Intervista ad Angelo Argondizzo: vi presentiamo il romanzo “Tarassaco”

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“La terra di mezzo di “Tarassaco” è certamente un luogo immaginario ma è il contrario di un luogo di passaggio. Per un verso, il paese sperduto dove Chiara e Lorenzo vivono è l’immagine riflessa della terra dove sono cresciuto, il luogo che amo di più al mondo, lo squarcio profondissimo dell’anima che mi porto sempre dietro, dovunque mi trovi una volta superato il casello di Tarsia.” ‒ Angelo Argondizzo

Angelo Argondizzo Tarassaco
Angelo Argondizzo Tarassaco

Angelo Argondizzo è nato nel 1995 a Castrovillari in provincia di Cosenza.

Trasferitosi a Bologna ha studiato Giurisprudenza.

Tarassaco” è il suo primo romanzo edito per Scatole Parlanti.

“Continuò a camminare con quegli stessi occhi e tutto pareva comprendere. Comprendeva che non c’era più amore da bramare o dolore contro cui scagliare la propria furia bellica. C’era solo un trattato di pace perpetua, ora da siglare.”

 

S.T.: Il tuo esordio con “Tarassaco”, un vortice di emozioni: cosa ti ha lasciato quest’anno con il tuo romanzo?

Angelo Argondizzo: Quando scrivi qualcosa che appartiene ancora solo a te stesso, che non hai fatto leggere a nessuno, ti capita di mattina di stare sotto la doccia – sai quando fai la doccia e fantastichi di essere uno che ha raggiunto il successo? – insomma ti capita, per l’appunto, di fantasticare che sarai il prossimo vincitore dello Strega. Però poi, quando quell’opera vede la luce, non ti aspetti mai che la miserrima fantasticheria da sala da bagno si realizzi nella vita reale – cioè quella che accade appena fuori dal box doccia. E, invece, ti dirò che per me tanti di quei sogni sciocchi e giulivi si sono avverati. Ho girato quasi tutta Italia, ho vinto dei premi, il mio nome è finito stampato su Robinson, sono stato sulla terrazza di Caccuri, persino in tv. Si sono avverati un mucchio di sogni. E ti confesserò una cosa: credo di non essermi meritato niente. Perché rileggermi mi imbarazza, credo che Tarassaco non sia stato niente di che, soltanto lo sfogo liberatorio di un tardo-adolescente che aveva voglia di ammassare tutte le parole che gli ronzavano in testa, per sfinimento, perché non si sopportava più. Adesso l’adolescenza è finita, ho fatto i conti con me stesso, spero di poter scrivere in maniera più consapevole e matura. Questo è il mio nuovo sogno. Non ne ho altri, neanche quando sono sotto la doccia.

 

S.T.: L’intreccio di due vite, quello dei protagonisti, come costruisci il profilo psicologico dei tuoi personaggi?

Angelo Argondizzo: Chiara e Lorenzo sono ciò che siamo stati tutti alla loro età: forza disperata e debolezza disarmante; giubilo e prostrazione; apollineo e dionisiaco. In una parola: assoluto. A quell’età, la vita non può che essere vissuta in maniera assoluta, cioè senza mezzi termini. Non esiste la moderazione, né il senso della misura. Si è tutto o non si è niente. E questo – io credo – deriva dal fatto che quando hai vent’anni, o addirittura meno (come Lorenzo), la morte ti appare così lontana da sembrarti irraggiungibile, la vita – al contrario – è tutta davanti ai tuoi occhi. E, allora, anche quella morte che sopravviene nel finale è figlia della vitalità più estrema. In sintesi, Chiara e Lorenzo sono due estremisti oscuri, due giovani sovversivi che provano a salvare il mondo ma ne restano schiacciati, perché il mondo – alla fine – è sempre più forte.

 

S.T.: Nel romanzo parli di terra di mezzo: luogo immaginario o di passaggio?

Angelo Argodizzo: La terra di mezzo di “Tarassaco” è certamente un luogo immaginario ma è il contrario di un luogo di passaggio. Per un verso, il paese sperduto dove Chiara e Lorenzo vivono è l’immagine riflessa della terra dove sono cresciuto, il luogo che amo di più al mondo, lo squarcio profondissimo dell’anima che mi porto sempre dietro, dovunque mi trovi una volta superato il casello di Tarsia. Per un altro verso, quel paese non rappresenta un purgatorio, ma è piuttosto un limbo. Esso non conduce verso la salvezza, ma verso la ripetizione eterna del medesimo meccanismo: nascita, vita, lotta, resa. Difronte alla crudezza dell’aria tagliente di quel paese, all’asperità di quei monti rocciosi che circondano la valle, alla bellezza insita nelle cose morte, l’unica via è l’immobilità o, meglio, l’inconcludente moto. Dunque, il luogo – che è vero e proprio protagonista della vicenda – è una terra di mezzo solo perché rappresenta l’universo dell’eterno ritorno. È il mezzo di propagazione della ripetizione.

 

S.T.: Libero arbitrio o destino, una dualità ricorrente nel romanzo: quale il tuo pensiero a riguardo?

Angelo Argondizzo: Mi piace sostenere che la libertà è cosa degli uomini, la giustizia cosa di Dio. Eppure, siamo veramente liberi? Chi può dirlo? Di certo non io! Sai quale può essere la chiave? Quella che i protagonisti di Tarassaco certamente non posseggono: l’ironia. Ridere di tutto quello che ci succede. Ironia, per me, significa non schierarsi mai con la massa, perseguire l’originalità piuttosto che la giustizia. Perché, come dicevo poc’anzi, la giustizia appartiene a Dio. La libertà, al contrario, forse non appartiene neanche a Lui.

 

S.T.: La verità della penna ripropone quello che è il tuo pensiero identitario nei confronti della vita?

Angelo Argondizzo: No. E non deve essere così. Non scrivo quello che penso, scrivo quello che scrivo. Quello che penso è mio e lo custodisco gelosamente. Perché, in fondo, non penso quasi niente.

 

S.T.: Puoi anticipare i tuoi prossimi progetti letterari?

Angelo Argondizzo: Ho un po’ di cose in mente, alcune cose nel cassetto, altre sul desktop, altre ancora solo sotto la doccia. Spero che, in mezzo a tutte le cose che ho in ballo, ci siano tanti fallimenti. Perché il fallimento è il germe del successo. E non m’importa più di arrivare, perché non ho più vent’anni, mio malgrado. Non scrivo più perché sono arrabbiato. Scrivo, piuttosto, perché sono annoiato e spero che questo sia visibile in quello che verrà: non voglio raccontare niente di importante, voglio raccontare qualcosa di bello.

 

Written by Simona Trunzo

 

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