“I sentieri del Nizhar” del collettivo Inkiostri: l’eterna danza della Storia

Nel tentativo di capirci qualcosa provo a cominciare dalla fine.

I sentieri del Nizhar di Inkiostri
I sentieri del Nizhar di Inkiostri

Il romanzo fantasy I sentieri del Nizhar termina a pagina 165. Nella seguente è riportata una Lettera di Eutrand a Pahir, in cui colgo, come si fa con una rosa, armato di troncarami e di guanti: “‘Il sommo dono o la Grazia’, ossia il suo vero nome, permette di ottenere doni spirituali e materiali straordinari. Più ci si affida all’Altissimo e più essa cresce” – un carisma che presuppone una fede.

Se ne deduce che chi non crede è destinato alla povertà eterna, ma forse permane una speranza: “Per riuscirvi, si possono compiere vari atti. Il più efficace è dare la vita per i propri amici: e non solo fisicamente; così è amare con abnegazione il prossimo.” – mi chiedo se è possibile una dedizione al prossimo da parte di chi non ha fede in nulla che sia più grande del valore del prossimo stesso. Ricordo le parole di Barbara, una mia amica che era uscita da un gruppo religioso, del tipo fagocitante, il quale si fondava su principi del tipo: Che il Movimento sia la tua ragazza!, e che cercava di re-inizializzare, formattandola, la mente dei suoi membri. Barbara disse che, pur continuando a fare del volontariato, ora sentiva che tutto era cambiato, essendosi persa per strada la precedente, ineffabile Motivazione.

Sono sempre gli umani a dire a loro, mentre gli dei, diceva Epicuro, se ci sono, stanno Altrove, strategicamente silenti. Non tutti la pensano così, perché c’è chi crede che in una certa occasione “il Sommo in persona fu costretto a intervenire; fermò il ‘nemico’ in un modo che potrebbe sembrare assurdo alle nostre menti…” – poiché “Egli è un abisso imperscrutabile di meraviglie.” – a girarla dall’altra parte, Il Sommo non è che un immane, inarrivabile chaos.

Nella Post fazione (intrigante stacco di parola) si spiega che “un gruppo di amici decidono di raccontare una storia, divisa in capitoli, col generoso presupposto fiduciario che ogni autore segua e prosegua quanto scritto da chi l’ha preceduto, intuendone intuizioni e spunti.” e l’analogia coi poemi omerici, pur parendo eccessiva, dà l’idea. Lo spirito è che “ognuno possa trovarsi a casa in quel che gli è proprio; si parli di musica, di guide turistiche, di romanzi, di canzoni”.

Gli autori sono undici (una squadra di calcio!): in maggioranza uomini, ma non tutti (per fortuna); in maggioranza laureati, ma non tutti (per fortuna); in maggioranza di ispirazione religiosa, ma forse non tutti (conto molto in Giovanni Soppelsa, “il quale quando si fa un qualcosa, qualsiasi sia, se nel mezzo ci scappa da ridere, non è mica peccato”); in minoranza (ma non è detto) musicisti: magari ce la fanno a raggiungere il quorum se si includono i semplici appassionati.

A giochi fatti, devo ammettere che non sono riuscito a cogliere grandi differenze stilistiche e narrative nei capitoli letti. Colpa mia o merito loro?

Molto interessante è la Guida alle locande dell’Alto Ovest, la parte più succosa (nel vero senso della parola) dell’intero volume. Nella prima “il prezzo per ogni servizio è adeguato e giusto” – ma non serve “chiedere sconti a chicchessia”. Questa sezione assimila il fantasy assimila alla realtà.

In un capitoletto dedicato a La Musica di Upsa leggo con una certa inquietudine che il “gaspello” è considerato “un patrimonio comune, identitario e gelosamente custodito dagli upsiensi, proprio in virtù dell’estrema complessità ritmica che lo contraddistingue e che rende di fatto impossibile agli stranieri sia danzarlo sia eseguirlo.”anche se si applicano con volontà nello studio?

Il mondo è un’omogeneità discontinua, come si legge nel capitoletto Le pescherie di Antilia: ci sono due laghi non comunicanti, per cui “i pesci di monte non possono scendere a valle e quelli di valle non possono salire a monte” – si potrebbero trasportare, come accade nel recente passato, quando qualcuno compì quel disastro ecologico di gettare nel Po gli immensi pesci siluro (silurus glanis) che devastarono la flora e la fauna locale. Bisogna pertanto fare attenzione!

Interessante la storia (o forse leggenda) di quei due gemelli che si sistemarono “l’uno sulla sponda del lago a monte, l’altro sulla sponda del lago a valle”, causando, si fa per dire, una stranezza: in quella terra, anche a distanza di secoli, “i parti sono quasi tutti gemellari”.

Pare a colui che ha scritto il capitoletto che “avendo già parlato dei menù propri di ciascuno, ci è qui sufficiente descrivere uno solo dei locali.” – basta leggere pagina 197 per farsene un’idea.

“Sarà il gusto di ciascuno (che ami il pesce, beninteso) a far compiere la scelta migliore o ad optare per un assaggio di entrambe.” – anch’io sono per una gnosi fortemente ittica.

In La musica ad Attilia, si parla di “canone”; essendo io un ignorante consapevole d’esserlo, rimango stupito a leggere che “se il canone ordinario è praticato volentieri da solisti dei due semivillaggi, le forme predilette sono quelle retrograda, inversa e retrograda inversa…” – un mistero sia per Stefano, Pioli che per Stefano e Pioli (che alleni o no il Milan è ininfluente).

Per finire riporto che per i montanari sono preferibili le “musiche più solenni, melodie di ampio respiro e un incedere musicale generalmente più complessato, mentre gli Antiliani di valle favoriscono brevi incisi musicali, andamenti vivaci e un uso abbondante dello staccato” – e qui vale il detto tót i cajòun a gh ân la só pasiòun.

Il capitolo più gustoso ma dove c’è da stare accorti è quello dedicato a I funghi di Kardem. Non essendo un esperto micologo preferisco glissare sull’argomento, non mancando però di gustare, anche se solo mentalmente, le prelibatezze della “Locanda di mastro Buwila”.

Apprezzo il suggerimento, posto alla fine del capitoletto, di non innervosire la cuoca Birghit, che è molta esperta nella composizione di pasti avvelenati.

A proposito de La musica a Kardem mi limito a segnalare “il pakijùl – strumento musicale che ricorda i “funghi detti ‘gallinacci’ o ‘fingerli’, oppure i ‘geloni’ anche detti ‘orecchioni’…”.

In La salsa di Seldara leggo che, in seguito a una fregatura ricevuta, un oste fece tutto quel che è gastronomicamente possibile per creare magicamente (in senso culinario) una salsa che può piacere oppure no, ma che una volta assaggiata non la scorderai mai più. Basti dire che “le due gemelle”, “figlie dell’attuale ostefaticano a maritarsi perché ormai gli “effluvi della salsa” sono penetrati stabilmente dentro la loro epidermide.

La musica e il gioco sono sempre, a sentire certe filosofie (orientali, ma anche pitagoriche) collegati: “Oltre a coltivare la musica e la buona cucina, Seldara è anche conosciuta per essere la patria del Seldar”gioco simile agli scacchi, che mi ha appassionato anche se ci ho capito poco o nulla delle sue regole, a cui pur accenna il capitoletto La musica a Seldara.

Molto interessante ma ansiogeno è Le acque di Sette Fontane, forse perché il capitoletto inizia con l’avvertenza che chi si aggira “nelle desolate Aridità di Akharn, senza conoscerne l’esatta ubicazione del villaggio detto ‘Sette Fontane’, non ha alcuna speranza di uscirne vivo…”

Ogni fontana ha un suo carisma, ma occorre necessariamente leggere con attenzione un eventuale foglietto di spiegazioni, oppure le pagine 226 e 227.

In La musica e i canti del deserto sono descritti “altri preziosi doni che si possono ricevere facendo tappa al villaggio che da esse prende il nome” – è necessario all’uopo leggere da pagina 229 a pagina 232 per capire quali.

Per ultima è la Nota biografica sugli autori della Guida, che temo non appaiano ancora sui social.

Che dire sul fantasy narrato da quelle undici voci, se non ribadire il complimento: il coro è monodico o polifonico, difficile, per me, è dirlo, ma la sensazione che se ne trae è unitaria. In altre parole, esso pare scritto da un solo autore, anziché da una composita squadra.

Nel romanzo si parla di “… quel popolo che non alzava più lo sguardo verso l’alto, né sapeva più ritrovare la strada verso le proprie radici. Ma lei ricordava e iniziò a raccontare…” – lei è Kira, una magica narratrice che conosce le leggende di “ogni cima” di quelle zone montuose, che un po’ assomigliano alle Dolomiti.

Pahir dice alla giovanissima Loren, dopo aver affondato “il suo sguardo, come lama tagliente, nell’intimo” dei suoi occhi: “So di potermi fidare di te”, anche perché “nei tuoi occhi c’è sete di infinito…” – di cui abbiamo bisogno noi ragazzini di tutte le età.

Nel IV capitolo il gruppo di camminatori (non mi va di chiamarli fuggitivi) scorgono, uscito da un fagotto tenuto in mano dal giovane Tew, “la metà del volto di una statua di bronzo ossidato” – e quel che sgomenta è “che quella donna di bronzo non avesse le palpebre!” – un essere sacro che ha “la capacità di guarire le ferite del corpo e quelle dell’Anima…” – e altri carismi, tra cui il “Nizhar”.

Coloro che lo possiedono “si sono messi a servizio degli altri” – senza aspettarsi ricompense se non la gioia di chi si dona agli Altri, forse perché ha riconosciuto in loro la propria immagine.

“Ma la Dea senza palpebre stabilisce un prezzo per ogni goccia di Nizhar attinta da ciascuno di noi” – che è “una stanchezza serena ma inesorabile, simile a quella provata dopo uno sforzo fisico intenso ma appagante”.

La Storia è sempre uguale a se stessa: “La guerra intanto imperversava” e “kardem stava per soccombere” – per cui, narra Pahir, “decidemmo di andare a Kardem.” 

Una poesia canta il “vero senso del cammino:/ l’unione con chi ha plasmato il mondo” – il che non è affatto un fine facile da perseguire, sia per chi crede in Lui e per chi, al momento, resta in stand by.

Loren s’imbatte in un “ukhiari”, un camelide parlante ricco di talenti ma ancor più di saggezza. Quando la ragazza gli chiede se quelli come lui sanno fare di tutto, lui risponde che nessuno al mondo è così competente. Anche lui fa quel che può. Riconosce però nella giovane un dono semplice ma micidiale: “Tu puoi vedere” – le dice: “hai la capacità di riunire i fili della storia e di contemplarne il disegno per intero.”

Kira dice di aver “ricevuto il dono della Visione” – che gli consente di scorgere le finezze del cosmo e che potrebbe derivare dal fatto (è solo una mia intuizione) che la madre “era nata cieca”.

Dopo aver superato alcune crisi, “il mondo circostante non mi sembrava più un enigma, ma un libro scritto a chiare lettere da leggere e da attraversare…” – e non so se dire beata o disgraziata lei! Quel dono gli permette, pur in una visione sfocata, a intravedere che il viaggio del gruppo si concluderà quanto meno con un arrivo. Si vedrà poi quali saranno le relative conseguenze.

Vi è speranza che esista il Destino e non l’infame Fato deciso chissà dove? Dice Kira: “… Le stelle e le cose inclinano ma non obbligano. Ma con Pahir abbiamo convenuto che era tempo di accogliere la direzione che stavano indicando.” – nel suo minimo, è l’uomo a scegliere: enten-eller, aut aut.

Nonostante il dono della preveggenza, troppe domande si accavallano l’una sull’altra: “Ma quanti altri attacchi avrebbero potuto neutralizzare? Quante altre minacce sventare?” – a volte uno solo di questi interrogativi è un peso eccessivo da sopportare.

Il gruppo ora è giunto al “Pozzo delle Iridi” – là “dove la Dea senza Palpebre è divenuta tale”.

Ben li fotografa Troghan: “avete l’aspetto un gruppo di naufraghi.” – senza quell’allegria di cui diceva Ungaretti, però. Il luogo è desolato: “le prostitute attendevano sulla soglia tenendo in braccio bambini denutriti, e i lebbrosi, cacciati dalla civiltà, giacevano sui bordi dei viottoli senza la forza di mendicare il pane.”niente di nuovo sotto il sole. Chissà, non lo è forse neanche questo Semna, dall’età incerta (un infante o forse un uomo maturo, non si capisce) che è in grado di distorcere lo spazio-tempo o di dare l’illusione di quello stravolgimento. Semna, come un fotone (immagine che mi è sorta all’improvviso) potrebbe viaggiare ovunque, ma afferma che ama il posto dove si trova in quanto “non c’è bellezza più pura di quella che si scava la strada nell’orrore”.

Van è un mercenario, nulla di meglio né di peggio, ma afferma di non amare “la gente di Upsa”, che compie massacri imperdonabili, che “sono cose che non si fanno, neppure in guerra”.

Pahir aveva “il potere della metamorfosi” – e “non soltanto in animali e vegetali, ma persino in pietra e fiamma”con annessi pericoli, però, di non tornare alla forma precedente. Semna dà il suo contributo nella “battaglia di Reis”: grazie al suo potere “il pavimento, le pareti e i resti del tetto continuavano a cambiare posizione, facendo inciampare e cadere i soldati che il crudele assassino aveva portato con sé” – si tratta del terribile Almarn che, vista la mala parata, “con un guizzo si volse per darsi alla fuga.”

Il viaggio continua. E il conflitto continua a mietere vittime: “Troghan giaceva senza vita. Mastini, Marcatori e Marcatrici…” – e tutti i mostri immaginabili – “… distruggevano ogni cosa intorno sé. Si sentiva l’odore del sangue misto al tanfo rivoltante delle bestie…” – è la più antica e orrenda invenzione dell’uomo, la guerra che, fra le sue armi più insidiose, ha la capacità d’illudere che talvolta possa concludersi, per poi ricominciare al minimo umano pretesto.

Loren è ora di fronte alla Dea senza Palpebre, sa che potrebbe sconfiggerla, ma prova com-passione di lei e le dice: “Abbi pace, o Dea. Non sono venuta a distruggerti, ma a piangere per te.”

Tale atto d’amore (kam’a è sempre kam’a) sconvolge e al contempo libera “dalla sua condanna” quella stravolta divinità, e… e tutto parrebbe giungere a una Fine e, ci si augura, a un nuovo Principio. E ogni cosa, ogni fenomeno spazio-temporale, seppure stravolto, prima o poi ritornerà. Lo si spera e lo si teme.

Lo si saprà, forse, nell’eventuale sequel.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Inkiostri, I sentieri del Nizhar, Vita Editrice (Marcovalerio), settembre 2022

 

 

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