“Pensieri controcorrente” di Nikolaj Berdjaev: l’uomo contemporaneo è succube della tecnica

Sembra proprio che il destino di ogni pensatore degno di tal nome sia quello di essere, come scriveva Nietzsche, “inattuale”. O, possiamo dire anche “controcorrente”.

Pensieri controcorrente di Nikolaj Berdjaev
Pensieri controcorrente di Nikolaj Berdjaev

Che pensatore sarebbe, infatti, se non volgesse lo sguardo dritto negli occhi della realtà in cui vive, con spirito genuinamente critico e positivo?

Questo fa Nikolaj Berdjaev, filosofo nato a Kiev nel 1874 e vissuto negli anni cruciali del Novecento, in cui assistette alla Rivoluzione russa e alle due guerre mondiali.

Dove si rivolge il pensiero di Berdjaev? Sostanzialmente, alle storture del pensiero contemporaneo e alle (gravi) mancanze spirituali dell’Europa.

“Nel mondo contemporaneo tutto è posto sotto il segno della crisi, non solo sociale ed economica, ma bensì culturale e spirituale, tutto è diventato problematico[1]. Nello specifico, nell’individuare il nucleo spirituale delle questioni di cui sopra, il filosofo di Kiev è molto chiaro: Le infermità del mondo contemporaneo non dipendono solamente dall’abbandono del cristianesimo, dal raffreddarsi della fede, ma anche dalle croniche infermità del cristianesimo nel suo elemento umano[2]. Dunque, non soltanto il cristianesimo in se stesso, ma anche nell”essere umano.

Da dove deriva questo abbandono del cristianesimo, filosoficamente parlando?

“Ciò che caratterizza l’Europa contemporanea è la nascita di nuove forme di pessimismo filosofico, a confronto delle quali il pessimismo di Schopenhauer appare consolante e ingenuo[3].

Più nello specifico, prosegue Berdjaev, troviamo la filosofia di Heidegger, “nella quale l’essere è decaduto nella sua essenza ma non è decaduto da nulla; il mondo è irrimediabilmente peccaminoso ma non esiste un Dio, l’essenza dell’essere del mondo è l’inquietudine[4].

Riconoscendo l’importanza di Kierkegaard nella cultura dell’Europa centrale, il filosofo di Kiev asserisce che la corrente filosofico-teologica più interessante è il barthismo, “che è dominato dal sentimento esclusivo e acuto della peccaminosità dell’uomo e del mondo, e che intende il cristianesimo in senso puramente escatologico[5].

L’uomo contemporaneo è succube della tecnica: se dapprima “è riuscito a liberare le forze nascoste della natura e ad usarle per i propri scopi, è riuscito a introdurre il principio teleologico nell’azione delle forze meccaniche, fisiche e chimiche[6], in seguito non è più riuscito a dominare il potere della tecnica su di lui. Ora, come ben distingue il Nostro, la tecnica può essere al servizio di Dio o al servizio del diavolo, al servizio del bene o al servizio del male.

La tecnica ha come immediata conseguenza il passaggio dall’ordine organico (ossia in diretta e positiva connessione con la terra, con le piante, con gli animali) all’organizzazione, fase, quest’ultima, in cui “l’uomo smette di vivere tra gli animali e le piante, è immerso in un nuovo ambiente freddo e metallico nel quale non c’è più tepore animale, non c’è più sangue ardente[7]. La reazione del Romanticismo a questo processo non è servita a cambiare le cose.

Altro aspetto della crisi spirituale e culturale è dato dalla massificazione della cultura stessa, data dal massiccio ingresso di masse umane e dalla conseguente democratizzazione (e scadimento). “Le masse assimilano con facilità il materialismo volgare e la civiltà tecnica esteriore, ma non assimilano la cultura spirituale superiore, passando facilmente dalla visione del mondo religiosa all’ateismo”[8] : dialettica tra principio aristocratico e principio democratico della cultura, dunque.

