“Il diritto di contare” film di Theodore Melfi: il Genio non ha razza

“Con i numeri sei più brava di chiunque altro.” – Dorothy Vaughn

Il diritto di contare film di Theodore Melfi
Il diritto di contare film di Theodore Melfi

È una storia di emancipazione, oltre che di riscatto, il film realizzato dal regista Theodore Melfi nel 2016 ispirato dal libro Il diritto di contare di Margot Lee Shetterly.

Hidden Figures (Figure nascoste) è in lingua originale il titolo della pellicola, mentre in italiano è uguale a quello del libro che assume un duplice significato: Il diritto di contare. Che da una parte indica i calcoli effettuati dalle protagoniste del film, tre brillanti scienziate, dall’altra sottolinea la vicenda di tre donne, relegate in un oblio sia per il loro sesso come per il colore scuro della loro pelle.

“Della vita non bisogna temere nulla. Bisogna solo capire.” Marie Curie

I fatti resi pubblici dal film sono rimasti a lungo sconosciuti, e arrivati ai giorni nostri grazie soprattutto a Margot Lee Shetterly, scrittrice e studiosa, che li ha portati alla luce nel suo libro edito da Harper Collins.

“In matematica, o hai ragione o hai torto.” – Katherine Johnson

È fin dagli anni Quaranta del Novecento che molte donne, fra cui un considerevole numero di afroamericane dotate di cervelli di prim’ordine, vengono impiegate presso la Nasa per elaborare calcoli matematici, al fine di avviare la corsa alla conquista dello spazio.

D’altra parte, gran parte degli uomini era al fronte impegnato nella Seconda guerra mondiale, ed era quindi naturale che, presso il Langley Memorial Aeronautical Laboratory, la richiesta cadesse sulla presenza di donne versate nelle materie scientifiche.

“Mi occorrono dei numeri che ancora non esistono. Trovatemi un matematico, prima che i russi piantino una bandiera sulla luna.” – Al Harrison

Ma, veniamo alla trama del film, tratta da una storia ambientata a Langley, in una Virginia segregazionista e pregna di un razzismo difficile da estirpare.

Lì, dove si è consumata la vita familiare e professionale di tre ragazze impiegate presso l’ente spaziale con la mansione di ‘calcolatrici’. Che non era un lavoro di tipo impiegatizio, perché dalla loro parte avevano un’intelligenza che sfiorava la genialità, accompagnata da eccellenti titoli di studio di tutto.

Il contesto temporale che dà inizio al film è quello degli anni Sessanta del Novecento, anni che vedono le due super potenze mondiali, Stati Uniti e Unione Sovietica, dare impulso alle esplorazioni spaziali. Sono gli anni della guerra fredda, e la competitività fra il blocco occidentale e quello orientale è proverbiale.

Una competitività che riceve una spinta in seguito al volo dell’astronauta Yuri Gagarin, che vede la Russia inviare per la prima volta un uomo nello spazio: era il 1961.

Da quel momento, i due blocchi entrano in fibrillazione per mostrare di essere superiori e maggiormente innovativi, l’un l’altro, agli occhi del mondo intero.

“Il genio non ha razza, la forza non ha senso, il coraggio non ha limiti.” – Dorothy Vaughn

Come già detto, le protagoniste della pellicola sono tre donne: Dorothy Vaughan (Octavia Spencer), Mary Jackson (Janelle Monac) e Katherine Johnson (Taraji P. Henson).

Tre donne, quindi, che grazie alle loro elevate qualità intellettive, supportate da un costante impegno di studio, hanno dato un apporto fondamentale alle esplorazioni spaziali americane. Tanto da portare il paese America a competere con la Russia, anch’essa lanciata a portare i suoi astronauti nello spazio.

È soprattutto sulla figura di Katherine Johnson che il regista Theodore Melfi focalizza la sua attenzione.

Ma chi era Katherine Johnson, personaggio da assurgere a simbolo del genere femminile oltre di emancipazione dal razzismo?

Katherine Johnson nel 2008
Katherine Johnson nel 2008

Nata a White Sulphur Springs (Virginia) nel 1918, la sua famiglia, di origini modeste, osserva nella piccola un’inclinazione singolare all’apprendimento supportata da una mente eccelsa.

Meritevole di attenzione per il suo alto profilo scolastico nonostante sia afroamericana, e con quest’affermazione s’intende le difficoltà incontrate dai suoi genitori per dare alla giovanissima lo spazio che merita, sarà l’unica donna con due colleghi maschi, tutti afroamericani, ad essere ammessa nel 1938 alla scuola di specializzazione West Virginia University. Grazie a una sentenza, per l’epoca rivoluzionaria, della Corte Suprema del Missouri, in cui si affermava il diritto allo studio anche per gli studenti di colore.

Sentenza straordinaria, non c’è che dire.

D’altra parte, Katherine è una giovane straordinaria; anche per la fermezza con cui affronterà le discriminazioni. Anche se per Katherine ciò non è un limite, semmai uno stimolo che la spinge a dedicarsi con maggior impegno allo studio. Impegno, che la vede a soli 14 anni ottenere il diploma di scuola superiore e a 18 anni una prima laurea. Risultati da cui si evince l’eccezionalità di una donna votata alla scienza. Nello specifico, la disciplina con cui la Johnson si confronterà sarà la matematica applicata al campo delle esplorazioni spaziali.

La sua collaborazione con la Nasa, in qualità di ricercatrice nell’analisi per i sistemi aeronautici, inizia nel 1953 con un contributo fondamentale per le missioni nello spazio: senza l’apporto dei calcoli elaborati dalla Johnson i progetti spaziali avrebbero incontrato enormi difficoltà.

Per arrivare poi agli anni della cosiddetta guerra fredda, anni in cui fra gli Stati Uniti e l’URSS i contrasti si amplificano, a causa anche del lancio del primo satellite artificiale mandato in orbita dai Russi. I quali spingono l’America a misurarsi con l’URSS tramite la fondazione della Nasa.

Inevitabilmente, Katherine Johnson partecipa all’ambizioso progetto con un ruolo di primissimo piano. Entrando a far parte del team dell’ingegneria aerospaziale partecipa ai calcoli delle traiettorie di volo della missione Mercury (1961), che portano nello spazio il pilota Alan Shepard, primo americano a misurarsi in un’impresa spaziale.

Altro contributo, fondamentale più di altri, è stato quello che ha visto il lancio dell’astronauta John Glenn, nel 1962, compiere il primo volo orbitale intorno alla terra. Che avrà modo di affermare di fidarsi soltanto della Johnson per i calcoli relativi alla traiettoria di discesa del suo velivolo e alle coordinate di rientro della navicella spaziale sulla terra.

Successivamente, alla Johnson viene affidato un incarico di estrema importanza entrando a far parte del team di controllo circa l’affidabilità dei calcolatori elettronici (pionieri del computer come lo si conosce oggi), che ha avuto uno sbocco determinante per calcolare il lancio delle missioni Apollo.

Il suo compito era di eseguire, con il semplice ausilio di una calcolatrice meccanica, calcoli riguardanti i dati della traiettoria che la navicella spaziale doveva seguire, da cui poi estrapolare un’equazione matematica empirica e inserirla nel programma in uso al calcolatore. Che a sua volta generava un quadro di dati da confrontarsi con quelli calcolati dalla Johnson. Il cui esito risulterà essere identico. Anzi, con un numero di cifre decimali maggiori, le quali determinavano una precisione pressoché assoluta. A conferma della capacità della scienziata di eseguire calcoli di una complessità impressionante.

Decisivi, in ampia misura, sono stati i calcoli elaborati da Katherine Johnson per il ritorno di emergenza della missione Apollo 13, in difficoltà a causa dell’esplosione di un serbatoio di ossigeno a bordo della navicella spaziale.

Infine, dopo 33 anni di intenso lavoro e dopo aver sfidato razzismo e sessismo, la carriera della Johnson si concludeva: non prima però di aver partecipato al programma dello Space Shuttle.

“Non ho un senso di inferiorità. Mai avuto. Sono brava come chiunque, ma non migliore” Katherine Johnson

Anche la Nasa, come altre istituzioni presenti sul territorio americano, non era esente da forme di razzismo; e come si evince dalla pellicola, senza voler strappare alcuna lacrima, le ingiustizie e i soprusi a cui le donne di colore dovevano sottostare era enorme.

Un esempio su tutti, riguarda le necessità fisiologiche da espletare dalle giovani durante l’orario di lavoro. Dovevano percorrere circa due chilometri, passando da un laboratorio all’altro, per servirsi dei bagni riservati ai neri. È questa solo un’attestazione delle difficoltà incontrate dalle donne afroamericane, a testimoniare la condotta discriminatoria in cui erano costrette a lavorare. Da aggiungere poi l’atteggiamento dei colleghi, che non esitavano a guardare con sospetto e diffidenza Katherine e le altre.

Se non fosse che il supervisore del laboratorio, tale Al Harrison (Kevin Costner), dopo aver osservato le straordinarie qualità di Katherine, e l’importanza dei calcoli elaborati da lei, abbatte fisicamente la targa che separa i bagni dei bianchi da quelli dei neri: dimostrazione plastica della ovvia opportunità di abbattere i muri fra bianchi e gente di colore. Comunque, grazie al suo innato talento e alla sua ampia intelligenza, Katherine viene infine apprezzata. Se non del tutto, almeno in parte.

“O raggiungiamo l’obiettivo insieme o non ce la faremo mai.” – Al Harrison

Il diritto di contare film di Theodore Melfi
Il diritto di contare film di Theodore Melfi

Le vicende di Katherine Johnson e delle sue amiche sono rimaste sepolte a lungo e sconosciute ai più.  Ed è stato soltanto grazie all’autrice del libro, che ha portato alla luce una pagina che ha fatto grande la storia dell’America e del suo ente spaziale, che il pubblico ne è venuto a conoscenza.

Inserendo nel racconto filmico anche le vicende sentimentali di Katherine e delle altre, va dato il merito al regista di aver fatto un piccolo capolavoro.

Grazie al contributo per la riuscita delle esplorazioni spaziali, le donne hanno affermato la propria professionalità, il bisogno di affrancarsi dalla segregazione razziale e al contempo promuovere l’emancipazione femminile, che grazie al loro impegno ha ricevuto un notevole impulso sulla strada del cambiamento.

Tuttavia, discriminazioni e i pregiudizi sono sempre duri a morire; e nonostante la battaglia di queste donne visionarie, hanno avuto ancora una lunga durata. Soltanto in seguito, con l’impegno a favore delle minoranze, il reverendo Martin Luther King ha operato perché alcuni fondamentali diritti fossero acquisiti dagli afroamericani.

Quella di Katherine e delle sue colleghe è una storia che fa onore al genere femminile. Una storia che andava raccontata grazie al regista che l’ha realizzata in maniera esaustiva, seppur in modo semplice e diretto.  In modo che i lettori, in questo caso gli spettatori, possano riconoscere e apprezzare una pellicola di qualità.

 “Lei dovrebbe essere un ingegnere…” – Preside di facoltà

“Sono una donna nera: non considero niente impossibile” – Mary Jackson

Per concludere, infine, una curiosità.

L’abitazione mostrata nel film, luogo di incontro delle tre amiche, è un edificio storico di Atlanta frequentato dal leader Martin Luther King.

“Pensi che arriveremo sulla luna?” – Al Harrison

“Siamo già là, signore!” – Katherine Johnson

 

Written by Carolina Colombi

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