“Adolescence” serie tv diretta da Philip Barantini: che cosa nasconde?
“«A volte penso che avremmo dovuto fermarlo. Accorgersene e fermarlo.» Manda Miller.”

Doncaster, South Yorkshire. Sono le 06 del mattino, il detective Luke Bascombe ha appena ricevuto un messaggio vocale dal figlio adolescente, una di quelle in cui un genitore viene avvisato che un improvviso mal di pancia è un impedimento troppo forte per recarsi a scuola. Ah, i figli… C’è sempre qualche problema con loro… sembra alludere il detective rivolgendosi alla collega Misha Frank. Già, chi li capisce questi adolescenti?
Pochi minuti dopo siamo con lui, mentre irrompe a casa della famiglia Miller, accompagnato da poliziotti armati fino ai denti. C’è da prelevare un altro adolescente, Jamie, un tredicenne che appena lo vede entrare nella sua camera se la fa letteralmente sotto. Eddie e Manda, i genitori, sono comprensibilmente sconvolti, la sorella Amélie è attonita, ma c’è un’accusa gravissima a carico di Jamie: aver accoltellato a morte Katie, una coetanea.
Inizia così “Adolescence”, miniserie Netflix interamente girata in piano sequenza, priva di montaggio ed ellissi, dove il tempo reale è quello dei personaggi e il tempo dello spettatore precipita in quello della vicenda, con probabile vista ai prossimi Emmy Award.
Nei quattro episodi autoconclusivi che compongono “Adolescenze”, i due sceneggiatori Jack Thorne e Stephen Graham (qui anche nella riuscitissima veste attoriale di padre di Jamie) e il regista Philip Barantini focalizzano l’occhio della cinepresa sul presunto colpevole e la sua famiglia, e nell’angosciante ricerca di un perché tratteggiano senza sconti il pianeta dell’adolescenza. Alla fine il residuo emotivo che rimane trascina con sé una domanda: cosa orbita davvero intorno a quel pianeta?
C’è la crisi dei padri, certo, non più in grado di traghettare dal mondo dell’infanzia a quello delle regole e della responsabilità e quindi del limite, un ruolo naufragato insieme a quei riti di passaggi un tempo codificati e ora evaporati; padri evocati ma alle prese con un rapporto mai veramente in squadra fra Amore e Legge, incapaci di stare alla pari con figli che utilizzano linguaggi simbolici per loro indecifrabili (non a caso, è proprio il figlio del detective Bascombe ad aprire al padre un varco di comprensione sul movente dell’omicidio). Linguaggi mutuati e diffusi dai social. Come quelli che definiscono il fenomeno Incel (abbreviazione di Involuntary Celibacy Project, un sito aperto nel 1997 da una ventenne canadese con l’obiettivo originario di aprire uno spazio di relazione fra persone con difficoltà ad avere una relazione, ma ben presto degenerato fino a condurre ad atti di violenza gratuita, come nel caso di Antonio Di Marco, che a Lecce nel 2020 uccide una coppia di fidanzati), con la sua simbologia di icone ed emoji, magari prendendo a prestito il principio di Pareto per adattarlo alla manosphera, dove allora si può affermare con disinvoltura che l’80 per cento delle donne è attratta dal 20 per cento dei maschi.
Padri che sembrano incapaci di accettare la realtà di un figlio che supera quel limite, forse dato troppo per scontato. Come nel caso di Eddie Miller, che pur vedendo con i propri occhi alla stazione di polizia dove è stato condotto insieme a Jamie il video di una telecamera esterna che inchioda il figlio alle sue responsabilità di offender armato di coltello, non si capacita e nega la realtà.
Poi sì, la scuola. Descritta nella sua autoreferenzialità e prostrazione nel corso del secondo episodio. Un luogo che sembra quasi un altrove, composto da insegnanti che assomigliano più a domatori che a educatori, un’istituzione chiusa all’angolo, troppo presa ad assorbire senza danni i colpi di ragazzini iperattivi con il profilo TikTok e Snapchat sul telefonino, per avere la forza di mediare fra famiglia e società.
