“L’America di Trump”: Maurizio Molinari dialoga con Annalisa Cuzzocrea sugli scenari globali

Molto interessante quest’iniziativa presa da la Repubblica di pubblicare tre libretti che prendono in esame le più grandi potenze a livello globale, e i relativi leader, attraverso altrettante interviste di Annalisa Cuzzocrea a esperti di Geopolitica.

L'America di Trump Maurizio Molinari Annalisa Cuzzocrea
L’America di Trump Maurizio Molinari Annalisa Cuzzocrea

In questo libro “L’America di Trump”, Cuzzocrea intervista Maurizio Molinari, a sua volta giornalista, a lungo corrispondente dagli Stati Uniti.

Per capire l’America di Donald Trump occorre avere seguito l’ascesa di quest’ultimo fin dall’inizio del suo primo mandato, come ha fatto Molinari, il quale ha inoltre potuto comprendere da cosa derivi la forza che ha portato il tycoon a vincere nuovamente le elezioni nel 2024 dopo il vergognoso assalto al Campidoglio da parte dei suoi sostenitori nel 2021.

Ma veniamo all’intervista. Alla domanda su cosa definisca più di tutto Trump, Molinari risponde che è la convinzione che tutto passi attraverso gli accordi. Però io non parlerei di “arte dell’accordo”, poiché nel caso del tycoon gli accordi derivano dalla capacità di piegare il più debole ai propri interessi. Pare che sia un metodo che viene dal mercato immobiliare di Manhattan, il più brutale e spietato del mondo intero.

Molinari mi convince particolarmente quando spiega come Trump incarni uno spirito americano che noi europei non conosciamo. Perché l’America che noi conosciamo è quella generata dalla reazione a Pearl Harbor nel 1941, quella che ha guidato le democrazie europee prima contro il nazifascismo e poi contro il totalitarismo sovietico.

L’America che rappresenta Trump è invece quella chiusa, ultraconservatrice, isolazionista, sostenuta anche dai libertanian (da notare come il termine “libertario” in questa accezione abbia un significato ben diverso da quello che intendiamo noi europei). L’America del tycoon non è né repubblicana, né democratica, crede solo nell’individualismo assoluto.

Ad una domanda sul tipo di contrasto che Hillary Clinton sta portando a Trump, quando definisce controproducente la sua iniziativa sui dazi, Molinari risponde affermando che questo tipo di opposizione

praticata sia nel 2020 che oggi, anche da Kamala Harris, sia essenzialmente sbagliata, perché fare campagne “contro” non serve a vincere le elezioni in America. A me pare che invece Harris avesse avanzato anche tante proposte in positivo, non solo contro. Questione di punti di vista.

Ad esempio, il punto di maggiore forza nel programma politico di Trump è la guerra senza tregua agli immigrati illegali, secondo Molinari un tema rispetto al quale i democratici non hanno ancora trovato una risposta adeguata ed efficace, al di là delle pur giuste critiche.

Inoltre, sempre secondo Molinari, un’altra debolezza dei democratici è il non avere oggi un potenziale candidato con una netta possibilità di affermazione in opposizione a Trump.

Una pur brava deputata come Alexandra Ocasio-Cortes paga il fatto di essere donna, altri, anche maschi, sono afroamericani o esponenti della sinistra liberal quindi, secondo Molinari, con poche chance di successo.

Da un lato, evidentemente, l’America non è ancora pronta ad una donna presidente, dall’altro i cosiddetti wasp, pur essendo numericamente inferiori nella popolazione, votano in percentuali maggiori.

Anche questi elementi spiegano il successo di Trump.

Ugualmente la sfida con la giustizia è stata vinta da Trump, grazie alla sua immagine di leader antisistema, che ha potuto portargli il voto di molti elettori solitamente astensionisti. Di conseguenza il potere giudiziario ha perso molta fiducia da parte del popolo. Con Trump sembra avere vinto il potere esecutivo a scapito degli altri due, consentendo al presidente di rivestire sempre più un ruolo di leader neopopulista, grazie anche al legame diretto leader-popolo rafforzato dai social-network.

Per Molinari la cultura woke, intendendo con questo termine l’estremismo della sinistra radicale sostenendo i diritti gender, ha contribuito a sviluppare un’aggressività nei confronti della famiglia tradizionale che a sua volta ha portato consenso allo sviluppo di un estremismo di segno opposto in Trump e nelle sue politiche.

Un altro tema sul quale Trump sembra aver ottenuto, purtroppo, il consenso degli americani, è quello del “governo minimo”, cioè la volontà di ridurre le dimensioni del governo federale tagliando tutti quei rami che implementano la spesa pubblica e generano, secondo lui, burocrazia inutile e corruzione. In sintonia con l’ideologia dell’ultradestra bianca.

A partire da ciò, il tycoon ha affidato a un soggetto come Elon Musk il ruolo, non ben chiaro dal punto di vista istituzionale, di “potatore”, a imitazione del presidente argentino con la motosega, Javier Milei. 

D’altra parte, anche la fuoriuscita dalla OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) congiuntamente all’ostilità ai vaccini è il legame più diretto all’estrema destra americana, a quei gruppi suprematisti che si alimentano di “complottismo, attribuendo al governo federale ogni sorta di danni contro la salute dei cittadini americani.

La nomina di Robert Kennedy Jr. a ministro della sanità va a sancire questo patto scellerato con i movimenti No Vax.

Ovviamente, la politica che sta portando avanti Trump in questi suoi primi mesi di governo sta aprendo profonde crepe con l’opinione pubblica americana a cominciare dalla grazia concessa agli assalitori del Congresso nel 6 gennaio 2021. Altre crepe si sono aperte nei confronti delle migliaia di funzionari del governo federale licenziati da un giorno all’altro. Ciò è stato visto come un’aggressione ai propri diritti, un’offesa al proprio lavoro, una dimostrazione di disprezzo verso chi ha dedicato anni e anni della sua vita al governo federale.

Un’altra grossa crepa si è aperta nei confronti delle Università americane a cui sono stati tagliati i fondi federali.

Cuzzocrea chiede poi a Molinari se l’America abbia iniziato un percorso che conduce a uno sbocco autoritario. Al che Molinari risponde che: «… è evidente che in una nazione basata sui “checks and balance” fra i diversi poteri, se l’esecutivo dovesse imporsi sugli altri, saremmo sul terreno di una declinazione autoritaria del governo».

Purtroppo l’ideologia di Trump e di tutti i suoi accoliti è molto vicina a quella del premier magiaro Viktor Orban o, addirittura, dell’ideologo putiniano Alexander Dugin. Sempre secondo Molinari i prossimi mesi ci diranno quanto gli americani sono disposti a battersi per il mantenimento dello stato di diritto.

Avviandosi alla conclusione dell’intervista la giornalista Cuzzocrea interroga Molinari sulla guerra dei dazi e sulla politica internazionale.

Ciò che Trump intende fare con la sua iniziativa apparentemente sconclusionata sui dazi è innanzitutto far rientrare le aziende manifatturiere USA, che in passato hanno delocalizzato, dentro i confini nazionali, secondariamente ridurre il deficit commerciale, vero tallone d’Achille dell’economia nazionale e infine aumentare le entrate fiscali. I dubbi su questa strategia sono tanti e provengono da più parti.

Anche le previsioni di Goldman Sachs sono per niente ottimistiche, prevedendo che tutto ciò porterà l’America ad avere più inflazione, minor crescita e più disoccupazione, insomma, un quadro complessivo per niente roseo. L’attuale andamento di Wall Street conferma tali timori.

Veniamo alla politica internazionale. Ciò che Trump vorrebbe quando parla del Canada come 51.mo stato degli USA è creare un unico spazio economico in Nord America, con una capacità produttiva nei settori della manifattura e dell’energia tale da poter sfidare la Cina. Ma la risposta sinora pervenuta dal Canada esprime la volontà di non sottomettersi e di difendere la propria diversità e autonomia. Con la Groenlandia è un’altra storia, ma, in ogni caso, la Danimarca si oppone con fermezza alle mire americane, pur essendo disponibile ad accordi.

Un intervento militare in Groenlandia significherebbe per gli Starti Uniti sfidare l’Alleanza atlantica della quale anche Copenaghen fa parte.

Per quanto riguarda l’Ucraina, Trump è convinto che dopo avere ottenuto il massimo di concessioni da Zelenskij può accordarsi con Putin.

Al momento dell’intervista ne “L’America di Trump” Molinari prendeva atto che, data la posizione mantenuta dalla Russia non c’era possibilità di accordo. Ora la situazione è peggiorata, per Putin pare non esserci alcuna mediazione possibile, per lui, semplicemente, l’Ucraina in quanto stato indipendente e autonomo da Mosca non può esistere. Putin sembra non volere accordi di pace ma, soltanto, vincere, come hanno sempre fatto tutti i peggiori dittatori.

