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“Le rose di Orwell” di Rebecca Solnit: l’ecologia, la botanica e George Orwell

A leggere i primi capitoli della Parte Prima, Il profeta e il riccio, del libro Le rose di Orwell di Rebecca Solnit (che sia un romanzo biografico intorno la figura e l’opera di Eric Arthur Blair, in arte George Orwell, un saggio di ecologia e di botanica, un memoriale di sé e di tutto ciò che lo circonda: tutto questo non so dirlo) viene da chiedersi se l’accenno a quegli aulenti fiori sia un appiglio che serve all’autrice per descrivere la vita e l’opera dell’autore di 1984, oppure se è il contrario. Tale mio interrogativo è senz’altro ozioso se la scrittura è quel che si dice un percorso umano, talvolta accidentato. È come chiedersi se il Cammino degli dei sia più mirabile nel tragitto che va da Bomerano di Agerola a Nocelle di Positano oppure se lo è nel tornare indietro: sotto e intorno c’è il medesimo spettacolo.

Le rose di Orwell di Rebecca Solnit
Le rose di Orwell di Rebecca Solnit

A pagina 24 Rebecca Solint scrive: “L’argomento di questo libro potrebbe essere definito piuttosto come una serie di incursioni che partono tutte dallo stesso punto: quel gesto col quale uno scrittore ha piantato molte rose. In quanto tale, è anche un libro sulla rosa.” – e lo sa un bambino che la rosa ha vari nomi e funzioni, alcune delle quali estetiche, altre etiche. Le rose si donano, oppure si rifiutano, si amano, ma attenzione alle loro spine che pungono, e in quel caso si odiano. Banalizzando e un po’ volgarizzando, il banalissimo volgo arşân (reggiano) di cui io sono soltanto una delle centinaia di migliaia di téste quêdri, che così ci definì il Tassoni ne La secchia rapita, non potrebbe esimersi dall’affermare che fra córer e scapêr a câmbia pôc, fra correre e scappare quel che conta davvero è la dinamicità dell’atto.

Leggo, nella pagina che segue:Spesso i fiori sono emblema di caducità e di mortalità…” – anche se, com’è noto – “la fioritura e la decadenza, e quindi la vita e la morte, sono inseparabili.” C’è solo da badare a quelle spine, affascinanti come serpi, che, secondo “i teologi medievali”, “nel giardino dell’Eden”, mancavano, ma “iniziarono a spuntare dopo il peccato originale.” – e mi domando come l’avessero scoperto… da Wikipedia?

Noi amiamo i fioriperché la nostra vita è strettamente legata alla loro”, e perché essa “dipende, se non proprio dai fiori, dalle piante in fiore.” – che recano i succosi frutti di cui ci cibiamo.

“… la vita di Orwell era fatta di episodi, e molti di questi erano legati a una geografia.” – che è un’affermazione insolita, meritevole d’essere falsificata: la vita di ognuno dipende da quella materia fugace ed è fatta di luoghi, nonché di tempi, e della sua cugina germana, la storia. C’è, anzi, esiste un’alternativa: chiudersi a riccio in un tetro paradiso o in un gaio inferno. La vita è a volte un promettente purgatorio.

Lo scrittore inglese “era nato nel nord dell’India”, dove visse alcuni anni dell’infanzia, “ed era stato allevato da sua madre in una serie di gradevoli città inglesi.” Poi partì per la Birmania, dove rimase qualche anno in qualità di “membro della polizia imperiale britannica”. E da cui fuggì, pare per motivi di salute. Egli “riuscì ad amare l’inglesità e nello stesso aborrire l’Impero britannico e l’imperialismo e a dir molto di entrambe le cose…” – e questo mi pare sia un punto importante. Conoscere la bellezza del proprio paese e nutrire un sordo rancore verso gli aspetti più deteriori della sua politica induce senz’altro a scriverne.