Genitori e scuola in Adolescence: entrambi afflitti da un’incapacità di vedere le forze esterne che si stanno sostituendo a loro nell’educazione dei ragazzi, impreparati ad affrontare i codici della generazione Alpha, come il bullismo da manosphere, per esempio, lasciando irrimediabilmente soli adolescenti alle prese con concetti non mediati nella loro immediatezza instagrammabile. Concetti come quello di reputazione, la moneta dei social network. O come quello di virilità; spesso distorto, e ricondotto a prove di pura esibizione di gruppo, da maranza armati di coltelli.
In Inghilterra e Galles le aggressioni sono duplicate nell’ultimo decennio, e di oltre 18mila crimini con coltello circa il 17% è stato perpetrato da giovani tra i 10 e i 17 anni. È lo stesso Stephen Graham a dichiararlo, in un’intervista rilasciata a Tudum, il magazine online di Netflix quando dice:“Uno dei nostri obiettivi era quello di chiederci: ‘Che cosa succede di questi tempi ai nostri giovani uomini, e quali sono le pressioni che affrontano dai loro coetanei, da internet e dai social?’”.
Perché poi, si sa, in quella fase della crescita c’è il problema di piacere, di essere accettato dal gruppo e, soprattutto, dall’altro sesso.
Nel corso del terzo episodio de “Adolescence”, a supporto di genitori e scuola appare la figura dello psicologo, in un simbolico quanto drammatico sportello d’ascolto che più che uno sportello sembra un portale che si apre su un’interiorità oscura e drammaticamente confusa nella sua goffa ricerca di equilibrio.
Rinchiuso in una struttura psichiatrica in attesa del processo, Jamie riceve la visita della psicologa Briony Ariston, incaricata di preparare un profilo della sua salute mentale. E come in un dipinto sono necessarie le ombre per far emergere i colori, così è l’improvvisa emersione della parte oscura di Jamie a permettere alla psicologa di farsi un quadro d’assieme.
I lunghi primi piani sul suo volto atterrito e come pietrificato non si dimenticano, quasi che le pulsioni venute alla luce abbiano illuminato la faccia oscura della normalità, incarnata in un tredicenne apparentemente come tanti. Le parole e l’atteggiamento di Jamie verso la psicologa dovrebbero percuotere le orecchie e mettere a fuoco la vista, ma ormai è tardi, non c’è più tempo se non quello del rimorso e della nostalgia (“«Mi sembra ieri che disegnavi zitto in cucina con la faccia tutta sporca di gelato»” sussurra a un certo punto Eddie Miller) e forse dell’ accettazione, splendidamente esposto nei lunghi e penosi piani sequenza del quarto episodio de Adolescence quando, dopo una giornata convulsa culminata con una telefonata di Jamie che ha il sapore di qualcosa di definitivo, i genitori si abbandonano a uno sfogo che assomiglia a una seduta di autocoscienza tardiva nella stanza del figlio, attuando un pietoso disvelamento di qualsiasi apparenza di innocenza (“«Avremmo dovuto fare di più» sospira la madre, che poi aggiunge «Sono una brava mamma, vero? E tu sei un bravo papà. Ma lo abbiamo messo noi al mondo, non credi?». «Non è colpa nostra. Non possiamo assumerci la colpa»” replica il padre) che culmina nell’ ultima straziante sequenza, quando il padre, rimboccando le coperte a un peluche appartenente a un Jamie che non esiste più, dice addio al suo bambino, cresciuto troppo in fretta, senza essere visto.
È uno schiaffo in faccia ad adulti e genitori, “Adolescence”. Ma è anche un invito a trovare il giusto mood con gli adolescenti che abitano il nostro perimetro vitale, dove la relazione è stata sostituita dalla connessione. Magari rallentando, fermandosi e ascoltando; stando attenti a non sprecare nemmeno un secondo del tempo che ci è concesso trascorrere con loro. Per far sì di non essere poi costretti a dover comprendere in differita, cercando di spiegarci dopo quello che non si è visto prima.
Written by Maurizio Fierro

