Contest letterario di poesia e racconto breve “Le vie del vento”

“Luci soffuse di candela./ Nella penombra le fanciulle ascoltano./ Di nascosto sottrassero un libro,/ uno dei testi più sacri del cattolicesimo,/ e adesso come mistiche ladre/ dagli sguardi furtivi/ scrutano le profondità di quelle pagine magiche./ Sono in tre. I loro volti graziosi./ S’appressa l’oscurità sui vetri delle finestre./ […]” ‒ “Segreto”

Le vie del vento contest
Le vie del vento contest

Regolamento Contest “Le vie del vento”:

1.Il Contest letterario gratuito di poesia e racconto breve “Le vie del vento” è promosso da Oubliette Magazine, dall’autore Fabio Soricone e dalla casa editrice Tomarchio Editore. La partecipazione al contest letterario è riservata ai maggiori di 16 anni.

La partecipazione al Contest è gratuita.

Tema libero.

 

2. Articolato in due sezioni:

A. Poesia (limite 100 versi)

B. Racconto breve (limite 1000 parole)

 

3. Per la sezione A si partecipa inserendo la propria poesia sotto forma di commento sotto questo stesso bando (a fine pagina) indicando nome, cognome, dichiarazione di accettazione del regolamento. Si può partecipare con poesie edite ed inedite.

Le opere senza nome, cognome, e dichiarazione di accettazione del regolamento NON saranno pubblicate perché squalificate. Inoltre NON si partecipa via e-mail ma nel modo sopra indicato.

Importante: cliccare su Non sono un robot, è un sistema Captcha che ci protegge dallo spam. Per convalidare la partecipazione bisogna cliccare sulla casella.

 

Per la sezione B si partecipa inserendo il proprio racconto sotto forma di commento sotto questo stesso bando (a fine pagina) indicando nome, cognome, dichiarazione di accettazione del regolamento. Si può partecipare con racconti editi ed inediti.

Le opere senza nome, cognome, e dichiarazione di accettazione del regolamento NON saranno pubblicate perché squalificate. Inoltre NON si partecipa via e-mail ma nel modo sopra indicato.

Importante: cliccare su Non sono un robot, è un sistema Captcha che ci protegge dallo spam. Per convalidare la partecipazione bisogna cliccare sulla casella.

 

Ogni concorrente può partecipare ad entrambe le sezioni con una sola opera.

 

4. Premio:

N° 1 copia del libro “Le vie del vento” di Fabio Soricone edito nel marzo 2025 da Tomarchio Editore.

Saranno premiati i primi due classificati per entrambe le sezioni.

 

5. La scadenza per l’invio delle opere, come commento sotto questo stesso bando, è fissata per l’11 maggio 2025 a mezzanotte.

 

6. Il giudizio della giuria è insindacabile ed inappellabile. La giuria è composta da:

Alessia Mocci (Editor in chief)

Fabio Soricone (Poeta e collaboratore Oubliette)

Giovanna Fracassi (Poetessa e scrittrice)

Carolina Colombi (Scrittrice e collaboratrice Oubliette)

Franco Carta (Poeta e scrittore)

Rosario Tomarchio (Poeta ed editore)

Michela Pistidda (Collaboratrice Oubliette)

 

7. Il contest non si assume alcuna responsabilità su eventuali plagi, dati non veritieri, violazione della privacy.

 

8. Si esortano i concorrenti per un invio sollecito senza attendere gli ultimi giorni utili, onde facilitare le operazioni di coordinamento. La collaborazione in tal senso sarà sentitamente apprezzata.

 

9. La segreteria è a disposizione per ogni informazione e delucidazione per e-mail: oubliettemagazine@hotmail.it indicando nell’oggetto “Info Contest” (NON si partecipa via e-mail ma direttamente sotto il bando), in alternativa all’email si può comunicare attraverso la pagina fan di Facebook.

 

10. È possibile seguire l’andamento del Contest ricevendo via e-mail tutte le notifiche con le nuove partecipanti al Contest Letterario; troverete nella sezione dei commenti la possibilità di farlo facilmente mettendo la spunta in “Avvertimi via e-mail in caso di risposte al mio commento”.

 

11. La partecipazione al Contest implica l’accettazione incondizionata del presente regolamento e l’autorizzazione al trattamento dei dati personali ai soli fini istituzionali (Gdpr 679/2016). Il mancato rispetto delle norme sopra descritte comporta l’esclusione dal concorso.

 

Buona partecipazione!

 

104 pensieri su “Contest letterario di poesia e racconto breve “Le vie del vento”

  1. Fiammiferaio

    Tra un fiore e un fiammifero spento,
    di cosa favelli così fiero e lento?
    O dolce fanciullo, girovaghi
    col fuoco fioco e di canapa spaghi!

    Di stoppino fili, fibre di cera d’api
    avvampi l’opera senza grattacapi.
    Nell’inchiostro intingi scura,
    sul foglio bianco, tutta la scrittura.

    Chino su una scatola di cerini,
    favilla l’aria imprimitura,
    così turbinati sciami di moscerini.

    Sui campi fioriti per filiera
    pianeggiano fiamme all’orizzonte,
    come racconti ondivaghi sul ponte.

    Sez.A POESIA -Accetto il regolamento. Autore: Jonny Souto

  2. SILLAGE

    Non ti chiamo
    eppure sei qui,
    come l’onda che s’incera,
    inconosciuta ombra
    che il vento dispara
    tra le maglie del giorno
    che cede.
    Non serve il nome,
    né il tempo
    che ci stringe
    in un cinto di sale;
    ti vedo nel muto palpito
    delle cose lasciate a metà,
    nel fiato che spezza la carta e resta, ostinato, nell’eco della muraglia.

    SEZ. A – Accetto il regolamento
    Autrice: Thea Matera

  3. Lentamente si estingue

    Lentamente si estingue,
    chi diventa schiavo dell’assuefazione,
    chi non osa e non cambia colore dei vestiti,
    chi non parla a chi non conosce.
    Lentamente si estingue,
    chi fa della stazione il suo guru.
    Chi non accompagna il sentiero che le stelle seguono
    quando viaggiano nel cielo.

    Lentamente si estingue,
    chi galleggia nella stessa barca
    senza cavalcare le onde,
    chi preferisce i puntini sulle “i”
    piuttosto che un abbraccio di emozioni,
    proprio quelle che fanno brillare occhi
    e luccicano le labbra,
    quelle che fanno di una parola un sorriso,
    davanti all’equivoco e ai sentimenti.
    Chi non segue il sentiero ideale
    che dovrebbe seguire.

    Lentamente si estingue,
    chi non rovescia la sedia quando
    è infelice sul lavoro,
    chi non rischia la convinzione per il dubbio
    per lanciarsi verso un sogno lasciando
    le strade bagnate.
    Chi non si arrossisce davanti
    alla vita, almeno una volta.
    Chi non si permette nella vita,
    di fuggire ai conforti sensati.

    sez. a accetto il regolamento

  4. Inesplicabile vita

    Trama in seta,
    le sottili pieghe
    d’una mano schiusa,

    sulle tracce
    d’un destino complice,
    di scelte libere
    nel viver d’obblighi.

    Speranze ardenti
    lastricate d’equivoci,
    un’infinita commedia
    d’ombre cinesi,

    distese
    sulle mura spesse
    d’un tempio, il tuo mare,
    genesi folle
    di destinazioni e rotte.

    Avrei voluto,
    potuto,
    ma troppi han detto
    c’è tempesta fuori.

    Per tutti,
    perso tra le vele al vento,
    nell’attesa fragile
    d’un tempo migliore,

    per altri
    aura d’un mattino al sole,
    da un cilindro magico
    una realtà possibile.

    Succuba dei molti istanti,
    nel prestar dubbi
    ad ogni suo respiro,

    nell’inseguir,
    in frequenza d’onde,
    d’una vita, il senso,
    il suo profumo
    d’ignoto.

    nell’inseguir per Lei
    oltrepassando un ponte
    di silenti regole,
    il profumo
    d’ignoto.

    sez. a accetto il regolamento

  5. CINZIA PANUCCIO
    SEZIONE A ACCETTO IL REGOLAMENTO

    FORSE SULLO STESSO FIORE

    Mi addormenterò forse sullo stesso fiore
    che ho posato sopra la tua tomba,
    sarò quel petalo rosa che vibra e vola
    nel becco di una bianca colomba,
    perché l’alba possa attraversarmi il cuore,
    varcare quella soglia a cui da anni non trovo spiegazione.
    È un mistero l’amore tra padre e figlia
    quel legame indissolubile della famiglia,
    che si infrange tra le lacrime nelle mie parole
    dove geme ed urla forte quello straziante dolore.
    È fatto di creta e fango
    fragile come il chiarore della luna
    che riflette il nostro sguardo,
    una bellezza che tace nella solitudine
    e ci nutre con polvere di miele
    troppo crudele la malattia e la tua vita breve.
    Il mare blu a Scilla bacia l’orizzonte
    davanti a quelle stelle maledette
    che custodiscono per sempre le nostre impronte,
    e siamo anime che danno un senso profondo alle cose
    sorridendo anche delle nostre contraddizioni coraggiose.
    Il mio cuore si spezza e affonda nei ricordi
    in quel paese che amavi tanto e in quei piccoli borghi
    nei pomeriggi davanti al caminetto e nei nostri racconti,
    nella voglia di toccare il tuo viso ancora solo per un attimo
    nella commozione che si fa più grande quando di te parlo,
    vivo sempre nella speranza impossibile che ritorni
    non mi importa se fra dieci cento mille giorni.
    E ti somiglio forse maledettamente troppo
    mi scoppia il cuore nella notte
    mentre ti abbraccio solo in sogno
    e il tuo silenzio copre il frastuono di questo mondo,
    guardo allo specchio quella parte di te che è in me
    e affronto la paura con un nodo in gola
    che il tempo me la porti via come lo sparo di una pistola,
    rimangono schegge di vetro nelle vene
    il tempo, intanto, si scioglie come neve,
    davanti a questa foto che continua ad ingiallire
    ma rimane il tuo seme del bene
    su questa terra amara che è pronta a rifiorire.
    Accanto alla tua tomba muta un fiore sboccia
    ha il colore del sole e la mia lacrima diventa goccia
    poi guardo il cielo
    alla ricerca di questo Dio in cui teneramente credo
    e tu diventi la mia preghiera e la mia roccia.

  6. L’INCANTO DELL’ISOLA

    Breve era il tratto di mare che separava il borgo in cui vivevo dall’ isola dalle rupi rosee contro il cielo azzurro, meravigliosa con le ripide scogliere a picco sull’acqua cristallina, le piccole baie, le grotte suggestive dalle strane forme assunte dalle stalattiti e stalagmiti nel corso dei secoli, le spiagge incastonate nel paesaggio d’incomparabile fascino, ed ogni anno attendevo con ansia il momento magico in cui avrei potuto raggiungerla e godere della sua selvaggia bellezza.
    Vi arrivavo in barca, accompagnata dal pescatore più anziano del luogo -che mi avrebbe attesa al largo, calando le reti in attesa della pesca fruttuosa- e poi a nuoto quando, giunta in prossimità, distante solo pochi metri la riva, mi sarei tuffata e, a larghe bracciate, sarei approdata su una piccola spiaggia solitaria.
    Seduta sulla sabbia bianchissima, investita da una luce abbagliante che, insinuandosi fra grotte e insenature, riverberava argentea sulle acque increspate, sostavo qualche istante per riprendere fiato, intanto che il mare s’avvolgeva d’un silenzio irreale, interrotto soltanto dal ritmico ansare della risacca.
    Poi mi prendeva il bisogno di andare in esplorazione e, accompagnata dai dolci voli e dai rauchi stridii dei gabbiani, ogni volta l’isola rinnovava il suo incanto, attraverso i suoi colori, i profumi, gli odori: il bianco del mirto, il giallo dei limoni, il verde del basilico, il pastello degli oleandri, il rosso del lentisco, il violetto dell’erica, l’oro della ginestra.
    Salivo fin sulla cima dove, a dominare il paesaggio, svettava un antico castello normanno, dalle cui torri spettacolare era il colpo d’occhio sul mare turchino: qui, per un tempo interminabile, sostavo rapita in contemplazione della bellezza del luogo, e a fatica mi allontanavo per rifare il cammino all’inverso.
    Ritornata sulla spiaggia, lentamente i piedi affondando nell’umida rena, frugavo con lo sguardo e scovavo legnetti, alghe, frammenti di vuoti gusci calcarei, residui delle miriadi di conchiglie provenienti dalle profondità degli abissi, che le onde del mare, con il loro moto incessante, avevano ridotto in granelli sbattendole contro gli scogli. Spesso, poi, ero più fortunata, quando, fra i resti delle morte conchiglie e delle alghe fradice, m’imbattevo in quello che consideravo il tesoro prezioso dell’isola, afflosciate e inerti vesciche che un tempo erano state splendidi globi iridescenti, saliti a fior d’acqua dalle profondità, pericolosi al tocco anche quando ormai spiaggiati: le meduse. Lì, su quell’isola, in solitudine, ma non sola, fra le voci dei gabbiani e lo sciabordio ritmico delle onde del mare che, come in un abbraccio, la circondava, s’accendeva la mia immaginazione e, se chiudevo gli occhi, mi pareva che quegli esseri inerti, fra i più lievi ed evanescenti che il mare produca, si rianimassero e assumessero forma di eteree danzatrici, e, prendendomi per mano, mi guidassero in uno spensierato giro di valzer che mi faceva dimenticare ogni affanno.
    Ma il fischio in lontananza del pescatore che veniva a riprendermi mi riportava alla realtà: era tempo di abbandonare la mia isola e, insieme, la me stessa mistica e spirituale che ero stata in libertà ed armonia.
    Domani, sarei ritornata di nuovo domani, a riviverne l’eterno incanto.
    sezione B racconto Francesca Santucci Accetto il regolamento

  7. Il Brutto Anatroccolo

    Dal fondo della classe, si sentono
    risatine e schiamazzi! Deridono
    lui, per il modo di vestir, per il
    suo essere così goffo e maldestro.
    Si sente emarginato, denigrato:
    va male anche se ha studiato. Isolato
    nel suo frale mondo, è sepolto
    sotto le macerie di indifferenza.
    Lui si sente diverso, ridicolo e
    imbranato! Vorrebbe non essere mai
    nato. Si vede seduto a quel banco
    di formica acquamarina, così
    calunniato. “ È bocciato!” Esultano
    i compagni, ma egli ha cambiato pelle.
    Or non è più ridicolo. Egli è
    maturato; le sue ali ha spiegato.

    Sezione A Alessio Romanini Accetto il regolamento

  8. C’ERA UNA VOLTA, IN UNA VECCHIA FATTORIA, UNA FAMIGLIA DI ANATRE…

    Ricordo quando ero piccolo e mia mamma mi leggeva il racconto del brutto anatroccolo, in esso rivedevo me…

    Sovviene dal lontano passato un mesto ricordo che avevo totalmente dimenticato. Ma quest’oggi, l’aver visto una pagina del racconto “Il Brutto Anatroccolo” dall’inconscio qualcosa è affiorato, come dalle acque torbide dello stagno dove lentamente vedi venire a galla dal melmoso fondale qualche cosa che attira l’incredulo sguardo. Nella mia mente è apparsa questa rimembranza. Un giorno, avrò avuto sette anni o forse meno, mia mamma mi leggeva il racconto del “Il Brutto Anatroccolo”; mentre leggeva le pagine consunte ed ingiallite del libro prelevato dal cassetto della stanza dei giochi; ascoltavo con attenzione ed osservavo quelle malinconiche immagini. Pagina dopo pagina, vedevo il brutto anatroccolo così simile a me! Anche io mi sentivo diverso da tutti quelli che mi circondano. Forse la spiccata sensibilità che possiedo o immergermi totalmente nel mio mondo di pensieri; percepivo che la mia realtà non era uguale a quella degli altri. Nella mia mente di bambino pensavo di essere stato adottato, visto che mio padre proprio non riusciva ad amarmi ed ero così intimorito da lui, dal suo aspetto arrabbiato e freddo. Mia mamma, anche se mi voleva bene, lavorava lontano da casa ed era poco presente. La maggior parte del tempo lo passavo con mio fratello, i miei nonni e le due prozie. Dentro me, mi sentivo escluso! Avevo un grande bisogno d’affetto!
    E per quanto gli anziani contadini di casa mi volessero bene, non erano capaci di nutrire quelle piccole attenzioni che solo un bambino sa. Loro avevano il loro duro lavoro nei campi, ed io questi vuoti d’affetto da colmare. Nei miei pensieri, mentre mamma continuava la favola, mi sentivo assomigliare sempre più all’anatroccolo. Mi sentivo schernito per la mia differenza, e, cominciai a cercare la più rassicurante solitudine. Mi sentivo anche brutto! Non mi piaceva il mio aspetto. Queste labbra carnose e i neri capelli mossi. Di statura non molto alta e goffo nei movimenti a causa dalla mia enorme timidezza, dall’insicurezza di non vivere liberamente; e questi occhi scuri come l’ebano. Percepivo di essere così imbranato! Volevo andare via. Dio solo sa quante volte ho avuto questa idea di allontanarmi da casa. Ero solo un bambino, pieno di paure e di insicurezze. La mamma ignara continuava a leggere la fiaba, non si accorgeva dei miei occhi lucidi e quella piccola lacrima che accarezza la gota arrossata. “Sono io il Brutto Anatroccolo!” Esclamo dentro di me per non destare sospetti in mia madre, la quale non comprese mai la fragilità della mia anima.
    Ricordo che pensai che questa favola era stata scritta proprio per me. Solo che non riuscivo a vedere il cambiamento sulla mia pelle né quel bellissimo lieto fine, del triste racconto. Sapevo che non sarei mai diventato un cigno, ma sarei rimasto per sempre un goffo albatro dalle ali tarpate; costretto a portare il fardello della sensibilità dentro questo petto frastagliato. Ed il tempo mi ha dato ragione! Lontana è mia madre e quei fratelli con cui non parlo; mentre sono tanti gli anni che hanno sepolto mio padre e il nostro silenzio. Ed oggi sono io che redigo una nuova versione dell’antica favola, ma senza un lieto fine. A chi è troppo sensibile, non rimane che rifugiarsi nell’isolamento interiore per non perire dentro sé.
    Mentre mia madre termina di leggere il racconto, mi sorride e dice qualcosa… non ricordo le sue parole, ma ricordo che non si accorse di tutto quel dolore che anche un bambino può portare dentro ingenui occhi così delicati. Ed ogni volta che mia mamma era a lavoro, sfogliavo il racconto riposto nel bianco cassetto di formica dentro la stanza muta dei giochi…
    In silenzio ancora oggi piango.

    Sezione B Alessio Romanini Accetto il regolamento

  9. Accetto il regolamento
    Sez.A

    Di cieli e di rose

    Amiamo il sottotetto
    Ci piace star vicini al cielo
    Ci piace stare all’imbocco
    della bocca della rosa
    A tremare al tremore
    del soffio del petalo

  10. Libera dal vento

    Con amore e sentimento
    nel cuore e nella mente,
    refrigerio di ciò che sento,
    con le braccia verso il sole
    per potermi riscaldare
    dalla corsa alla risacca,
    contemplavo stupefatta.
    Quanto cielo
    mi ero persa
    rimanendo a guardare e cercare d’imparare
    come meglio respirare.
    Così grazie a un refolo di vento
    che segno il cambiamento,
    volo e danzo con coraggio
    e proseguo il mio viaggio.

    sez. a accetto il regolamento

  11. THUNDERSTRUCK EMPIRE 2 EVOLUTION

    Sono sicura che ciò che sto per raccontarvi, come , del resto, la maggior parte delle storie che vi propinavano quotidianamente sui social, lo troverete assolutamente inverosimile.
    In teoria dovreste conoscere la verità ; ricordare ciò che accadde ma purtroppo percepisco che non è così

    … Diana – Italia – Milano – 2025…
    …passo

    L’atmosfera pesante e surreale che quella stramaledetta pandemia era riuscita a creare mi rendeva quasi piacevole la reclusione forzata che ci avevano imposto.

    Stavo bene in quel buco di appartamento che in fondo era la mia “Comfort Tana”.
    25 metri quadri, un letto sempre sfatto, il mio portatile e quel marchingegno desueto che mi lasciò in eredità mio nonno. Credo si chiami baracchino o CB Insomma quell’attrezzatura da radioamatore.

    Passavo le notti tra le onde corte a farmi i fatti degli altri. Era divertente!

    Quelle poche volte in cui ero costretta a mettere il naso fuori casa per qualche ora mi pentivo amaramente di averlo fatto.

    Odiavo quell’atmosfera da dopoguerra: le scorte isteriche di generi alimentari, la gente senza più dignità che improvvisava balletti o stand up comedy sui balconi, i carrelli traboccanti di bottiglie d’acqua minerale parcheggiati vicino alle casse dei supermercati per accedere ai quali si rendeva necessario rinnegare la propria madre.

    Odiavo le signore anziane, in bicicletta, nei giorni di pioggia, con una mano al manubrio e l’altra all’ombrello, sempre sul punto di cadere a causa della mascherina a fiori posizionata tra la bocca e gli occhi.

    Odiavo le irruzioni delle
    forze speciali a casa della gente che festeggiava i compleanni in numero maggiore di uno, la puzza di amuchina che non ti abbandonava mai , quelli che compravano un cane per portarlo a passeggio, gli anziani morti soli, gli opinionisti della domenica in bella mostra in TV tutti i santi giorni a dispetto della loro evidente mediocrità.

    Quello che detestavo maggiormente , però , era quello stramaledetto branco di pecore tramutatosi , in pochi mesi, in un gregge di capre mascherate , sottomesse e spaventate.

    Detestavo voi. Sì, proprio voi… ed è buffo che siate voi, ora, quello di cui ho bisogno. Quello che più mi manca.

    Mi ricevete? Cazzo, c’è qualcuno all’ascolto?!

    Passo

    Poco prima che quella follia cominciasse i miei erano passati a trovarmi al campus per Natale. Mi pare di ricordare fosse il mese di dicembre del 2018 . Mio fratello mi regalò il mitico videogioco per XLJ consol ThunderStruck Empire 2 evolution.

    Tanti soldi ma spesi bene!

    Forse quel regalo fu l’unica cosa che mi fece apprezzare il blitz di quelle persone che per nascita e natura si consideravano la mia famiglia ma che per me erano sostanzialmente degli estranei.

    Realizzato in Giappone da una banda di nerd sedicenni disadattati e acquistato e distribuito da uno dei maggiori brand di videogiochi del mondo , quel videogame era un trip tra i più sconvolgenti mai realizzati.

    Ci giocavo di continuo. Miglioravo , mi evolvevo. Staccavo solo per prepararmi un gin tonic o per andare a pisciare. Era diventata quasi un’ossessione. Era la mia sostanza stupefacente. Non mi permetteva di pensare, mi estraniava da quella situazione di merda anche più di quanto desiderassi.

    Quel giorno non feci altro che giocare, fumare e giocare ancora finché il tempo non mi scivolò via dalle mani.

    … e comunque se qualcuno mi riceve… rispondete. Vi prego!!

    Passo.

    Smettetela di snobbarmi. Sono un essere umano. Sono una di voi!

    Si fece notte e non me ne sarei accorta se non avessi finito le sigarette. Avevo il fumo ma niente tabacco e nessuna cartina.

    Dovevo uscire! Non ne avevo alcuna voglia ma la scimmia chiamava a gran voce e io dovevo rispondere.

    A quell’ora sarebbe stato improbabile che la DIGOS mi fermasse, mi multasse, mi manganellasse per la violazione della reclusione domiciliare e in fondo il distributore era solo a due passi.

    … mayday mayday

    Insomma, nonostante l’ora tarda e il lockdown, fu allora che mi accorsi che il mondo era particolarmente vuoto.

    Il silenzio a cui ero oramai abituata ruggiva più intenso e inesorabile del solito.

    Non c’era , accoccolato sopra i suoi stracci, il solito clochard vicino al portone. Assolutamente nessuno all’entrata del pronto soccorso di fronte a casa che solitamente era un porto di mare.

    Andai al distributore e feci scorta.

    Notai , però, che quel procione che rovistava tra i rifiuti nel cortile sotto casa, che scorsi uscendo, era sparito.

    “Avranno multato o deportato anche lui “ pensai.

    Tornai a casa e non appena entrata sentii il suono di una notifica proveniente dal mio portatile: una e-mail . Il mittente era il professor Scomparsini, il mio docente di fisica teorica.

    “Mia cara Diana, stanotte quello di cui parlano nel deep web da mesi , quello di cui noi abbiamo conversato a lungo durante le nostre lunghe notti insonni, si avvererà.

    Il Chaos prenderà il sopravvento!

    Non chiederti come sia venuto a conoscenza di tutto questo. Ho i miei contatti. Pazzi forse ma terribilmente affidabili.

    Non volevo crederci. Ho sperato con tutto me stesso che fosse l’ennesima forma dì allarmismo immotivato o, quantomeno un errore di calcolo. Purtroppo però non è così.

    La linea temporale in cui viviamo, manomessa irrimediabilmente da quegli incoscienti del CERN, proietterà l’umanità intera due secoli nel futuro.

    Non so dove finiremo. Conosco il tempo ma non lo spazio. Non so se potremo mai rivederci.

    E questa , indubbiamente , è la cosa che più mi addolora.

    Ti amo, Diana.

    Sempre tuo

    Oscar “

    Mi si gelò il sangue nelle vene. Non volevo crederci. Fino all’ultimo ho pensato, ho sperato fosse uno dei suoi stupidi scherzi, mi affacciai alle finestra e il silenzio era diverso, definitivo.

    Era tutto inesorabilmente vero.

    All’improvviso ho sentito la vostra mancanza. E non sarà certo questo fottuto marchingegno , oramai lo so, quello che mi permetterà di ritrovarvi.

    Non vi odio più, umani.

    Non vi odio più…

    Passo e chiudo!

    se. b accetto il regolamento

  12. SIEDO CON TE

    A me

    serve un momento di relax.

    Quanto diventa vigliacco

    Questo inutile star lá

    Se penso alla tua

    Ineluttabile necessità

    Di una sedia particolare

    Solo e solo quella

    Reclinabile opinabile

    Brutta ma buona

    Il mio pavido breve riposo

    Stona

    Ti chiedo scusa

    Ti sgriderò piano

    Non morirò mai

    Per farmi perdonare!

    sez. a accetto il regolamento

  13. Il sapore stucchevole delle illusioni

    Assaporai
    Un calice di stucchevoli illusioni.
    Il niente col sapore del tutto.

    Di emozioni
    Appassionata,
    Di vita
    Inebriata.

    Anestetizzata
    Trascorsi ogni giorno
    Su ali d’unicorno,
    A bordo di una nuvola rosa
    Festosa,
    Respirando polveri dorate di aria gioiosa.
    Nubi eteree
    Etile per il cuore.

    Mille albe fatate coloravano i miei mondi
    Tra cieli lieti ed eterno stupore.

    Mille arcobaleni e
    Suono di viola,
    Musica melliflua
    Come miele per la gola
    Dolci perle
    Per il mio sentire.

    Libidine,
    Vertigine.

    Assaporai un calice di stucchevoli illusioni.

    D’emozioni
    ubriacata
    Devastata la mente,
    Il tutto
    Col sapore del niente.

    (Vanessa Fidanza)

    * Sezione A autorizzo al trattamento dei dati.

  14. SUL PALCO NON VI E’ ALTRO CHE LA MUSICA

    Il clavicembalo canticchia melanconico un’aria nuova, sconosciuta fino ad allora.
    La canticchia dapprima dolcemente, come per assaggiarla.
    Solo dopo inizia a morderla, avidamente, sempre più avidamente. Il succo si espande entro la sala e ogni singolo palato sente quel sapore acerbo, quel sapore nuovo.
    Ognuno diviene parte della novità.
    Trombe si innalzano per annunciare la venuta di qualcosa di innominabile, qualcosa che farà tremare l’intero edificio. Ogni suono si acuisce.
    Ma il frutto è ancora acerbo e si continua con l’assaggio.
    Sul palco non vi è altro che la musica.
    Musica che ora diviene maestosa e incupisce gli animi di coloro che la circondano.
    Stridule le trombe si moltiplicano e i tamburi avanzano come se stesse per accadere un pandemonio.
    Ma in verità, è già accaduto e nessuno ancora se n’è accorto.
    Clavicembali sempre più forti. Un rumore cacofonico e ogni suono crolla, per poi risalire e rifarsi sollevandosi verso l’alto della sala. Una tromba nuova inizia ora il suo ultimo canto. Una marcia che si diffonde stridula e divampa ai lati dell’orchestrale.
    Un insieme di presagi.
    Ombre sui cuori e una sorta di paura dell’assoluto che si sta avvicinando, su questa marcia trionfale. Marciano trombe e percussioni all’unisono. Il ritmo sempre più frenetico. I tamburi risuonano per la sala come se volessero squarciarla. Ogni suono viene raddoppiato, intensificato fino allo sfinimento.
    Il violino si infiltra acuto e stridulo.
    Le pareti paiono animarsi di una vita che è disumana, vita ultraterrena.
    Occhi che luccicano, brillano.
    Ansia spasmodica.
    Tamburi, ancora tamburi e poi, poi il clavicembalo che calma e placa gli animi afflitti dentro alla sala, come un calmante naturale.
    Erba salvifica.
    Gli occhi cambiano colore, e dal rosso sangue assumono striature simili al verde e all’azzurro, colori calmi.
    Un nero presagio di morte sembra svanire ma non appena le percussioni riprendono il loro canto perverso ogni paura viene vivificata e gli occhi di sangue riappaiono sulla scena.
    Ancora tamburi.
    Presagio mortale.
    Paura di ciò che accade fuori e dentro quella sala. Marcia di guerra eterna sul campo di battaglia della Vita in cui ogni clavicembalo riproduce la catarsi, catarsi che dura poco ma che si eterna in tutto ciò che il suono riesce a riprodurre in quel breve momento di miracolo estetico, miracolo che non parte dall’alto, ma dal basso, dalle oscure viscere della terra. Non ci sarebbe miracolo se non ci fosse il putridume e ora la marcia si arresta e lascia spazio ad una pausa riflessiva.
    Ed ognuno riflette sulla propria vita, ma anche stavolta dura tutto pochissimo, un attimo soltanto.
    Un attimo bastevole, sia chiaro.
    Le trombe sono festanti, ma la marcia è di morte, sempre più forte, sempre più lontana nelle teste degli uditori, tra le sale, e si infiltra e si sviscera entro le note di questa sinfonia di morte, in ogni corridoio e in ogni fibra o vena dell’umana specie.
    Silenzio.
    Gli occhi di sangue sono allarmati, quasi esausti, afflitti.
    Chi non vorrebbe tornarsene a casa propria, al sicuro da questo presagio di morte?
    Ma nessuno lo fa. Nessuno esce da questa sala affollata di persone e di animi afflitti.
    Sono afflitti, e lo sono nel profondo, ma nessuno esce.
    Nessuno ha il coraggio, o la vigliaccheria di prendere il cappotto e di uscire da quel Teatro maledetto, il Teatro della Morte. Nessuno lo fa. Se ne ignora il motivo.
    Lo si sa e basta.
    Tutti si accontentano della consapevolezza del fatto di non dover andare via, non ancora, non a questo primo atto e mezzo dell’opera.
    È ancora presto, c’è tempo.
    Non si è ancora abbastanza afflitti, dunque, e senza totale afflizione non potrà mai esserci vera e duratura catarsi. Inconsapevolmente ognuno lo sa: lo si è solo dimenticato.
    Per potersi elevare al massimo grado, al massimo strato vitale che si possa raggiungere da vivi, è necessario prima crollare irrimediabilmente al suolo, scendere nei meandri del sottosuolo e solo dopo aver compreso la bellezza del basso si può iniziare a risalire verso ciò che sta al di sopra.
    Ogni risalita, ogni catarsi, ogni gioia, ogni beltà ha le proprie origini nel bassofondo dell’essere.
    Ogni singolo occhio scruta, registra, mette a fuoco, immagazzina nel cervello e non solo, immagini, parole, visi, luoghi, parole, numeri, suoni, colori, striature, macchie.
    Ogni cosa è registrata.
    La marcia ha bisogno di prendere quota ma per farlo deve partire da quei bassifondi di impurezza e di putridume da cui ogni cosa si genera. Solo dopo aver percorso sul fango riesce a levarsi e librarsi verso l’animo dei poveri afflitti.
    Carne sacrificale che attende il proprio sacrificio.
    La vita del sangue. Sangue si è e sangue si tornerà ad essere in seguito al sacrificio.
    Il presagio di morte non mente: occorre attraversare la via di fango per raggiungere il fiume all’altro estremo.
    Dopo ogni viaggio vi è la sosta e quel fiume è la sosta per chiunque abbia compreso ciò che la marcia vuole far intendere a metà Parigi qui riunita.
    Dal profondo del palco si origina la risalita degli archi, e poi dei fiati, e infine delle percussioni, in un crescendo di sangue e putiferio. Tempesta ovunque: dentro agli occhi di sangue, dentro alla sala, dentro ai singoli suoni, dentro alla testa dei condannati al sacrificio…fuori del Teatro.
    Tempesta anche dentro alla sua testa.
    Le note si riverberano e si contorcono come pugnali nei costati. Un’eterna sospensione tra la vita e la morte.
    E il presagio se ne sta lì a danzare tra il sangue delle vittime sacrificali.
    L’afflizione aumenta a dismisura e ognuno si sente sempre più sprofondare sotto quel terreno di fango su cui solitamente si poggiano le piante dei piedi. Ognuno sa di doverla pagare per qualcosa.
    Il presagio non la fa scampare a nessuno.
    Lei sa di dover scontare ogni delitto commesso contro se stessa.
    Sa che ha percorso fin troppo a lungo la strada del fango e sa di dover riposare, ora, sa che è giunta l’ora.
    L’ora della sosta, sosta meritata.

    Sezione B – Rita Coda Deiana – Accetto il regolamento

  15. Distanze

    E’ questa distanza
    fatta di mezz’ore vuote
    che allunga le propaggini
    dei nostri sentimenti
    obliqui
    e li sparpaglia alla rinfusa
    sul tavolo della nostra quotidianità.

    E’ questa distanza
    fatta di pensieri
    che preme sui bordi
    ricuciti
    delle nostre ferite
    e ne riapre i rivoli
    sui letti dei nostri fiumi di pensieri.

    E’ questa distanza
    fatta di mani
    che non si toccano
    ad offuscare i miei orizzonti
    incidendoci sopra
    il graffito
    della tua assenza.

    Sezione A – Rita Coda Deiana – Accetto il regolamento

  16. RICONOSCIMENTI

    Il colore delle parole
    la magia di manoscritti
    incunaboli
    lentamente il tempo ospite distante

    paure, timori
    la somma dei sorrisi
    pagine che scorrono
    nel pulsare della sera

    l’improvvisa scoperta
    di un disegno
    di un’epoca senza testimoni
    un lessico con elementi floreali

    emozioni trattenute
    mani strette tra le mani
    una vivida apparenza
    nella nebbia eterea

    una tunica trattenuta
    un orlo ricamato
    un mantello e i capelli sotto il velo

    anima smarrita
    il déjà vu
    della psiche e dei ricordi
    il mistero del tempo
    il mistero delle donne.

    Rocco Luigi Carlo – sezione A accetto il regolamento

  17. Ordine apparente

    Quel vento inatteso
    scompigliò i papaveri nei campi di grano
    e spalancò  le pagine dei quotidiani
    sul banco dell’edicola.
    Non mi risulta portasse messaggi da terre lontane,
    né l’odore del mare dei Tropici.
    Era un vento senza storia,
    privo di benedizioni e raccomandazioni;
    un vagabondo stagionale.
    Passava soffiando pensieri casuali,
    quelli che arrivano mentre si stira una camicia
    o si guarda la scadenza sul cartone del latte.
    Sapeva bene dove frugare,
    anche in un cassetto chiuso a chiave,
    tra una lettera ancora sigillata
    e una ciocca di capelli dentro una busta rosa
    dimenticata dal 1978.
    Quel vento non aveva un nome,
    era il figlio bastardo di un vecchio rimorso,
    o di un lungo amore finito in pezzi.
    Ricordo come spadroneggiava tra le case,
    arruffando il pelo dei gatti sui tetti,
    scuotendo i petali grassi delle camelie sui balconi
    e le idee nella testa dei passanti,
    lasciando il dubbio che  tutto  fosse solo ordine apparente.
    Ho sempre lasciato aperta una finestra per lui,
    perché avevo bisogno di un vento
    che mi scombinasse la vita,
    che sollevasse la polvere dalla mia strada troppo dritta,
    che mi dicesse “guarda meglio”
    e spazzasse via le mie dubbie certezze
    con la loro malinconia.

    Angela Maria Malatacca
    (Sezione A – Accetto il regolamento)

  18. Sfiorano

    I ricordi sfiorano
    impalpabili
    indomabili
    indecifrabili
    l’andamento continuo della vita
    è una melodia indefinita
    fa tremare le dita
    giunge in un baleno
    fino al cielo
    percuote
    le viscere
    del mio essere
    in questo
    scorcio d’eterno
    in questo angolo di campagna
    dove il silenzio
    scuote
    la sorte
    dove tutto profuma di vita
    dove tutto odora di morte

    sez. a accetto il regolamento

  19. PAROLE MORMORATE
    La notte canta
    una sua canzone
    di pioggia scrosciante
    e di lampioni accesi
    dondolanti nel vento.

    I miei silenzi,
    questa notte (e sempre),
    non sanno dire
    delle parole mormorate
    dalle gocce della pioggia
    e dalla luce aspra
    d’innumerevoli lampioni.

    Che sia il silenzio
    il vero, profondo senso
    del fluire del tempo?

    sez. a accetto il regolamento

  20. “L’ora d’amore”
    Ho voglia di riposare l’anima
    dagli sforzi del cuore.

    M’affacciai alla finestra dei pensieri.
    Mi ridussi a essere una parte di me stesso,
    e allo sfiorare del vento
    mi rividi
    come una conchiglia che viene dal mare
    sulla spiaggia immensa della vita.

    (Diego Civita) sezione A accetto il regolamento.

  21. VENTO
    L’ultimo respiro mi reca
    delle cadute foglie
    il gemito del vento
    che contro i vetri prepotente
    questa notte batte,
    e l’eco del tormentoso pianto
    delle scomposte fronde
    che in primavera
    profonda frescura
    alla mia fronte offrirono.
    Riemersi dall’ombra,
    gli aggrumati miei pensieri
    disciolti vanno, agitati
    come fra le gole dei monti
    le urla dell’aria.
    Povera la mia anima
    sprofondata nella pena d’esser viva!
    Dietro il canto
    lugubre del vento,
    all’alba,
    malinconica, si perde.

    (Francesca Santucci, sezione A poesia – Accetto il regolamento)

  22. NEL SOFFITTO DELLA MEMORIA
    Scia luminosa
    di stella ottobrina, smagli il buio
    della notte dei ricordi.
    Stanchi gli occhi dell’anima,
    grevi di vissuto doloroso
    s’abbandonano
    ad un tracciato di sogni passati,
    riportandomi la meraviglia
    di quando-bambina-
    percorrevo
    il futuro immaginato
    su arcobaleni fioriti.
    Sul lago dell’innocenza
    scivolavano barche di carta
    e aquiloni aggrappati al sole.
    Fra giocattoli rotti
    nella soffitta della memoria,
    rispolvero lo stupore
    e sulle labbra ancora acerbe di vita
    inseguo i miei sogni
    rimasti tali,
    cercando l’eterno
    e le sue segrete armonie.
    Sorprendermi voglio ancora.
    Cambia musica
    lo spirito inquieto
    mentre vive la vita
    con gli occhi innocenti di bambina.

    Natalina Di Legge
    Sezione poesia
    Accetto il regolamento

  23. VECCHIAIA

    Non dirmi cretino
    se osservo due fili di chioma
    abbracciate al cuscino
    nevoso biancore
    sopra due occhi di cielo

    E’ lento il respiro
    ci sbeffeggia la sveglia in silenzio.
    E’ passato tanto tempo
    il grigiore assottiglia la speranza.

    Non dirmi cretino
    se la notte rimiro una foto
    tra il verde-giallo di un prato
    il tuo volto, le tue chiome i tuoi occhi.

    Dimmi pure cretino
    ma non voglio svegliarmi
    scoprendomi
    come un ramarro scolpito sul tronco
    scordato dal tempo.

    Io questa notte
    ti voglio eterna
    nel segreto della pace
    e del silenzio
    che non si scioglie

    accetto il regolamento, sez. a

  24. Un Padre

    Il primo boato fu sordo
    il secondo infranse i vetri
    il terzo si portò via mio figlio
    il quarto non giunse.
    Sono ancora in attesa.
    In me ho solo macerie

    sezione A Giovanni Delvò Accetto il regolamento

  25. Vita

    Siediti accanto a me e ascolta.
    Ti parlerò della Vita.
    La Vita è un mistero, è un miracolo.
    Per quanto ci sforziamo di capirla, indirizzarla, soggiogarla al nostro volere, essa ci sfugge.
    Per questo non possiamo che accettarla così com’è, fare in modo che ogni istante resti indimenticabile.
    Non serve tanto per essere felici, se sappiamo apprezzare ciò che ci offre e sopportare ciò che ci impone.
    E in questo ci aiuta l’Amore.
    Non può esserci Vita senza Amore.
    La Vita stessa nasce da un gesto d’Amore!
    Se impariamo a lasciarci guidare dall’Amore, tutto ci sembrerà più facile.
    E riconosceremo la gioia di vivere nelle piccole cose di oggi, senza rimpiangere il passato o illuderci con false speranze per il futuro.
    Il sorriso di un bimbo.
    Il profumo del pane appena sfornato.
    Un cielo pieno di stelle.
    Un bacio.
    Una poesia.
    Una goccia di rugiada.
    Un fiore che sboccia.
    I colori del tramonto.
    Un libro.
    Una lacrima.
    Un sogno.
    Continua tu…

    © Daniela Giorgini – Sezione A – Accetto il regolamento

  26. “Vento libero”
    Il vento soffia, libero e forte
    Per le strade del mondo, senza una porta
    Non conosce confini, non conosce tempi
    È un viaggiatore eterno, senza una dimora

    Le sue vie sono infinite, come i granelli di sabbia
    Si snodano tra le montagne, si insinuano tra le case
    Porta con sé i profumi, dei fiori e del mare
    E lascia dietro di sé, una scia di libertà

    Il vento è un messaggero, che porta notizie da lontano
    Di paesi e di culture, di storie e di canzoni
    È un ponte tra le genti, un filo di congiunzione
    Che unisce il mondo, in una grande comunione

    Le vie del vento, sono infinite e misteriose
    Portano con sé, i segreti del cosmo
    E chi le ascolta, con il cuore e con l’anima
    Può sentire la musica, dell’universo intero.

    *Accetto il regolamento”. sez. a

  27. Sez. A
    Accetto il Regolamento

    contro

    sono contro chi giudica
    settantacinque solchi
    di aratro inesperienza
    nel sangue della terra
    a pena mitigata
    chi in faccia ha uno sterminio
    ma gli occhi chiusi a grata
    correo dell’abominio

    poi contro – santa fede!
    chi irrompe sui confini
    bombarda abitazioni
    ammazza anche i bambini
    e contro chi mistifica
    le manifestazioni
    chi propaganda equivoci
    fomenta le fazioni

    poi contro chi il lavoro
    concede sottopaga
    chi rieduca alla guerra
    e al ruolo di soldati
    chi spinge sottoterra
    un mare di immigrati
    chi fabbrica le armi
    stipendia dei minori

    poi chi sospinge il mondo
    cent’anni indietro e fuori
    da fratellanza e pace
    e contro il girotondo
    di questi falsi allarmi
    chi ben nascosto tace
    e uccide anche senz’armi
    chi sfrutta i tuoi ragazzi

    contro chi evade tasse
    e contro gli intrallazzi
    contro chi illude masse
    perseguita stupori
    contro i ministri incolti
    e i suoi parlamentari
    senz’ombra di feluca
    chi abbuia i tuoi bagliori

    contro chi abbaia ai deboli
    e sguaina i suoi bazooka
    chi assolve chi li froda
    chi froda chi non sente
    chi mente e chi si arroga
    diritti della gente
    contro chi è solo complice
    contro chi è indifferente

    necessita gridare
    contro ogni particella
    di melma che all’ingrosso
    scroscia dalle budella
    e poi ci frana addosso
    è pioggia di aghi infetti
    grandine come sassi
    contro cervelli inetti

    gridare contro subito
    occorre una catarsi
    da tanta villania
    per non contaminarsi
    in altra pandemia
    si cercano becchini
    si ammazzano anticorpi
    creare dei vaccini

    tamponi per tonsille
    serrare le narici
    schermare le papille
    al sugo prelibato
    con retrogusto amaro
    ci ammorba col suo fiato
    snobbare le nutrici
    disobbedire in chiaro

    gridare contro subito
    a ciò che non è umano
    stupore e meraviglia
    che possa governare
    non cedere e indignarsi
    senza lasciare andare
    perché, se poi anche spingono
    non devono passare.

  28. Sez.A – accetto il regolamento

    Il fresco della sera

    Il sole che va a sparire dietro alle montagne
    con l’acqua che si muove appena …
    che accarezza la sabbia …
    onda dopo onda
    tutte cose mosse dal vento !
    La pace in riva al lago …
    una barca rimasta solitaria …
    il fresco della sera
    che ti trapassa la pelle !
    È terminato un altro bel giorno …

  29. Sogno di un emigrante
    Paese mio dolce e spensierato,
    ti ho lasciato ancora giovinetto,
    con dolore e tristezza per cercar fortuna.
    Or che son vecchio e senza più speranza
    di ritornare tra quelle vecchie mura,
    rinverdisci almen il mio cuore sanguinante
    pieno di tribolazioni e di dolore.
    Fammi sognare ancora un’altra volta
    quando ancora bambino e coi calzoni corti
    andavo in giro per vie e terre amiche
    ad acchiappare i grilli e le cicale.
    Sana le mie piaghe sanguinanti
    che la lontananza non ha mai guarito.
    Mi bruciano, mi bruciano tanto
    e che nessuna medicina ha mai lenito.
    Paese mio circondato di grano e di papaveri,
    di granturco, di sulla, menta e citratella,
    fai risvegliare in me antichi odori,
    i profumi della mia dolce gioventù perduta.
    Fammi pensare sempre a mamma mia,
    a quella cara e dolce vecchierella.
    Pregava ogni istante e piangeva lacrime cocenti
    perché sapeva che non sarei mai più tornato.
    Paese mio dolce ed odoroso,
    fammi sentire il canto degli uccelli,
    il cinguettio delle rondini,
    il canto dei grilli, delle cicale, il volo dei passeri.
    Fammi questo miracolo d’amore.
    Fammi vedere il volo dei fringuelli, dei merli e delle tortorelle.
    E fammi pure sentire il rumore del ruscello
    diverso dal rumore assordante di questa mia nuova grande città.

    Francesco Gagliardi, Sez A – Accetto il regolamento

  30. La nonna, buona anche da morta
    Gli anni del dopoguerra, quelli che vanno dal 1944 al 1950, furono veramente anni difficili, specialmente per la povera gente. Anni di fame e di miseria. Non c’era quasi niente da mangiare e le dispense erano completamente vuote. I bambini in casa erano tanti allora, indossavano vestiti rivoltati, logori, pieni di toppe (arripezzati) che in precedenza erano stati indossati dai fratelli maggiori. Ma bisognava sbarcate il lunario e così la povera gente inventava nuovi cibi da mangiare, a volte indigeribili e un po’ rischiosi. E la farina ed il pane, non bastavano mai.
    Per fortuna nostra vennero in aiuto gli emigranti calabresi residenti in Canada e nella lontana America del Nord. Tantissimi avevano parenti ed amici in quelle terre lontane e ricche, così incominciarono ad arrivare ogni giorno pacchi e pacchettini contenente non solo generi di prima necessità ma anche vestiario vario dai colori sgargianti. E pure scatole di piselli e fagioli, di formaggio, di carne, di tonno, di zucchero e latte e cacao in polvere e finanche le scarpe a punta. Quando arrivavano questi pacchi era festa grande in famiglia e tutti abbandonavano il lavoro usato e accorrevano in fretta a casa per aprirli. Che festa, che gioia, nel vedere tutto quel ben di Dio, anche se spesso i vestiti e le scarpe erano usati e non erano ancora di moda dalle nostre parti. Ma erano graditi lo stesso e si ringraziavano quelle persone che erano state così generose verso di noi.
    Nei pacchi certe volte, si trovava qualche pacchetto di sigarette Lucky Strike o Camel, ed era la felicità degli adulti. Talora si trovava qualche barra di cioccolato e qualche pacchetto di chewing gum. I bambini erano felicissimi. E anche le nonne erano contente e facevano sciogliere lentamente in bocca quel cioccolato a latte così saporito. Alcune volte i pacchi arrivavano aperti. Gli impiegati postali si giustificavano dicendo che i pacchi erano stati aperti alla dogana per controllare il contenuto. Un giorno, una signora che aveva il figlio emigrato in Detroit, negli Stati Uniti d’America, ricevette in un pacco, tra le altre cose, una scatola di cromatina, e scambiandola per un linimento che alleviava i dolori reumatici, si spalmò la cromatina per oltre un mese. Quando si accorse che i dolori non diminuivano chiese consiglio alla levatrice del paese- La mammana capì che quella scatola conteneva lucido per le scarpe e si fece una sonora risata, consigliando alla sfortunata signora di cambiare medicinale.
    Un’altra volta nel pacco trovò acclusa una lettera nella quale erano ben elencate le cose contenute. Fra le altre ed in ultimo comparve la parola azzola. Ma la signora non conosceva la lingua inglese e scrisse al figlio dicendo che il pacco lo aveva ricevuto ed era rimasta contentissima, però l’azzola , qualcuno l’aveva rubata. Nessuno aveva rubato niente, solo che azzola, in inglese si scrive it is all e vuol dire “ E’ tutto. Il figlio, nello scrivere, aveva italianizzato l’espressione “It’s all” con “Azzola”. Certe volte arrivavano pacchi contenenti scatolette dal contenuto a noi sconosciuto, ma poiché arrivavano da persone fidate e da parenti, non si andava a guardare il pelo nell’uovo e si mangiava tutto, anche se a volte il sapore era davvero disgustoso.
    Un giorno arrivò a zia Concetta un pacco contenente tra l’altro una grossa boccetta di colore giallo. Era chiusa con un tappo di sughero e nell’interno c’era una polverina che sembrava pepe macinato. Portava una etichetta: Nonna’s ashes. E tutti, scambiandola, per pepe macinato, ogni giorno un po’ di quella polverina veniva versata sugli spaghetti. E non solo zia Concetta usò per tantissimo tempo quella polverina, ma essendo buona e generosa, la volle fare assaggiare anche ai vicini di casa e la trovarono tutti, a dire il vero, molto saporita. Zia Concetta non si curò dell’etichetta, e non conoscendo la lingua inglese disse, : E’ un regalo della nonna Maria.
    Dopo alcuni anni anche in Italia le cose migliorarono ed i pacchi dalla lontana America si diradarono. Arrivarono un giorno in paese con una lunga Cadillac i parenti di zia Concetta che per tantissimi anni avevano lavorato a Detroit, nel Michigan, ed avevano fatto una grande fortuna e vollero andare a visitare i parenti seppelliti nel piccolo cimitero del paese. Per tutti una preghiera, un fiore, un bacio, un commento. Quel giorno non venne tralasciata nessuna tomba, però dopo aver girovagato per tantissimo tempo, una cugina di zia Concetta si ricordò di nonna Maria. Era stata lei che aveva parlato spesso dell’Italia e della Calabria e dei tantissimi parenti che erano rimasti in quel paese, mentre lei era partita per la lontana America alla ricerca di una vita migliore. E così la piccola Teresa chiese a zia Concetta :- E nonna Maria dove l’avete messa?- -Ma nonna Maria non si trova qui sepolta nel nostro cimitero, è morta alcuni anni fa in America e si trova certamente sepolta nel cimitero di Detroit!- disse zia Concetta. – Che sciocca – rispose la piccola – E’ vero, It’s true, grandma è morta in Detroit, però ha voluto essere cremata e le ceneri sono state spedite in Italia per essere conservate nel piccolo cimitero del suo paese natale, vicino ai suoi cari, che amava tanto-. – Cremata? Le ceneri? Cosa è questa storia? Noi non sappiamo niente, non abbiamo ricevuto niente, siamo all’oscuro di tutto, spiegatevi meglio – balbettò zia Concetta. Ci fu un silenzio sepolcrale e tutti si guardarono in faccia. I visi erano diventati paonazzi. Incominciò un lungo conciliabolo in lingua inglese e in dialetto calabrese. Alla fine si scoprì che effettivamente alcuni anni fa zia Concetta aveva ricevuto un pacco ed una boccetta di colore giallo. Quella boccettina conteneva le ceneri della cara ed indimenticabile nonna Maria e che, per tantissimi mesi, avevano condito gli spaghetti di tutto il parentado. Anche da morta nonna Maria, in quel periodo di fame e di miseria, aveva allietato la mensa dei lontani parenti e dato sapore al pranzo frugale di quei tristi anni.

    Francesco Gagliardi Sezione B – Accetto regolamento

    1. Bellissimo racconto! Era da tempo che non ridevo così… quando ho letto ashes ho capito immediatamente cosa sarebbe accaduto!

  31. QUEL CHE IMMAGINO E QUEL CHE SO

    “[…]Scrivere significa aprirsi a dismisura; perciò uno che sta scrivendo non sarà mai solo abbastanza, e mentre scrive non ci sarà mai silenzio abbastanza intorno a lui, e la notte non sarà mai notte abbastanza.[…]”
    Franz Kafka: “Lettere a Felice”

    Scrivo di me quel che volete sentire.
    Vi dà pace sapere che non lancio sassi,
    non porto corone, siano regali o irte di spine.
    Le parole potranno pur essere di terra,
    ma si potranno lavare via con l’acqua.
    Saranno di neve, ma cadranno presto vuote
    nei lutti che lascia ciascuna guerra.

    Scrivo di me quel po’ che so.
    Quello che immagino, lo tengo tutto per me.
    Sopra un filo teso, lo appoggio,
    ben mimetizzato, tra lenzuola e calzini.
    Finché vento non lo caccia lontano
    e luce non basta più nemmeno all’oscurità.

    Accetto il regolamento-sezione A

  32. ACCETTO IL REGOLAMENTO SEZIONE A

    Vorrei
    Vorrei scrivere con la pioggia
    un pensiero d’amore
    ma il vento
    me lo sta portando via
    lontano.
    Vorrei raccogliere
    tutte le gocce
    per completare un puzzle
    che mi indichi la strada
    per arrivare fino a te.
    Ma tu sei lontano
    troppo lontano
    e le parole ondeggiano
    in questa giornata
    uggiosa.
    Forse all’orizzonte
    apparirà un arcobaleno
    per dipingere con mille colori
    il grigio che mi circonda.
    Ma una brusca frenata
    ha impedito tutto questo
    e alla fine, forse,
    ci abbandoneremo
    in un lungo abraccio.

  33. LA STANZA DEI VENTI

    Stenderò la rastrelliera
    dimenticata in cantina
    tra il nespolo e il pitosforo.
    Tra il nespolo e il gelso,
    il gelso e la magnolia
    i concavi telai
    di due vecchi letti
    parcheggiati nel sottoscala.
    Rivestirò d’edera le pareti
    lasciando aperta la porta ad ovest
    e affitterò la stanza
    ai 32 petali della rosa.
    Ne ascolterò gli urli, i bisbigli
    le leggende.

    accetto il regolamento sez. a

  34. Ceneri

    Ceneri non è solo plurale, è altro,
    diversamente altro.
    Plurale di tempi ora rimpianti
    d’abbracci, di gesti lesinati.
    Non carboni banalmente consunti.

    Spargere il compendio
    d’una vita, stigmatizza!
    Doloroso atto definitivo,
    senza speranza, senza rintocchi.

    S’invola l’essenza del trascorso.
    Troppo sùbito!
    Nessun’altra tattilità,
    nemmeno il dono dei fiori!

    Leste le ceneri son volate.
    Meste ali sul prato posate.
    Ora, in ogni alito d’erba ti rivedrò,
    anima consunta, ma non scordata.

    accetto il regolamento, sez. a

  35. VIVERE
    Vivere è decidere ogni giorno
    d’indossare vestiti felici
    nonostante ciò che c’è d’intorno.
    Vivere è notare che c’è tanto:
    nella più infima delle cose,
    se ci guardi, è celato un incanto.
    Vivere è cercare il lato buono
    lungo il perimetro d’ogni evento
    e accogliere tutto come un dono.
    Vivere è accettare anche il male
    sapendo che il bene, in silenzio,
    alla lunga sa essergli fatale.
    Vivere è coltivare la speranza
    in terre arse d’avvilimento
    ed ogni dì fiutane la fragranza.
    Vivere è aprire un occhio bambino
    da posare come una carezza
    su ogni singolo mattino.

    Dichiaro di accettare il regolamento.

  36. Giuseppe Loda

    Il merlo
    ***
    Da giorni ero rinchiuso in casa. Avevo atteso tutto l’inverno l’arrivo della primavera, ma quell’anno sembrava non arrivare mai.
    Finalmente un mattino il sole inviò i suoi raggi attraverso alcune nuvole. Aprii la finestra, era proprio una magnifica giornata, finalmente era possibile respirare un pò d’aria fresca.
    Chiesi a mia moglie di prepararmi in fretta la colazione, quel mattino mi potevo finalmente concedere la tanto agognata passeggiata.
    Infilai gli stivali e mi incamminai felice, alla mia età quelle passeggiate erano una vera delizia. Chissà per quanto tempo il buon Dio mi avrebbe permesso ancora di godere di quelle meraviglie della natura.
    Lungo il viale vidi alcuni ranuncoli gialli, che cercavano di uscire tra le foglie sparse al suolo, e delle viole che, mescolate ad alcuni fiori selvatici e all’erba verde di un piccolo avvallamento, creavano un panorama che aveva dell’incredibile.
    Poco lontano alcuni contadini con i loro trattori iniziavano l’aratura dei campi, mentre alcuni gabbiani li circondavano cercando disperatamente di rubare ai loro stessi compagni i grossi lombrichi che l’aratro portava in superficie.
    Imboccai un piccolo sentiero che conduceva ad alcuni enormi alberi, gli ultimi rimasti in quella splendida campagna – alla cui incantevole ombra d’estate mi fermavo spesso a leggere –; ed ero quasi giunto al termine quando il mio sguardo fu attratto da una piccola ombra nera. Sembrava uno straccio sporco disteso ad asciugare al sole.
    Mi avvicinai, curioso di capire come potesse rimanere così sospeso, quasi del tutto fermo a circa un metro da terra… io non vedevo alcun filo che lo potesse reggere.
    Con sgomento mi accorsi che non era un pezzo di stoffa, ma un povero merlo che cercava disperatamente di liberarsi da una invisibile rete che un imbecille aveva teso tra due alberi.
    Subito mi avvicinai e delicatamente cercai di afferrarlo con una mano; il merlo rimase fermo, come capendo che gli stavo portando aiuto. Intanto con l’altra mano iniziai ad allentare delicatamente le maglie della rete che lo tenevano imprigionato, facendo attenzione a non rompere le sue povere zampette.
    Con calma e dopo un delicato lavoro ci riuscii.
    Mentre controllavo che non avesse nulla di rotto, lui mi guardava con i suoi piccoli occhietti neri, come per capire se l’avevo liberato solo per poi ucciderlo senza pietà. Non era ferito, fortunatamente ero giunto in tempo.
    Lo accarezzai a lungo, poi aprii la mano e il merlo con un guizzo prese il volo. Dopo aver fatto un lungo giro sopra le cime di alcuni alberi ritornò e si fermò sul ramo di un albero a pochi metri da me. Come due amici ci guardammo a lungo. Poi io alzai il braccio e con la mano lo salutai. Ripresi il cammino, felice per avere contribuito quel giorno a ridare la libertà a un piccolo amico.
    ***
    Giuseppe Loda, Sezione B, accetto il regolamento.

  37. FUORI PIOVE

    Mi sono svegliata
    Che ancora pioveva
    guardo l’orologio
    sono le tre di notte
    ma chi lo doveva dire
    questo tempo pazzo
    Che piova non mi dispiace…
    l’acqua in questa terra si desidera
    ma giusto ora, ma perchè?
    Sento che il mio cuore

    piange pure
    mentre l’acqua scende a dirotto
    mi viene voglia di gridare
    di piangere assieme al cielo
    ma cosa ti posso dire…
    negli ultimi tempi
    mi corico e mi risveglio
    nel mezzo della notte
    con una smania nel petto
    fino al mattino.
    Sono tanti i pensieri
    questo è il motivo…
    sono tanti i pensieri
    ma io neanche parlo.
    Mi ascolto i problemi degli altri
    tutti i giorni
    ma i miei li tengo stretti al cuore.
    Solo di notte mi vengono a trovare.
    Di notte quando tutti dormono
    pure io vorrei fare lo stesso
    ma loro mi vengono a bussare…
    mi disturbano e non mi danno pace
    Ma insomma…
    non ne hanno altro da fare?
    proprio di notte
    a me vengono a disturbare.
    Guardo dalla finestra
    comincia ad albeggiare
    il sole va spuntando
    e anche il mio cuore
    si sente meglio
    mi sembra che il dolore
    quì nel petto
    più leggero lo sento martellare
    e mi sembra che mi dica
    quasi a dispetto
    tanto domani ti ritorno a trovare.
    Ora mi corico…
    cambio lato del letto
    sono gia le sei
    mi devo alzare che è giorno
    mi tocca andare a lavorare.

    PARTECIPAZIONE SEZIONE B
    ACCETTO REGOLAMENTO

  38. NOTTE GRECA

    Datemi una rete, voglio pescare stelle
    in questo cielo d’inchiostro
    col vento che rimanda l’eco del mare
    il fruscio di palme fiorite
    il profumo del frangipani.

    Giusy Locatelli, Sezione A, accetto il regolamento.

  39. Kaos

    Ho visto alberi
    svettare verso il cielo,
    albe tiepide e tramonti infuocati
    su campi di lavande sterminati.

    Lucciole ferite, grilli fastidiosi
    e cicale innamorate.

    Uomini senza ritegno
    in cerca di bocche da baciare,
    cavalli senza briglie
    correre a perdifiato,
    libellule di stagno
    stanche di svolazzare.

    Donne senza sottane,
    seni buttati al vento,
    braccia protese al sole
    ugole da dissetare.

    Odori di amori immensi
    fra foglie di canne secche
    e fiori di piena estate
    si spargono nell’aria
    in giorni di vento insano, scirocco da ricordare.
    Sez. A Accetto il regolamento

  40. UROBORO

    Oggi è un giorno speciale. Non per qualche evento particolare o unico nella sua vita, era appena stata investita da una fiammata di felicità. Inseguiva, come tutti, l’agognata serenità ma, quell’istante in cui, all’improvviso, era arrivata la fiammata ardente ad incendiarle il cuore, il viso, consumando tutta la sua energia, sapeva che sarebbe rimasto per sempre nei suoi ricordi.

    Le risultava difficile pensare ad altri attimi di felicità nel passato, se ne ricordava alcuni, come braci quasi spente di un camino. Quegli istanti in cui la sintonia era perfetta come un tondo di Giotto, o la risata era piena da stordire, o l’emozione le aveva intrecciato le viscere. Ecco.

    Oggi le era sembrato di essere catapultata in aria, sottile come un raggio di luce, così lontana dal resto del mondo che osservava dall’alto, altrove. Come catturare questa percezione? Le sensazioni sgradevoli restavano appiccicate, riapparivano improvvise, di tanto in tanto, come la lama del dolore che aveva trovato comodo rifugio dentro di lei. Era silente e continua, come un mal di denti che si rivela lentamente, cala e poi aumenta.

    Non c’era modo di archiviare le fiammate in un file? Non era proprio possibile trovare una parola chiave che fungesse da propellente?

    Scosse la testa, i suoi ricci ballarono, ebbri, ancora per un po’, e come i serpenti della Medusa le ricordarono che i sogni possono aprire varchi illuminanti. Ma quello di oggi non era stato un sogno, piuttosto un Uroboro, che si divora, per rigenerarsi attraverso una vampata che nutre e consuma allo stesso tempo.

    Rimase la sensazione sdrucciolevole, simile all’acqua del mare sulle tavole da surf, mentre cerchi l’equilibrio e, anche se fatichi, sorridi.

    SEZIONE B – accetto il regolamento- Marcella Donagemma

  41. La prossima onda

    Magia nella quiete della notte
    di una luna rossa
    che vagabonda brucia
    in lontananza la distanza.
    Prendi quel poco
    che ancora rimane di me
    ora che la vita
    è solo un andare e
    la mia mano cerca
    lo spazio del vento da colmare
    Pieno è di pianto
    il vecchio gabbiano
    a riva aspetta
    che la prossima onda
    si apra a ventaglio
    che nell’ immenso canti
    ancora la sua sirena
    mentre il mare corre
    lontano nello spazio
    che divora
    0ra sei tu che apri arcobaleni

    Maria Rita Farris
    Sez .A
    Accetto quanto previsto dal Regolamento

  42. Caterina Marchesini

    (accetto il regolamento, sez. A)

    UN CERTO NON SO CHE

    Un certo non so che
    di oscuro e profondo
    che esiste da sempre,
    ai primordi del mondo.
    Un certo non so che
    di suggestivo e affascinante
    che sta sempre un passo avanti.
    Un certo non so che
    di raro e segreto
    che seduce un animo irrequieto.
    E dagli insondabili abissi,
    che sono in noi
    e che da noi
    non possono essere scissi,
    sale una forza ammaliante
    che pervade all’istante
    il corpo e la mente
    simile ad un brivido silente.

  43. INFANZIA RUBATA

    Ti ho addosso come un pensiero stretto,
    avvolto da una nebbia senza suono;
    sei nel sangue che beviamo la notte,
    per non guardare,
    mentre tu ti giochi la vita sui rifiuti.
    La tua infanzia è una parola rubata,
    un volo cancellato,
    un aquilone abbattuto.
    I diritti,
    per te,
    sono fogli bianchi che non riempirai mai
    affacciato come sei ad un telaio,
    a cucire palloni,
    o a morire in una guerra non tua.
    Noi,
    uomini arrivati,
    ti osserviamo da un ponte troppo sospeso dalle nostre coscienze,
    noi ti abbiamo tradito.
    E mentre noi,
    svuotati e soli,
    coltiveremo le nostre illusioni,
    tu inseguirai quell’ombra
    e la frantumerai di luce,
    ne spezzerai il midollo impazzito,
    ne rivolterai l’anima.

    Sez. A Accetto il regolamento Autore: Antonio Stasolla

  44. VIA
    (elogio al vento)

    Vento tiepido
    foriero di vita
    togli le vesti
    vento di mare
    brezza leggera
    profumi e spettini
    vento del deserto
    carezza infuocata
    ardi la pelle
    vento d’inverno
    pungi e penetri
    membra arrossate
    fino all’osso.

    Vento impazzito
    vortici maestosi
    castelli in aria
    spazzati via.

    Vorrei avere
    il tuo volto incolore…
    Vorrei essere
    voce vibrante
    in viaggi vagabondi.
    Cristina Lastri – sez. A – Accetto il regolamento

  45. Pathos
    Dolce silenzio armonia
    di uno spirito sconvolto
    silenzio che incarni la materia
    in te giace il segreto di una vita
    distrutta nella pena malinconica.
    Dolce silenzio freddo contatto e vago
    pensiero di una tristezza muta
    nella paura di non farcela ad arrivare
    ad un traguardo che si profila lontano
    in qualche buio anfratto di anni
    forse irraggiungibile
    forse inesistente.
    Dolce silenzio enigma serale immaginario
    silenzio senza pace senza sorriso
    che tristezza traspare sul volto muto!
    Dolce silenzio terra ricca di quesiti irrisolti
    una vita trascinata e tremula si umilia
    si tormenta, si lamenta, non si ascolta.
    Dolce silenzio carceriere di uno spirito in pena
    dolce silenzio codardo e braccato per nulla
    dolce silenzio vecchio e misero pezzente
    dolce silenzio inutile spauracchio di una vita
    ferita ed oscurata spossata e stanca.
    Dolce silenzio intatto puro e vergine
    da te sorgeranno le passioni infinite
    e risuoneranno chiare e sicure per vincerti
    per abbandonarti esule sulle strade dell’amarezza.
    Dolce silenzio voce inascoltata nell’aria
    dolce silenzio bolla di sapone tra mani infantili
    dolce silenzio sogno svanito nell’eterno:
    verranno le parole fiumi di carta scritta
    torrenti impetuosi che allagheranno
    la tua insolente aridità.
    Dolce silenzio io ti ho amato e desiderato
    come candida goccia del mio malumore
    come espressione innocente del mio umore gelido.

    Michele Pochiero
    Sezione A accetto il Regolamento

  46. Lotta nei mari
    38 a.C. Mar di Sicilia
    La liburna era stata attaccata in mare, a circa centocinquanta miglia dalle coste di Ortigia Il suo capitano, il giovane Navarchus che era di ritorno dalla vittoriosa campagna militare, aveva fatto appena in tempo a consultarsi con il suo vice, il Trierarcus Claudio Metello, uomo di provata esperienza che gli era fedele e comunque sottoposto. Non vi era stato modo di allestire la nave in funzione del combattimento, l’unica opportunità che era stata sfruttata riguardava l’ammainare le vele così da preservarle senza eccessivi danni. La tentata iniziale manovra di sottrarsi allo scontro era stata giudicata subito impraticabile: sebbene la nave accogliesse i ritrovati degli ultimi modelli, più leggeri e di grande mobilità, le irregolari truppe piratesche dimostravano nella scorreria in mare una schiacciante superiorità, sostenuta da un codice guerriero che si sottraeva a regole rigide e teneva di mira, unica meta, l’agognata vittoria. L’onore, peraltro, congiurava ad affrontare il nemico a viso aperto
    Quando la lotta si era spostata a bordo, sui ponti della nave, fu subito chiaro invece che le forze in campo si equilibravano. Gli ordini del Navarchus, peraltro, erano stati chiari: individuare gli uomini con responsabilità di comando e solo per questi prevedere la cattura e l’eventuale prigionia.
    I classiari, in via temporanea imbarcati sulla liburna, erano tra i migliori arruolati nelle forze terrestri della flotta. I combattimenti, corpo a corpo, furono rapidi. Gli uomini liberatasi dalla lorica anatomica avevano affrontato i nemici scendendo al loro pari con l’uso di armi anche improprie, oltre al pugio e al gladio, senza scartare la semplice lotta a mani nude che spesso si concludeva con lo sfinimento e l’inevitabile colpo o strozzatura estrema fino alla morte dell’avversario.
    Quando le sorti del combattimento volsero alla fine, il Navarchus, con evidente soddisfazione, assistette a poca distanza, dal ponte rialzato, alla cattura del comandante dei pirati, unitamente a due dei suoi aiutanti, identificati per la vicinanza che al primo mantenevano garantendo improvvisi assalti, provvidenziali per la sicurezza di questi
    Pomponius Atticus, senza nascondere la tronfia pienezza che conferiva austera espressività alle fattezze del volto, fissò il suo sguardo senza cedimenti negli occhi fieri del comandante suo avversario che ancora scalpitante era tenuto a freno sotto la minaccia dei gladi, mentre alcuni classiari si apprestavano a ferrare le catene ai piedi dei prigionieri. Quindi parlottò, a breve con il Trierarcus che l’aveva raggiunto, disponendo per la conduzione e la stretta sorveglianza dei medesimi nella cabina attigua alla sua
    Si ritirò al piano inferiore, forzando con mala grazia il robusto portone d’accesso: l’ambiente era stato tirato a lustro, i pavimenti strofinati e lucidati a cera, pungenti effluvi aromatici espandevano sottili scie di esotico richiamo.
    Sul piano del tavolo sempre ingombro dei papiri e delle mappe, in accordo al suo volere che vietava di farvi ordine, con prodigalità e femminile tocco di eleganza, faceva bella mostra di sé un canestro fornito di pezza in candido lino su cui poggiavano frutti di stagione e porzioni abbondanti di datteri a calmare la sua rinomata golosità.
    L’aria dura, la mascella volitiva spostata in avanti, l’uomo non degnò di attenzione la giovane schiava di colore che lo stava accogliendo in servile silenzio, già pronta a risvegliare i suoi appetiti maschili:
    «Zelda, non è tempo ora, ritirati e conferma anche agli altri che non intendo essere disturbato.» Il tono della voce, cogliendolo di sorpresa, scivolava con inattesa morbidezza, forse perché lo sguardo aveva insistito sulle forme di lei, attirato dalle movenze suadenti del corpo.
    Passò appena un attimo, prima che l’uomo tornasse a dare ascolto a quel sottile tormento che gli pervadeva le membra. Uno strano malessere lo stava assalendo. Avrebbe potuto disporre l’interrogatorio dei prigionieri intra fine fatta, direttamente sulla liburna. I suoi uomini, i più fedeli, con probabilità non aspettavano altro. Certo non sarebbero stati in difficoltà a far parlare il malcapitato capo dei pirati. Tutti contavano sul crudele, spietato apprendistato tra le forze di spionaggio attratte sotto l’influenza della Gens Iulia. Tuttavia qualcosa lo frenava era come se non si riconoscesse del tutto in questa identità che la fedeltà a Roma gli aveva cucito addosso. In lui si faceva strada l’altra idea di attendere l’attracco della liburna a Porto Iulius, così da imprigionare i pirati nelle segrete al castrum Classis. Lì l’attività, in qualche modo, si sarebbe ammantata della forza della legge Marziale. Certo non ci sarebbe stato alcun processo ma questa prospettiva placava al momento i sussulti della sua coscienza, in lotta aspra con il senso dell’onore
    Il Navarchus, riacquistato a serena lucidità, aveva fatto la sua scelta: avrebbe lasciato che il tempo corresse, senza darsi pena di ulteriori disposizioni. Era abituato all’obbedienza e alla stima dell’equipaggio, non sarebbero insorte complicazioni, il suo comando non era in discussione.
    Chiara Sardelli
    Sezione B
    Accetto il regolamento

  47. LA SANGRE Y LA LLUVIA
    La sedia dall’imbottitura blu era ergonomica e comoda, tipica degli studi dentistici e degli studi medici. Anche la luce forte e violenta dei neon le ricordava di essere nel reparto dell’ospedale dedicato ai prelievi. Niente da mangiare dalla sera prima e lo sentiva. Lo stomaco si stava contorcendo e generava rumori cavernosi che facevano capire, anche a chi le si avvicinava, la sua necessità di fare colazione e di un bel caffè.
    La vita le aveva riservato un sacco di imprevisti ma ne era uscita sempre a testa alta, soffrire faceva parte della vita stessa e se le persone facevano un gran lavoro su loro stesse, la sofferenza le avrebbe fatte rinascere. Lei da due anni aveva un tatuaggio che le ricopriva tutta la schiena con una fenice. Le penne del corpo di colore rosso e d’oro, le piume della coda che viravano decisamente sull’azzurro. Le linee erano sottili e ben fatte, il tatuatore ascoltando la sofferenza che lei gli aveva raccontato si era impegnato più intensamente, facendone la sua opera migliore.
    È un’assurdità chiedere ad un genitore quale dei figli ami di più, ma il tatuatore aveva decisamente scelto quella fenice come il suo miglior tatuaggio perché lo aveva legato emotivamente al racconto di lei.
    L’infermiera le si avvicinò, pose su un vassoio di acciaio inox tutto ciò che le serviva per fare il suo lavoro, in maniera spiccia e poco aggraziata fece risuonare in modo metallico il vassoio, poggiandovi sopra l’ago a farfalla di sicurezza con la sua camicia e l’adattatore, le provette con i diversi colori e le etichette identificative, il disinfettante, il laccio emostatico ed il cotone.
    Era mattina presto anche per l’infermiera, e quando si ripetono gli stessi gesti in modo automatico un milione di volte, l’essere aggraziati non è decisamente l’obiettivo per arrivare a fine giornata.
    Il pragmatismo se ne frega dei rumori metallici molesti.
    Lei aveva sempre odiato i prelievi e le iniezioni, non ne aveva più fatti da quando l’avevano dichiarata guarita, ma si sa, nella vita bisogna fare tutto ciò che si deve fare. In questo caso il prelievo le serviva solo per controllare dei valori del sangue di routine sotto suggerimento del suo nutrizionista, giusto per farsi fare un piano alimentare.
    Il fatto che il prelievo non fosse per un motivo di controllo serio, non le alleviava il fastidio per il momento che si stava avvicinando. L’infermiera continuava ad armeggiare con le sue cose, lei aveva sempre odiato l’attimo esatto in cui l’ago entra nella carne alla ricerca della vena. Era sempre abituata a distogliere lo sguardo, guardare quell’azione decisa dettata dalle dita esperte dell’infermiera non avrebbe aumentato il piccolo pizzicorio derivato dal prelievo ma le avrebbe dato quel senso di ripugnanza e di disgusto.
    È strano come si sia sempre avversi all’idea di introdurre qualcosa di estraneo nel proprio corpo, come se ciò ci rubasse alcunché o intaccasse l’integrità e la difesa di noi stessi.
    L’infermiera ormai stava armeggiando con il suo braccio e con un laccio emostatico gommoso, l’odore pungente del disinfettante le fece capire che era giunto il momento di girare la testa dal lato opposto e di vedere con la coda dell’occhio il tubicino della valvola a farfalla riempirsi di sangue rosso cupo.
    Le mani dell’infermiera armeggiavano con le provette e lei poteva quasi sentire il sangue drenare dalla sua vena. Le venne in mente suo figlio, i figli non sono altro che sangue del proprio sangue e la vita un po’ alla volta li fa fuoriuscire dalla propria vita. È il ciclo delle cose, ci si apparterrà ogni singolo secondo dal concepimento, ma questa appartenenza diverrà differente anno dopo anno, passando dalla simbiosi all’indipendenza ma pur sempre appartenendosi in qualche modo.
    Suo figlio la preoccupava, era figlio della generazione che brama bruciare le tappe. Sembrava ormai che metabolizzare tutte le fasi della vita fosse una tappa da saltare inanellando esperienza dopo esperienza ma senza capirne bene il significato, solo per poter dire di averla fatta.
    A ventisette anni suo figlio si struggeva per non sentirsi realizzato, per non essere ancora in grado di realizzarsi, di trovare la sua dimensione e la sua concretizzazione.
    Perché ossessionarsi a realizzarsi se la realizzazione non sapeva nemmeno lei cosa fosse. Nella società attuale tutti competono per riuscire in ciò che gli viene detto che sia importante, lei aveva sempre pensato invece che la realizzazione fosse una cosa che veniva da dentro e che avesse una grossa connessione con la consapevolezza di sé.
    La nuova generazione invece, nella maggior parte degli individui, ricerca ciò che la società stessa gli fa sembrare attraente ed importante, senza pensare se ciò sia davvero attraente ed importante per loro stessi a prescindere dalla società.
    Avere una casa per esempio, lei pensava che fosse un passo da affrontare a tempo debito, che se anticipato per desiderio di emulazione avrebbe potuto risultare come un’ancora che poteva costringere ed impedire, per esempio, di andare liberamente a vivere in un’altro luogo magari distante.
    Vedeva in suo figlio questo desiderio di bruciare le tappe ed era molto difficile cercare di convincerlo di non sentirsi frustrato per il dover sentirsi realizzato per forza.
    Riconosceva che suo figlio fosse un’anima sensibile e la vita è molto più difficile per questo tipo di persone perché la loro percezione del reale è estremamente amplificata, perché tutto sembra molto più difficile e quasi insuperabile. Eppure solo questo tipo di persone sono in grado di cambiare il mondo. Il mondo cambia sulla loro sofferenza e per la loro visione della vita.
    Sentì l’ago uscire dal suo corpo, il rumore delle provette che roteavano nelle mani dell’infermiera. Pensò al figlio, alle sue paure, all’emoglobina glicata per il nutrizionista, ai segni che portava sul corpo della sua malattia che l’avevano resa ciò che era.
    “Prima di uscire passate a pagare il ticket allo sportello” era la voce nasale dell’infermiera che la esortava così facendo a liberare la poltrona per qualcun altro. Perché la vita non si ferma e come le formiche del formicaio entriamo in contatto con le antenne per poi proseguire in modo tranchant verso la vita.
    Tirò fuori il bancomat, neanche pensare è gratuito a questo mondo, e con un sorriso si diresse verso lo sportello.

    Giovanni Ferrari sezione B
    Accetto il regolamento

  48. Ancora freme
    Il ramo di sostegno
    – merlo in volo

    Sezione A – accetto regolamento

  49. PAROLE DI SOLE

    Quando la poesia stenta a nascere
    serve parto cesareo.
    Niente bisturi, solo carezze per dilatare il ventre.
    Mani di velluto accolgono parole poetiche.
    Il palmo si fa tiepido nido.
    Dolcemente si schiude.

    Piume di colibrì volano tra le nuvole.
    Hanno voce di ruscello e canto d’usignolo.
    Hanno il corpo coriaceo del tempo.
    E la limpidezza del silenzio.

    Il volto è seno diafano di madre che allatta.
    La bocca ha la cedevolezza dell’innamorato.
    In embrione la speranza della spiga di grano
    di gemmare pane.

    Quando il vento diventa avvoltoio
    che minaccioso vola sulla preda.
    I lineamenti si contraggono
    La parola si fa ardesia e fuoco.
    Spada e scudo.
    Lastre acuminate squarciano l’oscurità.

    Quando essa si ciba di sole.
    Allora nel pianeta
    irrompe la vita.

    SEZ. A Accetto il regolamento

  50. RISVEGLIO

    Con un balzo, il gatto atterrò sul davanzale della finestra della casa. I suoi occhi magnetici s’incollarono al vetro e cominciarono a scrutare all’interno della stanza.
    Simili a due torce elettriche, entrarono nell’ambiente buio rovistando in ogni angolo.
    In quella stanza, il passaggio della luce del sole era ostacolato dalle pesanti tende di lino bianco ricamate a mano da Rosa in tempi lontani. Un ulteriore filtro era quello degli arbusti secchi che si aggrappavano all’intonaco esterno. Appartenevano ad una bellissima pianta di glicine dai fiori viola e dal profumo penetrante, adesso ridotta ad un esile e ritorto scheletro di rami secchi.
    Anche gli occhi di Rosa, una volta erano stati del colore dei fiori di glicine, ma il tempo li aveva scoloriti: il viola non si vedeva più, adesso prevaleva il grigio.
    Nonostante le tende fossero tirate ai lati della finestra, la superficie a vetro rimasta libera era sufficiente a soddisfare la curiosità dell’animale.
    Rosa, come evocata da lui, fece la sua apparizione nella stanza. Una minuscola figura che si muoveva con lentezza e portava con sé appoggiata ai palmi delle mani congiunte a mo’ di vassoio, la consueta ciotola di latte. In quel momento assomigliava ad una geisha che serve il sakè.
    La sua piccola mano aprì uno spiraglio di finestra e con l’altra appoggiò la ciotola sbeccata sul davanzale, accanto al gatto.
    Si sedette sulla sedia impagliata e, si mise ad osservare attraverso il vetro, il felino che leccava il liquido bianco. Lo faceva con eleganza e con un’aria di sufficienza, la sua espressione non conteneva un briciolo di riconoscenza, come se quel cibo gli fosse dovuto. Ogni volta che quegli occhi verdi incontravano i suoi, Rosa abbassava lo sguardo.
    Soggezione e attrazione, dentro di lei, si confrontavano e si scontravano. Senza dubbio quell’animale era riuscito a destarle sensazioni sopite da tempo.
    Come tutte le altre mattine, attese che il gatto avesse terminato il latte, per ritirare la ciotola.
    Questa volta però, lui, riuscì a farsi largo e catapultarsi sul pavimento, della cucina.
    Questo gesto, sorprese Rosa che vacillò, la ciotola cadde a terra e si ruppe.
    L’animale, intanto si era aggrappato alle tende con gli unghioli impigliati nella trama della stoffa, si dibatteva per uscirne.
    La donna, raccolse i cocci e, li gettò nella pattumiera.
    Lui, riuscì a liberarsi, a scapito purtroppo della povera tenda che, rimase lacerata in diversi punti
    Poi con un salto deciso, balzò sul divano liberty. Chissà per quanto tempo aveva agognato di raggiungere quella postazione – pensò la padrona di casa. Emise un miagolio soddisfatto, quindi socchiuse gli occhi e diresse lo sguardo sornione verso Rosa. Gli occhi scoloriti della donna indugiarono in quelle fessure verdi, mentre le sue gambe malferme, mossero alcuni passi incerti verso il divano, dove la bestiola, stava comodamente adagiata.
    Lo sguardo del gatto inviava a quello di Rosa segnali invitanti, messaggi suadenti, tanto che l’anziana signora ne rimase attratta e, fece la cosa più insolita, quella che mai si sarebbe aspettata: si sedette vicino a lui, nonostante il suo piccolo corpo fosse scosso da un lieve tremolio.
    Poi, la sua mano piccola e morbida, si mosse, in direzione dell’animale: una, due, più volte per poi subito, ritrarsi, fino a che, il suo palmo bianco e freddo, incontrò la superficie calda e liscia del manto fulvo del gatto. Le dita, assorbirono il tepore e la leggera vibrazione di quel ronfare.
    Rosa a quel punto cessò di tremare e ascoltò dentro di sé un movimento impercettibile che si faceva spazio, un leggero formicolio, forse una specie di solletico: diventò musica!
    Fece un bel respiro e, si sentì bene. Proprio bene. Come un ruscello in secca, che torna a scorrere nel proprio letto.
    Qualcosa di antico , rimasto immoto per lunghi anni nella sua anima riprese a fluire.
    Guardò il gatto accanto a lei che si era appisolato.
    Si alzò e andò a spalancare la finestra. Si affacciò e fra quell’intrico di rami ormai secchi, notò un giovane virgulto, di un tenero verde, cercare il sole. Sorrise.
    L’indomani avrebbe chiamato il giardiniere a potare la pianta.
    Il gatto, acciambellato sul divano, dormiva sornione, ma nello stesso tempo, riusciva a captare i movimenti e i pensieri di Rosa, e anche ad ascoltare la flebile voce della fogliolina invocare il sole.
    L’animale, si stirò ancora e, decise di staccare per un momento la spina del suo sesto senso. Giusto il tempo per farsi una dormita: “Proprio di quelle come si deve. In fondo se lo era meritato!”

    sez. b accetto il regolamento

  51. Poesia russa “Slovo”
    Canto del popolo russo che combatte e risorge
    Contro gli ucraini invasori della “Madre Patria”

    Derzhat’ Slovo Con fede mantenere la promessa.
    La notte a Krasnojarsk era fredda e senza luci. Anche il carbone era finito. Sagrin attendeva notizie dal comando supremo o da quello che ne era rimasto dopo l’abbandono di Mosca alle forze del “Patto Ucraino”. Intorno a lui, scaldandosi con una gamella di thè nero e forte corretto da qualche goccia di vodka, i reduci sopravvissuti del reggimento Preobanschanski, per l’ennesima volta ritornavano col pensiero all’inizio della così detta “Operazione Speciale” in Ucraina. Erano partiti fieri e motivati. Sicuri di dover difendere la popolazione russa che ai tempi di Stalin era stata tradita e ceduta all’Ucraina. Non che gli ucraini non fossero Piccoli Russi secondo la tradizione, ma come avevano imparato a scuola, si erano nei tempi passati alleati ai mongoli di Gengis Khan contro la Rus’ di Mosca Vladimir e Riazan.
    Erano gli stessi ucraini che si erano alleati con i “Cavalieri Teutonici” e la “Federazione lituano -polacca” contro Mosca.
    Erano gli stessi che alleatisi con l’atamano cosacco Khelmnicki avevano messo a fuoco la Galizia, la Podolia e la Bielorussia. Traditori nell’anima, gli ucraini si erano alleati con i turchi e gli svedesi contro lo Zar. E infine, e qualcuno ancora vivente ricordava i reggimenti di SS ucraine al servizio dei nazisti.
    Così partimmo per quello che consideravamo una giusta punizione da somministrare ai Kievani.
    Mala sorte ci incolse. I nostri generali si mostrarono degli incapaci e non si accorsero della trappola che ci avevano teso gli americani e la Nato.
    Armi, munizioni, mezzi blindati, aerei, erano stati per anni riforniti all’Ucraina. Nascosti attendevano di colpirci, Migliaia di soldati furono addestrati all’estero pronti ad entrare in Ucraina per attaccarci,
    Basta ricordare decise Sagrin.
    Meglio organizzarsi per l’ultima resistenza.

    Accesa una sigaretta, tirato una boccata profonda e tossito, la recluta, un ragazzo alto e ben nutrito imbacuccato nella calda uniforme dei tiratori siberiani, gli aveva raccontato di provenire da Tobolsk. Poi aveva chiesto a Sagrin di spiegargli esattamente cosa fosse avvenuto. A sedici anni sapeva solo che il presidente Putin aveva dovuto invadere l’Ucraina per evitare che le truppe della Nato e delle nazioni d’Europa, appoggiate dai fanatici musulmani, dilagassero in Russia. Gli ucraini, i maledetti avevano tradito e si erano uniti agli invasori. Così come avevano fatto i Baltici e Polacchi, i Rumeni e gli Ungheresi. Così, gli invasori avevano preso Mosca e catturato il presidente Putin, lo avevano fucilato sulla Piazza Rossa assieme a tutto il governo.
    Ora aveva sentito che dalla nazione distrutta, sfasciata, occupata, un gruppo di militari non si era dato per vinto. Decisi a proseguire la lotta, avevano creato un nuovo esercito a difesa della Siberia.
    Sagrin confermò..
    Il giovane Roman, questo il nome del ragazzo, assentì e rispose
    L’ufficiale si commosse. Dunque, lo spirito della Santa Madre Russia non era morto. Dette un buffetto al ragazzo e gli offrì metà dell’ultima aringa rimasta.
    Il colonnello Leonovich detto il monco a causa della bomba polacca che lui aveva preso in mano per allontanarla dai civili rifugiatisi nella cantina e che gli era scoppiata in mano, fece il giro delle guardie e mise tutti a dormire.
    Al mattino, Sagrin si accorse che Roman aveva tutta la notte dormito, abbracciando un qualcosa avvolto in una stoffa a strisce bianco blu rosse. Quel qualcosa non era il fucile che il ragazzo aveva appoggiato sulla sedia assieme al mantello.
    Quale che sia il momento, si è sempre curiosi. Curioso in quel mattino freddo e bianco di neve era Sagrin, o meglio, il tenente Sagrin, ultimo comandante del ricostruito reggimento di cosacchi siberiani,i soli sopravvissuti della divisione di uomini valorosi sacrificatisi per difendere la popolazione di Kazan sul fiume Volga, chiese cosa contenesse il pacco di Roman.
    Per tutta risposta, il ragazzo sciolse i nodi e stese il tessuto che Sagrin capì subito doveva essere un pezzo di bandiera con i colori imperiali.
    .Il ragazzo sorridendo orgogliosamente, estrasse dal pacco una spada cosacca chiusa nel fodero..
    Attese un cenno di Sagrin e poi continuò: Roman si era commosso. In fondo è poco più di un ragazzino pensò il comandante. Roman continuò: .
    Sagrin sorrise perplesso e un pochino scettico, ma poi pensò:
    Sentì la radio comunicare che truppe del Patto Ucraino si avvicinavano sempre più alle loro fortificazioni.
    erano pensieri deprimenti. !gridò ai suoi soldati che stancamente raggiunsero le trincee.
    Sporchi, laceri, affamati ma ancora bene armati, si prepararono alla difesa del ponte
    che conquistato, avrebbe permesso ai militati del Patto Ucraino di irrompere nelle vaste piane della Siberia e raggiungere Vladivostok.
    Per incoraggiare i soldati russi, il tenente ordino ai due trombettieri rimasti di accompagnare il tenore Komrov che doveva a piena voce cantare “l’Addio di Slavianka”, l’inno dei padri.
    Di fronte ai russi che ora tutti all’unisono cantavano, i vendicativi ucraini, gli sprezzanti baltici, i rinati germanici, i presuntuosi americani e tutti i loro servi europei si preparavano all’assalto finale. Mescolati senza ordine, carristi, fanterie, corpi speciali, volontari pregustavano la vittoria finale.
    Dalla trincea dove aveva fatto rifugiare i suoi uomini, il tenente Sagrin vide un bagliore forte come un fulmine apparire sopra i soldati russi.
    La spada di Roman dalla lama di damascato acciaio e l’impugnatura in oro, puntata verso il cielo, sembrava circondata da globi luminosi. Sentì il ragazzo che alzata al cielo la spada urlava . Bah, prepariamoci a morire, siamo uno contro mille. pensò Sagrin.
    Poi una tempesta di suoni scese dal cielo, seguita dalla visione di immagini dei corpi dell’esercito, che nelle uniformi di un tempo si radunarono dietro a Roman e avanzarono seguendo la gloriosa bandiera imperiale con l’immagine di San Giorgio che ora sventolava, colpita dai raggi di sole nel cielo del mattino. I tiratori siberiani, i reggimenti di Kazan, le guardie di San Pietroburgo, i cosacchi con le spade roteanti, le truppe dell’armata rossa, i dragoni di Novgorod, i reggimenti di Chetoso e i fanti di Pietro il grande, urlarono tre volte . Poi tutti avanzarono seguendo Roman e la spada. La marea umana multicolore per le diverse uniformi, questo esercito dello spirito, testimone dalle glorie passate, fendé le truppe del “Patto Ucraino” come una violenta mareggiata che scombussola il bagnasciuga. Piene di terrore, le truppe del “Patto Ucraino” fuggirono abbandonando armi, carri, equipaggiamenti. Lasciarono Mosca e impauriti si rifugiarono nelle piane ucraine, e infine raggiunsero Kiev.
    Alla sera sul terreno fu pace. Solo i pochi soldati che difendevano le trincee erano rimasti. Degli eserciti che avevano messo in fuga il nemico non vi era traccia.
    Trovarono la spada di Roman infissa nella terra.
    Erano tutti stupiti e increduli. Molti si inginocchiarono, si segnarono e pregarono.
    Allora una ragazza alta esile e bionda, prese la balalaika e cantò la bylina, quel canto epico russo
    che avevano sentito ma mai capito.

    sez. b accetto il regolamento

  52. VIAGGIO IN SARDEGNA

    Questo viaggio verso la Sardegna era programmato già da tempo e si preannunciava ricco di aspettative e forse colpi di scena. Vittorio si era assicurato che la sua auto fosse in perfette condizioni: aveva controllato l’olio, gonfiato le gomme pure l’ampolla del liquido motore e fatto una revisione del sistema di climatizzazione, molto importante per la sicurezza del viaggio. Poi con la musica in sottofondo e il sole che filtrava attraverso il finestrino, si sentiva carico di gioia.
    Mentre attraversava il paesaggio autunnale, con gli alberi che si tingevo di varie sfumature, non poteva fare a meno di pensare alla bellezza della vita e ai piccoli attimi che la rendevano speciale. Ogni curva della strada risvegliava in lui ricordi ertivi, di risate con gli amici, dei tramonti mozzafiato e delle nuotate nel mare cristallino della bella Sardegna.
    Durante il percorso, però, qualcosa non andò come programmato. A un certo punto, l’auto cominciò a far rumori strani. Vittorio abbassò il volume della musica e si concentrò. I suoni si intensificavano e il cuore gli batteva un po’ più forte. Decise di fermarsi in una piazzola di sosta. Uscì dall’auto, cercando di capire cosa fosse successo. Accostò l’orecchio al motore, cercando di cogliere ogni sfumatura.
    Proprio in quel momento, un uomo si avvicinò. Con un sorriso rassicurante, si offrì di aiutarlo. Era un meccanico di passaggio, in realtà stava tornando a casa dopo aver finito un lavoro. Dopo un rapido controllo, scoprì che si trattava semplicemente di un problema con una vecchia cinghia che si era allentata. Con una piccola regolazione, risolse il guaio in un batter d’occhio. Tra una chiacchiera e l’altra, si raccontarono le esperienze e le storie delle loro vite.
    Rimontando in auto, Vittorio si sentì più leggero. La giornata, anche se iniziata con una paura, si era trasformata in un incontro inatteso e nel ricordo che spesso purtroppo dimentichiamo che viviamo in un comunità e aiutarsi e conoscersi a vicenda, importante per continuare ad esserci in questo sempre ingarbugliato mondo. Continuò il percorso, rinnovando il suo amore per la natura e per le avventure che la vita riserva sempre ad ognuno.
    Finalmente arrivò a destinazione e il profumo del mare lo accolse come un vecchio amico. Le onde si infrangevano dolcemente sulla battigia e il sole calante dipingeva il cielo con colori che nemmeno un artista avrebbe potuto immaginare. I suoi amici Mario e Chicco lo stavano aspettando, pronti a festeggiare il suo arrivo.
    Quella giornata, che era iniziata con un imprevisto, si trasformò in un’esplosione di gioia e risate, tra racconti e ricordi condivisi, mentre il cielo si scurava e le stelle cominciavano a brillare. In quel momento, Vittorio capì che la vita è fatta di piccole sorprese e che ogni imprevisto può nascondere un’opportunità. E così, abbracciando gli amici e accogliendo la bellezza di quel momento, si sentì parte di qualcosa di più grande, unito alla natura e alle persone che amava.
    Tutti si riunirono attorno a un grande tavolo, imbandito con piatti di pasta fresca, pesce grigliato e una selezione di vini locali. La musica che si udiva in sottofondo creava un’atmosfera festosa, mentre le risate echeggiavano sotto il cielo stellato. Decisero poi di esplorare le spiagge intorno a Cala Luna, nella costa orientale della Sardegna tra i comuni di Baunei e Dorgali, zone bellissime della Sardegna.
    Perciò il giorno seguente, si misero in cammino. L’aria era fresca e profumata, e il sole splendeva alto nel cielo che era una bellezza.. Mentre camminavano, Vittorio si sentiva incredibilmente fortunato: la natura in tutta la sua bellezza lo circondava, con il blu del mare che si perdeva all’orizzonte e le scogliere che si ergevano imponenti. Arrivati a Cala Luna, rimasero senza parole di fronte a un panorama da cartolina: acque turchesi, sabbia bianca e un paesaggio roccioso che sembrava scolpito dal tempo.
    Decisero di tuffarsi subito, le acque fresche li rianimarono. Vittorio si lasciò andare, nuotando e ridendo con i suoi amici. Ogni istante sembrava racchiudere una magia unica. Dopo un pomeriggio di sole e giochi, si sdraiarono sulla sabbia, ascoltando il suono delle onde e godendo ella visione di un tranquillo mare.
    Durante la cena, sotto un cielo trapuntato di stelle, Vittorio ripensò a quanto fosse bello essere lì, e. Mario, con uno scatto di ispirazione, propose di raccontare ognuno il proprio sogno. Uno dopo l’altro, con sincerità ed emozione, parlarono dei loro desideri incorniciati di aneddoti gioiosi.. Vittorio espresse il sogno di dedicarsi a una progettazione creativa, unendo la sua passione per l’arte e la natura, indirizzando la propria carriera verso qualcosa che potesse lasciare un’impronta positiva nel mondo.
    Seguirono dei silenzi. Il gruppo si rese conto di come, pur avendo sogni diversi, ognuno di loro cercava la realizzarsi. Decisero allora di capirsi a vicenda nel perseguire le proprie aspirazioni e la serata si concluse con tante fragorose risate e un brindisi: “Ai sogni e all’amicizia!”
    I giorni successivi passarono veloci tra escursioni, scoperte culinarie, e serate speciali al chiaro di luna. Ogni giorno portava con sé nuove avventure, nuovi incontri, e ogni sera, riuniti raccontavano storie e pianificavano il giorno successivo come se fossero avventurieri in cerca di tesori.
    Una mattina, mentre percorrevano un sentiero sulla scogliera, Vittorio si fermò ad ammirare ciò che i propri occhi aveva fotografato: un piccolo arco di roccia, un passaggio tra due montagne. Incuriosito, propose ai suoi amici di esplorarlo. Così, ridendo e scherzando, iniziarono a salire felici immedesimandosi in esperti esploratori.
    La scoperta di quel luogo nascosto, quasi inviolato, si rivelò straordinariamente stupendo: un’area isolata con una piccola spiaggia privata, circondata da rocce e vegetazione lussureggiante. Attesero un attimo sorpresi poi si tuffarono in quell’acqua limpidissima, sapendo di aver trovato un angolo di paradiso. Mentre nuotavano, Vittorio si sentì invaso da una sensazione di pace mai avuta, come se quel posto fosse stato fatto su misura per lui e per i suoi amici.

    Franco Maccioni

    Sez. B – Accetto il regolamento

  53. CHE DIRE …

    Che dire…
    se s’alza al mattino
    quel sole caldo
    che t’investe di luce
    e vivi di quella
    felicità che t’accarezza
    il viso!
    Che dire…
    di quel mare sconfinato
    che ti riempie la vista
    di quell’insolito azzurro
    e che ti conquista!
    Che dire…
    se l’amore tuo immenso
    ti sorride nel nuovo giorno
    e t’investe il cuore
    come un onda impetuosa
    che batte più forte!
    Che dire…
    di quei baci lasciati cadere
    in un momento d’amore…
    un caldo sole
    un azzurro mare
    un cuore che sa dire
    con parole semplici
    l’eterna canzone della vita!

    Franco Maccioni

    Sez. A – Accetto il regolamento

  54. Accetto il regolamento-sez B-prosa

    SONO UN GUERRIERO SENZA PAURA
    Marco é alto 1,75, snello, ha oggi, 2025, 16 anni, un ragazzino socievole, con un sorriso sempre pronto a concedersi a chi con un sorriso lo guarda, lo saluta e magari gli dice due parole gentili e affettuose.
    Si, perché lui è così da sempre, sin da prima di quel maledetto covid che lo colpì nel 2020 e, dopo la guarigione, tutto sembrava passato così come era venuto. Invece, dopo pochi mesi, strani sintomi lo colpirono, debolezza, frequente stanchezza e dolori alla testa, apatia e inappetenza. Il padre era completamente assente e menefreghista, per cui viveva da sempre con la madre in casa dei nonni, due splendide persone che gli davano tutto l’amore e il sostegno che potevano. Le prime visite diagnosticarono un morbo raro e sconosciuto, venne ricoverato e sottoposto a trasfusioni e a terapia cortisonica. I risultati non erano soddisfacenti, Marco sembrava migliorare, ma dopo poco tempo i sintomi riaffioravano e la situazione si aggravava, manifestava seri problemi alle articolazioni, camminava a stento e non riusciva a usare le mani. Dopo inutili tentativi fu suggerito alla madre, Marilena, di recarsi a Milano, dove dicevano esserci specialisti più avanti nella ricerca di queste sindromi apparentemente derivate dal covid. Milano era lontana da loro, che vivevano e vivono in Sardegna, ma fosse stato in capo al mondo, nulla li avrebbe fermati, i sacrifici si palesavano duri, per fortuna Marilena, pur dovendolo lasciare, non perse il lavoro, ottenne una sorta di aspettativa e ancora oggi è molto aiutata dai suoi datori di lavoro, tanto sensibili che le assicurano il posto quando potrà rientrare. I nonni, come sempre e con tutto l’amore per Marco, facevano quanto loro possibile per aiutarli, fossero stati solo pranzo e cena. A Milano non ci furono cambiamenti ottimistici, la malattia era degenerativa e palesava alti e bassi, periodi di miglioramenti per poi ricadere in un’evoluzione negativa. Venne comunque indagato scrupolosamente, escludendo forme conosciute, come tumore o SLA o fibromialgia o similari, restava un morbo sconosciuto e la terapia rimase la stessa. La cosa più positiva era che non attaccava le cellule cerebrali, Marco era pienamente cosciente e sano a livello intellettivo e cerebrale in genere, ben consapevole di quanto gli stava accadendo. Si, Marco era consapevole e reattivo, nonostante la gravità della situazione. Continuò a frequentare la scuola, risoluto a non arrendersi, ottenne il diploma delle medie e si iscrisse alle superiori, che continua a frequentare. Intanto Marilena aveva cercato e trovato una casa indipendente per loro due, per una maggiore autonomia e libertà, ma quasi ogni giorno erano a casa dei nonni, sempre premurosi e preoccupati. La nonna, una donna molto sensibile, era profondamente scossa dalla vicenda del nipote, piangeva e pregava per vederlo migliorare, devastata da questo pensiero. Il nonno, pur non manifestando apertamente la stessa preoccupazione, ne era altrettanto devastato. Intanto Marco attraversava un periodo di peggioramento, le corde vocali sembravano compromesse e non riusciva a esprimersi in modo adeguato, per cui cominciò a seguire anche una terapia logopedistica. Fisicamente aveva alti e bassi, a periodi appariva molto gonfio e grasso, altri periodi dimagriva drasticamente. Ancora oggi, a 16 anni, nulla è facile per Marco, come vive dunque il suo stato? Depresso e rassegnato, suggerirebbe la situazione. No, depresso a volte, ma mai rassegnato, il suo coraggio è come quello di un guerriero dei suoi video-games che si trova da solo a combattere contro mostri invisibili, di cui percepisce solo l’ombra e qualche accenno di risata satanica. Ma lui sa che ci sono e può combatterli, opponendosi vigorosamente a ogni difficoltà.
    “Voi volete impedirmi di parlare? No, non ci riuscirete, dovessi ingoiare tutta la pioggia del cielo, tutto il sole dall’alba al tramonto, io non vi concederò la mia gola, le mie corde vocali, io canterò, piano, e poi più forte, sino a sconfiggervi tutti e la mia voce urlerà la mia vittoria.”
    “Voi volete impedirmi di seguire le strade del mondo, di saltare i fossati, di correre con i miei sogni? No, non ci riuscirete, vi ho tenuto testa sino ad ora, non mi avete inchiodato su una sedia, non lo farete mai. Dovessi legare le mie ali a un arcobaleno, saltare su un aquilone e correre sulle onde dell’oceano, voi non avrete mai le mie gambe e i miei piedi, io vi inseguirò anche nelle notti più buie e con la luce del mio amore per la vita, io vi sconfiggerò e riavrò la mia parte di speranza e di fiducia nel domani.”
    “Io non mi arrendo, a vostro scorno io alimenterò la mia sicurezza con lo studio, con gli amici, con lo sport, con l’amore di mia madre e di chi mi ama. Anche per loro, io non vi lascerò vincere.”
    “Marco”.
    “Chi mi chiama? Mostrati”
    La voce sembra provenire dalle pareti della stanza.
    “Sono io, il tuo amico più caro e fedele, sono il tuo coraggio. E sai di che sono fatto?”
    “No, so solo che ci sei.”
    “Sono fatto della tua fiducia e della tua forza, e dell’amore immenso di tua madre e dei tuoi nonni”
    “Si, ma non credere, sai? Voglio oppormi e lo faccio, ma ho anche paura, e a volte mi sento stanco!”
    “Conosci forse un guerriero che non si sia mai stancato? Non si sia mai seduto sotto un albero o su una pietra a riposare? O che non abbia mai titubato pur avendo la certezza della vittoria?”
    “Hai ragione, so che avrò ancora paura, che rischierò di arrendermi, ma non accadrà mai, finché mi starai accanto so che ce la farò, so che cercherò ogni via per oppormi e riuscire a vincere”
    “Ecco, dovrai ragionare sempre così e accettare qualunque consiglio che ti sia d’aiuto. Potresti anche andare in piscina, io so da secoli e secoli che è un ottimo aiuto, un toccasana per i tuoi muscoli minacciati. E magari potresti anche canticchiare riallenando le corde vocali. Che ne dici?”
    “Che forse ci proverò”
    “No, senza forse”
    “Ci proverò”
    La stanza torna nel silenzio, ma Marco sente ancora quella voce imperiosa e saggia.
    La mamma, appena rientrata dal fare la spesa, se lo trova di fronte sorridente. Con piacevole stupore, risponde al sorriso, poi domanda:
    “Successo qualcosa?”
    Marco non risponde, ma con la sua voce ancora roca e in difficoltà, inizia a canticchiare.

    -Maricà-

  55. Accetto il regolamento sez.A- Poesia

    BABBO MIO
    Ti parrà strano, babbo mio,
    ma non ti cerco mai
    nei colori sbiaditi
    di una fotografia,
    è così nitido il ricordo
    che traccia i tuoi contorni
    col dito della fantasia,
    mentre muovi i passi
    nell’anima mia.
    E sei così vivo
    quando ti affacci nel sogno
    che sento
    l’acqua che scroscia
    mentre sfreghi
    dalle mani il grasso
    di una giornata di fatica,
    in quella ruvidezza
    che d’improvviso
    è calda carezza sul mio viso,
    le tue mani,
    che non toglievano mai
    ricchezza dalle tasche,
    eppur così piene d’amore,
    e poi il respiro che si fa canto
    malinconico e leggero
    fra due note strimpellate
    sulla chitarra che ascolta
    la tua voce roca,
    e poi un sorriso
    che nasconde una tristezza
    silenziosa e vaga,
    e poi tu, sempre,
    nel profumo di pesche mature,
    che ti alzi e mi porti al mare.
    Vorrei che il cielo
    si scordasse un attimo di te
    e regalasse a me la gioia ora
    di un altro abbraccio ancora.

    -Maricà-

  56. Gesù nudo

    Gesù nudo di fronte all’ umana sofferenza dei poveri
    croce santa che asciughi le lacrime delle anime solitarie
    sento la fede che vacilla nel nulla dei miei momenti disperati d’inverno
    Signore tu che accogli la mia disperazione nel nido delle tue rondini
    carezza d’un vento d’estate che sfiguri la bellezza dei miei incubi
    nell’inferno sedato delle mie medicine tu preghi con il sudore del tuo sangue la libertà
    Gesù nudo di fronte all’umano amplesso degli emarginati
    nella preghiera libero
    nella speranza vivo
    l’amore eterno del tuo santo nome fratello
    vita sul filo

    sez.a accetto il regolamento

  57. Erano passati anni e anni ed il libro di Alex e Grace giaceva ammuffito nel sottoscala della biblioteca di Harlem, New Jork continuava a vivere e a morire e le lapidi dei ragazzi erano vestite dalla penombra di quella fresca serata di primavera. A New Jork era rimasta Jeannie la mamma di Alex da quando i genitori di Grace avevano lasciato per sempre la Grande Mela diretti in Florida. Quella sera come tutte le sere del mondo Jeannie era la a curare con la sua anima le lapidi dei ragazzi con il peso raggrinzito di tutte le stagioni che si erano susseguite

    Avevano appena finito di sistemare i vasi con i fiori nuovi quando Elisabeth, che aveva permeato con la sua amicizia la vita di Jeannie, la aiutò lentamente a sedersi sulla panchina in fondo al cimitero. Jeannie pensò tra se e se: ” Dio quanto sono stanca” la ferita della perdita del suo Alex non si era mai rimarginata nonostante lei avesse deciso di aggredire la vita. Si era sposata due volte ed aveva partorito un altro figlio per cercare di andare avanti ma gli incubi di quel inverno passato non gli avevano mai dato tregua. E così che quella sera si ritrovò sola di nuovo ad Harlem di fronte a quella palazzina ormai diroccata. Era nato lì accanto un teatro tenuto da giovani che aveva rischiarato la notte di Harlem. Jeannie entrò ed ecco una luce abbagliante che proveniva dal palco tagliare in due il buio della sala. Stavano provando Romeo e Giulietta di Shakespeare e il volto di Jeannie si gonfiò di lacrime. Un soffio di voce si alzò dal palco: “ Ma piano………..” . Quelle battute le aveva sentite migliaia di volte da giovane ma il ricordo di quella breve primavera le aveva fatte rinascere nel suo cuore.

    Si alzò con tutta la forza che aveva in corpo e venne alla luce e d’ improvviso il regista urlò: ” Stoooooop chi è lei?” e la sua voce tagliò il silenzio della sala e degli attori .” Sono una donna”. E tutti si commossero. In breve fu circondata dalla vivacità e dalla gioia dei ragazzi che dovevano recitare e si trovò a chiacchierare con loro. Alla fine la presero per mano e la portarono sul palco: “ Raccontaci di te…….” “ Sono Jeannie Alex Alexander sono donna e madre, la mia vita è tutta un eccomi di gioia e disperazione, per una stagione ho avuto 47 anni come il mio Alex …………..il mio Alex ……e in un momento svenne su quel palco di legno. Quando si riprese era sorretta dai ragazzi che la avvolsero nel loro calore. E la loro energia fece ricrescere la voglia di raccontare di Jeannie: “ qui vicino venti anni fa abitarono i miei ragazzi il loro amore e le loro risate “ Ma qui c’è solo un palazzo diroccato non c’è più nessuno…… “ “ Per una stagione c’è stato l’ amore loro hanno vissuto il loro amore così senza prove”. Si salutarono con calore e da quel giorno Jeannie prese a frequentarli e loro la nominarono la nonnina mascotte del gruppo. Ed ecco che quel libro pieno di polvere fece la sua ricomparsa nella sala delle prove. I ragazzi divorarono le pagine consunte di vita e ne parlarono col regista: “ A noi Shakespeare non basta………vogliamo mettere in scena Alex e Grace “.

    Jeannie li ringraziò e da quel momento fu “ Romeo e Giulietta a New Jork”. Il fuoco della loro breve estate tornò a vivere nei loro cuori e nelle loro parole; i ragazzi si trasfigurarono nel loro amore divennero comici, divennero innamorati, piansero disperati e le notti che avevano unito le loro immense solitudini furono scritte ancora ed ancora. Ricordi il loro primo bacio così tenero sotto il pioppo nel viale di Harlem…….Jeannie accennò ad un sorriso che contagiò l’ intero palco che esplose in una fragorosa risata. “ Sembravano le risate dei ragazzi loro che graffiavano la vita ad ogni istante che ridevano in faccia alla gioia ed al dolore”…..

    Loro che erano scappati dalla tristezza dei genitori…..no non volevano farsi contaminare dalla sensazione di morte nel cuore che avevano i genitori…….si erano incontrati angeli in fuga in un giorno di agosto e si erano sposati in un quel viale con New Jork come testimone.

