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“Non siamo eroi” di Silvano Casaldi: la memoria della partecipazione dei cittadini nella Seconda guerra mondiale

“L’estate del 1943 trascorreva lentamente. Nettuno era un paese colorato in grigio-verde, per la massiccia presenza di soldati che prestavano servizio militare nelle caserme: la Piave sulla salita S. Barbara, la Donati alla Sgrillara, la Tofano al poligono di tiro”.

Non siamo eroi di Silvano Casaldi
Non siamo eroi di Silvano Casaldi

Non siamo eroi, dell’autore Silvano Casaldi, è un volume di circa trecento pagine in cui si raccontano episodi che hanno visto Anzio e Nettuno protagoniste di eventi strettamente legati alla Seconda guerra mondiale.

Accadimenti, che vanno dalla data dell’armistizio, 8 settembre 1943, allo sbarco di Anzio avvenuto il 22 gennaio 1944.

Pubblicato in self publishing, il testo si sviluppa in tre sezioni; e, pur soffermandosi sulle vicende che hanno toccato da vicino le due località, più che altro restituisce la memoria della partecipazione dei cittadini agli eventi.

Comuni cittadini e militari, la cui presenza sul territorio era massiccia, per ricordare il ruolo attivo che hanno avuto per contribuire a mettere fine al conflitto. Persone che hanno preso parte, in maniera più o meno rilevante, al fine di difendere le due località dall’occupazione tedesca.

“La guerra aveva portato lontano molti uomini; padri di famiglia e giovani erano chiamati alle armi e trasferiti nei vari fronti, dove infuriava la guerra”.

Gaie cittadine che affondano le radici in un passato ricco di storia, Anzio e Nettuno, in provincia di Roma, si affacciano sul litorale laziale e sono a tutt’oggi mete turistiche privilegiate.

“Dal 10 giugno 1940, quando gli altoparlanti al Caffè della Posta e in piazza ad Anzio, i cittadini udirono le parole di Benito Mussolini che dichiarava guerra alla Francia e all’Inghilterra sembrava trascorso un secolo”.

Ed è entrando nel vivo dei fatti che l’autore riporta nomi e cognomi di coloro che hanno agito in nome del bene collettivo, fronteggiando il nemico dopo l’armistizio firmato dal maresciallo Pietro Badoglio. In seguito del quale, la popolazione, fra inni di gioia e manifestazioni festaiole si preparava a ritrovare una pace a lungo agognata.

Nonostante fosse allo stremo delle forze e vittima di un disagio economico e sociale di immense proporzioni, dopo aver visto il Paese Italia cadere sotto i colpi di una guerra che aveva cancellato città e decimato civili, oltre che militari impegnati sui diversi fronti di guerra.

Il paese si era dovuto quindi dichiarare sconfitto, ed esprimere agli alleati la propria resa: condizione inevitabile per porre termine ad una guerra che aveva causato oltre 50milioni di morti.

Una guerra scellerata, nata soltanto in nome di una stupida quanto crudele ambizione di gloria.

Se non fosse stato che l’armistizio non metteva fine al conflitto, il quale vedrà il suo epilogo soltanto nell’aprile 1945: ancora due lunghissimi anni di scontri che vedranno la popolazione dilaniata dalla povertà.

Mentre i bombardamenti colpivano la nazione, minando anche l’ultimo residuo di fiducia che la gente comune aveva riposto in Mussolini, dichiarato in minoranza durante il Gran Consiglio e condotto sul Gran Sasso dopo il suo arresto. Segnando così gli eventi di una svolta storica che sembrava anticipare la fine del regime.  Che invece si rivelava un obiettivo vano, in quanto i tedeschi, andati in suo soccorso liberavano il duce.

Nel frattempo, al maresciallo Badoglio veniva assegnata la guida del nuovo governo; che, dopo aver firmato l’armistizio con gli alleati, dichiarava guerra alla Germania.

In seguito al quale l’esercito italiano era completamente allo sbaraglio, mentre i tedeschi occupavano soprattutto l’Italia centrosettentrionale.

Secondo le disposizioni di Badoglio, l’esercito italiano avrebbe dovuto schierarsi con le forze alleate; se non che, in seguito a ordini contradditori, truppe dell’esercito italiano si trovavano a decidere la propria sorte senza più una guida sicura. Ne sono un tristissimo esempio i fatti di Cefalonia, durante i quali oltre 5000 militari italiani della Divisione Acqui, dopo aspri combattimenti rifiutandosi di cedere le armi ai nemici venivano fucilati dalle forze tedesche.

Silvano Casaldi
Silvano Casaldi

Saranno in molti a prendere la strada della montagna per combattere il nazismo; altri, invece, entreranno nella neonata Repubblica di Salò, stato fantoccio in mano ai tedeschi.

“Le comunicazioni del presidio o telegrammi, con gli annunci dell’avvenuta morte e di cattura di un soldato, lasciavano sgomento nelle case…”

Ma, facendo un passo indietro negli eventi, si può affermare che in Italia tutto era già iniziato il 10 luglio 1943 con lo sbarco delle forze alleate in Sicilia: la loro intenzione era di risalire la penisola e liberare l’intera nazione dall’occupazione nazista.

L’impresa, però, non si rivelerà affatto facile a causa della resistenza tedesca: adesso la Germania, in seguito alla dichiarazione di guerra del maresciallo Badoglio, era acerrima nemica degli italiani.

Da qui, scontri durissimi fra le forze alleate e i nazisti assestati sulle loro posizioni per difendere ciò che difendibile non era più. Con immani perdite da entrambe le parti e rappresaglie tedesche che andavano a colpire soprattutto la popolazione civile.

Fino a quando le forze alleate decidevano con urgenza di raggiungere Roma e liberare la capitale

dalla sopraffazione germanica.

E fu per arrivare a Roma, che gli alleati sbarcavano ad Anzio: era il 22 gennaio 1944.

In un inverno rigido con cibo assolutamente insufficiente per la popolazione, per usare un eufemismo, in quanto i tedeschi, come riportato nel testo, sequestravano farina e ogni bene alimentare di cui entravano in possesso.

Ma, anche prima dello sbarco la popolazione di Anzio e Nettuno era già stata protagonista di atti di resistenza per difendere le loro località.

Quindi, Anzio e Nettuno diventeranno teatro di azioni militari messe in atto in maniera quasi del tutto improvvisata. Ma con lo scopo importantissimo di determinare il corso degli eventi e portare a termine una guerra nata a livello europeo e che si era trasformata in un coinvolgimento planetario.

Era il pomeriggio del 9 settembre 1943 quando, dal mare l’equipaggio di un’imbarcazione tedesca faceva uso delle armi in direzione dei civili, e affondava un rimorchiatore della Marina Militare Italiana.

A questo punto era più che legittimo, anzi doveroso, un intervento mirato, raccontato dall’autore su base di testimonianze, in parte pregresse, in parte rese probabilmente da figli e nipoti delle persone citate nel libro.

Il caso volle che il sergente maggiore Carlo Colombi (padre dell’autrice di questo scritto), in forza presso la caserma Piave di Nettuno, risiedesse in zona.

Definito dall’autore lo stratega della difesa di Anzio, il sergente maggiore, denotando grande coraggio, si metteva alla testa di un drappello di persone per difendere la città e resistere agli attacchi dei nemici. Pur non essendo originario di Anzio ma di Genova, il Colombi si prestava per una giusta causa affrontando i tedeschi. Affiancato da altre persone, rendendosi conto che i tedeschi si apprestavano a impossessarsi del porto di Anzio, il Colombi organizzò delle azioni per fronteggiare le volontà di sopraffazione di coloro che non esitavano ad usare le armi contro la popolazione.

Grazie a mitragliatrici prelevate da alcuni pescherecci ormeggiati in porto, il Colombi, con grande rischio personale, le sistemava dalla finestra della propria abitazione in via del Porto Neroniano, che condivideva con la moglie e con i suoceri. Tenendo così sotto tiro il porto e la Riviera di Ponente.

Ma non solo mitragliatrici impiegate dal sergente maggiore per controllare il porto e il centro di Anzio. Anche un vecchio cannone della Prima guerra mondiale piazzato per impedire ai tedeschi l’accesso a piazza Pia, punto nevralgico del centro città.

Preso di mira un trattore d’artiglieria tedesco, con soldati in procinto di raggiungere l’epicentro del paese, il Colombi colpì con il cannone il trattore mettendolo fuori uso.

Carlo Colombi - Foto tratta dal libro
Carlo Colombi – Foto tratta dal libro

Quindi, per ben due giorni il porto di Anzio rimaneva in mano agli anziati, grazie alle azioni del Colombi. Ma, non contenti dell’esito ottenuto dallo scontro, i tedeschi si arrampicavano sul campanile della chiesa di Sant’Antonio con lo scopo di centrare e colpire dall’alto le persone.

Ma, grazie all’intervento del cannone, la mitragliatrice tedesca posta sul campanile della chiesa veniva fermata.

“Alla guerra documentata e fotografata dell’esercito americano, provvedevano fotografi e cineoperatori professionisti di riviste e di case cinematografiche famose…”

Raccontato con abile penna e linguaggio fluido Non siamo eroi è cronaca di giorni terribili e disperati di storia locale che hanno avuto conseguenze su fatti di grande rilevanza nell’ambito del Secondo conflitto mondiale. Eventi, che hanno visto Anzio e Nettuno protagoniste di una guerra a cui non avrebbero voluto partecipare.

Il testo ha il grande pregio di far memoria di fatti storici importanti, altrimenti sepolti dall’oblio del tempo che tutto cancella. Quindi, per non dimenticare ciò che è stato, affinché i tristi accadimenti siano monito soprattutto a coloro che inneggiano a nuovi conflitti. In nome di chi o di cosa non è dato sapere.

“Quel cannone, verso le undici del 10 settembre 1943, diede il via alle ostilità, colpendo un trattore d’artiglieria pesante con sopra una decina di soldati che stava venendo giù da via Aldobrandini”.

 

Written by Carolina Colombi

 

Un pensiero su ““Non siamo eroi” di Silvano Casaldi: la memoria della partecipazione dei cittadini nella Seconda guerra mondiale

  1. Articolo eccezionalmente interessante. La storia della seconda guerra mondiale che fanno studiare a scuola è orfana di tutte queste interessanti eventi che sommati alle altre azioni hanno favorito la liberazione del paese dalla presenza dei tedeschi.
    E strano che questi interessanti fatti storici non vengano considerati nei libri di storia perché si rischia veramente di perdere la memoria.
    Qui nel mio paese ci sono alcuni testimoni di fatti storici accaduti nell’estate del 1943 e fortunatamente sono stati ricostruiti e pubblicati. Senza questi libri che ricostruiscono i fatti e raccolgono le testimonianze la storia andrebbe veramente perduta.

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