“Birra scura e cipolle dolci” di John Cheever: nulla di umano gli è alieno

Ogni volta che posso cerco di sfruttare la sapida Introduzione al libro che vo commentando.

Birra scura e cipolle dolci di John Cheever
Birra scura e cipolle dolci di John Cheever

Capita stavolta a quella di Christian Raimo, che all’inizio ammette con, mi pare ma non ne sono certo, un quasi impercettibile senso di colpa: “Buona parte della mia vita l’ho passata a leggere e a scrivere.” – senza che siano previste novità per l’avvenire, temo e confido.

Il destino è comune a lui, a me e a un numero imprecisato di maniaci della parola, così mi va di chiamare talvolta gli accaniti librofili.

Scrive ancora Christian che… Cheever non è mai stato un gran maestro del plot…” – perché ognuno ha l’aula di docenza che si merita. Egli è invece “un contemplatore”, una specie di “teologo della natura umana.” – da cui deduco che la natura umana dovrebbe essere (quasi) divinatoria.

I personaggi di “Birra scura e cipolle dolci” di John Cheever sono apparizioni che restano fisse nel tempo”, ma de-stinate da qui a lì, e poi, ogni volta, necessariamente, è calato il temporaneo sipario. Il lieto fine a volte c’è, ma poi si capisce che trattasi di un fenomeno momentaneo. Oh! Mi spaventa quest’altra frase: “Davvero nulla di umano gli è alieno”.

E io che pensavo che quell’Infame che ha vissuto gran parte della sua opulenta vita imbrogliando la gente con finte promesse (Uno qualsiasi, Nessuno in particolare o Centomila Anime Dannate) sia del tutto estraneo a me. A Cheever no, ché lui potrebbe fissarlo in un racconto della serie: a thing of shit is a joy for ever.

Un’altra frase di Christian, quasi conclusiva, mi fa sentire una sorta di bradipo: “Nel paio d’ore che passerete a leggere questa serie di racconti…” – e pensarci che ci ho messo quasi un giorno intero (perdendo però un’oretta in una festa di compleanno di un caro amico).

La mia lettura, alla fine, sarà durata circa nove/dieci ore.

Ah, mi stavo scordando che Christian ha scritto anche questo:Sono quasi tutti racconti giovanili, anche pieni di ingenuità, datati, troppo corti per dare conto di uno svolgimento, in parte emulativi…” – e mi fa uno strambo piacere accorgermi che io li ho letti senza avvedermi di tali inezie.

Quasi è una fortuna essere ingenui, come quando feci ascoltare a un dotto di musica Un senso di Vasco, che tanto aveva emozionato me e alcuni miei solidali. Secondo quel dotto conoscitore di Mahler, la melodia dello zocchese (o zocchiano?) era banale, il testo penoso, la voce di Vasco, beh, meglio soprassedere… Morale della favola: io sapevo gioire con emozione di tanta bellezza, lui no. Mi pare che Christian abbia una mente assai più recettiva di quel musicofilo.

“Mani disse che la primavera era di nuovo tornata…” – e poco dopo, ancora: “La primavera è tornata, disse Mani”repetita iuvant, il lettore e lo stesso scrittore possono così dargli un senso più profondo, del tipo di quello che intende Vasco: Voglio trovare un senso a questa sera/Anche se questa sera un senso non ce l’ha.

Com’era deliziosa questa Amy, dotata di uno dei nomi più passionali possibili, era così deliziosa allorché “rideva come un grammofono.”

La scrittura di John è un groviglio ordinatissimo (come dire un caos calmo) di immagini fantasiose e di reiterazioni ex-agerate, che fuggono dagli argini della sua fluida, umidissima e mai turbinosa scrittura.

Esistono, pur sempre “prati in cui ogni fiore è perfetto come i capezzoli che avete sul petto…”come vien detto da un acuto personaggio.

Amy “avverte la primavera e il volgere della stagione…” – l’eterno ritorno di quel che pare interminabile, ma che svanisce di regola dopo tre mesi. E non si può “far sì che il tempo si fermi e resti immutabile, per sempre inverno”: quattro sono ‘ste amene signorine, che si alternano come in un balletto, anche se a volte si dice che non ci sono più le mezze stagioni, in quanto manco ci stanno le intere. E chiamalo se vuoi cambiamento climatico, la fresca-torrida novità del tempo in cui stiamo vivacchiando.

