Le métier de la critique: Antonia Pozzi, una poetessa solida come la pietra

“Io vivo della poesia come le vene vivono del suo sangue. Io so cosa vuol dire raccogliere negli occhi tutta l’anima delle cose, torturate nel loro gigantesco silenzio, sentire mute sorelle al nostro dolore.” – Antonia Pozzi

Antonia Pozzi
Antonia Pozzi

Raccontare della poetessa Antonia Pozzi è come accostarsi ad un universo poetico tutto da esplorare. Un universo composto da elegie che affondano le sue radici nel crepuscolarismo.

Prima però di entrare nel vivo della poetica della Pozzi, alcuni cenni biografici per inquadrare il periodo in cui si è consumata la sua breve esistenza.

Nata in una famiglia di nobili origini vive in un ambiente colto e raffinato che la porta ad esprimersi in versi fin dall’adolescenza. Denotando fin da subito di essere una poetessa dall’acuta vena lirica.

È quasi certo, quindi, che le sue tradizioni familiari abbiano avuto un peso importante sui suoi interessi letterari come sul suo percorso di studi.

Era pronipote, infatti, di quel Tommaso Grossi, che figura fra i nomi illustri della letteratura italiana e amico di Carlo Porta e di Alessandro Manzoni.

“Dopo il bacio – dall’ombra degli olivi/ sulla strada uscimmo/ per ritornare:/ sorridevamo al domani/ come bimbi tranquilli./ Le nostre mani/ congiunte/ componevamo una tenace/ conchiglia/ che custodiva/ la pace…” – Antonia Pozzi, da L’allodola

Nata a Milano il 13 febbraio 1912, Antonia Pozzi manifesta fin da giovanissima la sua inclinazione poetica. Versata nelle materie umanistiche, è il 1922 quando inizia a frequentare il liceo-ginnasio Alessandro Manzoni di Milano, dove ha occasione di conoscere Antonio Maria Cervi, suo insegnante di latino e di greco.

Figura per lei di assoluto riferimento, sia culturalmente che per condivisione d’intenti, fra i due nasce un idillio. Un’affinità che si trasforma in un legame affettuoso, anche se purtroppo per volontà dei genitori della ragazza non si realizza in un rapporto duraturo, e si interrompe nel 1933. Lasciando in Antonia segni indelebili di rimpianto.

A Milano, la giovane studia e compie le sue prime esperienze letterarie; ma è Pasturo, presso Lecco, il suo luogo del cuore. Lì dove le montagne che circondano il lago incorniciano un paesaggio davvero seducente.

Agli studi classici la Pozzi affianca una preparazione musicale notevole, così come altre espressioni artistiche: disegno e pittura, che insieme alla fotografia entrano a far parte del suo ampio bagaglio culturale. Anche lo sport, sotto forma di tennis ed equitazione, attività che figurano fra le sue preferite, completano la formazione di questa giovane che si apre alla vita con una perenne vena di mestizia.

È il 1930 l’anno in cui consegue il diploma; per iscriversi poi alla facoltà di Lettere e Filosofia dell’Ateneo milanese frequentando assiduamente i corsi di estetica di Antonio Banfi.

E dove stringe amicizie proficue con Dino Formaggio, Remo Cantoni e Vittorio Sereni.

Di temperamento estremamente sensibile, così scriverà Antonia ad un’amica raccontando della sua amicizia con Dino Formaggio.

“È così immensa la gioia di aver incontrato un’anima che mi capisce, mi valuta e mi vuol bene proprio unicamente per quella parte di me che io ritengo la migliore e la più vera. Credo che il carattere energico e ottimistico di Dino abbia influito non poco sul mio stato d’animo di ora!” – Antonia Pozzi  

Antonia Pozzi
Antonia Pozzi

In seguito, la vicinanza con il poeta Vittorio Sereni si fa sempre più stringente fino a stabilire con lui un sentimento intriso di purezza. Purtroppo, anche l’amore che la lega a Vittorio Sereni è destinato al fallimento.

“Quell’essere di sesso diverso, così vicino che pare abbia nelle vene lo stesso tuo sangue, che puoi guardare negli occhi senza turbamento, che non ti è né di sopra né di fronte, ma a lato, e cammina con te per la stessa pianura.” – Antonia Pozzi

Durante una sua vacanza a San Martino di Castrozza, è il poeta trentino Tullio Gadenz a fare la sua comparsa nella vita di Antonia: è il 1933. Anno in cui, in un cospicuo carteggio epistolare la giovane gli confessa il significato che ha per lei la poesia; in un processo creativo fatto di segni dall’evidente forza simbolica. Che riflette l’immagine di come lei interpreta se stessa.

Per Antonia quelli che seguono sono anni proficui, durante i quali le sue inclinazioni occupano un peso importante nella sua esistenza: poesia, fotografia ed escursioni in montagna la allontanano dalla memoria di Antonio Maria Cervi. Nonostante la sua fisicità sia piuttosto compromessa dal poco vigore delle sue articolazioni. La montagna e la natura sono comunque elementi con cui si confronta, declinando in versi l’amore che nutre per essi.

È il novembre 1935 quando discute la sua tesi di laurea con Antonio Banfi, il cui argomento verte sulla formazione letteraria di Gustave Flaubert.

Per allontanare da lei lo spettro dell’amore per Antonio Maria Cervi, i genitori la spingono a viaggiare: nel 1931è in Inghilterra, nell’estate 1936 in Austria; nel 1937 a Berlino, Dresda e Praga. Per intraprendere poi nel 1937 la strada dell’insegnamento di materie letterarie, circostanza che le permette di emanciparsi dai suoi genitori.

“Soltanto da un anno, posso dire, ho cominciato sul serio a vivere. E tu non puoi credere, in questi giorni freschi, dolcissimi, di recupero e di rinnovamento fisico, sotto le foglie delle mie amate piante, quanti pensieri lieti e fattivi mi passano così, tra l’ombra e il sole.” – Antonia Pozzi

Nel frattempo anche il volontariato entra a far parte della vita di Antonia, momento vissuto in condivisione con Lucia Bozzi e Dino Formaggio, in cui la poetessa può esplicitare la sua indole di persona sensibile e religiosa. Nonostante non si soffermi su questioni di fede.

È durante l’estate del 1938, in vacanza a Pasturo, che fa sperimentazioni di scrittura in prosa. Con il progetto di un romanzo storico ispirato alla storia della sua famiglia.

“La storia della nostra pianura lombarda, e della vita lombarda dal 1870 in poi…” – Antonia Pozzi

Ma perché la poetica di Antonia è fonte di interesse, quale esponente poetica del Novecento italiano, tanto da esserne considerata un’egregia rappresentante?

Probabile per le manifestazioni del suo acuto sentire, trasposte in liriche, le quali grazie alle parole esprimono l’autenticità dell’esistenza.

Secondo i dettami dell’ermetismo le sue espressioni sono ‘asciutte e dure come le pietre’, così come le ha definite Eugenio Montale. Parole dure come pietre perché le sue aspettative non hanno trovato rispondenza nella vita reale.

Il suo mondo poetico, infatti, espresso con una sorta di tenerezza e teso verso una speranza di vivere quasi infantile che trasfigura la sofferenza esistenziale, non è stato recepito come avrebbe meritato.

La sua poetica, esplicitata in un dualismo proteso fra la vita e la morte, in un connubio quanto mai travagliato e abitato da un sentimento di fatalità, rivela un animo velato dalla nostalgia e da ombre interiori a dichiarare l’ineluttabilità della sorte.

Antonia Pozzi
Antonia Pozzi

I suoi versi, colmi di pathos e intrisi di fugacità, connotano la sua poesia come probabile strumento di fuga da momenti pervasi dal sentimento per la perdita dell’amato.

Parole di un non detto che trovano la loro ragione d’essere nei versi che assumono il candore di un amore platonico. Che sembrano essere un inno alla vita ma al contempo sono un grido di dolore, che portano a riflettere sul significato ultimo del destino dell’uomo.

Versi in cui il dolore a lungo represso viene trasfigurato in immagini che mettono in comunicazione i sentimenti umani con la natura, connotando la poetessa come una giovane dotata di forte interiorità. Aspetto questo, che per Antonia è anche una condanna.

L’estate del 1938 trascorsa a Pasturo sta inesorabilmente scivolando verso l’arrivo delle leggi razziali. Evento che fa piombare la giovane in un’angoscia senza pari da cui a fatica riesce a sollevarsi. Anche perché molti dei suoi amici sono costretti a espatriare.

È la sera del primo dicembre 1938 quando, dopo aver assistito a un concerto, durante il quale incontra Dino Formaggio che le fa capire quanto il loro rapporto non sarebbe mai diventato amore, che Antonia prende l’estrema decisione.

La mattina del 2 dicembre, poi, il suo ‘male di vivere’ prende il sopravvento sulla sua voglia di vita. Dopo essere andata a scuola avverte un malessere che la porta ad abbandonare gli studenti invitando loro a ‘essere buoni’. Raggiunta la periferia milanese, si distende su di un prato e mette fine alla sua giovane vita con una consistente dose di barbiturici. Portata in ospedale agonizzante, Antonia Pozzi muore il 3 dicembre.

In eredità, oltre alla sua ampia produzione, lascia tre messaggi indirizzati a Vittorio Sereni, a Dino Formaggio e ai suoi genitori. Poi, come da lei richiesto, a Pasturo, in un clima di non tristezza si svolgono i suoi funerali.

“Ciò che mi è mancato è stato un affetto fermo, costante, fedele, che diventasse lo scopo e riempisse tutta la mia vita. Fa parte di questa disperazione mortale anche la crudele oppressione che si esercita sulle nostre giovinezze sfiorite. Direte alla Nena che è stato un male improvviso, e che l’aspetto. Desidero di essere sepolta a Pasturo, sotto un masso della Grigna, fra cespi di rododendro. Mi ritroverete in tutti i fossi che ho tanto amato. E non piangete, perché ora io sono in pace. La vostra Antonia”.

 

Written by Carolina Colombi

 


 

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