerra mondiale la Baker è reclutata come agente del controspionaggio militare a Parigi, dedicandosi, inoltre, a numerose attività a favore della Croce Rossa. A fine conflitto le sarà assegnata la Croix de Guerre e la Legion d’Onore. Stabilitasi con Jo Bouillon, direttore d’orchestra e suo quarto marito, nel castello rinascimentale Chateau des Milandes, con più di trenta camere e quattrocento ettari di terreno, la Baker decide di adottare bambini abbandonati provenienti da ogni angolo del mondo. Comincia con il giapponese Akio, e arriva ad averne dodici, che compongono la sua “tribù arcobaleno”.

Il castello si trasforma in un centro di fratellanza, il marito, però, mal sopporta la vita caotica che viene condotta nella tenuta, e quando infine, esasperato, si trasferisce in Argentina, una lunga serie di difficoltà economiche porteranno in pochi anni alla perdita del castello. A quel punto Joséphine Baker si vede costretta a riprendere le esibizioni per garantire la sussistenza a tutta la sua tribù. In quegli anni sono numerosi i suoi ritorni in patria, soprattutto per sostenere la causa del Movimento per i Diritti Civili.

Il 28 agosto del 1963 è a Washington, a fianco di Martin Luther King, per manifestare contro la segregazione razziale delle popolazioni di colore. L’11 aprile 1975, dopo uno spettacolo al music-hall Bobino di Parigi che celebra il venticinquesimo anno dal suo debutto nella capitale, alla presenza, fra gli altri, della Principessa Grace di Monaco, sua grande amica, la Baker è colta da un malore. Muore nel volgere di poche ore, la mattina del 12 aprile, per una emorragia cerebrale, all’età di sessantanove anni. Il giorno del suo funerale, più di ventimila parigini fanno ala fra le vie della città per l’ultimo saluto alla “Venere Nera”. Il governo francese l’omaggerà con ventuno colpi di cannone, unica americana della storia ad essere sepolta con gli onori militari.

Il 12 aprile 1976, in occasione di una commemorazione privata, a un anno dalla scomparsa, la “tribù arcobaleno” si riunisce a Parigi per l’ultima volta, nel ricordo dell’esile donna di colore del Missouri che, fiera delle sue umili origini, ha lottato per tutta la vita contro pregiudizi e ingiustizie.

In quegli stessi anni, uno sportivo sta suscitando clamore nella capitale francese. Il suo nome è Amadou M’Barick, è nato il 16 settembre 1897 a Saint Louis, nel Senegal, l’Africa occidentale francese, e all’età di dieci anni si è trasferito a Marsiglia, dove ha lavorato come lavapiatti in un ristorante. Colpito dalla sua predisposizione fisica, un allenatore di pugilato l’avvia alla noble art. Disputa sedici incontri, senza essere mai sconfitto.

Allo scoppio della Grande guerra si arruola nell’ottavo reggimento coloniale, composto da soli africani. Si distingue in combattimento, ottenendo la Croce di guerra al valor militare. Terminato il conflitto, Amadou riprende la sua attività di professionista col nome di “Battling Siki”, Siki il combattente, e il suo manager, A.M. Heller, ottiene la possibilità di sfidare nientemeno che il campione dei pesi mediomassimi in carica, l’osannato George Carpentier, idolo dei francesi. Siki è uno dei primi uomini di colore a poter ambire al titolo in Europa. L’incontro è previsto per il 24 settembre 1922, al Buffalo Stadium de Montrange dove, davanti a quarantamila spettatori, sovvertendo tutti i pronostici, il pugile africano, grazie a una condotta aggressiva e coraggiosa, vince per ko alla sesta ripresa, mandando in visibilio una folla inizialmente ostile e tutta dalla parte di Carpentier.  Il suo manager, cavalcando la popolarità del momento, con una ardimentosa metafora lo accosta ad un gorilla a cui è stato insegnato a boxare; i paragoni col campione americano di colore Jack Johnson si sprecano.

Nasce il mito Siki “Championzee”, e il pugile si presta perfettamente a rappresentare il primitivo che sconvolge lo spirito borghese e la cultura dominante, secondo i dettami del dadaismo di Tristan Tzara e Hans Arp. D’altra parte, il linguaggio della boxe permette di accantonare l’accademismo e di dare il benvenuto al modernismo.

“L’enfant de la jungle”, altro soprannome dato al pugile, diventa un’attrazione delle serate parigine. Lo si trova a bere assenzio presso il caffè “Closerie des Lilas”, al 171 rue du Montparnasse, con ghette, redingote e monocolo, spesso accompagnato da un cucciolo di leone al guinzaglio. Il suo nome rivaleggia in popolarità con quelli di Maurice Chevalier e Mistinguette, la celebre coppia di cantanti e attori francesi. Al culmine della popolarità, il suo manager riesce a strappare una borsa cospicua per una sfida da disputarsi a Dublino, nel giorno di San Patrizio del 1923, contro la gloria nazionale Mike Mc Tigue. Siki però odia i viaggi per mare, custodendo ancora l’angoscioso ricordo di quello che aveva dovuto affrontare da bambino, per raggiungere il porto di Marsiglia dal nativo Senegal. Ma l’occasione è troppo allettante, e Siki viene fatto ubriacare e imbarcato alla volta di Dublino. Il 17 marzo 1923, Mc Tigue sconfigge il frastornato Siki in quattordici riprese.

Dopo quell’incontro, la sua popolarità comincia a scemare, e le serate nei caffè della capitale francese diventano nulla più che un ricordo. Trasferitosi a New York, il pugile senegalese conosce un rapido declino.

A differenza della “Venere nera” Joséphine Baker, che resterà icona indelebile nella memoria di una città e di un intero paese, di “Battling Siki” Parigi si dimentica molto in fretta. Nel 1925 Amadou M’Barick viene trovato privo di vita con due proiettili calibro trentotto nella schiena in un vicolo di Hell’s Kitchen, uno dei quartieri più malfamati di New York. La sua fine rimarrà circondata da un alone di mistero. Nel dicembre del 1993, i suoi resti saranno esumati e trasferiti in Senegal, dove, tutt’oggi, rappresenta una leggenda nazionale.

Parigi, crocevia di novità artistiche, con i suoi cabaret, le librerie di Saint-Germain-des Prés, i suoi café letterari, dal Deux Magots al Flore, con il caffè e la birra “esistenzialisti” consumati en terrasse, i suoi bistrò dove, fra erranti bohémien, transitano in quegli anni John Dos Passos, Francis Scott Fitzgerald, Ezra Pound, James Joyce, Gertrude Stein, Pablo Picasso, Giorgio De Chirico, Alberto Savinio, Sergei Prokofiev, Sergei Eisenstein, Vladimir Maiakovski, Jean Cocteau, Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Samuel Beckett.

Parigi, la ville lumière, teatro dell’ultima vera ed autentica ondata di edonismo decadente.

Parigi, dove al caffè “Le Falstaff” al 42 rue du Montparnasse ci si può imbattere in un giovane corrispondente del “Toronto Star Weekly” e grande appassionato di pugilato, Ernest Hemingway, alle prese con lo scrittore canadese Morley Callaghan in un improvvisato incontro di boxe. Quella sera, l’arbitro, ubriaco, si dimentica di segnalare la fine del combattimento, e il giorno dopo i due vengono trovati malconci e addormentati. D’altra parte, in quegli anni folli, la vita notturna nella capitale francese è una continua festa mobile.

 

Written by Maurizio Fierro

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *