“Eva e Barbablù” di Emma Fenu e Pier Bruno Cosso: una pièce teatrale sull’abuso familiare

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“Per me si va ne la città dolente,/ per me si va ne l’etterno dolore,/ per me si va tra la perduta gente./ Giustizia mosse il mio alto fattore:/ fecemi la divina podestate,/ la somma sapienza e ’l primo amore./ Dinanzi a me non fuor cose create/ se non etterne, e io etterno duro./ Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”./ Queste parole di colore oscuro/ vid’io scritte al sommo d’una porta;/ per ch’io: «Maestro, il senso lor m’è duro».” Dante Alighieri, incipit del III canto dell’Inferno, vv. 1-12

Eva e Barbablù di Emma Fenu e Pier Bruno Cosso
Eva e Barbablù di Emma Fenu e Pier Bruno Cosso

Eva è la prima donna, colei che ha avuto la colpa di mangiare la mela, affermare la propria curiosità e tentare Adamo. Barbablù è un personaggio apparso inizialmente nelle storie del francese Charles Perrault (1628-1703), l’inventore della fiaba moderna che ha raccolto i racconti orali nell’opera Racconti e storie del passato con una morale, con sottotitolo o titolo alternativo I racconti di mamma l’oca (1697).

Storie eterne come Cappuccetto Rosso, Barbablù, La bella addormentata, Pollicino, Cenerentola e Il gatto con gli stivali devono a lui la nascita in chiave letteraria.

Le fiabe di Perrault, si diceva, sono intrise di morale e in effetti anche al termine della vicenda di Barbablù si trova scritto quanto segue: “Da questo racconto, che risale al tempo delle fate, si potrebbe imparare che la curiosità, massime quando è spinta troppo, spesso e volentieri ci porta addosso qualche malanno”.

Qui la morale è chiaramente costruita in un’ottica che oggi noi chiameremmo misogina, in quanto la colpa non sarebbe tanto nell’abuso perpetrato da Barbablù nei riguardi della sua sposa, come è noto, vietare l’accesso alla “stanza della vergogna”, quanto il desiderio della donna di entrarvi: la curiosità è donna, si dice, non a caso ancora oggi.

Tale curiosità in effetti si allinea anche con il personaggio di Eva anche lei punita, in un certo senso, dalla sua eccessiva sete di conoscenza, che la porta a mangiare la mela vietata da Dio e ad indurre a sua volta in tentazione anche Adamo: quest’ultimo, infatti, chi incolperà quando Dio lo richiamerà per aver mangiato il frutto proibito? Ovviamente, la donna che il Signore gli ha posto accanto.

Faccio notare solo curiosamente che nella versione definitiva delle fiabe dei Grimm la storia di Barbablù non è annoverata. Inoltre, nel corso dell’evoluzione letteraria e culturale, la vicenda di Barbablù è stata rivista, rivisitata, riscritta, modificata, adattata da vari autori e autrici; quella di Pier Bruno Cosso ed Emma Fenu è una di queste rielaborazioni, forse la più recente e sicuramente una delle più originali.

La novità sta innanzitutto nell’accostamento di Barbablù ed Eva: la moglie dell’uomo non resta anonima in questo testo, ma si identifica nella donna per eccellenza simbolo della curiosità. Non a caso, infatti, così si legge nella dedica: “A tutte le Eve che non hanno potuto raccontare la propria storia”.

Altra novità risiede nella forma scelta dai Nostri, quella teatrale. Infatti il testo è scritto come una pièce ed è quindi pensato per la realizzazione della stessa. Secondo me in tale caso (come dovrebbe del resto sempre essere), la forma è sostanza in quanto la forma drammatica, consentendo ai personaggi di dialogare tra di loro davanti ad un pubblico, valorizza le parole degli stessi, enfatizzando gli elementi di novità “raccontati” in questa storia. Tali elementi sono rintracciabili sostanzialmente nella forte attualizzazione del testo, realizzata però in modo non banale, bensì intelligente e critico.

L’obiettivo, secondo me, è quello di far emergere il parossismo a cui possono condurre la misoginia e la violenza di genere, fenomeni che prima di tutto emergono a parole. I fatti ne sono una tragica conseguenza.

La pièce si divide in otto atti anticipati da una prefazione e chiusi da una postfazione, entrambe a cura di Veronica Sicari, avvocata, scrittrice e operatrice nonché vicepresidente del Centro antiviolenza di Catania.

La prefazione parte dalla storia raccontata per spaziare a tutto tondo sul tema della violenza maschile sulle donne, vista come un fenomeno che, in quanto caratterizzato da una “matrice… culturale” necessita di un “percorso di prevenzione e mutamento della società”. Si tratta, continua la Sicari, di un’“attività… complessa, impegnativa” che “presuppone lo sforzo di tutti a decostruire gli schemi sociali con i quali siamo cresciuti e che abbiamo imparato a percepire come normali”. E poi aggiunge anche l’importanza delle associazioni, dei Centri antiviolenza e della letteratura, tutti fattori che possono contribuire alla nascita di una “cultura di genere che combatta gli stereotipi sessisti, e che promuova inclusione e rispetto reciproco”.

Sicari conclude riprendendo Eva e Barbablù come esempio di opera letteraria in linea con tale direzione e in grado di mostrare in modo disincantato “l’enorme contrasto tra le parole apparentemente d’amore usate dall’abusante, e il vero peso delle sue azioni”.

Tale contrasto è quello che viene fuori in modo sempre più crescente nell’ambito degli otto atti che costituiscono l’opera. Quest’ultima inizia in medias res.

Eva e Barbablù vivono in un bellissimo appartamento moderno e tutto sembra un idillio con lui che si sente un privilegiato a tornare dopo il tennis da colei che definisce “la padrona del mio cuore”. Quest’ultima in realtà si sente sola in questa nuova casa, ma spera che l’amore possa contribuire a rendere più percepita come propria la dimora condivisa.

Eppure già dalle prime battute emerge qualcosa che non va: Eva, secondo Barbablù, dovrebbe essere più solerte a cucinare per lui, come notato anche dalla madre di lui, figura che aleggia in modo pesante sulla coppia, a dire e a non dire come dovrebbe comportarsi la giovane moglie.

Il dialogo costante, che di fatto porta avanti tutta la narrazione, è un continuo andirivieni e una continua escalation in cui lui magari loda la donna, salvo precisare che lei sarebbe perfetta se avesse una determinata caratteristica; lei inizialmente prova a rispondere in modo divergente; poi, però, quando lui, non contento di tale risposta divergente, porta il discorso sul solco dell’aggressività e della violenza verbale, lei cede, scusandosi e sminuendosi. Perché? Per paura, per abitudine, per mancanza di autostima.

Propongo un esempio fra i tanti, senza però svelare tutta la trama. Siamo nel secondo atto e i due sono in tensione a ripetersi reciprocamente le accuse. Lui in particolare le rinfaccia di giocare sempre con il cellulare, lei si difende affermando che sta solo inviando un messaggio di auguri alla cugina e aggiunge: “Non mi controllare come se fossi la tua prigioniera, mi fai stare male, mi angoscia”; e lui: “Tutte scuse. Se non me lo vuoi dare è perché nascondi qualcosa che di sicuro mi farà arrabbiare. Se non c’è niente di strano dammelo, ora. Altrimenti dopo sarà peggio”.

Il dialogo prosegue e lei, ad un certo punto, fa: “Mi ero illusa che fossi il primo a non credermi una stupida e una fallita. Anche per mia madre lo sono e sempre lo sono stata, fin da bambina, quando ero la peggiore ai saggi di danza a cui lei teneva tanto”.  E lui, più avanti, sapendo benissimo miscelare stupri causa, gratificazione e penalizzazione (come sanno fare benissimo le persone tossiche): “è vero, ero innamorato pazzo di te e ti vedevo come la donna perfetta, bellissima, forse un po’ ingenua. Ma questo è sempre stato un tuo grande pregio, una tua bellezza interiore… Che bisogno hai di uscire, di vedere gente? Rischi di perdere la mia stima, la mia protezione”. E lei: “Fammi spiegare, ti prego… Abbracciami, facciamo pace, su”.

Nella tradizione della fiaba classica, costruita in modo scarno, sappiamo che Barbablù ad un certo deve allontanarsi da casa: lascia le chiavi alla moglie dicendole che può invitare chi vuole e stare insieme a loro in qualsiasi stanza, tranne in una. Proprio per questo, curiosa, la donna infrangerà tale divieto. Le conseguenze sono note. Al ritorno lui si accorge che lei ha trasgredito, per via di una chiave insanguinata, e minaccia di ucciderla, lei però, temporeggiando, riesce a salvarsi invocando l’aiuto dei fratelli.

Nella versione di Fenu e Cosso, gli oggetti con cui Barbablù teme e ricatta la sua sposa sono la mela, la porta e le chiavi: “Non tentarmi, Eva/ Non mangiare la mela./ Non aprire quella porta”. Non è un caso, secondo me, che queste parole, contenute all’interno dell’atto quinto, siano scritte in forma poetica al fine quindi di conferire loro maggiore enfasi.

L’abuso perpetrato da Barbablù verso la sua sposa, che si unisce ai vari divieti che lui le impone (non può uscire con le amiche nemmeno per un caffè, non può coltivare le passioni creative che aveva da ragazza, non può più lavorare, studiare, leggere, vestirsi come vuole, avere i capelli lunghi), trova il suo apice nel sesto atto, come si legge nella solita introduzione anteposta dagli autori all’inizio di ogni atto e che secondo me costituisce una sorta di cornice che consente al lettore di entrare più preparato nella scena, anche al fine di costituire una sorta di stacco tra la dimensione oggettiva e quella soggettiva di ogni atto: “Oggi Lui non chiude la serratura a chiave: ‘Per metterti alla prova’, le sussurra. Lei guarda la porta aperta e attraverso essa può vedere se stessa: prova vertigine e nausea come su una giostra. La porta è più riflettente della mela. ‘O mia o di nessun altro’ le ripete Lui. La gelosia lo divora: solo mettendola alla prova può essere certo della sua fedeltà e del suo amore incondizionato”.

Come è noto, ogni divieto è fatto per essere infranto e spesso chi lo impone, invece di esprimere la propria forza, esprime la propria debolezza, perché non ha altri metodi per convincere la sua sposa a non aprire la porta.

Non svelo il finale del libro, ma lo faccio scoprire direttamente al lettore: anticipo solo che è diverso da quello della fiaba classica.

Del resto, al fine di costituire una forte testimonianza dei tempi che viviamo, è necessario che tale riscrittura sia dirompente, nella forma e nel contenuto, rispetto alla tradizione.

A corredo delle battute dei dialoghi tra i due protagonisti, ci sono le illustrazioni realizzate da Camilla Lilliu: esse sono in bianco e nero e sono poste prima di ogni atto, prima della premessa anteposta a quest’ultimo, costituendone così un’anticipazione non solo verbale (come la premessa) ma anche iconica molto forte anche per la sua semplicità, essendo costituita da disegni in bianco e nero.

Sempre sulla falsariga dell’intento di sensibilizzazione di quest’opera, a chiudere gli atti è una postfazione ancora composta da Veronica Sicari che racconta exempli gratia il caso del Centro Antiviolenza di Catania le cui iniziative e le cui attività sono viste come testimonianza del prezioso lavoro svolto a livello territoriale.

In conclusione vorrei un attimo tornare sull’aspetto grafico del libro e in particolare sull’immagine di copertina che riporta il momento in cui Eva ha aperto la porta proibita e suo marito alle sue spalle (e a sua volta alle spalle del lettore) se ne accorge: la stessa immagine è riproposta prima dell’atto V. Prima dell’atto III, invece, viene riportato il disegno in cui Eva è davanti alla porta, tentata se aprirla o meno.

Ecco questo mi ha riportato, per un’analogia che forse esiste solo nella mia mente, ma che comunque ci tengo ad esplicitare, alla porta dell’Inferno di Dante, posta proprio all’inizio del terzo canto: anche Eva, del resto, o chi per lei, troverà il suo inferno entrandovi.

Ringrazio Emma Fenu e Pier Bruno Cosso, due scrittori che conosco attraverso Oubliette, per aver messo al servizio della società le loro competenze creative e la loro sensibilità umana, in modo che, attraverso la letteratura, alcuni messaggi possano raggiungere il pubblico: del resto nella quarta di copertina troverete i riferimenti per contattare gli autori qualora vogliate rappresentare nei vostri territori tale opera drammatica, portando così la parola sulla scena, come azione e come esempio concreti di denuncia verso un mostrum, quello della violenza contro le donne, ancora tutto da estirpare.

Buona lettura e ad maiora semper!

 

Written by Filomena Gagliardi

 

Bibliografia

Emma Fenu, Pier Bruno Cosso, Eva e Barbablù, illustrazioni di Camilla Lilliu, Gli scrittori della porta accanto, 2025

 

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