Quando “Amy parla di sé, dice che non ha avuto figli, che suo marito è morto in guerra, che vive in una fattoria da sola con una moltitudine di amici che vanno e vengono e la tengono alla larga dalla solitudine.”è una trama così complessa che, antifrasticamente, ricorda Via col vento e, un po’, Uccelli di rovo!

“Le stagioni nel mondo interiore sono diverse, così come sono diversi il caldo e il freddo, la luce e il buio.” – l’inverno dell’anima e l’estate dei sensi. Per l’autunno so che is falling down, mentre per la primavera so che ci sono più poeti e pittori che per l’amore universale!

Quando nulla (l’uomo con la sua anima) ci sarà più. “la terra finirà per rattrappirsi, le funi si spezzeranno e la terrà precipiterà di nuovo nell’acqua. È di questo che abbiamo paura.” – del fatale bidet cosmico.

“A volte mi sento come se la mia vita sia stata una sconfitta…”sia stata, non sia. Carpe diem, suggerivano i saggi avi. E poi ci si ritrova, come le star, come quel “commesso viaggiatore”, che è “nato a Boston nel 1969”, che pare sia “così preso a “vomitare come se avessi mangiato qualcosa di indigesto e devo appoggiare il rasoio e appoggiarmi al muro.” – finale non troppo tragico, in quanto il muro, generalmente, riesce a reggere se stesso e chi vi si addossa.

“‘Mi sono tagliata’ disse. ‘Credo di essermi tagliata” – e come frigna poi, anche se non solo per la ferita, che non è troppo grave, pure un po’ zampillante, e di certo si è tagliata davvero. Ma ora sorge dal nulla un pensiero salvifico: “Poteva andare molto peggio.”

Quella mesta madre ora parla di soldi che potrebbero esserci, ma che non ci sono, però ci furono, ergo, probabilmente, ci saranno.

Sono racconti che risentono della grande crisi seguita al disastro del ‘29.

A pagina 69 mi faccio tre bottiglie di “Gold Seal”, non tutte in una volta, prima una, poi la seconda, infine la terza.

“Quelli sì che erano giorni, quelli sì che erano giorni!” – i futuri sì che saranno giorni! Ci si augura.

E poi germogliano ripetizioni a gogó, a ogni pagina sospinta. A volte ho l’impressione di un déjà vu, che io questo libretto già lo lessi chissà quando (qualche attimo prima).

Si parla di cavalli che corrono all’ippodromo in cerca dell’umana fortuna, e mi fa sorridere un fatto: “Nel passato il padre e il nonno di Espion avevano fatto vincere a Roger un discreto gruzzolo.” – e ora o sono deceduti o destinati alla riproduzione, come capitò e capiterà per sempre ai parenti di Ribot.

“Roger si rese conto, a malincuore, di quanto entrambi non fossero che un prodotto della città e della massa.” – non so perché, ma mi viene in mente il detto di Totò che è la somma che fa il totale. Noi siamo uno dei tanti, caduchi addendi.

Qualcuno sente qualcun altro “ordinare una braciola di maiale. E così è iniziato tutto.” – e poi finirà (non so se nel migliore dei modi, ogni cosa è così confusa), a pagina 151.

John Cheever
John Cheever

L’ultimo racconto, L’opportunità, mi è piaciuto tantissimo. Più che altro mi sono innamorato di quella giovinetta solo apparentemente “cretina”, perché alla fine sua mamma “sapeva che c’era una qualche connessione tra la bellezza del suo viso e la bellezza della sua capacità di giudizio.”

Nella Postfazione di George W. Hunt, leggo alcune interessantissime affermazioni dette e scritte dall’autore, ma non mi va di riportarle, tanto sono lì, da pagina 181 a pagina 202.

Nella mia lista di libri da leggere almeno una volta, prima di morire c’è: Amore e vita, sempre di John. Forza, dear John!

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

John Cheever, Birra scura e cipolle dolci, Racconti edizioni srl, 2023

 

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