Ciò conduce inevitabilmente ad una crisi dell’arte. “Stiamo assistendo a una crisi globale dell’arte, a profondissimi sconvolgimenti nei suoi fondamenti millenari. Il vecchio ideale di bellezza dell’arte classica è tramontato definitivamente e ci rendiamo conto che non potremo più tornare alle sue forme. L’arte sta tentando convulsamente di superare i propri confini”[9] :possiamo vedere i risultati di questi tentativi nelle esperienze del Simbolismo, di Picasso del Futurismo. Quest’ultimo, in particolare, con il suo esasperato e febbrile dinamismo, crede di aver colto il nuovo ritmo delle cose, ma rimane invece troppo attaccato al suo rifiuto del passato per poter dar vita ad una nuova creatività: “I futuristi con la loro superficialità hanno percepito i profondissimi processi di cambiamento che avvengono nella vita del mondo e dell’uomo. Tuttavia si trovano nella più profonda ignoranza spirituale, non hanno alcuna conoscenza spirituale del significato di ciò che sta accandendo, né hanno quella intensa vita spirituale che renderebbe visibile non solo la corruzione dei vecchi mondi, ma anche di scorgere mondi nuovi”[10]. Non vi potrà essere una nuova creatività senza che l’arte riscopra la sua dimensione divina: soltanto così la creazione divina potrà continuare nel mondo.

Riguardo alla cultura, Berdjaev esprimeva la sua perplessità riguardo al principio democratico, contrapposto al principio aristocratico e riguardo alla massiva democratizzazione della cultura. Non si creda, però, che il Nostro sia un completo spregiatore della stessa. Anzitutto, come principio, la democrazia è tutt’altro che una novità: il problema di essa si pone, a detta di Berdjaev, attualmente sul piano spirituale. “La democrazia come idea astratta autosufficiente, non subordinata a niente di superiore, significa l’autodivinizzazione umana e la negazione della fonte divina del potere”[11]: proprio quell’autodivinizzazione dell’elemento umano porta come naturale conseguenza l’esaltazione del “popolo”, anzi, per meglio dire, alla divinizzazione del “popolo” stesso. Questo alla base del marxismo che, per Berdjaev, ha contribuito in prima persona alla distruzione della democrazia. Tuttavia, dato che, come rileva filosofo di Kiev, il “popolo” è solo “una complessa interazione di gruppi sociali con forma mentis e interessi diversi, oppure la somma meccanica di singoli atomi umani”[12], come si può pensare di renderlo una unità armonica e coesa, in grado di tenere in mano le redini della società e della Storia? La sola quantità non è sufficiente.

Nikolaj Berdjaev nel 1912
Nikolaj Berdjaev nel 1912

Un passo in avanti è dato dalla considerazione della “irripetibile e individuale originalità[13] (concetti che saranno ripresi nel Novecento dalla filosofa Hannah Arendt) dell’uomo, unitamente al considerare quest’ultimo non un ente astratto, bensì un soggetto storico, nato e cresciuto in un ambiente ben determinato. L’ideologia democratica, inoltre, ha commesso l’errore di farsi guidare da un razionalismo radicale: una società che si basa “sulla meccanica delle quantità, sul suffragio universale, che consideri l”uomo come una grandezza matematica è dunque una società totalmente razionalizzata, che non ammette l’intrusione di nessuna forza irrazionale[14]. Da ciò si ha però una svalutazione della persona umana: quest’ultima è maggiormente rispettata se si ammette l’elemento irrazionale.

Come si dovrà fare, dunque, per fondare una democrazia vera e rispettosa della persona umana?

Il principio supremo bisogna ricercarlo nelle profondità dello spirito. La democrazia dev’essere, prima di ogni cosa, delimitata dalla vita spirituale e sottomessa alla vita spirituale. Questo pone il compito di un’educazione interiore della democrazia[15].

Parlando della persona, ci si collega all’ultima riflessione di Berdjaev, quella relativa al problema ell’uomo; questi, trovandosi in tempi difficili, vuole sapere chi è, da dove viene e a cosa è destinato.

Ora, vi sono due modi di considerare l’uomo: dall’alto oppure dal basso. Tra quelli che considerarono l’uomo a partire dal basso (ossia dalle forze cosmiche ed inconsce in esso insite) vi furono Marx, Freud e Proust, ma non si arrivò mai a formulare una completa antropologia.

Fu con il pensiero rinascimentale (Paracelso e Pico della Mirandola in particolare) che ci si avvicinò alla verità, focalizzandosi sulla vocazione creatrice dell’uomo, la quale nasce dal “senso della bassezza e dell’umiliazione dell’uomo e la rivolta dell’uomo contro questa bassezza, il senso della sua maestà e della sua forza, della sua capacità di creare[16].

L’uomo, come ben rilevato da Pico della Mirandola, non appartiene soltanto all’ordine della natura: vi è in esso un qualcosa di più, grazie alla ragione e all’autocoscienza. “C’è una verità più profonda. L’essere è conforme all’umanità integrale, l’essere è umano, Dio è umano. Proprio e soltanto per questo è possibile la conoscenza dell’essere, la conoscenza di Dio. Senza una conformità con l’uomo, la conoscenza delle profondità dell’essere sarebbe impossibile[17]: la “Divinoumanità”, come viene denominata dal filosofo di Kiev, può veramente dare una risposta al problema dell’uomo. Questa somiglianza tra Dio e l’uomo si realizza in modo particolare nell’atto creativo, il quale presuppone un trascendersi e un autosuperamento (più che un’autoaffermazione) di natura estetica.

L’atto creativo, tuttavia, non può esistere senza la libertà.

La libertà è e rimane un concetto fondamentale per capire il pensiero di Berdjaev. In lui, tuttavia, non fu soltanto un’astratta parola: per tutta la sua vita, infatti, egli difese la libertà, poiché intimamente convinto che essere un filosofo significhi anzitutto dire ciò che pensa, come rispose al capo della neonata polizia politica sovietica, Feliks Dzeržinskij, durante un interrogatorio, guardandolo faccia a faccia, senza timore.

Berdjaev capì sin quasi da subito in che spirale di violenza la Rivoluzione russa avrebbe portato: per questo subì l’esilio.

La libertà di essere controcorrente: le due istanze sono intimamente connesse, al punto che non può darsi l’una senza l’altra.

Questo caratterizza e caratterizzerà sempre il filosofo degno di tal nome: l’aver cara nel proprio cuore la libertà e, mediante il retto pensare, guardare in faccia la Storia, guardare in faccia la propria epoca e la società, con sguardo critico.

 

Written by Alberto Rossignoli

 

Info

Leggi la recensione de “Gli spiriti della Rivoluzione russa”

 

Note

[1]    Nikolaj Berdjaev, “Pensieri controcorrente”, Edizioni La Casa di Matriona, Milano 2007, p. 45.
[2]    Ibidem, p. 45.
[3]    Ibidem, p. 46.
[4]    Ibidem, p. 46.
[5]    Ibidem, p.46.
[6]    Ibidem, p. 47.
[7]    Ibidem, p. 50.
[8]    Ibidem, pp.52-53.
[9]    Ibidem, p. 61.
[10]  Ibidem, p. 68.
[11]  Ibidem, p. 28.
[12]  Ibidem, p. 31.
[13]  Ibidem, p. 35.
[14]  Ibidem, pp. 36-37.
[15]  Ibidem, pp. 43-44.
[16]  Ibidem, p. 119.
[17]  Ibidem, p. 121.

Un pensiero su ““Pensieri controcorrente” di Nikolaj Berdjaev: l’uomo contemporaneo è succube della tecnica

  1. Sempre interessanti le proposte di Oubliette, specie quando non si è d’accordo con i contenuti, giacché più stimolante è la lettura e un eventuale commento.
    Periodicamente tornano le nostalgiche visioni teocentriche del tutto e spesso, invece di analizzare le molteplici cause che hanno condotto alla “morte di dio”, si parte dall’assioma della negatività tragica dell’abbandono di dio e/o degli dei, e si bacchettano -anche velatamente, o indirettamente, o in maniera inappropriata, come in questo caso, e sempre “ad usum delphini”- coloro che hanno annunciato quel decesso.
    E’ proprio l’eccessiva frequentazione, e proposizione, di assiomi che vizia tanti più o meno nobili epigoni del divino.
    Si tratta sempre di iniziare “ab ovo”, e indagare come e perché è insorto nei mortali il senso del “sacro” ed il conseguente “bisogno” del divino. Stando alle ricostruzioni storiche, tutto sarebbe dipeso dall'”ignoranza”, cioè dalla impossibilità, per inostri progenitori, di dare risposta a fatti inesplicabili e terrorizzanti.
    I progenitori ben possono paragonarsi agli infanti i quali, nascendo, non hanno alcuna capacità se non quelle istintive destinate alla loro sopravvivenza. Si nasce in uno stato di indifferenza rispetto alle sovrastrutture culturali che caratterizzano l’ambiente in cui si è nati. Se l’infante, cresciuto privo di condizionamenti, comincia a prendere atto di eventi pericolosi, pur ponendosi delle domande, non trova spiegazioni.
    Mi rifaccio ora al noto “Primus in orbe deos fecit timor, ardua coelo fulmina cum caderent” (Per prima al mondo la paura ha creato gli dèi, alla vista dei fulmini che cadevano dal cielo), riferito a Petronio Arbiter, I sec. e.m.,
    A ciò si può associare un altro fenomeno che ha caratterizzato (rispetto ad altri esseri animati) lo sviluppo cognitivo del Sapiens: la consapevolezza della morte. E poi si può associare un ulteriore evento: il sogno. Sognare il defunto, “vederlo” agire, può avere indotto l'”Homo Infans” ad ipotizzare una realtà “altra” nella quale il defunto si era/era stato trasferito; e presso chi, o da chi? Forse da e/o presso “Coloro” che mandavano i fulmini dal cielo? E perché? Per punizione?
    E’ del tutto intuitivo che quella “Realtà Altra” sia stata riempita da tutto ciò che l’umana fantasia ha saputo creare…
    Potrebbe essere stata questa la causa prima dell’idea di “sacro”, di separato.
    “Sacro”, infatti, va inteso nel suo significato originario di “separato dall’umano”, quindi destinato agli dei.
    Tra le “Leggi delle XII Tavole” (450 e.a.), precisamente nella Tav. VIII, 13, era prevista la pena della “sacertà” (“Sacer esto”, cioè “Sia sacro”) per i reati commessi da colui che agiva in modo tale da mettere in pericolo la pax deorum.
    Virgilio, nell’Eneide (III, 57), parla di “Auri sacra fames”, cioè di “Maledetta fame dell’oro”.
    [Nel tempo, per influsso del cristianesimo (da sempre dedito al monopolio delle parole, delle quali spesso ha stravolto il significato, o per le quali ha imposto il significato ad esso “utile”) il termine “sacro” è usato come sinonimo di sacralità in senso positivo: sta cioè ad indicare l’aura di presenza del divino che rende degni di venerazione una persona, un oggetto o un luogo sacro.]
    Dunque, il “bisogno” del “sacro” può avere avuto una origine del tutto “umana”, per come ipotizzato; cioè, nessuna “scintilla aliena” nel suo cuore o nel suo cervello.
    La religione, per come è noto, rappresenta il rapporto, variamente identificabile in regole di vita, sentimenti e manifestazioni di omaggio, venerazione e adorazione, che lega l’uomo a quanto egli ritiene sacro o divino.
    Posto ciò (stiamo cercando di indagare sinteticamente il perché della morte di dio), è il caso di tenere presenti due fattori: l’evoluzione dei Sapiens; la trasformazione di ogni religione in “instrumentum regni”, cioè arma efficacissima a disposizione di ogni potere.
    I due fattori sono interdipendenti, nel senso che il primo, per ovvi motivi, è stato fortemente rallentato dal secondo.
    Se Costantino e, ancor di più, Teodosio, hanno imposto il nascente cristianesimo a forza di decreti imperiali; se Mussolini ha stipulato i Patti lateranensi con la chiesa di Roma, gli ovvi motivi appaiono in tutta la loro evidenza.
    Volendo ancor meglio specificare, ci si deve chiedere perché mentre nei vangeli Gesù viene presentato in posizione abbastanza distaccata dal potere di Roma (“date a Cesare… ecc…), quel gran… teologo di Paolo (vero fondatore della nuova religione), se da una parte blandisce poveri e bisognosi, assicurando loro il “Paese dei balocchi”, dall’altra afferma che necessita obbedire al Principe, atteso ogni potere deriva da dio.
    Insomma, la “morte di dio” è stata partecipata da Liberi Pensatori, ma è stata determinata dai medesimi soggetto che quel dio o quegli dei hanno imposto.
    Ora, il Filosofo di Kiev ha avuto un bel rimpiangere i sistemi di pensiero e di potere teocratici; ha un bel condannare la tecnica, lo sviluppo (lo faceva anche Pasolini!); avrà potuto piangere per le “storture del pensiero contemporaneo e le (gravi) mancanze spirituali dell’Europa”, ma non avrebbe dovuto imputare il tutto alla perversione della mente umana. Le cause andavano, e andrebbero, cercate nell’uso perverso che si è fatto dell’idea di dio da parte di chi se ne è dichiarato interprete e finanche vicario, in via del tutto autoreferenziale.

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