Ad un’ulteriore specifica domanda di Cuzzocrea, Molinari fa presente che tra Trump e la Russia c’è un pregresso di intesa personale e politica. Durante il primo mandato di Trump alla Casa Bianca furono molti gli incontri tra i due che lasciavano intendere una grande sintonia, se non un’amicizia. Anche sul piano economico il tycoon ha un passato di rapporti commerciali con la Russia grazie ai quali le sue aziende hanno superato fasi di grande difficoltà finanziarie.

Il futuro dei rapporti tra Stati Uniti e Russia richiederà una più forte presenza dell’Europa a livello geopolitico se vorrà difendere una propria sfera di influenza e non subire la prepotenza delle grandi potenze. Per questo ormai è dirimente che l’Europa si doti di una propria difesa comune in grado di affrontare scenari imprevedibili che potrebbero avverarsi in tempi rapidi.

Venendo al Medio Oriente, secondo Molinari, Trump condivide la posizione di Nethanyahu sul fatto che Hamas deve scomparire dalla striscia di Gaza, la quale dovrà essere completamente ricostruita sotto il controllo diretto di Israele.

Trump vuole ora riprendere gli Accordi di Abramo che Israele firmò nel 2020 con Bahrein, Emirati Arabi Uniti e Marocco ed estenderli all’Arabia Saudita. D’altra parte, fare saltare gli  Accordi di Abramo pare sia stato l’obiettivo primario dell’attacco del 7 ottobre 2023.

L’intervista si conclude con un richiamo al tentativo in atto di assoggettare i media attraverso l’uso spregiudicato dei digital media, bypassando l’intermediazione giornalistica per creare un collegamento diretto tra leader e pubblica opinione, grazie anche al sostegno nel campo della comunicazione digitale dei nuovi tecno-oligarchi americani come Elon Musk, Mark Zuckerberg, Tim Cook e Jeff Bezos.

Questi ultimi pare che vogliano sfruttare Trump per rafforzarsi ulteriormente su scala globale. La Cina si sta affacciando pericolosamente a livello globale quale temibile concorrente sul fronte dell’intelligenza artificiale e dei relativi “Data Center”.

Cuzzocrea pone ancora una domanda sul ruolo della propaganda nell’ascesa di Trump, soprattutto attraverso la forza dell’algoritmo. Da questo punto di vista Molinari conferma i timori di Cuzzocrea ricordando come i 200 milioni di dollari donati da Musk abbiano consentito a Trump l’uso degli algoritmi più sofisticati nel settore.

L’intervista nel volume “L’America di Trump” si chiude con un richiamo di Cuzzocrea al politologo Ian Bremmer, il quale sostiene che la democrazia non è fatta per sopportare una combinazione simile di soldi e disinformazione. Risponde Molinari: «La democrazia deve adattarsi al tempo che cambia. Rinnovarsi significa diventare più forti e resilienti. Possiamo vincere la sfida degli algoritmi se inizieremo a studiarli. E se sapremo scriverli».

È questo di Molinari un invito all’Unione Europea e ai suoi paesi?

 

Written by Algo Ferrari

 

Bibliografia

Annalisa Cuzzocrea, Maurizio Molinari, L’America di Trump, la Repubblica, 2025

 

 

Un pensiero su ““L’America di Trump”: Maurizio Molinari dialoga con Annalisa Cuzzocrea sugli scenari globali

  1. Non credo assolutamente che l’America non sia pronta a un presidente donna. L’unica colpa che si può imputare a Alexandra Ocasio-Cortes è quella di aver avuto il coraggio di prendere in mano una campagna elettorale fallimentare con poco tempo a diposizione per correggere la rotta intrapresa. Se era lei la candidata alla presidenziali fin dall’inizio e si presentava con un suo programma, molto probabilmente poteva avere buone possibilità di essere l’attuale presidente.
    Nel contrastare il peso politico dell’America nelle politiche globali doveva essere l’Europa. Oggi l’Europa è un continente vecchio, stanco e senza la forza di reagire per proporre una valida alternativa. Forse l’attenzione non dovrebbe essere puntata sulle scelte della politica interna di Trump ma dobbiamo puntare l’attenzione alla politica estera che ci riguarda da vicino e porre la domanda come noi europei ci possiamo sollevare dalla posizione in cui si trova l’Europa.
    è un dato di fatto che l’Europa è un continente vecchio dove la popolazione va sempre meno figli e che al suo interno convivono troppe differenze sociali e economiche. Tutto questo sta portando il nostro continente ad essere sempre più debole a livello di politica globale ed economica

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *