“Satura” di Eugenio Montale: che cosa significa amare?

“Quante volte t’ho atteso alla stazione
nel freddo, nella nebbia. Passeggiavo
rosicchiando, comprando giornali innominabili
[…]
Poi apparivi, ultima. È un ricordo
tra tanti altri. Nel sogno mi perseguita.”

Satura di Eugenio Montale
Satura di Eugenio Montale

Non c’è San Valentino senza poesia e non c’è poesia senza i grandi poeti.

I poeti, però, non sono grandi se non si interrogano sul futuro della Poesia.

In tal senso grande poeta è Eugenio Montale che, al momento di ricevere il Nobel per la letteratura, espose un saggio dal titolo “È ancora possibile la Poesia?”

Montale non è un poeta vate e non assegna alla poesia un valore assoluto di conoscenza. Nel corso della sua vicenda poetica, ha modo di mutare molti aspetti del suo stile e dei suoi temi. Tra questi ultimi c’è quello dell’Amore: infatti non c’è poesia nemmeno senza grandi contenuti.

Lo scrittore ligure ebbe molte donne, anche contemporaneamente, come Irma Brandeis, Maria Luisa Spaziani, Drusilla Tanzi.

Ognuna di esse entra nei suoi componimenti, nell’arco della sua produzione poetica e colpisce che le chiamasse con degli appellativi particolari, nell’ordine Clizia, Volpe, Mosca.

In questo articolo vorrei soffermarmi su alcune poesie scritte da Montale come omaggio a quella che, comunque, è stata la donna della sua vita. Conosciuta alla fine degli anni Venti e sposata solo nel 1962, la Tanzi rappresenta un punto di riferimento costante nell’esistenza del poeta, nonostante la parentesi con Clizia che pure dovette dare pensieri alla Mosca.

Come sappiamo, nel 1971 Montale pubblica la raccolta Satura a cui lavora però dal 1962 al 1970.

Il titolo evoca innanzitutto la saturazione dovuta alla complessità degli eventi dell’epoca contemporanea (satur in latino significa “pieno”); all’interno di questa raccolta colpiscono le due sezioni dal titolo Xenia.

Xenia in greco significa “doni per gli ospiti” e in questo contesto indicano dei componimenti scritti dal poeta come omaggio alla donna sposata nel 62, morta l’anno dopo, ma amata tutta la vita.

In generale, quella di Montale è una poesia dell’oggetto, della concretezza, anche nel senso che essa stessa può diventare oggetto da dare in dono.

L’unico modo per rendere vivo qualcuno che è morto è porgergli oggetti votivi: e quale oggetto votivo merita più della poesia?

E così, paradossalmente e malgrado le intenzioni dello scrittore genovese, la poesia torna centrale: non sarà certo l’assoluto, ma è il meglio che si possa dare.

In un certo senso questo elemento unifica tutta la produzione montaliana sotto il segno della concretezza. E così l’amore può essere legato alle occasioni concrete della vita (e la raccolta Le occasioni del 1939 celebra in qualche modo anche questo), come i momenti vissuti con Mosca.

Lo stesso rinominare le donne costituisce un modo per entrare in confidenza con loro e con le loro caratteristiche.

Altro elemento di confidenza è il “tu” evocato dall’io lirico che riporta all’esistenza l’interlocutrice di tutta una vita insieme, nonostante le altre donne.

Parlare con chi è assente conforta, allevia, rende vivi, nonostante sia, al contempo, la più cruda attestazione di resa di fronte alla morte.

Drusilla Tanzi ed Eugenio Montale
Drusilla Tanzi ed Eugenio Montale

L’amore in astratto non esiste, l’amore è l’insieme dei gesti concreti che fanno due persone o che facevano in vita. Per questo la poesia si fa narrazione, racconto, pur nella sua brevità. E così il “caro piccolo insetto/ che chiamavano mosca non so perché” ogni tanto ricompare come un flash: “stasera […] sei ricomparsa accanto a me”. In queste manifestazioni diventa oggetto di canto, come si legge, programmaticamente, nei seguenti versi: “[…] il mio tu è un istituto/ […] in me i tanti sono uno anche se appaiono/moltiplicati dagli specchi”.

E il canto serve a “ricordare che il tuo pianto (il mio era il doppio)/ non vale a spegnere lo scoppio delle tue risate”; oppure a fare della innocente ironia: “Non ho mai capito se io fossi/ il tuo cane fedele e incimurrito/ o tu lo fossi per me”. Sicuramente fa sorridere il correlativo oggettivo “cane fedele e incimurrito” per indicare, metaforicamente, il concetto nobile di fedeltà.

Il canto, però, spesso si innalza alla sua essenza più alta di lirica. La lirica permette, seppur raramente, di trovare conforto: “non sei più forma, ma essenza”; a volte, però, può non bastare, quando il dolore è troppo:Eppure non mi dà riposo/ sapere che in uno o in due siamo una sola cosa”. Serve, infine, ad andare oltre il dato sensibile e a recuperare una più ampia consapevolezza: “Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio/ non già perché con quattr’occhi forse si vede di più./ Con te le ho scese perché sapevo che di noi due/le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,/ erano le tue”.

In tutto questo processo montaliano, in cui l’amore si declina in tanti modi, rimane costante il gioco, anch’esso amoroso, che il poeta gioca con la sua donna. Drusilla era gravemente miope, quindi senza occhiali non vedeva niente; dovevano essere piuttosto spessi, di qui il soprannome “mosca”; inoltre morì per alcune complicazioni dovute ad una malattia alle ossa da cui era affetta. Continuamente egli riesce a scherzare con questi punti deboli della sua Musa ispiratrice, menzionandoli con ironia e leggerezza, quasi in una forma caricaturale bonaria e affettuosa: “Senza occhiali né antenne/ povero insetto che ali/ avevi solo nella fantasia”; “Non ti sentirò più parlare di antibiotici/ velenosi, del chiodo del tuo femore, dei beni di fortuna che t’ha un occhiuto omissis/ spennacchiati”.

In tal senso Satura potrebbe alludere anche agli aspetti “comici” insiti nella satira latina.

Solo se c’è intimità ci si può permettere questo. Per questo il loro, al di là tutto fu vero amore. Anche perché, davanti a lei, il poeta non si vergogna di mettere a nudo se stesso, ammettendo il proprio rapporto complicato con la poesia: “Non hai mai pensato di lasciar traccia/ di te scrivendo prosa o versi. E fu il tuo incanto… […]/ Fu pure il mio terrore: di esser poi/ ricacciato da te nel gracidante/ limo dei neòteroi”.

Eugenio Montale - Photo by Federico Patellani, Milano, 1964
Eugenio Montale – Photo by Federico Patellani, Milano, 1964

Si tratta di un rapporto complicato come già detto all’inizio, perché Montale non si prende troppo sul serio come poeta; l’unica certezza della sua vita, anche oggi che è rimasto solo, è che la sua donna è la sola persona in grado davvero di guardarlo dentro, come uomo e come scrittore; se c’è una verità nella vita, questa può venire solo da lei perché dotata di “un senso infallibile” capace di andare oltre i sensi stessi e la loro fragilità. E ora, proprio la morte, ne suggella la presenza, unica, resistente, vittoriosa su tutto: “La tua parola così stenta e imprudente/ resta la sola di cui mi appago”.

Leggete più Montale e amatevi di più, con complicità e con ironia, ma in modo intenso e meta-fisico, oltre i difetti, oltre le piccole brutture, oltre le mille contraddizioni. Satura, del resto, indicava anche l’insieme degli argomenti vari insiti nel genere satirico: tutta la poesia, però, può aspirare a cogliere le innumerevoli sfumature possibili del reale!

 

Written by Filomena Gagliardi

 

Bibliografia

Eugenio Montale, Satura, Mondadori

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: