“Teoria e realtà” di Peter Godfrey-Smith: una introduzione alla filosofia della scelta

 Nell’Introduzione de Teoria e realtà di Peter Godfrey-Smith sono elencate le Tre risposte, o tre parti di una risposta:
1.“Empirismo. L’unica fonte di conoscenza genuina del mondo è l’esperienza.”
2. “Matematica e scienza. Quello che rende la scienza diversa dagli altri tipi di indagine e anche particolarmente efficace è il suo tentativo di capire il mondo naturale usando concetti e strumenti matematici.”
3. “Struttura sociale e scienza. Ciò che rende la scienza diversa dagli altri tipi di indagine e particolarmente efficace è la sua struttura sociale unica.” – non è più il tempo dello scienziato pazzo e geniale, che lavora sciolto dall’ambiente di cui anche lui è un elemento.

Teoria e realtà di Peter Godfrey-Smith
Teoria e realtà di Peter Godfrey-Smith

Secondo lo strumentalismo, si dovrebbe “pensare alle teorie solo come a strumenti predittivi e non come a tentativi di descrivere la struttura nascosta della natura.”  – e qui ogni forma di filosofia parrebbe rigorosamente vietata.

“Secondo il meccanicismo, il mondo è fatto di minuscoli ‘corpuscoli’ di materia che interagiscono solo tramite contatto fisico locale”; l’universo funziona “come un orologio meccanico”.

Dopo Newton, qualcosa muta: la sua visione del mondo “è meccanicista, ma in un altro senso era già ‘postmeccanicista’, perché postulava alcune forze (la più importante è la gravità) difficili da interpretare in termini meccanicisti.” – è soltanto un’interazione o un’arcana necessità cosmica?

Il secondo capitolo è dedicato a L’empirismo. “… testare è un tentativo di capire se qualcosa è vero o falso ed è questo che i positivisti avevano in mente”, e da qui nasce la “teoria della verificabilità”.

La scienza non è un fatto meramente storico e psicologico, ma sempre attuale, hic et nunc, analizzabile unicamente dal punto di vista logico.

“L’operazionismo sosteneva che gli scienziati dovessero usare il linguaggio in modo che tutti i termini teorici fossero strettamente connessi a test osservazionali diretti”un empirismo che tenta di armonizzarsi col positivismo logico del celebre Circolo di Vienna, pur limitandosi a “un rafforzamento del linguaggio scientifico…”. Diversamente, “un olista sostiene che non si può capire una cosa particolare senza considerare il suo posto in un insieme più grande.” – se devo conoscere me stesso come uomo devo conoscere cosa s’intenda per umanità.

“… il positivismo logico sosteneva che l’unico scopo della scienza fosse rintracciare gli schemi dell’esperienza” – un modo astratto di osservare qualsiasi fenomeno.

Si pone ora il caso dell’“empirismo logico” che esita a limitarsi “a descrivere schemi”. Esita, ma esista a anche a comportarsi in modo differente. Da cui si deduce che l’empirista logico è un pensatore in crisi. Volendo essere rispettosi, è come l’asino di Buridano, indeciso su quale cumulo di fieno utilizzare per il proprio mantenimento.

“Nella scienza le profondità ci sono. Non c’è una distinzione semplice e prefissata tra due strati della natura”, ma “esiste un continuum tra strutture che per noi sono più accessibili e altre che lo sono meno.” – e altre che non lo sono affatto (per esempio quel che accade, si fa per dire, al di sotto della misura dello spazio di Planck).

Il fisico Richard Feynman, solitamente un tipo faceto, che sapeva essere serissimo, quando ci si metteva, affermò: “Il principio della scienza, quasi la sua definizione, è che la verifica di tutta la conoscenza è l’esperimento. L’esperimento è il solo giudice della ‘verità’ scientifica.”

Una curiosità. A differenza da ogni opera che finora mi sono capitate tra le mani, qui l’Introduzione è di fatto il capitolo 1, mentre L’empirismo è il 2. E incombe ora il 3: Evidenza e induzione.

“Lo scopo degli empiristi logici era elaborare una teoria logica dell’evidenza della scienza.” –  un discorso che seguisse un percorso possibilmente senza buche in cui sprofondare.

“La conferma non è la stessa cosa di una dimostrazione: una teoria una teoria può essere confermata dall’evidenza e tuttavia rivelarsi sbagliata.” – ipotizzo: il sole pare levarsi alla mattina presto e andare a dormire a una certa ora, ma non è detto che sarà sempre, necessariamente, così.

“Gli empiristi logici volevo trattare la conferma come una relazione astratta tra enunciati. È ormai piuttosto chiaro che il loro approccio al problema è fallito.”il mondo è concreto, la relazione fra noi e lui, non si sa. Forse che sì, forse che no.

“… il problema dell’induzione:”in assenza di certezza che i corvi siano sempre stati sempre neri e che lo saranno sempre.

“Non c’è contraddizione nel supporre che il futuro possa essere totalmente diverso dal passato.”del resto, cos’è il futuro? Ci sarà di certo, prima o poi?

“Hume concludeva che non abbiamo ragione di aspettarci che il passato assomigli al futuro. Hume era uno ‘scettico induttivo’.” – pur non affidando all’induzione “una base razionale– è utile essere induttivi, ma non bisogna avere fede nella correttezza del nostro operato.

“… se vediamo una moltitudine di casi di cigni bianchi, e nessun cigno di altri colori, perché questo ci dà motivo di credere che tutti i cigni siano bianchi?”perché viviamo nell’emisfero boreale e non siamo accaniti ornitologi e non conosciamo il cigno nero australiano.

“La logica deduttiva è il tipo di logica meglio compreso e meno controverso” come nel celebre sillogismo “Tutti gli uomini sono mortali. Socrate è un uomo. Socrate è mortale.”

Questo saggio stimola le sinapsi. Ho deciso perciò di reagire alla singola frase, concordando o contrastando di volta in volta alcune affermazioni. In tal modo mi tolgo parte del peso man mano che, insieme all’autore, risalgo la china che mi condurrà all’ultima pagina.

“Tutti…”: chi sono, costoro? Io sono un uomo? Sono mortale? Chi lo dice? Chi conosce tutti gli uomini che sono stati generati? O lo è anche Superman, Silver Sulfer e Tex Willer? Non sono reali? Che dire di Geova, Odino e Zeus? Non sono mai esistiti? Chi garantisce che le loro teorie, definite religioni, non possano essere falsificate? Che io sappia, attualmente, esistono circa otto miliardi di umani non mortali. O non ancora? Solo perché a ogni mio respiro muoiono decine di miei simili? Altri 8 miliardi circa continuano a sopravvivere. Chi è in grado di indicare le date e le cause di decesso di tutti gli umani esistiti?

“Un argomento deduttivamente valido può avere premesse false.” – argomento forse esatto!

In merito alla comprovata esistenza “di livelli insolitamente elevati di alcuni elementi chimici, quali l’iridio, negli strati della crosta terrestre che hanno 5 milioni di anni” forse comprovano che un meteorite abbia “colpito la Terra grossomodo in quel periodo.”

Quando e “se costruiamo questo esempio nella forma di un argomento con premesse e conclusione” produciamo una di quelle che Peirce definiva “interferenze ‘abduttive’”, collegate a quella che si può indicare “inferenza alla miglior spiegazione”.

Nonostante il fallimento di certi approcci in tal senso, “l’idea di usare la teoria della probabilità per spiegare la conferma è rimasta popolare” – anche presenta un alto livello di funzionalità.

Un’affermazione del tipo “Tutti gli F sono G” è zoppa nel senso temporale: per i motivi suddetti non esiste una scienza storica di quello che esiste che possa prescindere dal tempo e dallo spazio: tutti i corvi sono neri può diventare: tutti i nervi che ho visto da ieri a oggi, nello spazio ristretto della via in cui abito (e da cui non sono uscito) sono neri, a meno che…

Hilary Putnam
Hilary Putnam

A meno che non si sia, come ipotizzò, in Ragione, verità e storia, Hilary Putnam, dei cervelli immersi in una vasca che credono di vivere in una via della mia città. Questo dubbio rende vana qualsiasi affermazione assoluta. Anche quelle proposte nel 1955 da Nelson Goodman, del tipo: “Tutti i numerosi smeraldi osservati, in diverse circostanze, prima del 2050 erano verlù” – per cui: “tutti gli smeraldi sono verlù”, dove “un oggetto è verlù se e solo se è stato osservato per la prima volta prima del 2050 ed è verde oppure se non è stato osservato per la prima volta prima del 2050 è blu”le quali sono acrobazie mentali verbalmente significative, formale esatte, ma per nulla utili, come non lo è ipotizzare di essere cervelli in una vasca.

“Secondo Goodman, una buona induzione deve usare dei termini che hanno una storia nell’uso normale nella nostra comunità”e in questa pianeta terra terra, si può e si deve tentare d’imbastire un discorso che sia scientificamente utilizzabile.

“Goodman, usando il suo ‘nuovo enigma’, sosteneva che il fatto che il futuro immaginato ‘assomigli al passato’ dipende da quale linguaggio usiamo abitualmente” – per cui “‘verde’ va bene, ‘verlù’ no.

L’enigma (di che colore siano necessariamente gli smeraldi) è filosoficamente insolubile, oppure si può rispondere: per quello che ne so io sono in genere verdi per il tal motivo e per il tal altro.

L’autore scrive il paragrafo 3.5 sul Paragrafo facoltativo, ammettendo che “questo breve paragrafo imbocca alcuni sentieri tortuosi e può essere saltato” – ma per contratto (che non ho mai firmato e che perciò intendo assolvere), avendo ricevuto gratis il saggio, mi sento in dovere di leggerlo e commentarlo in toto.

“Secondo un semplice punto di vista ID, le ipotesi della scienza sono confermate quando le loro conseguenze osservazionali si rivelano vere.” – ID =approccio ipotetico-deduttivo.”

Qualsiasi fenomeno, interpretabile dall’umana scienza, lo è in virtù di una minima parte della stessa. Il passaggio di una cometa nulla ha a che fare con le teorie freudiane, ma con quelle newtoniane, sebbene solo in minima parte. Sia le une che le altre si occupano (anche) di (ben) altro.

Siamo finiti di nuovo in un posto sorprendente. Nonostante tutto questo, è difficile credere che non ci sia alcunché di giusto nell’approccio ID.” – traduco: credo che vi sia qualcosa di giusto in esso. Si tratta di una teoria religiosa o scientifica? In inglese think è pensare. Believe è credere, mentre trust (in God we trust, com’è scritto nella moneta da mezzo dollaro), dà il senso di confidare. Ignoro quale verbo abbia utilizzato l’autore australiano.

Il prossimo capitolo è dedicato a un filosofo che tanto cito, a quanto pare, senza averlo mai capito del tutto (nonostante abbia letto un paio delle sue opere maggiori, che mi diedero qualche problema di ernia cerebrale): Popper – congettura e confutazione.Popper chiamò il problema di distinguere la scienza dalla non scienza ‘problema della demarcazione’”; “‘falsificazionismo’ è il nome che Popper diede alla propria soluzione. Il falsificazionismo sostiene che “un’ipotesi è scientifica se e solo se ha il potenziale di essere confutata da qualche possibile osservazione.

La qual cosa è connessa a “un rischio” che si deve necessariamente correre: “se una teoria non si assume alcun rischio perché è compatibile con ogni possibile osservazione, allora non è scientifica.” Non lo sono, secondo Popper, quelle di Freud e di Marx.

“… per Popper non è mai possibile confermare o dimostrare una teoria mostrando che si accorda con le osservazioni. La conferma è un mito. L’unica cosa che un test osservazionale può fare è mostrare che una teoria è falsa.”

Una “teoria potrebbe essere vera, ma non possiamo dire più di questo.” Egli scrisse: “Credo che dovremo abituarci all’idea che non si deve guardare alla scienza come a un ‘corpo di conoscenza’, ma piuttosto a un sistema di ipotesi; cioè a dire, come un sistema di tentativi di indovinare, o di anticipazioni, che non possono essere giustificati in linea di principio, ma con i quali lavoriamo finché superano i controlli…” – al momento, chissà dopo che accadrà? Quel credo ha parecchio di religioso, però…

Semplice, no?La scienza cambia con un ciclo a due stadi che si ripete incessantemente. Lo studio 1 del ciclo è la congettura: uno scienziato presenta un’ipotesi in grado di descrivere o spiegare qualche aspetto del mondo.”
Si passa poi allo “stadio 2” che “è il tentativo di confutazione: l’ipotesi viene sottoposta a un esame critico, nel tentativo di dimostrare che è falsa. Una volta che l’ipotesi viene confutata, si torna di nuovo allo stadio 1: viene presentata una nuova congettura. A questo segue lo stadio 2 e così via.”

L’autore cita varie Obiezioni a Popper sulla falsificazione e Obiezioni a Popper sulla conferma.

Secondo Popper, però, se un’ipotesi non vieta alcuna nessuna osservazione particolare, allora non si sta assumendo alcun rischio.” – ed essa non è di tipo scientifico.

“… sta agli scienziati decidere, per le proprie discipline, quale genere di probabilità è talmente bassa che eventi di quel tipo sono da considerarsi vietati. Le teorie probabilistiche si possono considerare falsificabili solo in un senso speciale, solo ‘in pratica’. Ed ecco un altro ruolo per le decisioni nella filosofia della scienza di Popper, in contrasto con i limiti della logica.” – la quale viene dall’autore mitizzata come la risorsa sine qua non è possibile una completezza di una teoria, il che è vero ma niente affatto significativo.

Se devo esaminare l’autenticità di una moneta da 1,4328 (con 8 magari periodico) euro emessa nel dal Sikkim nel 1997, sapendo che quel paese non è europeo, è stato annesso dall’India nel 1975, che l’euro esiste solo dalla fine degli anni ‘90, che non sono previste, per quel che ne so, valori con più di un decimale, men che meno periodici, e poiché, tenendo in mano la moneta, scopro che una carta stagnola l’avvolge, sollevata la quale scopro che l’interno è di cioccolato al latte: posso dire con sufficiente autorevolezza, pur senza alcuna (e per me inutile) certezza che la moneta è falsa. Al mio fianco è spuntato ora Hilary Putnam che mi sta ricordando che potrei essere in questo momento (io, senza alcuna moneta in mano) immerso in una vasca, soltanto immaginandomi di tenere in mano una moneta. E che tutta la vita che viviamo sia un sogno, che non sempre ci permette di vivere meglio, rimane un’ipotesi corretta, che mi fa sorridere e che normalmente tengo in un ripostiglio, insieme alle scope, e non nel mobiletto in cui conservo i miei reperti numismatici.

Popper “si rifiuta di dire che quando una teoria supera i test abbiamo maggior motivo di crederla vera: sia la teoria non testata sia quella testata sono solo congetture…” – per cui cercò di utilizzare una nuova opzione: la teoria poteva venire “corroborata”.

Popper “sostenne che possiamo misurare la quantità di corroborazione di una teoria in un certo momento.” – pertanto: “se le previsioni si rivelano, come dice la teoria, allora la teoria è supportata. Se le previsioni non si rivelano come dice la teoria, la teoria non è supportata e va rifiutata. Questo processo ha lo stesso schema di base descritto da Popper, ma l’idea che le teorie possano essere ‘supportate’ da osservazioni non è popperiana.” – a questi emeriti pensatori, vorrei suggerire la saggezza contadina di mia madre che diceva che a n gh ē trést cavâgn c an vègna bòun na vôlta a l ân, non c’è triste cavagno, cesta di vimine, che non venga buona, non serva, una volta all’anno, se la vendemmia è abbondante e richiede un numero elevato di raccoglitori.

Sto pensando alla teoria einsteniana della costante cosmologica, che ogni tanto viene ripescata, rigirata, rimessa via, ripresa: di fatto non si sa se sia o no connessa alla ragione ultima del cosmo. Cosa spinge la materia ad allontanarsi da se stessa, cosa la costringe a connettersi a sé. Qual è la causa prima della gravitazione, e la causa ultima dell’entropia?

Concordo filosoficamente sul passo seguente: “Non saremo mai completamente sicuri, ma quanti più test una teoria supera, maggiore fiducia possiamo aumentare gradualmente la nostra fiducia nella verità di una teoria.” – la verità è un concetto filosofico, religioso, ma niente affatto scientifico. Lo è semmai la precisione, l’accuratezza, la correttezza.

John Platt introduce il concetto di “inferenza forte” – non condiviso da Popper. “Si tratta dell’assunzione che si possano elencare tutte le possibili teorie che potrebbero essere vere in una certa area e testarle una per una.– la cui infinitezza rende problematica la sua pratica.

L’autore, alla fine, concede a Popper il merito dell’idea di rischiosità, al fine di “descrivere il tipo di contatto che le teorie scientifiche hanno con l’osservazione.”

Il capitolo 5 è La rivoluzione di Kuhn. “… cos’è un paradigma? La risposta breve è che un paradigma, nella teoria di Kuhn, è un intero modo di fare scienza in una particolare disciplina. È un pacchetto di test sul mondo, di metodi per raccogliere e analizzare i dati e di consuetudini di pensiero e azione scientifici.” Oppure “in senso ‘ristretto’”: è “uno specifico risultato” intorno a una questione data. “In senso ampio”: i paradigmi genitoriali (mia definizione) “includono al loro interno i paradigmi in senso ristretto”.

La scienza era “normale se era inclusa “all’interno della cornice fornita da un paradigma. Una caratteristica centrale della scienza normale è l’essere ben organizzata.” La diversità da Popper era che Kuhn negava la necessità di “un’apertura permanente alla verifica delle idee fondamentali” della scienza. La scienza normale prevede “un chiaro progresso”, quella rivoluzionaria richiede una spesso rovinosa caduta.

“La continua enfasi di Kuhn sulla natura personale e arbitraria dei fattori che spesso influenzano le decisioni scientifiche, sulla rigidità dell’indottrinamento scientifico degli studenti, sulla tenacia con cui gli scienziati si tengono strette le idee e le ‘scatole concettuali.” – questo è il primo elemento.

“La proposta di Kuhn che queste caratteristiche siano in realtà la chiave del successo della scienza: senza di esse, la scienza non avrebbe un modo di procedere efficace.” – questo è il secondo elemento.  

“La scienza normale è una ricerca ispirata da un risultato straordinario che funge da base per il lavoro successivo. Ogni disciplina scientifica inizia da uno stadio di ‘scienza paradigmatica’…” – durante il quale “il lavoro può andare avanti, ma non è molto bene organizzato e di solito non è molto efficace.”  – ma si fa come si può, in certi casi.

“L’importante è di non rivedere oltre il dovuto, quando non serve, i fondamenti”: quelli sono e quelli devono rimanere, almeno fino alla prossima rivoluzione scientifica.

“Kuhn usava il termine ‘rompicapo’ invece di ‘problema’…” – e il motivo era perché esso, pur al momento irrisolto, è foriero di soluzione. Questo vale anche per i paradossi quantistici e relativistici.

“Gli scienziati normali dedicano i proprio tempo a provare a estendere il paradigma, teoreticamente e sperimentalmente, per occuparsi dei nuovi casi.” Esso verrà mantenuto a meno che non si sia “formata una massa critica di anomalie”, oppure se è “comparso un paradigma rivale”. Quando l’anomalia è sufficientemente estesa, il paradigma va in crisi, e a volte “si sgretola”.

Secondo il filosofo “buona parte del segreto della scienza sta nell’equilibrio che essa riesce a mantenere tra l’essere troppo resistente al cambiamento e il non esserlo abbastanza.” L’equilibrio rimane nell’ambito delle “strutture sociali”, nonché “nelle tradizioni del comportamento scientifico e nelle specificità della mentalità scientifica.

Livello 1: “l’osservazione, il ragionamento e la credenza” sono collegate all’individualità degli scienziati.

Livello 2: le relazioni di questi individui accadono nelle “comunità di scienziati” e nelle “reti sociali”.

Livello 3: è il collegamento fra queste comunità e l’ambiente sociale in cui essa è inserita.

Esiste però un problema da affrontare: l’incommensurabilità fra “due paradigmi rivali”, per esempio la meccanica quantistica e la relatività generale: che rende “relativistica” ogni forma di scienza. Si tenga presente che la fisica non difetta di esempi di paradigmi inconciliabili, come la fisica delle stringhe o la relatività quantistica a loop e altre di minor risonanza. En passant segnalo il caso di un fisico relativistico che in un social definì stringaroli e lupparoli i suoi colleghi di diversa ideologia. L’incommensurabilità può riguardare i criteri, le misure, i fini: tutto quello che costituisce un paradigma.

L’autore infine rigetta l’idea di Kuhn che talvolta un cambio di paradigmi cambi la stessa vita degli scienziati, tanto che “sarebbe stato meglio che si fosse dimenticato questo capitolo su un taxi”: io la giudico interessante, anche se corre il rischio di parere banale o fraintendibile.

Il capitolo 6 è Teorie e contesti.Secondo Lakatos, un programma di ricerca ha due componenti principali. Per prima cosa, ha un nucleo. Si tratta di un insieme di idee fondamentali che sono essenziali per il programma di ricerca. Secondo, un programma di ricerca ha una cintura protettiva. Si tratta di un insieme di idee meno fondamentali che vengono usate per applicare il nucleo ai fenomeni reali. Le versioni dettagliate e specifiche di una teoria scientifica che possono veramente essere testate conterranno delle idee del nucleo combinate a idee della loro cintura protettiva.”

Ogni programma è un pianeta, simile a Saturno, dotato di radar e di contraerea, che permette all’esercito di scienziati di saturnini di contrattaccare, e questa è l’impressione che ho ricevuto. L’esempio offerto è “il programma di ricerca newtoniano” che “aveva come nucleo le tre leggi del moto e a legge gravitazionale. La cintura protettiva del newtonismo cambierà continuamente e in ogni momento conterrà delle idee sulla materia, una visione della struttura dell’universo e degli strumenti matematici usati per collegare il nucleo ai fenomeni reali.” – sono dei satelliti che girano attorno al pianeta, dotato di tecnologia protettiva e al contempo indagatrice.

Per Lakatos “un programma di ricerca degenerativo è un programma di ricerca che sta restando indietro, o che riesce solo a fatica nel suo tentativo di affrontare le anomalie.” – mentre il “progressivo, al contrario, evita la confutazione e si estende per trattare fenomeni nuovi.” – è un discorso darwiniano: solo alcuni esemplari hanno l’energia di riprodursi; i deboli soccombono o tardano troppo a individuare la propria discendenza. Ma anche per quest’ultimo rimane una speranza: superare la crisi e non soccombere, ma rigenerarsi. Quanti animali rischiavano l’estinzione fino all’arrivo di quella benedetta meteorite che estinse i loro nemici. Lakatos non indicò mai il modo di quantificare l’attesa.

“Laudan sostenne che, nella scienza, si possono rinvenire due diversi tipi di atteggiamento nei confronti delle teorie e della tradizione di ricerca: accettazione e perseguimento.”
La primaè simile alla credenza: accettarla qualcosa vuol dire trattarla come vera”.

Il secondocomporta la decisione di lavorare con un’idea ed esplorarla e questo potrebbe avvenire per ragioni diverse dalla fiducia che l’idea sia probabilmente vera.”

Lisa Randall
Lisa Randall

Sto pensando alla fisica di tipo modellistico con cui alcuni scienziati teorici, come Lisa Randall, la quale, Bussando alle porte del cielo (che è il titolo di una sua opera divulgativa), concepiscono periodicamente nuove ipotesi con cui tentare di individuare le logiche misteriose sottese al cosmo, sempre che vi siano. Previsione azzardata ma non troppo: un giorno qualche suo modello sarà confermato e la Randall vincerà il Nobel. Nessuno parlerà più dei suoi precedenti insuccessi perché l’ultimo tentativo è diventato produttivo.

“Sia Lakatos che sia Laudan erano interessati alla situazione in cui uno scienziato scruta una gamma di programmi di ricerca in un certo ambito per decidere a quale di essi unirsi…” – come un calciatore in attesa di un ingaggio vantaggioso.

“La convinzione più profonda di Feyerabend era che la scienza è un aspetto della creatività umana. Le idee scientifiche e il cambiamento scientifico vanno valutati in questi termini.”

L’autore paragona questo atteggiamento a quello di Oscar Wilde che, in paradossi tipo: “Posso credere a tutto, purché sia sufficientemente incredibile”, dà un’idea estetica che non è funzionale quanto è bella. Di certo (come si legge in Quantum di Manjit Kumar che così magnificamente illustra le diatribe, specie quella intercorsa tra Einstein e Bohr, che hanno costellato la fisica del XX secolo) l’emozione che dà la scienza è quasi irraggiungibile: essa costa fatica, dolore, sacrifici ma promette alle anime gementi degli scienziati una specie di Paradise in progress.

Celebre è stata la battuta di Einstein che Dio non giocava a dadi col cosmo. Nonché la risposta di Bohr che nessuno poteva dire a Dio come comportarsi. Narra la leggenda che, vari anni dopo, Bell disse che giocava sì a dadi, ma barava (grazie a una variabile nascosta a tutti, tranne che a Lui). Si tratta di giochi verbali, di cui non ho riferimenti certi, ma che indicano la confusione in cui gli enigmi della fisica hanno coinvolto anche scienziati di immenso valore.

Feyerabend era un esagerato illusionista, quando diceva: “è perciò consigliabile, in qualsiasi circostanza, lasciare che le nostre inclinazioni vadano contro la ragione, poiché la scienza può trarne profitto.” – il che può essere accaduto, quando una scoperta avviene per caso o inseguendo una falsa pista: Einstein definì la sua costante cosmologica il più grande errore teorico della sua vita, eppure…

È quel in qualsiasi circostanza che desta sospetti.

Kuhn parlava di “cornici organizzative”. Anche “Carnap sostenne che facciamo fronte all’esperienza con l’aiuto di ‘cornici linguistiche’ che ci servono per categorizzare gli eventi e organizzare le cose.” – distinguendo “i cambiamenti fatti all’interno di una cornice, e i cambiamenti di cornice. I princìpi fondamentali di una cornice, se esplicitati, avranno la forma di enunciati analitici…” – mentre quelli “fatti all’interno di una cornice hanno a che fare con la valutazione e la verifica di asserti sintetici. I passaggi da una cornice a un’altra, invece, comportano un processo diverso dai cambiamenti interni…” – per essa non conta tanto la verità, quanto la praticità. Se non va bene, si cambia.

“Feyerbabend riconosceva il potere psicologico delle cornici linguistiche o cosmologiche, ma insisteva sul fatto che la persona creativa potesse opporre resistenza ai vincoli di una cornice.” – quel che importava era dipingere un nuovo quadro.

Il capitolo 7 è La sfida della sociologia della scienza.Merson disse che le norme della scienza erano universalismo, comunismo, disinteresse e scetticismo organizzato.” – uomo e società sono irrilevanti rispetto alle idee scientifiche, che vanno condivise fra tutti, senza profitti personali, e ben verificate.

Il “programma forte della sociologia della conoscenza scientificasviluppato da vari pensatori, guidati da Bares e da Bloor, propone il “principio di simmetria”, uniformando le spiegazioni per tutte le credenze, sia vere che false, sia scientifiche che non scientifiche. Sia per dogmi, che per assiomi, che per postulati.

Schapin e Schaffer giungono a dire “Siamo noi e non la realtà a essere responsabili di quello che conosciamo.” – come se noi non fossimo parte della realtà e non lo sia il nostro pensiero.

Secondo Latour le nostre spiegazioni non sono mai di tipo naturale, ma il dato scientifico è reso naturale, cioè “‘dato’ dalla natura”: si tratta di una finzione strategica. La sua opera, intitolata Laboratory life, può essere gradevole, finanche interessante, se qualcuno me la regala la leggo volentieri, ma al momento altro mi preme, più che un elenco di mendacità, qualcosa che assomigli alla verità. O che paia una logica tendenza verso di essa.

“… sono gli oggetti che compongono il mondo a essere una conseguenza di quello che pensiamo e diciamo.”  – forse che sì, forse che no. Ora incombe il capitolo 8, La scienza e la politica.

“La scienza è arrivata a essere considerata, al contrario, una forza per mantenere lo status quo, specialmente rispetto alle diseguaglianze politiche.” – è normale che il potere favorisca la ricerca che serve a sé. È la scienza maschilista? Non più né meno del resto. Secondo Evelyn Fox Kellere ogni scienziato donna deve decidere fra una conveniente “inautenticità” e una rischiosa “sovversione.– né più né meno che negli altri ambiti sociali.

“L’epistemologia femminista spesso si spinge al di là della critica per suggerire delle riforme su come rendere la scienza più responsabile socialmente.”

Sandra Herding distingue fra: 1) “empirismo femminista spontaneo – in ossequio alle “norme tradizionali della scienza”; 2) “empirismo femminista – tentare di migliorare la situazione, restando però fedeli “agli ideali fondamentali dell’empirismo”; 3) “epistemologia femminista radicale”, che può essere identificato con “postmodernismo femminista” – di tipo relativista; oppure “dei punti di vista” – di chi è stato oppresso e ha subito finora la prepotenza di chi regge lo scettro del comando.

L’oggettività ha due caratteristiche: “le credenze o le cose indagate sono oggettive” quando hanno “il tipo giusto di contatto con le cose reali, con gli oggetti della credenza o dell’indagine”; “si ritiene che l’oggettività implichi assenza di pregiudizi” – di tipo soggettivi: se non è zuppa è pan bagnato.

“Lo scopo non è descrivere degli individui oggettivi, ma una certa tipologia di comunità in cui il disaccordo e l’evidenza sono gestiti nel modo giusto.” – l’epistemologia divide le procedure in buone e cattive. L’aspetto femminista però si è perso per strada, per fortuna o purtroppo.

Il postmodernismo porta a “un rifiuto delle teorie globali e delle ‘metanarrazioni’ di ogni tipo e la sostituzione di queste arroganti presunzioni con un mosaico di teorie, linguaggi e progetti locali”, che porta a “forme estreme di relativismo, a volte forme di scetticismo e immobilismo” e visioni stravaganti…” – etc etc. Interessante la chiusa di un capoverso: “Questo panorama è tutt’altro che statico e mentre leggete questo capitolo potrebbe essere cambiato ancora.”

Richard Rudner diceQuanto sicuri dobbiamo essere prima di accettare un’ipotesi dipenderà da quanto grave sarebbe un errore.” – per cui propongo: accetteresti, in cambio di dieci euro, di far abbattere un tuo consanguineo qualora si dimostrasse che è il sole che gira intorno alla Terra? Io ci penserei su più di un minuto.

È stata concepita l’ipotesi nulla: quella “che vogliamo essere sicuri di non rifiutare per sbaglio, l’ipotesi che vogliamo essere sicuri di non rifiutare nella situazione in cui sia vera.” – e che non serve, se non per precauzione. Di un dato “si può essere abbastanza sicuri, molto sicuri o completamente sicuri” – ed sicûr a gh ē sòul la môrt, non credo che serva una traduzione.

Il capitolo 9 è Filosofia naturalista.La filosofia dovrebbe essere in continuità con la scienza” – con una stretta connessione tra i due diversi tipi di teorie. Secondo Quine, “La psicologia, alla fine, ci darà una descrizione puramente scientifica del modo in cui le credenze si formano e cambiano, e non dovremmo chiedere di più.” – teniamo presente che, naturalmente, la psicologia nasce come branca della filosofia, ma da qui a rimpiazzare l’epistemologia ce ne corre. Non si capisce più chi rimpiazza chi.

Per Wilfrid Sellars “la filosofia riguarda ‘il modo in cui le cose nel senso più ampio possibile del termine si tengono insieme nel senso più ampio possibile del termine” – e io vorrei chiedere (ma non so a chi), fin dove si estende tanta ampiezza.

Per Michael Friedman la materia non è una cosa, ma va intesa “nei termini di forza di attrazione e di repulsione” – detto arşân: còst l ē pôc ma sicûr: partiamo da qui allora?

Per Ruth Millikanil filosofo” dovrebbe “stare sia dietro la scienza sia davanti a essa.” – come si fa con un bebè un po’ troppo intraprendente. Ma ce la farà il nonnino a fare da baby sitter?

“Le teorie possono influenzare che cosa si guarda, possono influenzare il modo in cui si interpreta ciò che si vede e possono influenzare quello che si vede.” – anche se stesse?

Peter Godfrey-Smith
Peter Godfrey-Smith

Il paragrafo 9.4 illustra la necessità di poter sviluppare il proprio credito da parte dello scienziato, tanto che questo pare quasi il fine principale della ricerca: “gli scienziati barattano il credito con il supporto, nella speranza che gli altri faranno lo stesso con loro.”

Il successivo paragrafo è dedicato alla Divisione del lavoro scientifico, il quale è molto interessante e richiama analoghe suddivisioni tipiche degli impieghi amministrativi. Non vedo l’ora di passare al capitolo successivo: Il realismo scientifico.

“Facciamo tutti parte di un singolo mondo che esiste nello spazio e nel tempo; quando le cose vanno bene, impariamo su questo mondo e agiamo su di esso con varie maniere. Questa posizione viene a volte chiamata ‘realismo del senso comune”sulla questione vi sono diverse possibili interpretazioni: una banale, e l’altra assurda, e tutta una gamma di eventualità intermedie.

“Quando cambiano i pensieri, il mondo cambia, perché i pensieri fanno parte del mondo. E il pensiero e il linguaggio svolgono un importante ruolo causale nel mondo mediante l’azione.” – ciò che fa, fa essere. Tutti fanno “parte dello stesso mondo” – per cui tutto ciò che si è e che si fa modifica il mondo.

“Questa posizione rifiuta l’idea che la prospettiva di una persona determini il suo mondo. Non è vero che ‘ciascuno di noi ha la propria realtà’, anche se ciascuno di noi può avere la propria visione di ciò che è reale.” – da quel che ho capito, ma potrei errare, se tutto modifica tutto, ognuno contribuisce a modificare quel tutto in generale, e quindi se stesso come conseguenza.

“… il realismo scientifico sostiene che le nostre teorie scientifiche mature sono quantomeno approssimativamente vere.” – o perlomeno verosimili.

“… quando una teoria è stata ampiamente testata, abbiamo ragione di credere a quello che dice…”

Credere non significa produrre certezze, ma confidare in esse.

“La fisica ha a che fare con le entità più inaccessibili, quelle più lontane dal dominio che le nostre menti riescono a trattare.” – fenomeni a volte arcani.

Il “fenomenismo” insegue quella “regolarità” che si presenta alla disamina e che fa intendere delle leggi che governano la realtà.

Per Bas van Frassen “accettare una teoria significa (a) credere (provvisoriamente) che la teoria è empiricamente adeguata e (b) usare i concetti che la teoria fornisce quando si riflette su altri problemi e quando si prova ad ampliare e raffinare la teoria.” – con i rischi del caso.

“Per un costruttivista metafisico, non è possibile che una teoria scientifica descriva il mondo in cui esso esiste indipendentemente dal pensiero, perché la realtà stessa dipende da quello che le persone dicono e pensano.” – e in tal caso realtà diventa un’interpretazione personale di se stessa.

Già Kant affermava: “Il mondo noumenico è il mondo come esso è in sé”; “Il mondo fenomenico è il mondo come ci appare.” Il mondo, se c’è, è unico e assoluto; se non c’è, qualcos’altro è variabile, ma è soltanto un’opinione.

Pessimista: che fine hanno fatto “il flogisto e il calorico”? Non esistono? E “gli atomi, i germi, i geni”? Esistono? E il gravitone? E il gravitino? Ai posteri (i soliti fortunati) l’ardua sentenza.

Passo al capitolo successivo: Spiegazioni, legge e cause: “… impariamo dalla scienza non solo che cosa avviene, ma anche perché avviene.” – auspicando vi sia sempre una stretta relazione fra le due questioni. “Se ci chiediamo ‘Perché X?’, allora X è l’explanandum. Se rispondiamo ‘Perché Y’, allora Y è l’explanans.”

Questa è la cosiddetta “legge di copertura”, per cui “spiegare una cosa significa mostrare come derivarla con un argomento logico che fa uso di una legge nelle premesse. Spiegare qualcosa significa mostrare che è prevedibile, mostrare che non è sorprendente, data la nostra conoscenza delle leggi di natura.”

Un rischio lo si corre in quanto non esiste una necessità reciproca fra due diversi fenomeni collegati. L’altezza dell’asta di una bandiera è proporzionale alla lunghezza dell’ombra che produce, ma non viceversa: esiste una terza variabile: il sole, che può trasformare l’esito della proporzionalità: “L’ombra è causata da dall’interazione tra il Sole e l’asta”.

“La teoria unificazionista sostiene che la spiegazione nella scienza consiste nel connettere un insieme diversificato di fatti, incorporandolo in un insieme di schemi e princìpi fondamentali.” – riducendo al minimo l’idea “di causalità”.

L’approccio “intervenzionista” (o “manipolazionista”) “è basato sull’idea che C è una causa di E se lo stato di C può essere manipolato – o si può intervenire su di esso – e produrre conseguenze sullo stato di E.” – in tale si cerca di spiegare certe reti causali – per vedere di nascosto l’effetto che fa, come canterebbe Iannacci.

Il dodicesimo capitolo è Bayesianesimo e i nuovi approcci all’evidenza. Si tratta di “una profonda speranza in una teoria della conferma e dell’evidenza.” – la qual cosa indica che gran parte delle motivazioni nascono dal voler superare l’angoscia che causa l’incertezza ontologica.

La figura di Frank Ramsey è mitica: muore a soli 26 anni, non prima di aver gettato i semi per la filosofia successiva. Secondo la sua stima, i gradi di credenza “sono familiari e facili da controllare…”, essendo “rivelati dai suoi comportamenti.” – o, meglio, il suo comportamento “è una conseguenza dei suoi gradi di credenza in varie ipotesi”.

Un religioso inglese, Thomas Bayes, crea una formula molto complessa che attesta l’evidenza, dove la probabilità di X varia a seconda del valore assunto da Y. Se h è un’ipotesi ed e un’evidenza, “… dovreste pensare alla probabilità a P(h) come alla probabilità di h misurata senza considerare l’evidenza e. P(h\e) è la probabilità di h dato e, o la probabilità dell’’ipotesi alla luce di e. Il teorema di Bayes ci dice come calcolare quest’ultimo numero.” Il teorema garantirebbe il controllo della verosimiglianza, secondo le probabilità della forma P(h\e).

Sintetizzo i 4 assiomi usati “dai soggettivisti”: le probabilità sono numeri che vanno da… (0) a… (1). in tal caso 1 è tautologico. Tutte le possibilità possono essere mutualmente esclusive oppure no; se una probabilità non è nulla è predittiva. Quest’ultima mia traduzione potrebbe essere arbitraria (lo sono sempre le parole). Sarei felice che qualcuno me la falsificasse.

“… le probabilità a posteriori di oggi sono le probabilità a priori di domani.” – per cui “un agente razionale deve aggiornare le proprie credenze in accordo con una formula predittiva.”

È un punto di fede per i bayesiani credere che anche il più bizzarro “punto di partenza” sarà

“‘spazzato via’ dall’evidenza in ingresso, nella misura in cui l’aggiornamento viene fatto razionalmente.” – grazie a una necessaria “convergenza”.

Nessuna probabilità a priori è nulla oppure = 1, per cui i “gradi di credenza in h si avvicineranno via via, al sopraggiungere “di “una certa quantità di evidenze.” – che non necessariamente porteranno “due persone a essere d’accordo”.

Usando “i nostri gradi di credenza rispetto ai modi in cui può essere fatto il mondo”, noi possiamo scegliere “l’azione che massimizza il valore atteso.”

“Induzione eliminativa”:può avere una forma deduttiva”, con cui riesce a scartare le alternative chiaramente errate.

L’autore torna a Goodman e all’oggetto verlù, che “è verde” se osservato prima del 2050 (essendo uno smeraldo), ed è blu se non è stato osservato.

Nella nota 1 di pagina 9, aveva chiarito perché aveva introdotto questa data: “Penso che sia più semplice afferrare l’argomento scegliendo una data futura particolare e presumendo che tutti gli smeraldi visti prima di quella data saranno verdi.” – il saggio, pubblicato una prima volta nel 2003, è stato riedito in una forma più estesa nel 2021, edito in italiano all’inizio del 2022; questa presunzione, per quanto saggia, non è certa e ha sempre bisogno di conferme o smentite ogni volta che viene esaminato uno smeraldo. Nel 2048 potrebbe essere rinvenuto uno smeraldo blu, se non addirittura rosa fucsia. Quien sabe?, si chiederebbe il solito Tex Willer. A prescindere da questo, “il fatto che un oggetto sia verlù dipende, in modo concettuale strano, dal fatto che quell’oggetto sia stato osservato o meno prima di quella data.” – il tutto pare quasi un gioco di prestigio. L’osservazione o la sua mancanza influenza il loro essere verlù, anche se di fatto sono verdi, ma potrebbero essere di un altro colore se non sono stati osservati. Non c’è trucco, non c’è inganno!

Chissà cosa quale storia ci racconterà il successivo capitolo: Verità, semplicità e altri problemi. “Fare una previsione significa dire qualcosa su ci che vedremo o sentiremo e fare una buona previsione significa dire qualcosa di vero su ciò che vedremo o sentiremo.” – buona per chi? Per la verità?

“Gli approcci della corrispondenza portano avanti l’idea che la verità sia un abbinamento tra qualche tipo di credenza o teoria e il modo in cui stanno le cose. La verità è forse una sorta di disegno.” – faro di “mappe, diagrammi” – che si riferiscono al mondo.

Jiddu Krishnamurti
Jiddu Krishnamurti

“Non possiamo metterci al di fuori delle nostre credenze, categorizzazioni e percezioni, quindi, anche se esistesse una relazione di corrispondenza tra alcune credenze e il mondo, essa non potrebbe svolgere alcun ruolo nelle nostre viste” – non so quanto volutamente, l’autore dimentica la lezione (per nulla scientifica) di Jiddu Krishnamurti, il quale assicura che la realtà va vista come accade nell’incontro con un cobra: senza sovrastrutture, semplicemente vedendo quello che è, privandosi di quel che è il già conosciuto, da cui bisogna andare oltre, ignorandolo nella misura in cui esso non ti permette di vedere il mondo com’è. Io non ho fede in Krishnamurti, né lui aveva fede in alcunché. Voglio solo sottolineare il fatto che qualcuno l’ha pensata così, e che migliaia di persone credono sia tuttora così, e che esistono innumerevoli individui che esercitano la meditazione che, a parer loro, permette di cogliere la realtà senza mezzi, senza veli, senza illusioni. E che tutto merita di essere preso in considerazione come un fatto ipotetico. Chissà se anche reale.

“Pare che la coerenza sia questione di gradi, mentre la verità no”: è. Secondo Aristotele: “Dire di ciò che è che non è, o di ciò che non è che è, è falso…” – mentre il contrario è vero.

La corrispondenza èuna semplice relazione tra quello che si dice e il modo in cui sono le cose.”

“Il deflazionismo o minimalismo”: vero “è solo uno strumento che usiamo per dire delle cose in una forma comoda.”

Utilizziamo simboli per descrivere oggetti, che colleghiamo ad altri mediante strumenti, al fine di “dire qualcosa di qualcos’altro”, mediante altri strumenti ancora. Tutto, e la critica di tutto, diventa un’interpretazione.

“… i simboli matematici” sono “mezzi per fare asserti” e che “agevolano la manipolazione dell’informazione, attraverso sostituzioni e trasformazioni” – permettendo “l’esplorazione e l’ampliamento delle idee” e “… l’accuratezza è una caratteristica dei buoni modelli.”

Questione del “consenso”: è “spontaneo” se tutti sono concordi nella considerazione che il dibattito sia concluso. É curato se richiede una maggiore discussione, al fine “di mettere insieme le cose per stabilire se le incertezze persistenti siano serie oppure no.

Rasoio di Occam: “Molti pensano che se dobbiamo scegliere tra teorie rivali, le teorie semplici siamo preferibili a quelle complesse.” – tenendo presente che “la semplicità va e viene”, o sembra andare e venire, io credo che esista un fatto che possa giustificare questo ragionamento: la minor azione possibile esercitata da una particella e il fatto che un corpo, nel suo tragitto, scelga sempre la geodetica, lo spazio curvo più breve fra un punto e quello successivo.

La ragione addotta da Popper sulla preferenza da accordare alla semplicità, che rende una teoria più facilmente falsificabile, mi pare gratuita.

Ulteriore considerazione: “In molte situazioni è bene iniziare a lavorare con le teorie semplici e vedere come se la cavano, perché è più plausibile che questo alla fine ci conduca alla verità.” – chissà! Ora si sta appropinquando l’ultimo capitolo dedicato al periodo che interessa di più allo scienziato: Il futuro, dove sono indicati “i tre grandi ‘ismi’” di cui il saggio ha maggiormente discusso: “empirismo, naturalismo e realismo scientifico.” Il primo restringe in maniera notevole l’azione dello scienziato all’esperienza “osservabile”; mentre il “naturalismo” limita “l’esplorazione filosofica”; esiste infine un’immagine del realismo scientifico secondo cui “tutti facciamo parte dello stesso mondo complesso e strutturato e, quando le cose vanno bene, conosciamo questo mondo più grande e operiamo su di esso, in modi limitati ma in parte efficaci.”

In questo mondo ove il fittizio impera, e in cui non possiamo esimerci dal vivere, oltre che a un’organizzazione del lavoro scientifico che necessita di un’organizzazione gestionale ed economica, con un nuovo “sistema di ricompense” per gli scienziati più meritevoli, “c’è maggiore richiesta di connessioni commerciali…” – e questo provoca necessariamente una serie di “ritrattazioni di articoli pubblicati” che sono “più numerose che in passato e la maggior parte di queste ritrattazioni riguarda ora illeciti più che errori.”

Ciò non toglie che la curiosità onesta di tanti scienziati non cessi di produrre sempre nuove teorizzazioni e scoperte. Del resto, se qualcuno ha scritto questo libro e qualcun altro, né scienziato né filosofo abbia avuto l’interesse di leggerlo, fa ben sperare. O no?

Una caratteristica di questo saggio è la sua estrema densità e completezza d’informazione. Con lo spirito di chi pretende più di quel troppo che gli è stato offerto, vorrei indicare una carenza, che è quella che riguarda la scarsa attenzione rivolta ai misteri della fisica che sembrano al momento (o per sempre?) insolubili: oltre a quanto si è detto su quello che è (forse) sotteso allo spazio di Max Planck, quel che rende soltanto probabile il termine della traiettoria di una particella, il mistero collegato al paradosso E.P.R. e ad altre apparenti assurdità sia quantistiche che relativistiche; la teoria dell’incompletezza individuata da Kurt Godel nelle scienze matematiche; la necessità che pare eterna di postulati matematici, le cosiddette verità indimostrabili. In altre parole a tutto quello che sconfina, forse per l’eternità, nella metafisica più ineffabile. Di tale mancanza, in fondo, sono grato a questo illustre studioso della filosofia della scienza.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Peter Godfrey-Smith, Teoria e realtà, Raffaello Cortina Editore, 2022

 

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