Anche in romanzi tetri e spaventevoli, egli non manca mai di accennare ai “fiori” e ai “piaceri della vita” e alla “natura”, per cui anche l’orrore che si prova davanti a certi avvenimenti è mitigato dalla poetica che non può fare a meno di sorgere dall’osservazione della natura.

“La maggior parte del lavoro di scrittura consiste nel pensare, non nello scrivere…” – il che avviene quando si fa qualcos’altro: vangare e zappare per esempio. Confermo: quando mi occupo dell’orticello di casa si liberano dalla mia asfittica mente delle endorfine che mi aiutano a capire il pur disgraziato mondo e la mia povera anima affaticata.

L’autrice, andando avanti nella sua scrittura, segue diversi argomenti. La Parte Seconda è dedicata ad Andare sottoterra, alla terribile vita dei minatori di tutte le età piccolissimi e grandi, mai duraturi, belli e caduchi come rose. Orwell si recò in tali oscuri luoghi per descrivere le condizioni di quegli operai malridotti e di tutte le età, schiavi sotto pagati e senza manco diritto alla luce. In quell’occasione lo scrittore si avvede della differenza che c’è fra chi si immagina da lontano quei luoghi e chi li vede da vicino, riuscendo a scorgere nei particolari quel che fino a poco prima era invisibile.

“‘Fresco’ è un altro attributo della gioventù e della novità, ma anche della mortalità e della caducità, perché ciò che non muore o non svanisce non può mai essere stato fresco.”come capita ai fiori di plastica, che non ce la fanno a emozionarci.

Sto pensando alle foto antiche, di prima della Grande Guerra, in cui si scorgono dei bimbi che razzolano nelle aie delle case padronali. Ora dove si troveranno per giocare? Oppure all’immagine di una festa paesana, con quei giovani d’entrambi i sessi che danzano una tarantella. Ma anche a quella vecchietta che sta sistemando (e sembra che lo stia facendo ora!) in un materasso delle foglie di mais, usanza antica e cessata chissà quando. Che ne è di tutti questi esseri umani? Delle foto ingiallite e per sempre magnifiche.

Finora (e non ho ancora concluso la lettura del libro) l’autrice non cita il verso più inclito di sempre, quello di Keats: A thing of beauty is a joy for ever, che se non cito a ogni piè sospinto mi sento morire un po’. A tale mancanza ho appena rimediato io. L’autrice narra di tutto un po’ nel suo saggio, ma anch’io non scherzo!

George Orwell
George Orwell

Scrive Orwell, ed è riportato dall’autrice: “… non potrei sopportare la fatica di scrivere un libro oppure un lungo articolo di giornale, se ciò non fosse anche un’esperienza estetica…” – il bello fa parte dell’utile, come sull’orrendo a volte si fonda la magnificenza. Se è questo che intendi, George, condivido il tuo pensiero. In casa sta dormicchiando da tre anni Fiorirà l’aspidistra, il cui titolo originale, assurdamente mutato, è Keep the aspidistra flying. Giuro sull’amore che ho per la lettura che lo assaggerò appena potrò.

Obietto invece sul tuo, Rebecca, quando esalti “il piacere che è bellezza, la bellezza che è senso, ordine, calma.” – il che è anche vero, come lo è il dolore che è bruttezza, e la bruttezza che è dispersione, disordine e gelida entropia. Nulla è calmo, termina che deriva dal greco kàuma, come anche calore, e tutto è dinamicamente immobile, essendo il concetto di inerzia uno dei misteri cosmici.

Tu, George, scrivi, e tu, Rebecca, riporti: “… Il vero obiettivo del socialismo è la fratellanza umana…” – e qui l’arşân che sonnecchiava in me s’è scetato all’improvviso: nel nostro avito slang, cumpâgn vale per uguale, identico, tale e quale, e come puoi notare esaminando le mie ultime due righe la lingua umana (non ora, ma da sempre!) sta diventando ogni giorno che passa una miscellanea della nostra e dell’altrui, e che diventerà senza alcun dubbio la Léngua Mêdra dell’intero genere umano. Con qualche eccezione, però, che permetta a ciascuno di noi di esprimere la propria differenza. Quando a febbraio iniziò la guerra, un mio conoscente disse che, in fondo, i due paesi avevano quasi la medesima storia e parlavano quasi la l’identica lingua. È quel quasi che secondo me va salvato anche a costo della vita. La scrittura ha questo compito: unificare gli umani ed eternare la loro diversità.

