“Tephan” di J. F. Boro: soliti e folli enigmi?

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Tephan di J. F. Boro pare ed è un romanzo di fantascienza. Pare o è? Entrambe le risposte sono legittime. È come chiedersi se quell’ente che va scorrendo è onda o particella? Qualora io l’attesti, è la seconda che ho scritto, diversamente è un’onda di probabilità, che prima o poi tornerà a mutarsi in particella e poi, mentre ti distrarrai, riassumerà la forma di un’onda, poi di una particella, etc…

Tephan J. F. Boro
Tephan J. F. Boro

Questa è la scrittura: un’onda ineffabile che talvolta acquisisce il diritto all’esistenza. Anche la lettura, ogni santa volta, è un evento mistico o, detto più pacatamente, misterioso. Non si sa perché accada, ma tu la senti penetrare in te, come un fluido che ti avvolge e ti reca colà, dove esisteva lo scrittore allorché scriveva. Nel frattempo è trascorso un attimo, oppure un eone.

Il lettore, a quel punto, è entangled, correlato, con l’Altro: fenomeno che capita a due particelle quantistiche al loro primevo contatto, e che poi rimarranno correlate per la loro striminzita eternità.

Esiste poi, l’eternità, o si tratta di un’impietosa illusione? Chiunque ha le finzioni (Ficciones) che si merita, come soleva avvertire l’utenza Jorge L. Borges, la religio che si sceglie e a cui poi su rimane legato: il logos, che ha l’analoga etimologia: il mio, e credo anche quello di J. F. Boro (nom de plume di Gianfranco Boretti, artista a 360 gradi: musicista, liutaio etc…) è quello che ci è stato predicato da John Keats: A thing of beauty is a joy for ever; e che ci hanno insegnato i ricercatori della verità, il cui termine greco è alétheia che, come spiegò Martin Heidegger, ha un simbolico etimo: alfa primitivo a-, e lethos, nascondimento: lo svelamento di quel che copre il mistero.

La paura è la reale protagonista del presente romanzo Tephan che, a quanto ho saputo dall’autore, fa parte di una Saga in più volumi. Il primo consta di appena 630 e rotte pagine…

Urge tranquillizzare il lettore: Tephan si legge di un fiato…! E pesa, chessò, un paio di chiletti!

V’è un altro personaggio/simbolo molto importante e sono ora a circa un centinaio di pagine dalla fine e non so se sia magari lui il vero e proprio protagonista… Si tratta dell’odio che sorge nell’uomo nei confronti di chi è abbastanza ma non del tutto simile a lui: un essere diverso geneticamente, oppure un meccanismo vivente creato dall’uomo, un umano sui generis, concepito da lui e quasi come lui, ma infinitamente più insensibile e pressoché cinico.

Cinico deriva da cane. Il cinismo filosofico insegnava a disdegnare le vane illusioni, a cercare la verità osservando la natura del Kósmos, che doveva insegnare all’uomo ad amare il proprio simile. A causa dell’entropia culturale (che pure, dopo alcuni secoli, ha trasformato in barbarie senza pietà il messaggio di un profeta che predicava l’amore universale), oggi cinismo è diventato sinonimo di indifferenza all’altrui destino. Così accade che il teologo Vito Mancuso non si definisce più cristiano ma gesuano.

Un fine filosofico è cercare di capire perché i cattivi siano in un modo, e i buoni in un altro. Da che mondo è mondo è proprio così. Leggendo Le origini del totalitarismo di Hannah Arendt, mi sono fatto un’idea di chi ha un’unica brama della vita: sfruttare il prossimo per erigere un monumento totalizzante a se stesso; termine che deriva da monere: perché tutti si ricordino di Lui e delle Sue direttive: leggendo Essere o non essere umani di Björn Larsson i dubbi sul valore etico dell’umanità mi sono cresciuti a dismisura. Perché si dice homo homini lupus?… quando sono gli uomini che possono insegnare a ogni sorta di bestia la cattiveria, e mai il contrario?!

Il che accade da che mondo è mondo. Si pensi all’homo sapiens, il quale sterminò quello di Neanderthal, sostituendosi a lui, anche se c’è chi dice che in taluni casi ci si incrociò. Esistono le razze, esistono gli individui. Esistono Hitler e Stalin… esistono Salvo D’Acquisto e Padre Kolbe… L’uomo è davvero un ridicolo enigma! Quanto meno frastornante!

La scrittura di Boro è efficace, poiché egli sa mischiare termini e concetti arcani (quasi esoterici) con dialoghi naturali, simili a quelli che usiamo nella nostra quotidianità. All’inizio di ogni capitolo, oltre che alla numerazione e al titolo, v’è ogni volta un breve esergo di poche righe. Alla fine di esso, se il lettore ha cura di ritornare a esso, dovrà ammettere: sì, è stato proprio così!

Il testo di ogni capitolo de Tephan è diviso in tre diverse sezioni, che, inesorabilmente, continuamente si alternano. Nella prima, in un editing più ristretto, sono riportati i dialoghi intercorsi fra i personaggi principali, nonché una breve descrizione della scena. In un’altra, più estesa, v’è il narrare dell’autore con, infilato, per caso, qualche breve dialogo. In una terza fattispecie, meno frequente, il testo si sposta alla pagina successiva: e questo accade quando muta all’improvviso lo scenario.

Il dialogo fra i personaggi è sempre preceduto dalla barretta ‘–’. Quando invece intercorre fra un personaggio (in special modo il principale: “Tephan”) e un’intelligenza artificiale (soprattutto la cosiddetta “pulce”), oppure, in rari casi, fra personaggi minori e appena abbozzati, è suddiviso da “<” e da “>”. In queste operazioni l’autore risulta ogni volta preciso e corretto.

Nell’esergo di pagina 3 si legge che “La vera storia di Tephan sfugge alla possibilità di una ricostruzione scientificamente attendibile…” – vien da dire che si tratta di una preziosa banalità (nel senso indicato da Salvatore Patriarca, autore di Elogio della banalità): nessuna ricostruzione biografica è certa, bensì mutata dall’osservatore, storico o conoscente che sia, che muta quantisticamente, con la sua analisi, l’oggetto esaminato. Lo stesso capita alla particella atomica e a ogni forma di ente: così assicurava Niels Bohr.

A me, anomalo e imperfetto lettore, interessa soprattutto individuare la mia reazione. Ma “– Che significa essere umano? – si chiese lo studente mentre…” – anche questo è uno degli argomenti principali del romanzo, non inferiore come importanza agli altri due già indicati: la paura che alberga nell’anima umana, l’odio (il cui etimo indoeuropeo significa repulsione, da vadh = uad) e il quesito ancora irrisolto: chi siamo, donde veniamo, dove andremo? A venire in aiuto a chi si pone tali domande, v’è il contrario dell’odio, che è la passione amorosa e amicale (amore e amicizia derivano dal sanscrito kam’a, da cui viene anche, tanto per essere arguti, kāma sūtra).

Lo sguardo è egualmente e al contempo indirizzato dentro e fuori al proprio sé.

La seguente è una frase politica, di gestione della polis: “– La Grande Unificazione! Ho sempre pensato che fosse solo una leggenda elaborata da generazione di goliardi.” – l’uomo ha sempre cercato di unire se stesso all’Altro, con diversi gradi di onestà e di volontà di giustizia: si pensi agli idealistici movimenti politici che dal diciottesimo al ventesimo secolo hanno illuso che fosse doverosa una società in cui a ognuno fosse reso quel che gli serviva per sopravvivere. Oggi viviamo in un pianeta dove l’1% della popolazione gestisce il 50% delle risorse; dove la grande finanza internazionale detta (per fini infami) le regole del gioco.

Potrei tentare di descrivere con abbondanza di particolari la figura del protagonista della storia: “Tephan”. Mi limiterò a descrivere alcuni momenti da lui vissuti e a dire che egli m’è parso il più grande degli idealisti, il che non significa che sia sempre dalla parte del giusto. La giustizia è pure essa una doxa, un’opinione falsificabile… Oppure no? Dovremmo forse rivolgerci a quella divina?

“– La Grande Unificazione prevede la formazione di una rete informativa e decisionale i cui nodi saranno rappresentati da individui dotati nelle discipline mentali che stabiliranno gli opportuni…” – punti della soluzione finale (verrebbe da dire)… Pochi eletti che lavorano per sé e per tutti gli altri, che poi si dovranno per forza (non certo per libera scelta) adeguare.

Coprotagonista della storia è “pulce” – “… un proiettore psichico modificato, integrato con un traduttore universale…” – che sa quasi tutto e che riesce persino a inventarsi saggiamente quel poco che ignora. Un’intelligenza universale che sta appesa a un orecchio, quasi fosse un microcellulare: “È un congegno molto efficace e il suo uso è severamente vietato in quasi tutti i sistemi…” – ma Tephan ne ha bisogno per andare dove deve andare, ancora direbbe Totò, e ne è consapevole… Tephan in fondo è un umano talvolta disubbidiente e questo potrebbe forse salvarlo.

Certe sue qualità lo fanno parere un superuomo, dotato di un che di divino. Eppure anche lui ha le sue angoscianti paure, le sue penose malinconie, le sue amare nostalgie… i suoi rimpianti!

Ora egli dovrà visitare alcuni luoghi dove esistono altri, difformi “umani” – li deve incontrare, esaminare, per poi poter trasmettere a chi di dovere le informazioni. A fin di bene… o forse no?!

“… si rese conto di non avere nulla in comune con gli Inoij…” – eh, cominciamo bene! – “Quel loro volto privo di naso, quella pelle spugnosa…” – ma anche lui pare orrido ai loro squamosi occhi.

Quando va bene, il rischio che si corre è che un indigeno ti dica: “Tu vieni sicuramente da un altro mondo; sei una specie di dio e sei venuto a guidarmi.” – il che è un pensiero religioso: io scelgo te perché tu mi leghi a te. E così mi salvi l’anima!

“Inoij” – il pianeta in cui gli umani sono privi di naso – “… è controllato da una civiltà al livello del razzo chimico…” – risulta perciò palese che il valore di una civiltà non si misura esaminandone il grado di felicità o di giustizia, bensì di progresso tecnologico.

Solo per dare un’idea del mostruoso umano: “… Le sue mani erano munite di cinque dita mostruose, sulla sommità del cranio aveva un lunghissimo ciuffo di peli castani ed il suo viso era deturpato da una lunga escrescenza carnosa dalla quale soffiava l’aria come da un mantice.” – che orrore!

Si parla ora di “dodici famiglie” – che “… hanno in comune una forma costituita dal possesso di due braccia, due gambe ed una sola testa…” – che non è poi raccapricciante: occorre farci l’abitudine… Un’altra assurdità: “… Quelli che si ammazzano con maggior impegno appartengono spesso alle stesse aree geografiche e addirittura a religioni molto simili…” – la terrestre è una genia inaffidabile!

Qualcuno chiede: “– Che cosa è esattamente una religione?” – la domanda e la risposta sono covate nell’alveo di pagina 152.

“Tephan si lasciò andare ad una bella risata e smise solamente quando si ricordò che il riso non aveva senso per gli Inoij.” – nel corso della lettura ci s’imbatte in numerosi casi del genere (tipo fischiare, battere nervosamente le mani su un ripiano, etc…, che lasciano sbigottiti i diversamente umani).

Boretti (o Boro a dir si voglia) è un profondo conoscitore della musica e un costruttore di strumenti musicali. Nel corso dell’opera sono descritte varie reazioni da parte di umani che faticano a comprendere la bellezza della musica, pur essendone ammaliati. A ‘sta trista categoria appartiene il sottoscritto. Il quale ora sente, senza capire esattamente, che la divisione del testo nel modo che s’è detto ha forse una sua valenza ritmica, un movimento musicale.

A proposito di banalità: per motivi connessi a non so che di relativistico (anche per Einstein lo spazio-tempo era un assurdo mistero), Tephan comunica al suo amico Irtoschj (un “investigatore” di etnia Inoij) un dato abbastanza inquietante: “… nel Komojme della nostra vita abbiamo tenuto chiuso gli occhi per 3692.5 anni, capisci?” – io no; forse nemmeno il fisico Carlo Rovelli, secondo cui il tempo non esiste (e lo spazio è un loop che gira intorno a sé), riesce a dare una risposta. Nemmeno, forse, il suo maestro: Julian Barbour!

J. F. Boro citazioni dio
J. F. Boro citazioni dio

Intorno a pagina 260 e seguenti colgo espressioni del tipo: “il timore di scoprire”, “lo fece trasalire”, “Prese il controllo della sua emotività e riuscì a controllare la sua agitazione interiore”, “la paura non mollava la presa”, “recuperò il sangue freddo”, “aveva rischiato di fare una brutta fine” – che danno l’idea della funzione protettiva e al contempo debilitante della paura. Come ho imparato leggendo il saggio I volti della paura di Roberto Escobar: guai se non c’è un po’ di paura! e guai se ce n’è troppa!

Importante: “… Se potessi stabilire dei contati mentali scopriresti che i robot sono molto differenti dagli umani perché la loro mente artificiale non possiede una dimensione intuitiva.” – il che è un grave handicap!

Tephan ha una capacità telepatica impressionante. Dice di lui il pard Irtoschj: “… è un vero demonio che quando entra nella tua mente senti che potrebbe fare di te quello che vuole.” – a meno che tu non sia pure tu telepatico e non sappia difendersi dalle intrusioni dell’Altro.

A pensarci bene, uno come lui potrebbe mostrarsi come figlio di Dio, in grado di compiere miracoli!

Un’espressione è ricorrente: “anni standard” – perché ogni pianeta ha il suo alternarsi del giorno e della notte e la sua rivoluzione astrale… Occorre però qualcosa di univoco…

A fine romanzo ammetto di non aver capito come funzioni ‘sta benedetta standardizzazione…

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

J. F. Boro, Tephan, Amazon, 2024

 

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