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Tina Modotti: la fotografia di strada connessa all’impegno politico

“Sempre, quando le parole “arte” o “artistico” vengono applicate al mio lavoro fotografico, io mi sento in disaccordo. Questo è dovuto sicuramente al cattivo uso e abuso che viene fatto di questi termini. Mi considero una fotografa, niente di più. Se le mie foto si differenziano da ciò che viene fatto di solito in questo campo, è precisamente che io cerco di produrre non arte, ma oneste fotografie, senza distorsioni o manipolazioni. La maggior parte dei fotografi vanno ancora alla ricerca dell’effetto “artistico”, imitando altri mezzi di espressione grafica. Il risultato è un prodotto ibrido che non riesce a dare al loro lavoro le caratteristiche più valide che dovrebbe avere: la qualità fotografica.” – Tina Modotti

Tina Modotti - Photo by Edward Weston - 1921
Tina Modotti – Photo by Edward Weston – 1921

Donna che ha vissuto oltre gli schemi convenzionali, Tina Modotti è ricordata soprattutto per la sua attività di fotografa. Nonostante sia stata anche una valente attrice e un’attivista politica. Raccontare di questa donna, ribelle ed emancipata, non è cosa facile: si può correre il rischio di non essere sufficientemente esaustivi, ricordando la sua esistenza ricca ed emotivamente forte.

“Desidero fotografare ciò che vedo, sinceramente, direttamente, senza trucchi, e penso che possa essere questo il mio contributo a un mondo migliore” – Tina Modotti

Ma partiamo dall’inizio, dal momento in cui Tina Modotti vede la luce nel 1896 presso la città di Udine da una famiglia di origini modeste. Il capofamiglia è un uomo dalle accese simpatie socialiste, che per questioni economiche trasferisce la famiglia in Austria; per fare poi ritorno in Italia dove Tina e i suoi fratelli crescono in una condizione finanziaria non propriamente florida.

A 17 anni, per contribuire al magro bilancio familiare si impiega in fabbrica, nonostante, grazie ai suggerimenti di uno zio, manifesti interesse per la fotografia.

Udine è una città di provincia che va stretta a Tina, e non è il luogo dove intende vivere. Motivo per cui decide di espatriare nel 1913 e raggiungere Los Angeles, città in cui nel frattempo si è trasferito suo padre. Spinta da un’incontenibile voglia di vita, in seguito visiterà altre località in cui però non soggiornerà a lungo. La sua vita risulterà infatti essere errabonda, votata alla ricerca di stimoli che ne sollecitino la già ampia creatività.

A Los Angeles ha occasione di conoscere l’uomo che diventerà il suo primo marito: Robo, un pittore che la sostiene nel suo desiderio di intraprendere la carriera di attrice, grazie anche ai suoi attributi fisici e al suo fascino esotico.

I film interpretati dalla Modotti, i quali suscitano apprezzamento di critica e di pubblico saranno tre. Tuttavia, sentirsi amata dal suo pubblico e stimata dalla critica pare non essere per lei sufficiente. Anche perché dichiara che le immagini immortalate nelle pellicole non la rappresentino. Verosimilmente, la Modotti è alla ricerca di un altrove, inteso in senso geografico e figurato, che la porta a fare altre esperienze.

Anche perché la stagione californiana non la appaga, come non l’appaga più neppure il mondo del cinema, presto abbandonato senza alcuna giustificazione. Se non con il fatto che la sua vera inclinazione sta tutta nell’arte della fotografia.

Nel frattempo rivolge uno sguardo alle problematiche sociali e al mondo della politica, entrando in relazione con la comunità operaia italiana del luogo. Da questo momento il suo stile di vita si estremizza in funzione della sua militanza politica, che avverte come un obbligo a cui deve rispondere.

Abbandonato il primo marito, intreccia una relazione sentimentale con Edward Weston, che diventerà il suo mentore e guiderà i suoi passi di fotografa professionista. Mestiere, che grazie al suo stile, la vedrà protagonista di un fortunato percorso professionale.

Il suo soggiorno americano ha termine con la sua espulsione, poiché accusata di aver preso parte a un attentato di matrice terroristica. Anche se per la Modotti l’espulsione non è un deterrente per allontanarsi dalla politica, che insieme alla fotografia sono per lei un binomio inscindibile.

Raggiunte le città di Rotterdam e poi di Berlino, dove ottiene l’asilo politico, si stabilisce a Mosca.

Dove, da ciò che raccontano le fonti inizia a collaborare con il Comintern. A tale proposito si dice fosse stata ingaggiata dalla polizia segreta sovietica con incarichi di spionaggio in Francia e in paesi dell’Europa centro-orientale.

Tina Modotti al Palazzo Ducale di Genova - Photo by Fabio Bussalino
Tina Modotti al Palazzo Ducale di Genova – Photo by Fabio Bussalino

Nell’intervallo di tempo che va dal 1935 e il 1939 è con Soccorso Rosso Internazionale, per partecipare alle vicende che vedono la Spagna attraversata dalla sanguinosa guerra civile che porterà al potere il dittatore Francisco Franco. In seguito raggiunge il Messico, suo luogo del cuore e patria d’adozione, dove trascorrerà il resto della sua esistenza.

È il 1927 quando si iscrive al Partito Comunista messicano, dove ha occasione di stringere amicizia con Frida Kahlo e Diego Rivera, con cui aderisce al Fronte Unico in difesa dei due anarchici italiani Sacco e Vanzetti, condannati ingiustamente. Frida Kahlo e Diego Rivera sono elementi propulsori che stimolano la già potente vena artistica di Tina, tanto che il suo soggiorno messicano sarà una stagione di maturazione, dove la fotografia si coniuga in tensione estetica e impegno politico abbandonando la cosiddetta fotografia “pittorica”, dai tratti sfumati e dai contorni non propriamente precisi, per avvicinarsi a un’arte dai segni marcatamente realistici.

Indimenticabili sono i suoi scatti che testimoniano le difficili condizioni sociali in cui versa il paese, nonché i soprusi di cui è vittima la popolazione. Scatti, che diventano uno strumento di denuncia tramite istantanee che ritraggono alcuni simboli della Rivoluzione messicana: murales, immagini di donne e bambini, nonché cartucciere, sombreros e chitarre.

È in questo modo che la Modotti fa della sua professione un mezzo per denunciare le precarie condizioni sociali del Messico di quel tempo. Grazie ai suoi intensi reportage, alcuni la definiscono ‘fotografia di strada’, anche perché non fa uso del mezzo fotografico per ottenere effetti speciali.

In quanto non concepisce la fotografia per descrivere ‘artisticamente’ la realtà, ma come occasione per rappresentarla nella sua essenzialità, senza filtri o manipolazioni di sorta.

Nonostante da tempo sia lontana dall’Italia, la Modotti presta attenzione al suo paese d’origine stigmatizzando gli accadimenti di quegli anni; ed è attraverso il giornale locale El Machete che denuncia le aberrazioni messe in atto dal fascismo, critiche che la tacciano come ‘persona non grata’ al regime.

Nel frattempo, la stampa scandalistica si occupa di lei e dei suoi intrecci sentimentali con leader politici. Espulsa anche dal Messico per la sua attività politica, di indole irrequieta, la Modotti si cimenta in lunghi viaggi, facendo propri usi e costumi dei paesi visitati. I suoi lavori, diventati poi testimoni scomodi di una forte quanto intensa professionalità, sono considerati capolavori di assoluto realismo, ma più che altro sono esempio di onestà intellettuale.

Ritraggono, infatti, la realtà come viene percepita dal suo sguardo, non mostrando una realtà fittizia ma oggettiva. E filtrata da un occhio lucido, che diventa espressione del suo sentire.

Non sono capolavori di mero estetismo, i suoi scatti, ma un espediente per sollecitare le coscienze a riflettere; al contempo sono motivo di critica e perplessità per le disarmonie insite nel realismo mostrato dalla Modotti. Fatto questo che attira l’interesse di pubblico e di critica che di certo non le fa mancare il suo apprezzamento.

Infine, è il 1942 quando la vita della Modotti giunge al termine in circostanze che destano qualche sospetto.

“Ogni volta che si usano le parole “arte” o “artista” in relazione ai miei lavori fotografici, avverto una sensazione sgradevole dovuta senza dubbio al cattivo impiego che si fa di tali termini. Mi

considero una fotografa, e niente altro.” – Tina Modotti

Una delle peculiarità, più di altre, che si evince dall’esistenza della Modotti, è che ha saputo coniugare il suo mestiere di fotografa con l’impegno politico, portando alla luce attraverso i suoi scatti le criticità di una società che non era un modello di cui andare fiera.

Oggi, la Modotti viene considerata un mito.

Riconosciuta come ‘maestra della prima fotografia del XX secolo’, da alcuni è stata definita come una donna la cui esistenza è stata guidata dalle passioni private che ne hanno condizionato il comportamento pubblico. Di parere opposto è l’Argenteri, studiosa della Modotti, che ipotizza invece il contrario. Ovvero, che sono state le sue scelte ideologiche a permetterle di scegliere i propri compagni di vita.

A comporre l’epitaffio in ricordo della Modotti è stato il poeta Pablo Neruda; una parte del componimento è incisa sulla lapide della Modotti, che include anche un suo ritratto in bassorilievo.

Tina Modotto tomba - Photo by AncoraFischiailVento
Tina Modotto tomba – Photo by AncoraFischiailVento

“Tina Modotti, sorella, tu non dormi, no, non dormi:
forse il tuo cuore sente crescere la rosa
di ieri, l’ultima rosa di ieri, la nuova rosa.
Riposa dolcemente, sorella.
La nuova rosa è tua, la nuova terra è tua:
ti sei messa una nuova veste di semente profonda
e il tuo soave silenzio si colma di radici.
Non dormirai invano, sorella.
Puro è il tuo dolce nome, pura la tua fragile vita:
di ape, ombra, fuoco, neve, silenzio, spuma,
d’acciaio, linea, polline, si è fatta la tua ferrea,
la tua delicata struttura.
Lo sciacallo sul gioiello del tuo corpo addormentato
ancora protende la penna e l’anima insanguinata
come se tu potessi, sorella, risollevarti
e sorridere sopra il fango.
Nella mia patria ti porto perché non ti tocchino,
nella mia patria di neve perché alla tua purezza
non arrivi l’assassino, né lo sciacallo, né il venduto:
laggiù starai in pace.
Lo senti quel passo, un passo pieno di passi, qualcosa
di grandioso che viene dalla steppa, dal Don, dal freddo?
Lo senti quel passo fiero di soldato sulla neve?
Sorella, sono i tuoi passi.
Verranno un giorno sulla tua piccola tomba
prima che le rose di ieri si disperdano,
verranno a vedere quelli d’una volta, domani,
là dove sta bruciando il tuo silenzio.
Un mondo marcia verso il luogo dove tu andavi, sorella.
Avanzano ogni giorno i canti della tua bocca
nella bocca del popolo glorioso che tu amavi.
Valoroso era il tuo cuore.
Nelle vecchie cucine della tua patria, nelle strade
polverose, qualcosa si mormora e passa,
qualcosa torna alla fiamma del tuo adorato popolo,
qualcosa si desta e canta.
Sono i tuoi, sorella: quelli che oggi pronunciano il tuo nome,
quelli che da tutte le parti, dall’acqua, dalla terra,
col tuo nome altri nomi tacciamo e diciamo.
Perché il fuoco non muore.”

 

Written by Carolina Colombi

 

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