Il discorso è difficile e lascia sempre qualche dubbio in sospeso.

George “scrisse che se lui non aveva fatto molto per la repubblica spagnola, la repubblica spagnola aveva fatto molto per lui.” – si era creato quell’entanglement, quella correlazione, che avrebbe per sempre unito le due pur diverse particelle.

“… la gioia che danno gli ideali affermati e realizzati, la gioia della solidarietà, dell’entusiasmo, di ciò che è possibile e che ha un significato. L’assenza di tutte queste cose è la condizione in cui si vive in 1984” – e quel distopico mondo è uno dei tanti possibili, uno dei peggiori, ma non l’unico a cui non siamo affatto condannati. Credere in questa idea non può che rallegrare l’anima.

Commovente è l’immagine tratta dal racconto Un impiccato, del “prigioniero birmano che, mentre viene guidato verso il patibolo, si scansa per evitare una pozzanghera.”

E è oltremodo bello che tu, George, non volesti sparare a quel nemico “che correndo si teneva su i calzoni con entrambe le mani…” – la guerra è un crimine contro l’umanità, a volte inevitabile? Lo chiedo, perché non lo so.

La Parte Terza, Il pane e le rose, si chiude con la storia di Tina Modotti, fotografa che pare non c’entri granché con la tua storia, ma quel che pare non è quasi mai.

La Parte Quarta è inizialmente dedicata a I limoni di Stalin, e spiega come la natura interessi tutti e ciascuno, anche la belva che divora (quaranta) milioni di prede, colpevoli di esistere al mero scopo di sfamare il maiale umano che è ora al Potere.

Nel frattempo, tu, Rebecca, capiti a Cambridge: “così potevo dedicarmi alle mie ricerche, il che significa parlare con un po’ con le persone, leggere molto, trascorrere del tempo degli archivi dell’università, e guardarmi attorno…” – e, mentre si fa tutto ciò, il tempo pare fermarsi, mentre, invece, scorre in avanti come sempre. È per pura nostalgia che io preferisco adottare il presente, rimandando a tempo debito l’imperfetto.

E ora tu ti metti a parlare delle selci, che ti stanno aspettando in quella terra da milioni di anni.

Pensare alle rose di Orwell e a dove portavano fu un processo tortuoso e forse anche rizomatico” – chiedo a mio zio Google: trattasi di fusto perenne rizoma, per lo più sotterraneo, che un paio di filosofi che citi (Deleuze e Guattari) utilizzano “per descrivere un modello di conoscenza privo di centro e non gerarchico”, il che ti fa ora pensare a quella “foresta di 10 acri di pioppi tremuli dello Utah in cui circa quattromila alberi hanno in comune un unico apparato radicale…” – e questo è anche la scrittura: d’ora in poi tu, George e io siamo uniti: insieme a quell’altro Giorgetto (Borges) e a chi sta leggendo il mio articolo.

Giunge perciò a fagiolo che ora tu cominci a parlare dei “coniugi Hurst”, che “vedevano le rose come un mistero da decifrare e una famiglia da classificare, essendo loro e noi (quattro o quattromila) tutta un’unica famiglia.”

“Vagabondare tra libri e archivi somiglia molto a vagabondare nel paesaggio…” – ed è quello fa, giornalmente, negli archivi partenopei, il mio Maestro di Vita e di Storia Luigi Iroso, che ora mi va di ricordare. A volte però occorre Ritirarsi e attaccare Parte Quinta del libro.

“Non credo nel peccato originale, ma credo invece nel retaggio” – per cui, spieghi che “Orwell discendeva da persone che avevano tratto beneficio dalle imprese dell’Impero.” – quella che definisci “gente visibile”.

Tu ami la Perfida Albione, termine con cui talvolta i continentali definiscono l’Inghilterra, eppure non puoi fare a meno di pensare alla verde Irlanda da dove “erano fuggiti i nonni di mia madre”, per cui “non ho smesso di essere anglofila, ma ho assunto una dose di anglofobia a mo’ di contrappeso.” – essendo, tutto sommato (2 +2 – 4 = 0), si tratta di una splendida affermazione. Anche se in 1984, pardon, in uno stato stalinista “2 + 2 = 5”: in ossequio a quell’odioso nonché sacro piano quinquennale.

Per l’autrice Jamaica Kinkaid, che mi sta intrigando dopo aver letto a partire da pagina 208, il termine “Colonialismo” assumeva un significato che non le andava giù: “sapere troppo dei colonizzatori e della loro terra, e troppo poco della sua gente e della sua terra” – e come darle torto?

La Parte Sesta è Il prezzo delle rose. Per te, George, piantare e coltivare fiori era un hobby, come collezionare “francobolli” o giocare a “freccette.” – un passatempo, come se questo fenomenale individuo non ce la facesse a passare da solo. Il tempo può diventare “un insieme di schemi, di ricorrenze; come ritmico trascorrere di giorni, stagioni e anni, cicli lunari e maree, nascite e morti.” – un disegnare con fini tratti la “bellezza”.

La scrittrice Elaine Scarry avverte che “la sua contemplazione è passiva: ‘guardare e ascoltare senza alcun desiderio di cambiare quel che si è visto o ascoltato’…” – ancora l’eterna bellezza di Keats.

Esiste sempre quella fatale attrazione gravitazionale o quella fuga entropica. Chi vincerà delle due terribili Signore? Da voci di salotto parrebbe che le due potrebbe essere d’accordo e che in tal modo gestiscano la cosmica scena.

“… la narrazione è spesso guidata dal desiderio di difendere e di ripristinare il giusto, il bello e il buono.” – di ricondurre la particella nel tragitto che da lei ci si aspetta, il più probabile secondo le formule quantistiche, però… sarà sempre qualcosa che è insita nella sua anima a dirigerla.

Rebecca, ora sei in Colombia, che è una delle patrie mondiali delle rose. E raggiungi quelle magnifiche serre, che “erano enormi, delle dimensioni di un campo sportivo, con pareti e soffitti di plastica chiara divenuti col tempo polverosi e opachi, e schierate in formazioni che ne riunivano dalla dozzina alla ventina.”

Riporti uno slogan che gira tra i raccoglitori, che sono sfruttati in maniera assurda, lavorando fino a un centinaio di ore alla settimana: “Agli innamorati le rose, ai lavoratori le spine.” – e il dramma coincide ogni volta con la bellezza.

“… da qui partono altri camion che distribuiscono fiori in tutti gli Stati Uniti. In ogni scatola, ci dissero, vengono messe 330 rose, e un 747 può trasportare 5.000 scatole, equivalenti a 1,65 milioni di rose…” – e ti chiedi: “In che modo delle rose possono essere più estirpate di così?”

Vedendo il carbone bruciare nella sua stufa casalinga, anche tu, George, pensavi a quei poveretti che lo estraevano a scapito della propria salute.

Rebecca Solnit - Photo by The New Yorker
Rebecca Solnit – Photo by The New Yorker

Per te, Rebecca, il concetto di etica non deve mai essere svincolato da quello di estetica. Per questo ti consiglio di evitare di leggere il libro più infame, interminabile e per fortuna incompiuto, del Divino Marchese, oppure di fare come ho fatto io, di leggerlo per non pensarci più. E invece sempre ci penserai, per sempre: una specie di condanna a vita. E rammenti a chi ti legge un pensiero di George: “… anche il muro migliore del mondo merita di essere abbattuto se circonda un campo di concentramento.” Anche nell’arte, tesi e antitesi vanno a incrociarsi per creare una sintesi che comprenda i due estremi: “La coesistenza degli opposti e il loro scontro è un tema ricorrente nell’opera di Orwell, uno scontro che genera le tensioni da lui esplorate…”.

E ti domandi: “La bruttezza stava nelle rose prodotte in questo modo, o in noi che non ce ne eravamo accorti?”

Violenza e menzogna viaggiano sempre accoppiate. La prima è il carburante che permette alla seconda di diffondersi nel mondo. Per cui non rimane che proteggere con forza “il linguaggio della storia che il regime non riesce a manipolare, il giornalismo indipendente che smaschera la situazione corrente, la logica e il metodo scientifico a cui è richiesto di provare le proprie affermazioni il linguaggio delle idee che invita le persone a trovare ideali e principi e a guardare il mondo con senso critico, impegnandosi a onorare i contratti che le parole rappresentano.” – la cultura dell’onestà, dell’onore, della verità, che saranno anche concetti astratti ma che talvolta assumono i contorni della realtà.

“La buona scrittura nasce dalla libertà; precisamente, dalla libertà di dire la verità.” – ed è per questo che tu (anch’io!) ami tanto l’etimologia delle parole: “corrompere” è un termine che “deriva dal latino rumpere, rompere: la corruzione è rottura e disintegrazione…” – a volte è necessaria, ci fu anche la corruzione dello schiavismo, che divenne una pur claudicante liberazione.

Etymos in greco è l’intimo significato della parola, e non ne esiste uno che meriti la dannazione eterna. Tutti i termini e tutti i loro significati vanno coltivati per far crescere il giardino di George, ora che lui si è trasferito Colà: in attesa che ritorni, perché lo possa ammirare, per com’è fiorito. E lo fa periodicamente, ogni qualvolta viene letta una sua opera.

Altra tua lucida considerazione, Rebecca: nel regime di 1984 “Non erano quindi solo certe parole a scomparire, ma la complessità, le sfumature, le gradazioni, ciò che le parole evocano.” – a cui aggiungo quella che può sembrare una banalità, ed è perciò un pensiero importante (almeno secondo l’Elogio della banalità di Salvatore Patriarca): preferisco il titolo inglese, così lungo e irrimediabile: Nineteen Eighty-Four.

Facciamo ora silenzio, che sta iniziando la Parte Settima: Il fiume Orwell, che purtroppo è l’ultima: perché tót à fîn, tutto ha fine.

George: noi due amiamo collezionare oggetti, oltre che umani incontri (lo sai che abbiamo un amico in comune, Henry Miller?). Al mondo esistano due tipi di persone: I collezionisti consapevoli e coloro che ignorano di esserlo. Il nostro è un animismo, poiché crediamo in un unico spirito che si è disperso ovunque, nel nostro intimo. Si tratta dell’Horcrux che appartiene a un Dio disperso, che cerchiamo dappertutto, negli orti, nei giardini, nei mercatini e nei solai degli avi. In ogni luogo, tranne dov’è.

Dici ancora, Rebecca (e George e il sottoscritto te ne siamo grati) che “il contributo più importante di Orwell è stato dare un nome e descrivere, come nessun altro aveva fatto, il modo in cui il totalitarismo minaccia non solo la libertà e i diritti umani, ma anche il linguaggio e la consapevolezza…” – e concludi come meglio non si può: “Raccogliere la sua eredità è il nostro compito. Lo è sempre stato.”perché in fondo io non sono che un monello di Mark Twain, sacrilego e devoto a quel Dio che ho recentemente, da meno di mezzo secolo, perso un po’ di vista, per cui aggiungo, a mo’ di saluto: Amen e Così sia!

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Rebecca Solnit, Le rose di Orwell, Ponte alle Grazie, 2022

 

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