“Sillabario esistenzialista” di Luigi Fenizi: come resistere ai morsi della vita

Altrove, iniziai l’analisi del romanzo Lo scherzo di Milan Kundera sfruttando l’Avvertenza scritta da Luigi Fenizi per illustrare al lettore questi suoi 21 racconti: “Per sua natura intrinseca, la letteratura è del resto repulsiva nei confronti di ogni certezza assolutizzata, sia religiosa che ideologica. Il romanzo e il racconto sono infatti i territori in cui meglio possono germinare le verità relative, talché ogni personaggio ha diritto alla propria verità. In ciò sta la moralità della letteratura. Tutti hanno insomma il diritto di essere capiti: Anna, ma pure Karenin, per citare la celebre opera di Tolstoj.”

Sillabario esistenzialista di Luigi Fenizi
Sillabario esistenzialista di Luigi Fenizi

Ogni essere è un assoluto relativo, sciolto dall’altro e, al contempo, a questi collegato. È la materia che non si sa ancora se sia continua o discontinua: si aspetto da sempre una risposta che sia basata su dati certi. Nel frattempo è giusto confidare nell’individualità e nella necessaria socialità.

I ventuno racconti de Sillabario esistenzialista sono presentati in ordine alfabetico: il primo è Ambiguità, l’ultimo è Zavorra. Il titolo di ognuno ha l’iniziale corrispondente a una delle 21 lettere dell’alfabeto italiano.

In tal caso è un sillabario; in che senso è esistenzialista? Lo scopro leggendolo e via via reagendo a qualche parola, a qualche pensiero sfuggito all’autore.

a: “… nei nostri amici amiamo il morto fresco, il morto doloroso, la nostra emozione, in altri termini noi stessi.” – è nella morte altrui che sentiamo rinascere in noi il senso di appartenenza a una socialità. Da noi si dice che a la môrt ‘s rîva vîv, alla morte si arriva vivi. E che ed sicûr a gh ē sòul la môrt, di sicuro c’è solo Lei. Se la vita è parzialmente ambigua, la morte non lo è affatto. Ma se è un fatto scientifico, mi chiedo, che sia anche falsificabile?

b: “Che cos’è del resto la bellezza se non abolizione della cronologia e rivolta contro il tempo?” – e qui l’autore mi fa il desiato assist, per cui cito il mio amato Keats: a thing of beauty is a joy for ever (speriamo, dai!).

c: Bartolo torna nel camping dov’era stato pochi mesi prima, e dove aveva convissuto con amici, rilassato e felice. Ora non c’è nessuno, anche le cose sembrano sparite: qui c’era quello, qui c’era questo… ora “non c’erano le pagliarelle, i gabinetti e le docce erano sbarrati con delle tavole rose dalla salsedine…”; ora vigeva su tutto il nulla e poco altro. Questo credere eterno il passato è l’illusione, che ogni tanto mi spinge a tornare coi miei giovani consanguinei nei luoghi dove trascorsi una parte della mia giovinezza. Forse loro non si accorgono della mia emozione, della mia delusione, della mia felicità. Non è facile comprendere il prossimo, anche se appartiene alla tua medesima tribù. Forse è la tribù che si evolve troppo in fretta.

d: “Non c’è nulla di più pesante della compassione” – tutto è relativo, diceva quel tale; anche e soprattutto la forza gravitazionale, con le tre dimensioni spaziali e con la quarta che forse non esiste, ma forse è stranamente annesso: il tempo.

e: “riusciamo ad essere nomadi anche se per l’intera vita non usciamo dalla nostra città.” – qui, dove siamo ora, non è il qui di ieri, né quello di domani. Tutto transita, panta rei, nel Sacro Ganga, dicono gli indiani.

f: “La fede e l’amore sono le illusioni umane più grandi.” – aspetta che crescano i tuoi figli e vedrai come ti mangeranno la torta in testa e a volte quello che c’è sotto. In ogni essere amato sonnecchia un cannibale.

g: “La patria, cos’è la patria?” – è quello che ci fa fremere pensando a chi ci ha preceduto; e quel fremito ognuno lo gestisce come può.  

h: la paura “di abituarmi alla malinconia.” – che è la pena per quel che non è più. Ci si può abituare a tutto, ma non alla vita.

i: “un uomo che si sentiva straniero senza però esserlo…” – mettiamo in fila otto miliardi di umani, poi i primati antropomorfi, poi gli altri, poi i mammiferi (nutrie comprese), uccelli, rettili, eccetera, fino a quel groviglio di materiale genetico che compone il virus. Sono certo che ognuno di loro si senta fratello a chi gli sta a fianco.

l: “Ma sono passati pochissimi anni da quando ero bambino” – lo stesso discorso fallo con tutti i te stessi che si sono succeduti: nulla pare cambiare. Poi guarda il tuo primo te stesso e quello attuale: e fatti una risata!

m: “la donna è madre per natura e l’uomo è padre per cultura…” – niente di più vero e di più risibile: dove s’installa la cultura, se non nel giardino sotto casa?

n: “Ma tu sai cos’è la nostalgia?” – e tu sai cosa non è?

o: “Il bambino non era più completamente nero di pelle, né scuro di capelli perché era diventato quasi roseo…” – roso dalla fame com’era, si abbrustoliva un topolino con saggezza millenaria, l’unica cosa che di lui resterà.

p: “Un uccellino piccolissimo si era appoggiato per terra e saltellando qua e là, tra un saltello e l’altro a zampette unite, cantava, canterellava.” – è sempre emozionante scoprire che gli uccellini fanno il loro dovere di piccoli volatili graziosi anche quando tutto sta diventando insostenibile per noi umani.

q: “Non è forse la donna tutto quello che ci rimane del paradiso terrestre?” – Non ci rimane affatto.

r: “Il ‘quasi’ che completa il tutto è il vuoto, l’assoluto, l’assenza con un cielo blu cosparso di stelle che non potevano certo dare un’indicazione…” – secondo alcuni fisici, lo spazio è un grumo e il tempo è un’illusione: quindi un Luna Park.

s: “… di giorno tornava continuamente ai propri sogni, se li ripeteva dentro di sé, li trasformava in leggenda…”il sogno è un serial a puntate, che ha fine quando ci si sveglia per l’ultima volta.

t: “quando in politica si insegue la purezza si arriva a uno squallore che confina con l’irrealtà” – faccio fatica a capire; forse è nell’impurità che ci si riconosce come fratelli?

u: “… i praticelli sassosi coperti di puntolini volanti e ronzanti tra i quali, di tanto in tanto, come una madre superiora appariva una farfalla nera.” – è l’immagine più bella finora raccolta; la piglio, ‘sta capa ‘e pezza, e l’inchiodo su un cartone (da anni sto allestendo un museo che diventerà il più grande della città).

v: “data la distanza avrebbe potuto ucciderli tutti e due, ma aveva perso tempo a pensare.” – e qualcosa gli nacque e morì subito dentro, come a quel distratto di Piero, di cui cantava Fabrizio.

z: “il mare è come dovrebbe essere un amore, fedele e fuggitivo.” – è nell’assenza che cresce la passione, è nella presenza che si disseta. Poi, forse, il Nulla.

 

Luigi Fenizi
Luigi Fenizi

Ogni racconto di Luigi è un inclito capolavoro di tipo desueto, gradevole e insopportabile al contempo, scritto con delicatezza e molto invasivo, sereno e angustiante, breve e infinito.

Dice Antonella Concetti nella Postilla: “… la scrittura è uno strumento per resistere ai morsi della vita, perché narrare lenisce le ferite.” – è una specie di riabilitazione di un arto; reca dolore al fine di ridurne gli effetti.

Cito l’immensa esergo di Droga e Chewingum (1971) di Gianni Padoan: “un pugno dato non per provocare il vomito ma per rinforzare i muscoli addominali.”

“Quanto al lettore, egli si è sempre servito delle storie per riconoscersi in qualcheduno.” – nego (sogghignando) ogni addebito!

Accade che “tali storie ci portino dentro le esperienze umane comunicandoci una verità.” – consegnandoci un’energia che noi sfrutteremo secondo il bisogno, e poi la lanceremo nell’aere.

Il nostro compito è ricevere, tradurre, tradire, comunicare e infine posare il libro su uno scaffale.

“… c’è fatica di vivere, solitudine, frustrazione, sofferenza, morte, ma eroismo e santità restano sullo sfondo.”spesso il male di vivere ho incontrato…

“Ogni personaggio ha diritto alla propria verità…” – al proprio tragitto che prima o poi lo condurrà alla vanità di quel che una volta ruggiva nella foresta e che ora pare ormai silente.

“Lo scrittore sorpassa la filosofia…” – sono due diversi tipi di cammino, come la corsa e la marcia.

Verso la “Storia e Natura”, queste infinite e incomprese donzelle, “Luigi nutre un odio profondo”: la paterna Storia e la materna Natura, sono le nostre origini, consanguinee fra di loro, Zeus ed Era. Noi siamo i loro figli, per nulla dissimili, né più innocenti di loro.

“… una sorta di patto segreto tra scrittore e lettore, un camminare insieme per le strade del mondo, dove tutti procediamo a stento, dove tutti inciampiamo e cadiamo, perché ciascuno di noi è figlio della fragilità.” – che è la madre che mai ci disconoscerà.

“Strano oggetto, la felicità. Sempre fuori posto…” – tocca a noi rinvenirla, per poterla disperdere di nuovo, sennò che gusto c’è?  

“È la vita che possiede noi…” – fammici pensare. E se ci possedessimo a vicenda? Non sarebbe più comodo e naturale? Siam parti di un Destino in cui anche noi bruciamo la nostra dose di energia, non, mi auguro, di un Fato Eterno deciso da Chissà Chi. Ma se anche fosse?

“La vita, noi piccoli umani, tutti, l’attraversiamo soltanto, fino a quando, senza ragione, ci viene tolta…” – in realtà essa sarà regolarmente riciclata e re-immessa in circolo.

Ogni libro, nella sua misura, e questo più di tanti altri, è la coppiera che permette al lettore di succhiare quell’ambrosia che gli consente di prendere coscienza di quel che si celava chissà dove. Se scrivere è a volte un assopirsi dentro di sé, leggere è sempre un inquieto e salvifico risvegliarsi.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Luigi Fenizi, Sillabario esistenzialista, Scienze e lettere, 2021

 

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