    Le prove divennero un calice in cui ragazzi bevvero vita per diventare umani ed i loro volti si raccontarono tormentati delle notti di disperazione in ospedale con la malattia che aveva consumato le ossa di Grace…… Si ritrovarono nel buio accanto al teatro a piangere senza motivo eppure non li conoscevano ma perché, perché? Fu così che i giorni si susseguirono e divennero mesi ed arrivò il giorno della rappresentazione. Jeannie era riuscita a fare il miracolo nonostante l’ immenso dolore i genitori di Grace erano tornati in quella città. La sala era piena di persone un po fastidiose sembrarono pensare i ragazzi la dietro un po impauriti dallo spettacolo e dall’intensità della storia. I genitori di Grace si sedettero in silenzio in un angolo proprio per non farsi riconoscere da Jeannie e da Elisabeth, il cuore si gelò per un attimo ripensarono a quando avevano dato l’addio alla loro Grace poi si calmarono e lo spettacolo iniziò. E come una magia riapparve New Jork e i bellissimi viali alberati che pullulavano di vita ci fu il momento in cui apparve Alex e ci fu un lunghissimo silenzio che accolse gli attori sul proscenio tutte le chiacchiere che c erano state fino a poco prima smisero e la trama della loro storia si dipanò con calma. Arrivò la notte in cui Alex e Grace si incontrarono bellissimi randagi della strada, mano nella mano camminarono fino a quando la stanchezza non li prese alle prime luci dell’alba, videro un palazzo diroccato e vollero addormentarsi esausti in un piccolo rifugio. Inprovvisamente arrivò un ombra sopra di loro era il portiere del palazzo un uomo di colore robusto ed alto deciso a cacciarli ma quando li vide abbracciati e baciati dall’innocenza lì lasciò così nel regno di Morfeo. Ci

    furono giorni e giorni in cui i ragazzi si raccontarono e la vita pulsava in loro come il sole che baciava New Jork; divennero amici e poi la traiettoria del destino li volle amanti. In silenzio il loro amore contaminò tutta New Jork ed Alex e Grace divennero i simboli di una bellissima estate. L’inverno arrivò e quella mattina Alex era uscito un momento per fumarsi una sigaretta e Grace, dolcissima Grace provò ad alzarsi ma un fortissimo dolore la fece urlare dallo spavento. I genitori dei ragazzi erano sconvolti rivivere il dramma di anni prima sembrava così attuale gli attori erano così bravi e intensi………… Alex portò Grace in ospedale senza parlare con il fiato di un amante spaventato, gli infermieri la stesero su una lettiga e la portarono in una stanza, Alex passò lunghissime ore con lei poi si alzò uscì e parlò con i medici ed il destino gelò le sue povere ossa: CANCRO. Barcollò e quasi svenne dal dolore lo alzarono di peso gli infermieri. Da quel momento decise di non parlare più e di stare accanto alla sua Grace che gemeva fortissimo nella notte.

    Il giorno dopo aprì i suoi occhi vide Grace dormire ed uscì dalla stanza gli si avvicinò Elisabeth la più anziana del reparto che lo strinse a se in silenzio lei e le sue ossa incartapecorite. Alex per un attimo sembrò riprendersi poi Elisabeth gli parlò ” Devi dire addio alla tua Grace” glielo devi. Ci fu un momento in cui la rabbia lo prese “Dio perchè la mia Grace prendi me!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! ” e tirò un pugno nel muro fino a fracassarsi le dita. Poi rientrò nella sua stanza si stese accanto a lei e la baciò succhiando le ultime energie della sua amata. Non aveva più niente, stanchissimo uscì dall’ospedale New Jork era piena di neve e lui sparì in fondo alla strada. Il sipario si chiuse ed un lunghissimo silenzio attanagliò la sala poi i genitori dei ragazzi applaudirono presi da nuova vita li avevano ritrovati e la pace s’impossessò di loro per sempre.

    sez. b accetto il regolamento

  58. Sezione A – accetto il regolamento
    PERDENDOMI

    Mi perdo cose da fare
    tra le fusa del gatto
    e la strofa di una canzone,
    tra una settimana
    che non distingue giorno o notte
    e una giorno fatto di tutte le stagioni.
    Sono piena di cose da dire
    ma mi perdo tra le voci
    che fanno pace dentro me,
    tra un profumo di fede e
    una candela accesa,
    nascono nuove parole di silenzio.
    Un pò vagabonda avanzo
    senza meta
    ma con passi d’anima
    raccolgo legnetti d’amore,
    per mantenere acceso un fuoco
    timido ma mai spento,
    gioia che ha bisogno di tregua,
    che vuole sentirsi crescere
    prima di germogliare.
    Sarà che mi sto perdendo cose
    da fare
    da dire,
    ma sto perdendo anche
    il bisogno di capire,
    sto perdendo anche
    le paure,
    perdo anche la destinazione,
    impegnata a trovare
    dentro
    nuovi amici
    mi perdo fuori
    anche vecchi nemici.

    Simona Grammatico

  59. URAGANO

    È di un blu diverso il tuo mare.

    È uno sciabordio differente quello delle tue onde.

    Al mattino sei luce,

    Sei vita pura,

    Sei un incendio nell’oceano.

    Ma diventa presto plumbeo il cielo;

    È luce fredda,

    e il faro soffoca di sorpresa.

    Disorienta le barche.

    Un’ultima alba precede un tramonto invernale.

    ——————-
    Sezione A. Accetto il regolamento. Autrice: Valentina Petrullo

  60. CARPE DIEM

    Solo nei sogni gli uomini possono essere veramente liberi.

    Un cielo cristallino
    si staglia all’orizzonte,
    passi soffusi sulle nuvole,
    stelle pitturate d’oro,
    voci fioche portate dal vento,
    fin là…
    dove si accende l’orizzonte.
    Magia di sguardi,
    fantasmi di luce,
    vibranti gracidii,
    miracolosi sorrisi…
    Oooh, oh me !
    Oh Vita !
    Odori di bosco,
    profumi di muschio,
    danze di fate,
    cicogne col fagotto…
    Oooh, Dio !
    grande sono Io !
    Gnomi nei funghetti,
    streghe di corteccia,
    elfi di neve,
    prìncipi di sole…
    Oooh, bella !
    Radiosa Vita !
    Il Grande Spettacolo ha inizio,
    freme la terra,
    tuona il cielo,
    trema l’acqua.
    Placidi pensieri approdano
    al porto della fantasia.
    Uomini bambini,
    bambini Dei,
    cucinano il sale del mondo
    e lo zucchero della Vita.
    Sogno e poesia,
    bellezza e amore,
    cuore e arte,
    vivi ingredienti per
    il cibo dell’anima,
    per sfamare ogni uomo
    dall’apatia del mondo,
    elisir di vita
    per dissetare ogni uomo
    dall’arsura del mondo.

    Spiagge deserte,
    cascate impetuose,
    baite solitarie,
    picchi nevosi…
    Oh Cuor mio !
    t’amo, t’amo
    desiderio d’amare !
    Vive la mia vita,
    vive il desiderio,
    vive l’amore.
    Orchi e maghi d’oriente,
    leggende del nord,
    fiabe d’occidente,
    streghe e mostri del sud,
    spaziano le gioie,
    le paure danno arte.
    Ovunque si odono le stelle,
    si vedono i canti,
    si guardano i profumi,
    si toccano i pensieri…
    Oooh lodato sia
    il mio naso,
    il mio occhio,
    la mia orecchia,
    la mia pelle.
    Il Grande Spettacolo continua,
    e io ne sono protagonista,
    diretto dal mio cuore
    e dal Gran Maestro.
    Un attimo è più che
    un frammento di eternità,
    troppo prezioso per cederlo
    al fluire del tempo,
    senza contemplarlo,
    amarlo e consumarlo.
    E’ lo scrigno da cui prendere
    la chiave dell’esistenza
    per aprire il tesoro
    che consacri la mia vita !
    Oooh Me !
    Oh Vita !

    sez. a accetto il regolamento

  61. Virgole nel cielo

    Se come e quando è un fatto secondario
    così che allora potremo dire “ora”
    cogliere il vento come le lenzuola
    gonfie le ali e il petto aperto in volo
    sulla città a bocca spalancata
    sotto una pioggia di viole e zafferano
    librarci fulgidi oltre il sesto piano
    pazzi e invincibili far virgole nel cielo.

    Sez. A – Accetto il regolamento

  62. La donna, il femminismo e la diversità di genere visti da un maschilista (non misogino)

    L’amore è uno strano sentimento poliedrico, complesso, instabile, fragile ed effimero sul quale nessuno può fare affidamento. L’amore aiuta a star bene, ma non basta a rendere una coppia felice. Una parola spesso usata in maniera inappropriata, a volte utilizzata per manifestare gusti, stili di vita e comportamenti: amo viaggiare, amo fare sport, amo la vita, amo passeggiare, andare al cinema, ecc. diversi da quell’amore passionale descritto in tanti capolavori letterari.
    L’amore vero, fedele e leale, ammesso che esista e non sia una effimera infatuazione, è costretto a rinunce e condizioni, condivisi ed accettati dalla coppia al fine di rendere la convivenza quanto più possibile serena e gioiosa.
    Non esiste un matrimonio o convivenza perfetta. Molti dicono di amare, ma pochi sanno coltivare questo sentimento con amore. L’amore vero non esiste!

    La sfrenata voglia di libertà, del benessere fisico e dell’indipendenza economica ha spinto la donna a disinteressarsi della famiglia. Desiderosa di lavorare e fare carriera, è solita tralasciare i doveri coniugali.
    Questo non vuol dire essere misogino e/o maschilista, ma significa soltanto avere senso di responsabilità e dignità, morale ed etica, verso una istituzione “famiglia” che costituisce la primaria cellula fondamentale della società civile.
    Non basta essere madre e dire di voler bene ai propri figli se poi i compiti di crescerli ed educarli vengono demandati ad altri.
    Il lavoro, i soldi e la carriera non valgono nulla in presenza di una famiglia distrutta e disgregata per causa di una madre egoista, esuberante ed a volte anche lussuriosa. Essere mamma e comportarsi come tale, non è un ruolo o lavoro frustrante, ma lodevole e speciale, se veramente svolto con amore/passione. Il futuro dei figli dipende dalla dedizione e dal tempo che ogni mamma dedica loro!
    Le devianze giovanili, droghe, bullismo, violenze, ecc. sono le conseguenze di questi superficiali e menefreghisti comportamenti dei genitori e di molte mamme in particolare. Ogni donna che partorisce è madre dei propri figli, ma solo coloro che li accudiscono, si prendono cura di loro, li crescono e gli stanno accanto possono definirsi mamme!
    Questo ruolo di “ MAMMA” non è per niente frustrante, mortificante o un ripiego, bensì altamente lodevole e onorevole che dovrebbe rendere felice e gratificata ogni donna razionale, saggia ed intelligente.
    Il femminismo ha distrutto la famiglia!
    La “femminista” è caratterialmente una donna forte, esuberante, spavalda, arrivista, saccente, ecc.. Se non fosse per la diversità di geni, potremmo dire che trattasi di un mancato maschietto, un “ crossdresser ” che si comporta e veste come se fosse un perfetto uomo.
    Ben vengano le donne capaci, razionali ed intelligenti ad occupare posti di comando! Ma le partite non si vincono a tavolino, è necessario scendere in campo, lottare e dimostrare di poter sostenere il confronto e vincere la partita!
    La donna di un tempo riconosceva nel suo Uomo il simbolo rappresentativo della famiglia, orgoglio e vessillo della sua casa, sempre fiera e rispettosa di Lui, anche nelle peggiori avversità.
    Mentre la donna d’oggi, dopo l’avvento del femminismo, basato principalmente sull’indipendenza economica, ed il riconoscimento della parità di diritti verso, ostenta apparentemente sicurezza e determinazione pur sapendo di essere più debole fisicamente, più fragile psichicamente, più emotiva che razionale, con poca autorevolezza e con oltre seimilacinquecento geni diversi, ecc.
    Reclamare le quote rosa significa riconoscere la propria inferiorità rispetto agli uomini, implicitamente ritenuti più preparati, forti, capaci, risoluti, autorevoli, dinamici, intraprendenti, ecc.. ma che le donne sono costrette a chiedere per poter bypassare tutti quei deficit prestazionali che le impediscono di competere e reggere il confronto.
    Come è possibile paragonare i due generi se costituzionalmente hanno oltre 6.500 geni diversi che caratterizzano e contraddistinguono profondamente il maschio dalla femmina? L’uomo rappresenta la perfezione assoluta dell’universo e come tale non può essere paragonato o messo a confronto con nessun’altro essere vivente sulla terra.
    Le donne possono solo lontanamente somigliare a lui, ma per nessuna ragione/motivo potranno essere messe a confronto essendo, tra l’altro, la composizione fisica del maschio diversa da quella femminile! Due soggetti, persone o cose, possono essere messe a confronto solo se uguali e non simili. Potranno solo esistere corpi simili, aventi elementi comuni, ma sempre diversi e mai uguali! E come tutte le cose diverse/speciali per definizione non hanno uguali. Ciò induce ad affermare che: “tutti i corpi e gli elementi costitutivi dell’universo sono unici, esclusivi, incomparabili e speciali per composizione, struttura, forma e funzionamento ”. Gli stessi maschi, così come le femmine, entrambi singolarmente considerati, non sono comparabili ed uguali tra loro perché ciascuno diverso dall’altro con un proprio DNA che li caratterizza e contraddistingue nella loro struttura psicofisica, comportamentale, ecc..
    L’uomo e la donna sono complementari, ma differenti.
    Il maschilista è colui che affronta la vita come se fosse in battaglia, dando sempre il massimo di se stesso e pronto a morire pur di sconfiggere il nemico. Sempre fiero e sicuro non osa mai tentennare o dubitare delle sue capacità di riuscire a realizzare i suoi progetti. E’ coraggioso, affronta il rischio ma non è un temerario. E’ spavaldo, non conosce il pianto e non si dispera. E’ Onesto, leale ed infonde sicurezza. Sessualmente molto motivato, forte e superdotato, ecc. Non è un misogino.
    Ha rispetto delle donne e non oserebbe mai farle del male.
    I figli del maschilista si crescono rispettosi, sani ed intelligenti. Difficilmente frequenteranno cattive amicizie, diventeranno dei bulli, disubbidienti, svogliati a scuola o soliti uscire e tornare a casa, come fosse un albergo, al mattino seguente sbronzi e/o drogati. Una volta il maschio si riconosceva dal comportamento severo e rigido, dall’andatura fiera e dalla voce altisonante, incuteva timore e rispetto, oltre che dai peli irsuti ed ispidi che ricoprivano il suo robusto corpo scolpito dalla fatica, ecc.. Mentre oggi molti ragazzi per mostrarsi interessanti vanno dall’estetista a fare la ceretta, si tingono le unghie ed i capelli, si sottopongono a lampade abbronzanti, ecc….
    In taluni di questi casi potrebbe sorgere il dubbio che Dio avesse commesso qualche errore di gener

  63. Essenza dell’acquario

    Anima libera, vento che sfugge,
    pensiero che corre oltre i confini del mondo.
    Nessuna catena può trattenerti,
    nessuna regola può definirti.

    Sei il custode delle idee, il seminatore di sogni,
    sempre in cerca, sempre oltre,
    con lo sguardo rivolto all’infinito
    e il cuore colmo di possibilità.

    Ogni ingiustizia ti smuove, ogni verità ti appartiene,
    sei fatto di logica e di istinto,
    di curiosità e di slanci,
    di lucida follia e di infantile stupore.

    Non sei di questo tempo,
    né di questo spazio,
    appartieni a un domani che ancora non esiste,
    a orizzonti che solo tu riesci a vedere.

    E mentre il mondo cerca di afferrarti,
    tu voli più in alto,
    lasciando dietro di te il segno
    di chi ha osato pensare diverso,
    di chi ha saputo esistere senza paura.

    sez. a accetto il regolamento

  64. Mescolando …

    Il danno è fatto
    Mescolando pensieri e ricordi
    In un mare di sabbia
    Imbottigliati tra scogli e
    Ciottoli spigolosi
    che il tempo smusserà

    Antonio Pittau
    Accetto il regolamento, sez. a

  65. Nel paese del vento
    Nulla è rimasto dopo il soffio impetuoso.
    non voci né pianti
    solo polvere sulla strada
    che non è più strada
    ma cumulo di disperazione.
    sassi lasciati come impronte della storia
    e tintinnio di una campanella
    che è sortilegio contro gli spiriti malvagi
    strada non più strada
    ma soffio alito bufera.

    Francesco Paolo Catanzaro
    sez A: accetto il regolamento

  66. Sez. A
    Accetto il regolamento

    Signora mia

    Signora mia prima di partire
    ho steso le lenzuola al vento di guerra
    Certe macchie non son volute venir via
    Signora mia son dovuta scappare
    Cosi come mi trovavo
    Come mi vede
    Col vestito da lavoro
    Con le galosce
    Col cuore
    che pareva esso stesso una bomba

  67. ACCETTO IL REGOLAMENTO

    Amicizia senza età

    Il vomere degli anni
    incideva profondo solchi crudeli
    sul tuo viso sfiorito,
    come le primavere sorrette, fin’allora,
    dalle tue spalle lasse.

    Eppure, nei tuoi occhi
    cesellati nella terra dei vulcani,
    scorsi la lava ardente di un’anima
    ancora fanciulla, fresca a me pari:
    così mi fosti, da subito, sorella.

    Ora, invece, che mi resta di te,
    se non un remoto abbraccio
    custodito nel freddo di una cornice
    a sbiadire fatale
    come i tuoi capelli saggini?

    Sommesse giungevano le grida del mio cuore,
    tenero nelle carni, frusto di nostalgia,
    al sordo ratto del tuo stolto parentado…
    E compresi che non aveva età alcuna l’amicizia,
    come non l’aveva il dolore.

    sez. a

  68. INNO ALLA VITA

    Un inno alla vita vo’ a decantar
    pel suo continuo rinnovar con lo risveglio
    il corpo e l’anima

    Per sua natura avvicendar dritti e contrari
    a sera ci distende come morti
    ed ogni dì a resuscitar ci chiama

    Per questo anelo a lei essere grato
    e rispettare tutto lo creato
    che al pari mio e ancor di più la ama

    Lo “Deus sive natura” di Spinoza
    s’esprime in perfezion della Natura
    nell’ordine geometrico del mondo

    Del Dio in cui credo udir posso la voce
    lo suo frusciar del vento tra le foglie
    l’eco del canto d’un uccello in valle

    leggero all’alba un volo di colombe
    poiché il mio Dio non è in un tempio freddo
    ma tutt’intorno a me ed ei m’avvolge

    Parla dai monti da foreste e fiumi
    dai laghi e dalle spiagge ove ha la casa
    un Dio di libertà così s’esprime

    Tutti i miei sensi sento aperti e vivi
    quando cammino, parlo, ascolto, tocco
    odoro, gusto ed amo quel c’ho d’attorno

    Ascolto il mio respir, del cor lo battito
    il sangue nelle vene scorrer rapido
    la vita è rifiorita ed è sovrana

    Aperto ho gli occhi ancor e veder posso
    gli uccelli in volo le api ed i trifogli
    l’arcobaleno, il rio, li sassi, i colli

    Mirar mi piace le forme delle cose
    apprezzar manufatti, statue, dipinti
    i volti della gente e i lor colori

    Qual bianco sia o giallo dell’oriente
    oppure rosso indiano americano
    o anco nero come l’africano

    Udir m’è dolce il suon della natura
    dal silenzio e dalla pace esso esaltato
    il suo concento nella quiete m’ha cullato

    Distinguer posso rumori i più sottili
    il mormorio dell’acqua nei ruscelli
    il frinir delle cicale o quel dei grilli

    La musica, li canti, le risate le grida dei fanciulli assai gioiose
    rallegrano il mio cuor dando calore

    Le nari percepiscon li profumi
    l’erba, li fiori in campo, e poi gli agrumi
    il muschio quel ch’è vicino ai fiumi

    Vivo gli odori e sensazion de’ boschi
    alberi, arbusti, terra e petricore
    profumano di vita e immenso amore

    Sottili son profumi, immateriali
    lo naso attiran lor qual calamita
    donandomi l’essenza della vita

    La linfa sento allo toccar le piante
    salir dalle radici ai rami e poi le abbraccio
    del beneficio avuto le ringrazio

    La pelle sente l’aria, il sol, acqua e carezze
    e sotto i piedi scalzi il fresco prato
    provar mi fan piacere delicato

    Anco la bruma de li boschi scuri
    se visitar li vuoi nel mattiniero
    t’ammanta col suo fascino e mistero

    Lingua e palato gustan dolce e amaro
    sciapo, piccante, acido e salato
    alcun sapor ti tengono celato

    Per lo mercato che d’inganno vive
    li due sovente son sollecitati
    nello crear desii artificiati

    Lo pane fresco puoi gustar ch’è meglio
    d’una brioche d’industrial fattura
    che nulla ormai ha più d’agricoltura

    Noi ci accorgiamo delle cose esterne
    co’ cinque sensi che sopra ho decantato
    ma un altro senso che la vita ha dato

    scoprir possiamo senza usar lanterne
    viene dal cuore che dei cinque è il re
    chiamala anima e può parlar con te

    Grato ti sono vita pel regalo
    maraviglioso che mi fai provando
    li sentimenti e tutto ciò che vale

    e che radice trovan nell’Amore
    Perdono, Umiltà, Gioia, Amicizia
    Compassione, Gratitudine, Giustizia

    che riempiono il cuor di lor mai sazio
    e che nutrendol non si affievolisce
    ma si rinnova. Vivi e sii felice.
    Mario Alberto Castoldi
    Sez. A ACCETTO IL REGOLAMENTO

  69. Sambruna Lorena Silvia
    Accetto il regolamento, sez. a

    Figli del vento

    Passa il vento,
    nella sua via,
    sfiora vite come mani d’amante
    che accarezzano e fuggono via.
    È una via tra cielo e terra,
    dove i sogni caduti si sollevano ancora.
    Cammina il vento sulla pelle del mondo,
    dove ci sono cicatrici
    e silenzi che si fanno preghiera.
    È la via del vento,
    non si può seguire
    ma solo sentire dentro, come un grido.
    E tu, se un giorno la incontri, non fare domande.
    Il vento sa dove andare quando si ha smesso di cercare.
    Per cominciare a sentire. Lorena

  70. LE MIE PRIGIONI
    Seduto sulla mia poltrona sorrido guardando l’esuberante giovinezza di Sharon, diciotto anni, la più grande dei miei quattro nipoti, che è venuta a trovarmi in occasione del mio 71° compleanno; viene spesso da me ed è sinceramente interessata a passare un po’ di tempo con un vecchietto par mio. Seduta di fronte mi porge una fetta di torta preparata dalla mamma, la mia adorata figlia, che mi ha telefonato stamattina facendomi gli auguri ed avvisandomi che Sharon sarebbe passata. “Nonno, raccontami ancora qualcosa della tua vita“. “Sharon, amore mio, mi fa piacere il tuo interesse per questo vecchio ormai arrivato quasi alla data di scadenza, ma non voglio annoiarti“. “Al contrario nonno, le tue storie sono assai interessanti, e il tuo modo di raccontare più coinvolgente di qualsiasi film.“ “Allora siedi vicino a me, ti svelerò un segreto che non ho mai confidato a nessuno”. “Dai, racconta.” “Devi sapere che il nonno è stato in prigione”. “In prigione …!? Tu nonno !? Quando ? Dove? Perché? Per quanto tempo?” “Oh! … Per gran parte della mia vita. Non lo sapevo ed ero invece prigioniero, non rinchiuso in una cella, ma comunque un recluso, prigioniero di me stesso e dei miei comportamenti; un giovane stupido e presuntuoso che non dava il giusto valore al suo tempo. Queste prigioni hanno un nome, una di queste si chiama Arroganza”. “Tu arrogante? Ma non lo sei!” “Te l’ho detto, ero stupido, questo è comprensibile quando sei giovane perché hai poca esperienza in quanto non hai ancora vissuto abbastanza, e non c’è nessuno che ti fa notare la tua stupidità, o meglio, tu non ascolti nessuno di quelli che cercano di fartelo notare anzi, della tua arroganza te ne fai un merito, credendoti un duro, uno più furbo degli altri, dei quali ti curi poco o nulla, impegnato come sei a fare cose che ti impediscono di pensare a quello che stai facendo”. “Scusa nonno, fammi capire …” “Semplice, chiudi la tua mente avendo quel senso di superiorità nei confronti del prossimo. A volte risultavo altezzoso e sprezzante, non tenendo in nessun conto suggerimenti o proposte di chi si opponeva alle mie idee; anche se giuste non accettavo le critiche. Pur cercando di stare alla pari con gli altri, il mio carattere li allontanava”. “Allora cosa facevi?” “Davo la colpa alla loro ignoranza, peccando anche di presunzione”. “Cosa vuoi dire?” “La presunzione è un’altra cella della stessa prigione; sono presuntuoso quando penso che nessuno possa insegnarmi qualcosa, sono presuntuoso quando la mia insicurezza mi fa temere di mettermi in discussione, oppure quando non sono capace di “sentire” gli altri ed ascoltarli”. “Sembrerebbe allora semplice, basta cambiare modo di pensare”. “Prima di tutto occorre accorgersi di essere prigionieri, e non è semplice, poi ti ci vuole una grande forza di volontà per applicare il suo contrario. Il contrario della presunzione è l’umiltà, così come il contrario dell’arroganza è la gentilezza. Se un giorno ti dovesse capitare di dover scegliere tra l’essere giusta o essere gentile, scegli come prima cosa di essere gentile”. “Ma nonno, dovrei essere gentile con tutti? Anche con quelli che con me non lo sono?” “Certo che si, tutti noi combattiamo una dura battaglia”. “Mi sembra una cosa difficile da fare”. “E’ difficile solo se guardi gli altri con superficialità e non vedi come sono realmente. La superficialità è una leggerezza e fa perdere per strada le cose importanti che la vita mette a disposizione; superficiale è chi si accontenta di vedere, ma non sa guardare. Vedere vuol dire percepire con la vista ciò che ci circonda, guardare è invece rivolgere lo sguardo verso qualcuno con attenzione e benevolenza, e questo impone la nostra volontà , senza la volontà potresti passare continuamente da una cella all’altra senza riuscire ad uscire di prigione”. “Che rabbia!” Sorrido guardandola amorevolmente. “Anche la rabbia è una cella se non viene dominata o indirizzata nella giusta direzione”. “A volte anch’io provo un po’ di rabbia se un’amica mi fa un torto non meritato; litighiamo, il giorno dopo facciamo pace, però non è sempre facile dimenticare. Si può eliminare questa brutta abitudine?” “La rabbia è una delle nostre emozioni e non è né positiva né cattiva; può avvisarci che qualcuno sta invadendo il nostro spazio perciò la usiamo come difesa, dobbiamo però fare attenzione al comportamento che segue; quando poi è mischiata all’alcol distrugge anche le amicizie più care e se non fai niente per rimediare il rancore rimane anche quando dopo anni ti sei dimenticato perché avete litigato. Ma c’è un’altra gabbia più grande che racchiude tutte le altre ed è la gabbia chiamata paura, è la gabbia più buia; la paura suscita ansia, angoscia, dolore e rabbia. Spesso la nostra è paura degli altri, che ti fa stare sempre in difesa, attaccando prima di essere attaccati”. “Queste sono state le mie prigioni, gabbie di cui non si vedono le sbarre, e che anzi amavo come fossero i regni delle libertà”. “E come sei riuscito ad uscire da quella prigione?” “Ho trovato le chiavi”. “E dov’erano?” “Ognuno ha le chiavi delle proprie prigioni, sono dentro di noi, ma non le troviamo perché sono chiuse in una cassaforte, per la quale esiste una combinazione, ma la combinazione è chiusa dentro la cassaforte stessa; ed anche riuscendo ad aprirla ed impossessarcene non le usiamo, proprio perché abbiamo paura”. “Come si sconfigge la paura nonno?” “Fa’ tutti i giorni le cose di cui hai paura finché la paura sparisce, perché anche la paura ha paura … di un piccolo atto di coraggio. Bisogna avere la volontà e il coraggio di usare quelle chiavi per aprire la porta e uscire, avere volontà di ascoltare con fiducia la nostra voce interiore iniziando a disfarci di una visione limitata e guardare oltre. Aprire la porta e trasformare l’arroganza in gentilezza, la presunzione in umiltà, l’abulia in entusiasmo, l’accidia in solidarietà … riuscire a coniugare amore con rispetto e tradimento con perdono. Questo lo si ottiene con l’autocontrollo e la comprensione, perché non è il mondo che gira attorno a noi”. Seguono alcuni istanti di silenzio, Sharon è assorta nei suoi pensieri ed io mi allontano per preparare una tisana. “Ecco qui tesoro, beviamo questo infuso tonificante”. Assaporiamo in silenzio la nostra bevanda, gli sguardi si intrecciano e vedo nei suoi occhi un mondo d’amore. “Credo di aver capito nonno. Beh, ora devo andare. A presto nonno, e grazie perché mi aiuti a vedere la vita dal lato migliore. E dicendolo si china baciandomi sulla fronte. “A rivederci nonno. Ti voglio bene”. “Anch’io tesoro, tantissimo”.

    Sez. B Accetto il regolamento

  71. Sezione A – Poesie
    Nona M. Stanciu, accetto il regolamento del concorso.

    LA CORTINA

    S’innalzano verso
    l’azzurro lontano
    come verdi torri
    i sette pioppi
    che dalla mia stanza
    distesa guardo.
    Attendo con gioia
    la calda sera
    per spalancare
    le finestre
    della mia mente
    e far entrare
    la brezza dei
    pensieri raccolti
    su mille e mille foglie.
    Sette giganti
    contro il buio
    lottano
    nella mia fantasia.
    Vedo le loro punte
    piegarsi al vento
    e ogni sera
    m’invitano
    a passeggiare
    con lento passo
    per distendere
    tutti i miei sogni
    e desideri.

  72. Sezione B – Racconto breve (inedito)
    Nona M. Stanciu, accetto il regolamento del concorso.

    La via dei ciliegi

    Un breve racconto è spesso come il primo fiore di primavera: al primo raggio di sole spunta tra le foglie secche per rallegrarci con la sua semplice bellezza. Allo stesso modo, l’anima di ciascuno di noi racchiude la storia della propria vita e può capitare di volerne raccontare uno sprazzo anche agli altri.

    Anche se questa può sembrare una storia come tante altre, per me è speciale. Essa raccoglie alcuni ricordi di una ragazza straniera che ho incontrato qualche tempo fa. Il suo racconto è molto lungo e riempirebbe molte più pagine, quindi ho scelto solo una parte, da condividere con voi.
    Era nata in un paese del centro Europa, oltre la “cortina di ferro” dove era rimasta fino a qualche anno dopo aver compiuto la maggiore età. Era molto giovane, quando è andata via dal suo Paese, ma abbastanza matura per pensarla ancora allo stesso modo quando l’ho conosciuta più tardi. Il suo nome era insolito, anche nel suo paese e, per questo, io la chiamerò con un nome di fantasia: Eridania.

    Non si può scegliere il luogo di nascita, come non si possono scegliere i propri genitori o il colore della pelle come se fossero un vestito. Eridania, era fiera delle sue origini est europee delle quali non aveva mai fatto mistero.

    Ricordava con molta chiarezza la sua infanzia in una grande città che l’aveva vista crescere: rumori di tram, di autobus e di clacson nelle larghe vie del centro che poi si perdevano nel silenzio delle vie e delle viuzze di periferia. Il verde acceso, lungo i viali e nei parchi della città, si rispecchiava ancora nei suoi occhi azzurri.
    La casa dove era nata non esisteva più: era stata demolita negli anni ’80, ma lei la ricordava ancora molto bene. Una, delle tante case dei vecchi quartieri, quasi tutte costruite all’inizio del ventesimo secolo, alcune, anche più vecchie. Il colore delle mura della casa era indefinito perché ormai sbiadito dagli anni, poiché nessuno, aveva avuto cura di ridipingere.

    Doveva essere stata una gran bella casa, di gente che stava bene ma che, in seguito, l’aveva persa insieme ad altri beni, subito dopo la seconda guerra mondiale, con l’avvento del Regime comunista.
    Eridania, non ricordava se i proprietari della casa vivevano ancora in una delle stanze del pianterreno, ma forse questo aveva poca importanza, oramai. Tutta la casa aveva qualcosa di triste ed era sempre buia, le poche luci, venivano accese di rado e con molta parsimonia.
    Dal cortile interno, chiuso da un portone sgangherato in legno e ferro, si poteva salire, per una scala semi-esterna, ai piani superiori della casa, dove si trovavano alcune stanze che si affacciavano su un lungo pianerottolo semi-coperto. Da edificio signorile, era diventato un vero alveare: lo abitavano quattro o cinque famiglie che si dividevano la casa, costruita, in origine, per una sola famiglia. I nuovi inquilini, se erano fortunati, potevano abitare in due stanze minuscole oppure tre stanze condivise da due famiglie.

    Il quartiere, era abitato anche da molti zingari ma, a parte qualche zuffa al sabato o domenica sera, non ricordava avvenimenti spiacevoli o crudeli, come si potrebbe pensare. Era tutta gente povera che faceva fatica a campare e abitava in case vecchie, senza riscaldamento, piene di crepe e di buchi, rimasti dal tempo della guerra. Al massimo si ubriacavano un paio di sere alla settimana. Non aveva mai sentito, i suoi genitori, parlare male degli zingari, cosi come non aveva sentito parlare male neanche degli ebrei che a quell’epoca erano numerosi. Ebrei o zingari, non faceva alcuna differenza o distinzione per lei. Mi raccontò che non ricordava bene come e in quale momento ma, a un certo punto, da molto piccola, si era ritrovata in un’altra casa, situata in una delle viuzze del centro della città. Forse, ma non se lo ricorda, perché i suoi genitori avevano trovato una sistemazione migliore.

    Mi sembrò che, tra i ricordi più teneri che aveva, questo evento in particolare, le dava molta gioia. La nuova abitazione si trovava nel centro della città ma, a differenza di quanto ci si potrebbe immaginare, era in una viuzza piccola, piccola.
    Eridania, la ricordava come l’aveva vista la prima volta: in primavera, quando i ciliegi, nei cortili della via, si vestivano di piccoli fiori bianchi, un vero spettacolo!
    La via era pulita e vi si affacciavano case singole con cortile e qualche palazzina di due o tre piani al massimo, anch’esse con un piccolo giardinetto davanti e un cortile interno sul retro.
    Il silenzio che regnava, non faceva pensare di trovarsi al centro di una grande città, una capitale e solo qualche auto che passava raramente, lo faceva ricordare. I marciapiedi, erano larghi abbastanza per camminare in due e la strada non era asfaltata ma costruita con dei sassi quadrati, fissati nella sabbia, proprio come una volta.
    D’estate, il caldo delle pietre era quasi piacevole mentre i marciapiedi, di asfalto, erano come il gesso pronto a prendere le impronte dei passi: il caldo li rendeva cosi morbidi che anche con un piccolo bastoncino di legno si riusciva a lasciare il segno. Nell’autunno, queste orme sull’asfalto dei marciapiedi, erano oggetto di innumerevoli dispute, giochi e gare fra i bambini che vi abitavano.

    Nella via, abitava un’orda di ragazzi dall’età molto varia: piccoli come Eridania, altri un po’ più grandi, fino ai “molto grandi” che andavano già al liceo, fratelli e sorelle dei suoi piccoli amici. Ma lei, che era ed è rimasta figlia unica (direi sola, più che unica) non capiva molto la differenza dei rapporti tra fratelli e sorelle.
    Il ritrovo era sempre sulla strada, di fronte alla casa di uno dei bambini. Il richiamo al gioco funzionava come un telefono senza fili e faceva ritrovare tutti insieme quasi allo stesso momento. Eridania, andava alla scuola materna, dal lunedì al sabato (una specie di collegio), quindi, l’unico momento di gioco sulla via, si svolgeva la domenica oppure, durante l’estate, quando non andava in colonia o in campagna dagli zii materni.

    La nuova casa, dove abitava, era una palazzine in stile Art Deco, a tre piani più il piano seminterrato. Ai piani abitavano le famiglie “benestanti”, una di queste era di un colonello in pensione con una famiglia numerosa che aveva preso Eridania in simpatia. Sullo stesso piano abitava una famiglia della quale non si è mai saputo molto. Non si vedeva mai nessuno di loro. Delle altre famiglie non ricordava molto, forse perché non avevano figli con i quali giocare. Eridania aveva sempre avuto la sensazione che la palazzina fosse stata di proprietà del vecchio colonello e della sua famiglia. Come molte altre proprietà, era passata di mano e i vecchi proprietari erano diventati dei semplici inquilini con l’unico privilegio di restare ad abitare nella propria casa senza pagare (o quasi) l’affitto. La palazzina, nel seminterrato, aveva una specie di portineria e altri servizi: lavanderia, cantina, disimpegni vari e sala caldaia. Una parte di questi locali erano stati trasformati in mini appartamenti, composti da una stanza più un ripostiglio, adibito a una specie di cucina con lavandino.

    Uno di questi mini appartamenti, era abitato dalla portinaia che fungeva anche da donna delle pulizie e impicciona di turno: sapeva tutto di tutti dalla prima all’ultima casa sulla via.
    D’estate quando il “collegio” era chiuso, faceva da “balia” ad Eridania anche se non ne aveva bisogno, visto che passava tutto il giorno nella camera-appartamento a disegnare e giocare tranquillamente, da sola, per ore. Solitamente, la donna, la sorvegliava da sotto i suoi occhiali dalle lenti spesse, infilando la testa dalla porta per vedere cosa faceva. All’ora di pranzo, le riscaldava il cibo che aveva preparato sua madre e poi tornava ai suoi lavori di riordino.
    Ad un certo punto, non è stato più necessario: tutto finì quando la sua famiglia traslocò di nuovo.

    Sempre in quella casa, nell’appartamento più grande del seminterrato, abitava una famiglia composta da quattro persone: madre, padre e 2 figli (una ragazza più piccola di lei di 1 o 2 anni e il fratello, ancora più piccolo). I due bambini stavano sempre in casa e raramente venivano a giocare in strada con gli altri. Non era gente di compagnia e le famiglie non si frequentavano. Eridania, ricordava che la loro madre faceva la meteorologa e che parlava sempre del tempo. Ogni tanto, per brevi periodi, si stabiliva da loro, uno dei fratelli della madre. Anche se le famiglie non si vedevano, Eridania, giocava spesso con loro, soprattutto con la figlia. La loro madre era spesso a casa e faceva spesso da mangiare. Il loro appartamento era composto da due stanze con finestrelle, in alto, che davano sul passaggio al piccolo cortile fronte strada, mentre quello di Eridania dava sul passaggio che dalla strada portava al cortile. Il fatto di vedere solo i piedi delle persone che passavano, dava ai bambini una certa emozione. Si immaginavano le storie più fantastiche e straordinarie.

    Provava della paura quando, dal suo “appartamento” intravedeva le ombre o sentiva dei passi sul passaggio al cortile interno. Anche sua mamma a volte si spaventava, soprattutto di notte, quando, qualche ubriaco finiva in quel passaggio, gridando e dicendo parolacce a non finire, in piena notte. Spesso, provava tanta paura perché qualcuno, che non fosse suo padre, tentava di aprire la piccola porta sul passaggio, per entrare, pensando di essere arrivato a casa propria, facendo prendere un gran spavento a lei e a sua madre. In quei momenti, Eridania stringeva forte l’unico giocattolo che aveva, un cagnolino di pezza. Capitava anche che, alcune notti, si svegliasse piangendo a causa degli incubi che la assalivano e non la facevano più dormire. Sua mamma la tranquillizzava dicendole che “non era niente” ma, anche se le parole della mamma la calmavano, restava sveglia, al buio, ad ascoltare, sveglia più che mai e sussultando ad ogni piccolo rumore che sentiva.

    Questa palazzina aveva un cortile interno, tutto cemento, senza alberi o prato. Vi si accedeva dalla palazzina o direttamente dalla strada, attraverso un corridoio esterno stretto e buio. Un angolo del cortile era occupato dall’entrata di una specie di magazzino-cantina, forse era stata una vecchia rimessa. Proprio a questa rimessa sono legati i momenti più misteriosi vissuti da Eridania in questo luogo. Entrando, per effetto della luce esterna in contrasto col buio all’interno della rimessa, non si poteva distinguere niente. Era un grande capannone pieno di cose accatastate, una sopra l’altra alla rinfusa. Forse era stata una piccola fabbrica prima della guerra e poi diventò una rimessa. Vi si trovavano ancora tante cose vecchie: macchinari, attrezzi di ferro vari, ormai arrugginiti, biciclette e vecchie botti di legno e, sulla sinistra, una rampa di scale senza corrimano che scendeva fino alla cantina vera e propria. Là, suo padre, aveva un piccolissimo sgabuzzino dove riponeva attrezzi e cianfrusaglie varie.
    Ai bambini era proibito andarci, nella rimessa, ma lei era felice quando ci andava col suo papà. In quei momenti aveva meno paura e non smetteva di fare domande e chiedere a cosa serviva quest’oggetto o quell’altro. Immaginava quel posto pieno di vita e suo papà faceva del suo meglio per rispondere alle sue domande e darle spiegazioni come meglio poteva. Eridania, era sempre stata affascinata da questa grande e buia rimessa che spesso usava come nascondiglio nei giochi con gli altri bambini.

    Così, quando Eridania ha ancora voglia di nascondersi per riflettere o per restare sola, cerca di immaginare quella rimessa che la nasconde nel suo buio e la lascia correre fino a raggiungere i propri ricordi, rimasti in quella via dei ciliegi.

  73. SOFFIONI

    Amo i soffioni.
    Cè chi ci vede erbacce
    Io fiocchi di neve estivi .
    Oggi ne ho raccolto uno. Un soffio deciso ed è volato via tutto il superfluo saldato allo stelo solo dalla ruggine del tempo e da chimere impolverate.
    I fiocchi rimasti si sono ridestati.
    Un bel respiro e Come fate danzanti hanno preso il volo. Nei loro abiti nascondono un racconto da scrivere un disegno da colorare Una valigia da riempire Insieme.
    Se domani ne trovi uno
    Raccoglilo
    Pensami
    Scrivimi
    Accoglimi

    sez. a accetto il regolamento

  74. UNA SERA NAVIGAI UN INCENDIO

    Una sera navigai un incendio,
    un incendio nel cielo,
    e disegnai un gigante allegro,
    e un’ocarina a tre note
    che divenne uno sbuffo di pesca.
    Una sera navigai un incendio,
    e si fece una casina curva
    senza tetti o finestre,
    ed un osso strano del corpo,
    e in un soffio, il muso
    d’uno smunto levriero.
    Una sera navigai un incendio,
    e nell’incendio del cielo,
    navigai, navigai leggero.

    Sez. A – DIchiaro di accettare il regolamento
    Antonio Blunda

  75. Sezione A Accetto il regolamento
    Fabiola Murri

    Le vie del vento

    Scivola lieve tra rami d’ulivo,
    soffio di voci che non hanno volto,
    il vento viaggia senza confini,
    portando storie da chi non ha tempo.

    Attraversa tetti, colline e deserti,
    conosce il canto dei mari profondi,
    accarezza i crinali del mondo
    e scompiglia i pensieri nascosti.

    Nel nord sferza come lama d’acciaio,
    nel sud danza come spirito antico,
    porta profumi di rose e di sale,
    mescola sabbia e lacrime perse.

    Entra nei sogni di chi ha nostalgia,
    e ne risveglia l’anima inquieta,
    sussurra a chi ascolta nel silenzio
    segreti impressi in foglie cadute.

    Nei vicoli stretti delle città
    spinge i ricordi sotto le porte,
    gioca con tende e lenzuola stese,
    fa il giro del mondo in un solo respiro.

    Ha il passo del lupo, la voce dell’aquila,
    corre nei prati, poi sale ai vulcani,
    spinge le nubi oltre l’orizzonte,
    conduce il tempo dove non arriva il cuore.

    Nei deserti disegna sentieri
    che svaniscono appena tracciati,
    tra le rovine canta di amori
    che la memoria ha ormai consumato.

    Quando si placa, sembra ascoltare
    il battito quieto della terra intera,
    ma basta un pensiero, un grido, un addio
    e torna a correre, impaziente e fiero.

    Le sue vie non hanno inizio né fine,
    sono linee d’aria incise nel cielo,
    seguono strade che solo lui sa,
    il vento, errante, non guarda mai indietro.

  76. Amo… per non morire
    Il cielo si fa muto
    attraverso e oltre la finestra
    dove mi schianto… inerme.
    Stasera vorrei far pace
    con i tuoi occhi
    scavare alle pendici più intime
    a nuovi afflati refrattarie…
    Strappo il velo del buio
    i grumi appesi ai ricordi
    dove siamo stati gemme
    e poi fiordalisi, nella cui bellezza
    e tenacia a trattenere
    lo sguardo si perde, aggrappati
    a rinascita perpetua
    riflesso di noi.
    Vorrei fugar timori d’amore
    stanotte
    riversa in un altro sole che verrà
    a tendermi la mano.
    Un’onda che non può arretrare
    c’annega senza fiato
    come pesce ch’annaspa vita
    sui bordi dell’acqua…
    Tu, unico altare
    a cui mi voglio inginocchiare
    e torno ad amare
    nella tua pelle, nel tuo respiro
    nello spasmo fetale
    d’un giorno che fu.
    E scelgo te
    ancora e ancora.
    Amo… per non morire!

    sez. a accetto il regolamento

  77. Ascolta!
    Ci sono voci nell’aria
    trasportate dal vento
    vagano tra gli alberi,
    tra il cielo e la terra,
    tra le onde del mare.
    Al vento sussurrano segreti
    parlano di sogni e libertà.
    Sono voci innocenti,
    vite sepolte,
    vite appese, tese ad aspettare.
    Muta è la voce che gridava forte,
    nelle case  piene di vita,
    di echi, di risate, di passi che risuonavano.
    Ascolta!
    Nel vento una nenia di dolore,
    hanno ucciso l’alba,
    hanno ucciso i fiori
    piccoli narcisi che sbocciavano al sole.
    Muta la voce che grida nel vento 
    dei bambini di Gaza

    Giuseppina Carta
    sez. a accetto il regolamento

  78. VOLERÒ… FINO A PERDERMI

    Mi farò strada attraverso il bosco,
    sognerò alberi di parole,
    radici di vento a mezz’aria.

    Aprirò la bocca al silenzio,
    alla notte più incerta,
    alle voci ubriache di ombre.

    Sorseggerò l’acqua di fiumi scomparsi,
    danzerò con dee, sillabe e lune
    e volerò, volerò… fino a perdermi.

    Sezione A Accetto il regolamento
    Autrice: Floriana Porta

  79. IGOR ISSORF SEZ
    A
    accetto il regolamento
    Napoli 30-4-2025
    ore 11.45
    vento

    vento cambia direzione
    certezze, svaniscono
    senza appiglio di idee
    con il sentire profondo
    Illusioni di padronanza
    perdono il tronfio peso
    lasciando il vuoto fisso
    Voglio piangere, solo
    il mio dolore infinito
    per aver amato la vita
    che mi ha regalato spine
    Anche tu, mio, solo, amore
    ora fuggi, tra le ore mute
    distanti da quei sogni belli
    appassionati di semplicità
    Il mio silenzio custodisce
    le lacrime amare del cuore
    che non sa contare più battiti
    Igor Issorf @@##

  80. Irraggiungibile
    nell’incognito splendore
    umano occhio
    nel buio cielo scruta
    Lucente astro
    nel mare scia luminosa
    mentre con lei ballano
    minuscole stelle
    Immensi crateri
    ad umano occhio
    come volto appaiono
    Studiati nel profondo
    per l’incognito conoscere
    le fantasie lambiscono
    Simbolo d’amore
    Vola un vento di pace
    Sogno di un unito mondo

    sez. a accetto il regolamento

  81. Sezione A
    Enrico Ravasio
    Accetto il regolamento

    Percorrono la strada dissestata
    sorridono ai papaveri nell’erba
    le vergini di Maggio hanno rotto le catene.

    Rifiuteranno alcolici e droghe trendy
    laveranno questa sera le esili tuniche
    puliranno i vecchi sandali impolverati.

    Non più litanie dei piaceri perduti
    e rimpiangere l’eterogenesi dei fini
    è tempo di un sogno appassionato.

  82. L’ultima domanda
    Quando Giacomo si svegliò il giorno del suo ottantaduesimo compleanno, sapeva, senza sapere come, che quel giorno sarebbe stato l’ultimo.
    Non sentì paura, né tristezza. Solo una curiosa leggerezza, come se il tempo non fosse più importante. Si vestì con calma, preparò il caffè, e poi si sedette al tavolo della cucina, dove ogni giorno, da trent’anni, faceva il cruciverba. Ma stavolta non aprì il giornale.
    Guardò fuori, il giardino immobile sotto il sole di maggio, e si rese conto che aveva una sola domanda in testa.
    Una domanda che lo aveva inseguito per tutta la vita, ma alla quale aveva sempre risposto con frasi prese in prestito.
    “Che senso ha avuto tutto questo?”
    Aveva lavorato quarant’anni come contabile. Aveva amato sua moglie, Maria, morta cinque anni prima. Aveva avuto un figlio, Andrea, che viveva in Canada e telefonava ogni domenica, sempre con la stessa voce premurosa, ma con un affetto trattenuto, come se qualcosa lo tenesse un passo indietro, anche da lontano.
    Aveva fatto tutto ciò che si supponeva dovesse fare. Era stato onesto, gentile, prudente. Eppure adesso, nel giorno dell’addio, si chiedeva se tutto quel vivere fosse stato vita o solo una serie ben educata di abitudini.
    Uscì a fare una passeggiata. Camminava lentamente, col bastone, ma con passo sicuro.
    Il primo incontro fu con Roberto, il giornalaio.
    Ottantadue oggi, eh Giacomo? Tanti auguri!
    Grazie, ragazzo mio. Dimmi… tu sei felice?
    Roberto rise. Felice? Ma che domanda è? Faccio quello che devo. Pago l’affitto, vedo mia figlia nel weekend… va bene così, no?
    Giacomo sorrise, ma dentro sentì che no, non era una risposta. Proseguì.
    Al parco incontrò Teresa, una donna sulla settantina che riconobbe subito, anche se non la vedeva da anni. Era stata una delle sue prime allieve ai corsi serali di contabilità, quando lui insegnava alla scuola tecnica la sera per arrotondare lo stipendio.
    Professore? Ma davvero è lei?
    Teresa… non ci vediamo da mezzo secolo, mi pare.
    Lei rise. Eppure non è cambiato tanto. Sa, io quei corsi me li ricordo bene. Lei diceva sempre che capire i numeri era come capire le persone: bisognava vedere cosa c’era dietro.
    Forse dicevo cose intelligenti senza saperlo.
    Si sedettero un momento sulla panchina, all’ombra.
    Teresa… posso farle una domanda un po’ strana?
    Dopo cinquant’anni, mi deve ancora dare del lei?
    Allora va bene: dimmi… secondo te… che senso ha avuto tutto questo? La vita, intendo.
    Lei lo guardò con calma. Il sole filtrava tra le foglie e le illuminava il volto segnato, ma fiero.
    Non lo so con certezza. Ma a volte penso questo: che il senso non sta in quello che otteniamo… ma in quello che lasciamo negli altri. Nelle parole che restano, nei gesti che cambiano il corso silenzioso delle giornate altrui.
    Se anche una sola persona, grazie a te, ha fatto un passo in più… allora non sei passato invano. Non lo so se ha un senso. Ma io ho fatto del mio meglio.
    Quella risposta gli piacque un po’ di più.
    Passò dal molo. Lì, con sorpresa, trovò suo figlio Andrea, che era tornato all’improvviso, senza avvisare.
    Papà.
    Andrea… sei qui?
    Non potevo lasciarti solo, oggi. Qualcosa mi ha detto che dovevo venire.
    Si sedettero sul bordo del pontile, in silenzio. Le onde scivolavano leggere sotto di loro. Poi Giacomo parlò.
    Andrea, se ti chiedessi… per te cosa è vivere? Cosa mi diresti?
    Il figlio sorrise, con tenerezza, senza giudicare la domanda.
    Non lo so davvero. Ho cercato di costruirmi qualcosa. Di amare, anche se a volte male. Di imparare. E… di cercare un senso anche quando non ce n’era. Forse vivere è cercare.
    Giacomo annuì. È una buona risposta.
    Tornarono a casa insieme. Andrea mise su un po’ di musica jazz, quella che ascoltavano con Marta la domenica pomeriggio.
    Giacomo chiuse gli occhi. Ricordò le risate, le discussioni, i silenzi condivisi. Ricordò il profumo di Marta nei giorni di pioggia, la prima volta che Andrea camminò da solo, la sensazione dell’acqua fredda sul viso d’estate.
    E all’improvviso capì.
    Non c’era un senso, unico, scolpito nella pietra.
    C’erano mille piccoli sensi, che si formavano nel momento stesso in cui si vivevano:
    Una carezza data al momento giusto.
    Una parola detta con sincerità.
    Un sorriso incontrato per caso.
    Il modo in cui si affronta il dolore.
    La scelta, ogni giorno, di restare umani.
    Il senso della vita non era qualcosa da trovare.
    Era qualcosa da costruire.
    Con le mani, con gli errori, con la fatica.
    Con l’amore imperfetto. Con la memoria fragile.
    Con il coraggio di restare, anche quando si vorrebbe fuggire.
    Quella notte, Giacomo si sdraiò nel suo letto, il respiro calmo, il cuore leggero.
    Chiuse gli occhi con un sorriso.
    E senza rumore, senza paura, se ne andò.
    Come una candela che si spegne da sola, quando ha finito di fare luce.
    Sul comodino, una vecchia foto di lui e Marta, con Andrea bambino sulle spalle.
    Sotto la foto, scritte a penna, le parole che aveva trovato solo quel giorno:
    “Il senso è esserci stati.”
    E basta.
    Sezione B. Racconto. Pasquale Ciotola. Accetto il Regolamento

  83. Sezione B
    Accetto il regolamento
    Il peso sulle spalle
    Il denaro non ha odore, ma ha un peso.
    Un milione in contanti pesa sulle spalle più di un fucile.
    E quando la notte avanza, quel peso diventa una promessa: il prossimo incarico sarà l’ultimo. Poi lo sarà quello dopo. E quello dopo ancora.
    La prima volta che ho ucciso in combattimento è stato a ventidue anni, sei mesi dopo il congedo dai paracadutisti; il capitano mi disse: “Non pensarci, figliolo. Premere un grilletto è solo meccanica.”
    Non aveva torto, ho premuto tanti grilletti che potrei scrivere un manuale d’uso.
    Nello Zaire ho visto uomini pagarsi la fuga con l’oro che avevano strappato dai denti dei morti, io non l’ho fatto cazzo e avrei potuto.
    In Angola, ho trattato la vita di un ufficiale nemico come si fa con il prezzo di un cavallo: troppo caro, rinuncio.
    In un bistrot di Parigi, un giornalista mi ha chiesto se dormivo bene la notte.
    Ho sorriso e gli ho risposto: “Come un bambino”, però non gli ho detto che i bambini urlano nel sonno.
    Per due volte mi sono infilato in manifestazioni contro le guerre, divertimento assicurato.
    Tutte queste brave persone che ardono di nobili ideali che gridano e strepitano convinti di testimoniare la Giustizia e se avessero davanti i loro avversari disarmati li ridurrebbero a brandelli, eccitandosi.
    Ho anche rimorchiato una manifestante, un’insegnate con gli occhiali ed i capelli ricci, raffinata e sposata.
    Ho amato poche cose nella mia vita. Una di queste è il rumore della pioggia sulla lamiera dopo una battaglia, perché il sangue viene lavato via.

  84. La sposa

    Si posa
    la sposa curiosa,
    ritrosa, vezzosa,
    leggera e scontrosa,
    su foglie di rosa
    si sa, bella cosa,
    sostare gioiosa
    e mirar pensierosa
    al destino. Lei dosa
    l’amore e poi osa
    lanciarsi festosa
    al suo amato,
    né mai si riposa,
    così deliziosa,
    la sposa amorosa.
    Com’è rigogliosa
    la pianta frondosa
    fiorita e vistosa,
    così luminosa
    stupenda sarà,
    uguale alla sposa
    sì lieve e altezzosa,
    ma tanto radiosa
    ché oggi si sposa
    e d’amore vivrà.

    Sez.A POESIA -Accetto il regolamento. Autore: Piero (Pierluigi) Stradella

  85. Calice rosso

    Manca poco
    e l’intorno ancora una volta
    sarà riempito dal buio
    e tutto perderà di significato
    ogni attimo sarà crudele
    senza alcun suono
    senza nessuna parola
    a riscendere
    come un ricorrente incubo.
    Ma prima…
    ancora un bicchiere
    e l’ennesima promessa
    che sarà l’ultimo
    poi ancora un giro
    sulla ruota del destino
    che in maniera sommessa
    scopre tutte le sue carte
    e le mette in tavola.
    Sale l’angoscia
    e fa male.
    Fa male come la solitudine
    che passa attraverso il vento gelido
    e con la paura
    prima di chiudere la notte
    che sia sempre l’ultimo respiro.
    Si…
    ancora un bicchiere
    prima del buio.
    L’ultimo
    forse.

    sez. a accetto il regolamento

  86. Inseguo ancora le tue orme

    tuoi piedini nudi
    di corsa sulla sabbia
    a chi prima si fa il bagno,
    io ti rincorrevo
    e tu ridevi,
    e allora alti gli spruzzi
    e le tue grida di gioia
    arrivavano fino al cielo
    fino a toccare il sole.
    Non bagnarmi che l’acqua è fredda,
    poi mi buttavi in mare
    ed io facevo finta di affogare
    in quel azzurro che accecava.
    Cerco ancora i tuoi piedini
    sulla sabbia,
    mi è rimasta una stella marina
    ma ci sei tu dentro al mio mare
    ed io inseguo ancora
    le tue orme sulla sabbia
    mai cancellate.
    Partecipo sezione a
    Accetto il regolamento

  87. Wheelchair (Sedia a rotelle)

    Nell’umida sabbia
    son orme sottili
    quei solchi di ruote
    dal varco ai pontili.

    La brezza serale
    ti scorre sul viso,
    l’odore del mare
    risveglia il sorriso.

    In cerca il gabbiano
    del suo nutrimento
    le ali distende
    e adagia sul vento.

    L’uccello marino
    si libra e t’invita
    a un ampio respiro
    fluente di vita.

    Gli immobili arti
    non senti pesare
    e l’aria t’avvolge
    per farti volare.

    Sez. A: POESIA – Accetto il regolamento. Autore: Sergio Spena

  88. Questo racconto non ha un finale

    Ebbene, la faccenda è questa: questo racconto non ha un finale. Detta così è un po’ brutale, lo capisco; e penserete che si tratti di un espediente per evitare di scriverlo, questo benedetto finale, dato che è risaputo che nei racconti brevi il difficile è proprio trovare una degna conclusione alla narrazione. Eppure vi prego di darmi credito, e se possibile, di capire le mie ragioni.

    Allora, provate a immaginare un uomo e una donna che discutono animatamente, ad esempio attorno a un tavolino, in un bar elegante del centro città, due bicchieri di prosecco e qualche salatino sul tavolo; oppure, può andar bene lo stesso, in una stanza da letto accuratamente arredata, lei in piedi, in sottoveste di seta nera, lui seduto, anzi accasciato, sul bordo del letto.
    Lei è ancora una bella donna, sul viso qualche ruga che non riesce a intristire quegli occhi cerulei, ora attraversati da lampi di rabbia. Anche lui è un uomo piacente, brizzolato, ma ha avuto tempi migliori. Mormora poche parole, cerca di contrastare l’invettiva della donna.
    Poniamo che siano marito e moglie; oppure, ed è ugualmente possibile, un uomo sposato e la sua amante.
    Lei non può più sopportarlo. Per anni ha fatto finta di non vedere il tradimento compiuto sotto i propri occhi, ma ora basta.
    D’altronde, anche la richiesta di rompere definitivamente con la moglie e chiedere il divorzio, è rimasta inascoltata per anni. Ora basta.
    Lui è distrutto, capisce di essere sull’orlo di un precipizio. Come ha potuto arrivare a questo punto? Eppure ama ancora sua moglie, non potrebbe vivere senza di lei. Come potrebbe rinunciare alla tenerezza degli abbracci notturni, al Natale con i figli lontani? E i ricordi di una vita felice passata insieme a lei non lo tormenterebbero comunque? Tuttavia, non può fare a meno neanche dell’amante. Non riesce nemmeno a pensare di non provare più il brivido di eccitazione alla vista di lei, l’ansia per gli incontri furtivi, la spasmodica ricerca del suo corpo, mentre lei fa altrettanto nei suoi confronti.

    Prova a negare, ancora una volta, sia pur debolmente. Si sente come il toro carico di banderillas, che sente avvicinarsi il colpo finale. Cerca di impietosirla. Ma la moglie è granitica, gli si avvicina e gli urla contro. D’altra parte, se anche stessimo parlando dell’amante, e in questo caso non ci sarebbero urla, ma parole sottili e taglienti, le ferite sarebbero egualmente gravi.

    Rivede la sua vita passata, gli errori compiuti, ma ormai è troppo tardi. Non ha colpe da imputare se non a sé stesso. Credeva di essere un uomo onesto e fedele. Poi ha conosciuto lei. Cosa lo ha trascinato nel gorgo? La sua voce sensuale, gli occhi quasi trasparenti (così simili a quelli della moglie!), il modo in cui si muove? Si sentiva trascurato? O si è convinto di esserlo?

    Improvvisamente la moglie (che è in camera da letto… o si trova al bar per il solito aperitivo col marito? Beh, non importa, anche l’amante potrebbe avere iniziato il discorso dopo il loro ultimo amplesso in una stanza d’albergo) assume un’espressione cattiva, un’espressione che lui non le ha mai visto prima. Dice cose che lui di primo acchito non capisce… che vuol dire “sono stata con un altro”? Cosa intende dire con “credevi che avrei sopportato per sempre?”. Ma mentre dice quelle cose impensabili, urla e piange, disperatamente piange. Lui è ancora tramortito, vorrebbe consolarla (o accusarla?) ma non osa avvicinarsi. “È tutta colpa tua, stronzo!” urla ancora la moglie, e fra le lacrime gli assesta un ceffone violentissimo.

    Certo, dovremmo tenere conto dell’altra versione della storia, ma anche qui le cose si mettono male. “Ormai ho deciso. La nostra storia è finita.”, dice l’amante, quasi in un sussurro, perché le manca il fiato. Anche il suo viso è solcato dalle lacrime. Afferra il bicchiere sul tavolo e lo rovescia sul viso dell’uomo, che sopporta, terreo, senza dire una parola; o forse semplicemente gli volta le spalle e inizia a rivestirsi.

    Lui capisce che deve fare qualcosa, un gesto, una parola… ma è come se la sua volontà fosse stata annullata; sa che un passo in una direzione gli precluderà per sempre l’altra. Le funi che lo dilaniano tirano con la stessa forza in direzioni opposte: non ha scampo.
    “Ti prego”, riesce a dire con voce quasi flebile, ma la donna che gli sta dinanzi lo guarda con freddezza.

    “Ho conosciuto una persona”.

    Lui capisce che è la giusta punizione, ma vede una voragine aprirsi sotto i suoi piedi, pronta a inghiottirlo. Eppure sa che quella donna, in fondo, lo ama profondamente.

    Ed ecco che siamo al punto morto, per il quale vi avevo avvertito. Perché qui sorge il dubbio, se le parole raccogliticce con le quali abbiamo illustrato questa storia (o queste storie) siano soltanto uno sfarfallio nella mente dell’autore, o siano piuttosto carne e sangue, vite vissute realmente in qualche angolo del mondo, con piccole variazioni: il colore degli occhi, qualche ruga in più, una frase meno tagliente, l’arredo poco elegante, vino rosso al posto del prosecco. E all’autore quelle parole siano giunte, portate da qualche misterioso vento cosmico, perché si ponesse al servizio del dramma che quelle persone stavano vivendo. Di fronte a questo dubbio, l’autore arretra timoroso, o se volete rispettoso, di quello strazio che ha, per pochi attimi, intuito.

    E lascia a voi, se volete, l’incombenza di concludere la storia.

    sez. b accetto il regolamento

  89. INCUBO
    Improvvisa una raffica di vento mi spinge, mi butta a terra. La bocca contro l’erba umida.
    “Mio Dio… nooo!…” L’odore di zolfo è acre, pungente. Alzo gli occhi: graffi di luce
    feriscono il cielo nero. Un brivido mi corre lungo la schiena.
    E’ stato lui. Il grande uccello invisibile.
    “Te l’ho detto e ripetuto: è pericoloso uscire di notte. Guarda…laggiù abita il bokor; ha
    ottenuto il dente del gatto nero, i suoi alleati sono il serpente e il grande uccello
    invisibile…hai rischiato grosso”.
    “E’ colpa mia, nonno, è tutta colpa mia.”
    Mi alzo e riprendo il cammino. La foresta ha l’alito pesante: urla, sibila, fischia. Procedo
    piano. Le gambe sono macigni.
    A poco a poco le chiome degli alberi spariscono come nuvole nere che il vento allontana:
    il cielo è vuoto.
    Laggiù brillano le luci della città.
    Il dito sul pulsante insiste e le sbarre si spostano. Entro: nessuno, nessun rumore. Cammino sulle scarpe alte lungo il viale in salita.
    Improvviso un colpo mi spezza il respiro, mi volto di scatto: le sbarre bloccano l’uscita
    come denti di ferro in una bocca chiusa.
    Continuo a camminare. La casa è una sagoma nera che guarda giù dalla collina; gli alberi
    secchi si spostano come soldati, mi cedono il passo.
    Ho il fiato corto.
    “Il mio padrone t’aspetta” dice il maggiordomo sulla porta d’ingresso. Lo seguo lungo il
    corridoio chiaro di specchi. Si ferma. L’indice della mano in alto: “Seconda porta a destra”.
    Salgo la scala che svolta e sparisce.
    La porta è socchiusa, una voce suadente mi dice d’entrare.
    Mi fermo.
    Il rosso è ovunque: sulle pareti, sul copriletto, sulla poltrona.
    Lui indossa una vestaglia di seta nera, i capelli sono una patina lucida e scura sul cranio,
    una striscia di barba risalta sul mento appuntito.
    “Avanti…” dice, “posa la borsa e preparati, là c’è il bagno”.
    Entro piano nell’acqua di rose, mi allungo sulla nuvola bianca di schiuma e inizio a volare.
    Chiudo gli occhi. Che notte, penso, e assaporo il gusto dei soldi.
    Davanti allo specchio mi giro e rigiro; la vestaglia è un soffio sulla pelle morbida d’olio…
    Sono bella. Sembro quasi una regina.
    Apro la porta. La mano trema. Il respiro è veloce.
    Gli occhi percorrono avanti e indietro la stanza.
    “Signore… dove…” balbetto.
    Il solito stronzo. Se n’è andato senza avvisare.
    Di colpo da sotto il letto spunta una testa come un triangolo.
    La mia bocca si spalanca, ma l’urlo resta in gola.
    La testa avanza piano trascinando un corpo senza fine. Due pupille verticali mi fissano e
    una lingua frusta l’aria.
    Gli occhi mi escono dalle orbite. Le gambe sono colonne sul pavimento.
    L’enorme boa è vicino ed io non posso fuggire.
    La paura mi salta addosso come un leopardo.
    Il serpente s’avvinghia alle caviglie e inizia a salire.
    Il sudore è acqua sulla fronte.
    Con le mani cerco di sfilare la ciambella di muscoli e squame. Inutilmente.
    Il boa continua a salire, avvinghiato come edera all’albero. Le mie braccia sono bloccate.
    Improvvisamente la luce sparisce e nel buio volano voci come spiriti.
    “Non dovevi uscire di notteeee…”
    “Non sapevi che i bokor hanno i poteriiii?”
    “Ti sta beneeee. …tu che pensi solo ai soldiiii….”
    Non riesco a respirare. La faccia del serpente è vicino alla mia, il suo alito è un getto d’aria
    calda che…
    L’urlo sveglia le ragazze.
    “Che succede?” balbetta Mery
    “…Nimia…il solito incubo…”
    Ona riprende a dormire.
    Scendo dal letto. Sono sudata e ho il fiatone. Vado in cucina prendo un bicchiere,
    lo riempio d’acqua. Apro la finestra, mi siedo su una sedia e resto a guardare.
    Sez B accetto il regolamento

  90. FINALISTI DEL CONTEST LE VIE DEL VENTO:

    Sez. A (poesia)
    “Ordine apparente” di Angela Maria Malatacca
    “Le vie del vento” di Fabiola Murri
    “Amo per non morire” di Francesca Patitucci
    “Distanze” di Rita Coda Deiana
    “Vento” di Francesca Santucci
    “Riconoscimenti” di Luigi Carlo Rocco
    “Gesù nudo” di Pierfrancesco Roberti

    Sez. B (prosa)
    “La nonna, buona anche da morta” di Francesco Gagliardi
    “L’incanto dell’isola” di Francesca Santucci
    “Sul palco non vi è altro che la musica” di Rita Coda Deiana
    “Questo racconto non ha un finale” di Corrado Tringali
    “La via dei ciliegi” di Nona M. Stanciu
    “Thunderstruck Empire 2 Evolution” di Marco Petruzzella
    “Il peso sulle spalle” di Enrico Ravasio


    Si ringraziamo tutti i partecipanti al Contest!

    1. Complimenti a tutti i finalisti e la zampa al lupo!
      Ma bravi anche tutti i partecipanti!

  91. Felicissima, ringrazio la Giuria e Oubliette! Sinceri complimenti agli autori selezionati

  92. Ringrazio di cuore tutta la giuria e Oubliette per la considerazione nei mie confronti. Complimenti a tutti gli autori, finalisti e partecipanti.

  93. Ringrazio vivamente la Giuria e Oubliette per l’attenzione che hanno dedicato alla mia composizione. Un saluto a tutti i partecipanti al contest letterario. Chi crea vince sempre.
    Luigi Carlo Rocco.

  94. Ringrazio vivamente la Giuria e Oubliette per l’attenzione che hanno dedicato alla mia composizione.

  95. Ringrazio la Giuria per la bella notizia! Un caro saluto ed abbraccio a chi ama la poesia, a tutti i partecipanti e finalisti , a quanti ogni giorno si impegnano a creare bellezza.
    Luigi Carlo Rocco

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