“La duchessa di Amalfi”, tragedia di John Webster: il mondo è il luogo del conflitto

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Nel Dramatis personae che precede l’Atto Primo, Daniel de Bosola viene definitoSovrintendente alle scuderie della Duchessa e uomo di fiducia di Ferdinando”, in altre parole servitore di due padroni, personaggio probabilmente inaffidabile per entrambi, che sa dire al suo Duca Ferdinando: “… la vostra generosità che fa nobili gli altri, me appunto fa scellerato: oh, per non farmi ingrato della buona azione dovrò compiere tutto il male che un uomo può escogitare. A questo modo il diavolo caramella i peccati: e quel che il Cielo definisce turpe, per lui è buona educazione.”

La duchessa di Amalfi di John Webster
La duchessa di Amalfi di John Webster

È l’ambiguo ringraziamento per il signore che, benevolmente, gli ha “trovato un posto: provveditore alle scuderie” per conto della sorella, la Duchessa di Amalfi. Essendo costretto con un piede in due staffe, l’ambiguità è per lui una necessità esistenziale.

Ferdinando lo chiama, con micidiale e risicato anacronismo, “machiavellica talpa sonnacchiosa”. L’opera, rappresentata nel 1614 nel Blackfriars Theatre, tratta di eventi che datano dai primi anni del sedicesimo secolo. Il principe di Machiavelli è del 1532.

La vivacità dialettica di questo servo sublime, così mi va di chiamarlo, spicca su quella degli altri, quando afferma: “Oh, ne ho veduti, nutrirsi al piatto di un gran signore, assonnati, indifferenti ai discorsi; e tuttavia questi scellerati gli hanno tagliato la gola a metà di un sogno. Il mio posto qual è? Provveditore alle scuderie? Potete dirlo, la mia putredine nasce da letame di cavallo, sono sua creatura.”

Al che lo scocciato e ducale datore di lavoro gli intima di andarsene e, mentre quello obbedisce, bofonchia ma più probabilmente grida (dipende dal regista): “Uomini onesti, cercate onesta fama con azioni oneste; titoli e ricchezze sono spesso la mancia dell’infamia; avete sentito? Il diavolo predica, talvolta.” 

La Duchessa e il fratello gemello Ferdinando non godono della rispettiva simpatia, essendo per loro natura antagonisti, anche se per lei è come se lo sarei io di fronte a un pugile campione del mondo, contro cui potrei ricorrere soltanto all’ironia.

Lei dice che “… passando dalla mano di un gioielliere ad un altro, un diamante acquisti maggior pregio”. Lui replica: “Regola perfetta: dunque, le puttane non hanno prezzo.” – l’argomento era la di lei vedovanza, e l’ipotesi di contrarre un nuovo matrimonio.

Vi è un terzo fratello, non meno imponente né più solidale con la sorella del Duca, che è Cardinale e che non si capisce quanto favorevole sia all’elezione di un nuovo cognato, quando afferma che: “la notte nuziale dà accesso a un carcere.” – per la donna innanzitutto, ovviamente. E il Duca, qui onesto, preannuncia ipotetiche sciagure e il suo pensiero va al “pugnale del babbo; non vorrei vederlo rugginoso”.

Mentre Ferdinando esce di scena, la Duchessa chiede alla cameriera Cariola se è finalmente arrivato Antonio Bologna (una sorta di bel tenebroso di professione maggiordomo) e quella gli dice egli “è ai vostri ordini”. La Duchessa è consapevole della sua situazione: “mi avventuro in un luogo impervio, ove non troverò sentiero né amica traccia che mi scorti.”

Tra i due giovani si svolge un minuetto aggraziato e romantico in cui lei dice che “la mia mano v’aiuta” e lui replica che non bisogna che lei creda “che io sia tanto sciocco da non capire a che mira la vostra cortesia. Ma solo uno stolto, per fuggire dal freddo, metterebbe le mani nel fuoco per scaldarle.”

Egli ora egli è gonfio di quell’orgoglio che gli fa esclamare: “… ho seguito a lungo la virtù, non ne ho mai accettato alcun salario.”

Lei si dice una creatura come tutte le altre: “questa è carne, è sangue, non la figura lavorata in alabastro inginocchiata alla tomba di mio marito. Svegliati, uomo, mi spoglio di ogni vana cerimonia, voglio apparirvi una vedova giovane che vi vuole marito e, da vedova, solo a metà arrossisco.” – l’altra metà è più fredda e determinata.

Invita poi Antonio a mettere “una spada nuda per tenerci casti”, metaforica ma per nulla reale, per “occultare i miei rossori nel vostro petto: è il deposito di tutti i miei segreti.” – quel ferreo attrezzo, come quello che separava periodicamente Tristano da Isotta, sarà foriero di azzardate sventure. Al momento esso si limita a dividere il Primo dall’Atto Secondo.

Bosola è un simpatico cinico che non si risparmia in sincerità, specie nel rivolgersi a chi non può nulla contro di lui, per esempio a una vecchia signora, a cui dice: “Preferirei mangiare un piccione morto tra i piedi velenosi di un appestato che baciare una di voi a digiuno.” – di gran lunga egli è il personaggio più espressivo, quantunque lo siano in fondo tutti.

Antonio spiattella al solidale Delio d’esser sposato e gli ordina di tacere tale misfatto. Bosola, che è lì nei pressi, qualcosa sa, e altro s’immagina, se non tutto, anche riguardo ai due parti occorsi alla Duchessa. E di quello che si sta approssimando nel ventre di lei, e che porgerà al mondo un nuovo figlio ereditante. Dà del “maggiordomo sleale” ad Antonio e quello lo definisce: “Servo spudorato!” – è un vero e proprio conflitto fra maestranze.

“Dunque tutto è chiaro. Questo puritano fa da ruffiano alla Duchessa; appunto come voglio. Per questo segreto i cortigiani se ne stanno rinchiusi. Ne viene che io sia imprigionato sotto falsa accusa d’averla avvelenata…”le aveva testé offerto delle albicocche“… il che tollererò, e ne farò risate. Scoprire il padre, ora: si farà col tempo…”

Poco dopo entra in scena il Cardinale che cita “quel fantastico vetro inventato dal fiorentino Galileo…” – oltre un secolo più tardi… È con l’amata (o, quanto meno, desiderata Giulia) e la tranquillizza dicendo: “… quanto alla mia predilezione per te, a paragone è lento il fulmine.”

La scena quinta dell’Atto Secondo si apre con un dialogo fra l’inviperito Ferdinando e lo sbigottito fratello Cardinale. Il primo allude, tra l’altro, alla loro comune “sorella dannata, sfrenata, una puttana, una famosa puttana”, che “ha avuto ruffiani astuti ai suoi piaceri, passaggi segreti per la sua lussuria, e munizioni più di una città di guarnigione.”

Lui vorrebbe “essere uragano da scardinarle il palazzo sopra il capo, sradicare le sue belle foreste, devastare i campi, e fare delle sue terre scempio, come lei ha fatto del suo onore.”

Lo scempio può esser stato compiuto “forse con un barcaiolo dalle forti cosce; o un legnaiolo che sa scagliare il martello, squassare la sbarra, o qualche damerino che si occupa delle sue immondezze nelle sue stanze segrete.”

Egli poi circostanzia il suo ruolo moralizzatore: “Dagli, donna! Non il tuo latte di puttana spegnerà il mio fuoco di pece, ma il tuo sangue di puttana.” – l’ira rende spesso elegiaci.

Il fratello condivide il suo sconcerto ma gli intima di placarsi. Ma quello ormai è partito per la sua sanguinosa tangente e dice: “Potrei ucciderla, ora, in te, o in me stesso, poiché io penso che per suo mezzo il Cielo vendica qualche peccato i noi.” Per ora è disposto a rimandare il delitto: “Finché non saprò chi mi cavalca la sorella, non mi muovo: saputolo, troverò scorpioni per le mie fruste, e l’avvolgerò in un’eclisse universale.” – e qui termina l’Atto Secondo.

Nel Terzo occorre un gemellesco bisticcio fra Ferdinando e la Duchessa che termina con un maschio e deplorevole: “Ci sono vergini che sono streghe. Non voglio mai più vederti.”

Invano lei tenta di dimostrare la sua innocenza, nel senso che quello che ha compiuto non è né “un nuovo uso, né un mondo nuovo” – bensì un atto naturale, previsto dalla natura, per cui “la mia reputazione è salva”.

La Duchessa invia Antonio ad Ancona che “sarà la meta della vostra fuga: prendete una casa in affitto. Vi manderò appresso il mio tesoro, i miei gioielli…”

L’immaginifico e maligno Bosola afferma di preferir “nuotare fino alle Bermude” – periglioso tragitto a quel tempo non ancora ipotizzabile – “sulle vesciche fradice di due politici sleali, legate insieme dai precordi d’una spia, che affidarmi al favore d’un principe tanto mutevole. Addio, Antonio, la malizia del mondo ti ha mandato a precipizio, dunque non si può dire che ti sia accaduta una sventura giacché la tua caduta viene affrontata dalla tua virtù.”

Bosola promette di prendersi cura del denaro e dei gioielli della Duchessa e di raggiungere ad Ancona l’amato.

Definizione bosoliana di politico: “… è l’imbottita incudine del diavolo, vi modella sopra tutti i peccati, né si odono i colpi; può lavorare nella camera di una dama, qui, ad esempio. Che manca, se non che riveli tutto al mio signore? Oh, questa vile vocazione della spia! Ma non v’è al mondo professione che non voglia guadagno e per questa azione io sarò innalzato. Si pregiano coloro che dipingono le gramigne al naturale.” – perché ci siano traditi, occorrono in primo luogo i traditori.

Chi fugge torna, quando è bandito dal suo rifugio, la qual cosa occorre ad Antonio.

Ferdinando scrive alla sorella: “Mandami Antonio, mi serve la sua testa in un affare.” – la quale è una frase a dir poco ambigua. E poi anche aggiunge: “preferisco il suo cuore al suo denaro.”

Antonio è in grave ambascia: “I fratelli hanno scatenato dovunque i loro segugi; finché non li saprò con la museruola non v’è tregua sicura, per quanto astutamente covata, se dipende tutto dalla volontà dei nostri nemici. Non andrò da loro.”

Bosola non gliela manda a dire:Questo rivela la vostra origine. Ogni piccola cosa induce un basso animo a temere, come la calamita attira il ferro. Addio, signore, avrete nostre notizie in breve.” Nemmeno la Duchessa gli è di conforto, anzi, gli accresce l’angoscia, dicendole: “Non so quel che sia meglio: vedervi morto o separarmi da voi…”

Quel discorso implica poi il figlio ché, beato, “non hai intendimento di capire le tue sventure.”

La raccomandazione finale di Antonio è miserrima: “Siate serena, della pazienza fate nobile fortezza; non penate quanto brutalmente ora ci trattano. Come la cassia, l’uomo dà il meglio di sé quando è schiacciato.” – stavolta è la donna che resta in scena, con la devota cameriera e il caro spione, mentre l’amato scappa dal terzo atto…

… che inizia col dialogo tra Ferdinando e il fido (si fa per dire) Bosola, che gli dice che la sorella “è triste, come vi sia abituato da gran tempo”, ma il “suo schivo disdegno” è come quello dei “mastini inglesi che, legati, infuriano” e che “le fa sentire appassionatamente le gioie che le sono tolte.”

John Webster
John Webster

L’amoroso e isterico fratello dice: “perché impazzisca, ho deciso di far uscire dall’ospedale tutti i pazzi, e alloggiarli accanto alle sue stanze: e quelli si divertano insieme, e cantino, e giochino finché la luna è al colmo: se per questo dormirà, meglio, benissimo…”

Un servitore annuncia e fa poi entrare nella cella quei mentecatti: “c’è un avvocato pazzo, un prete, un dottore cui la gelosia ha sconvolto la ragione, un astrologo aveva detto che un certo giorno il mondo sarebbe finito; si sbagliò e ne venne matto; un sarto inglese che è ammattito a tenere dietro alla nuova moda; un maggiordomo stranito dal compito di tener dietro a tutti gli omaggi da fare alla sua dama…” – non è questo il caso di Antonio. Tutti ‘sti torvi individui rientrano nella categoria di persone a cui è toccato faticare per vivere, al fine principale di mantenersi, e ne sono ammattiti.

Più di chiunque, Bosola non risparmia attenzioni alla Duchessa: travestito da vecchio, le dice che lei è “al più, un barattolo di santonina, un vasetto di mummia fresca: che è mai la tua carne? Latte cagliato, una fantastica pasta lievitata: i nostri corpi sono più fragili di quelle prigioni di carta in cui i ragazzi rinchiudono le mosche; servono a conservare vermi…” – se la storia della Duchessa consistesse in una noiosa festa mascherata, questo spunto bosoliano la renderebbe immortale, e così egli continua: “… hai mai visto un’allodola in gabbia? Tale è l’anima nel corpo. Il mondo è la sua minuscola zolla erbosa; e il cielo sopra il nostro capo è uno specchio che ci dà una conoscenza misera dell’esigua estensione della nostra prigione.” – e così sia, rio destino comune a tutti noi!

La Duchessa di Amalfi gli grida di essere “ancora la Duchessa di Amalfi!”, al che il servitore, che a un Hegel non sarebbe spiaciuto, le spiega che “per questo i tuoi sonni sono tanto irrequieti; le glorie, come lucciole, da lontano appaiono splendenti; guardate da presso, non danno né luce né calore.– sia la luce che il calore sono sensazioni similmente fugaci, parenti fra di loro.

Finisce poi che, come s’è deciso, “i carnefici la strangolano” e analoga sorte tocca a i due figli più piccoli, e a Cariola, la quale, pur di scansare l’infame destino le prova un po’ tutte, dicendo che esige “un processo” per sapere in che ha mancato, che è “fidanzata ad un giovane gentiluomo”, che deve svelare al Duca “un tradimento”, che sarebbe “dannata” in quanto non si confessa da un paio d’anni e, infine, e infine che è pure “incinta”, al che Savola cerca ironicamente di tranquillizzarla dicendole: “Così ti salvi l’onore…”

Ferdinando è furente col Bosola, perché la sua adorata gemella “è morta giovane” e che “dovessi morire in questo istante, sarei vissuto quanto lei, minuto per minuto.” Replica dell’altro: “Si direbbe che lei sia nata prima; col sangue avete confermato l’antica verità che i parenti s’accordano peggio degli estranei.” – appunto.

Il Duca infierisce sul subordinato: “… quanto a te – come accade nelle tragedie, quando un buon attore viene maledetto perché recita la parte del malvagio – per tutto ciò ti odio; e dico: tu per amor mio hai fatto molto male, bene.”

Bossola è patetico quando dice: “Vorrei destarvi la memoria: a quel che capisco state cadendo nell’ingratitudine. Io esigo il compenso dovuto al mio servigio.” – poco ci manca che gli invii una fattura commerciale.

Benevolo è il Duca Ferdinando quando gli concede: “il perdono per questi omicidi.” – poi gli chiede: “in grazia di quale autorità hai eseguito questa sanguinosa sentenza” – già, quale autorità?!

“La mia? Ero forse il suo giudice” – e poi gli rivolge altre tre domande idiote, dopo di cui lo minaccia di morte.

Bosola assiste all’ultimo singulto della Duchessa di Amalfi con cui ella, disperata, chiama il nome dell’assente Antonio. Si è giunti all’ultima scena del quarto atto: Bosola “esce portando il corpo”, meditando di quello che dovrà fare “a Milano, ove compierò prestamente cosa che s’addica alla mia degradazione”.

Nell’Atto Quinto si rivelano tante cose, fra cui l’aggravarsi della malattia mentale del Duca Ferdinando (un’effervescente licantropia), che lo fa discorrere in maniera che non sarebbe spiaciuta né a Vladimir né a Estragon, né forse a Godot: “Far viaggiare sei lumache davanti a me, da questa città fino a Mosca; non usare né pungolo né frusta, ma lasciare che viaggino a modo loro; voglio che l’uomo più paziente del mondo si misuri con me nell’esperimento. Striscerò come un ladro di pecore.”

Il Cardinale spiega al pubblico che nessuno deve sapere “che in qualche modo ho avuto parte nella morte della Duchessa. Sebbene io ne fossi l’anima, l’impresa e la scelta” fossero invece di Ferdinando. Egli finge anche con l’amata Giulia, dicendo che occorre ammazzare Antonio, in quanto “finché vive, nostra sorella non potrà sposarsi…”.

Tanta ipocrisia non inganna Bosola, che ben sa quanto il prelato menta quando “vuol far credere di non aver notizia della morte della Duchessa”.

Entra ora in scena “Giulia, puntandogli una pistola”, poiché chiede ironicamente al servo “quale delle mie donne hai comperato, per versare un filtro d’amore nelle mie bevande”, tanto che anche per lei vale ormai il detto “il fuoco manca dove sono assenti disordine e vivide scintille” – poiché l’energia deve esplodere per poi estinguersi in un’eterna entropia.

Giulia è posseduta dal demone erotico e dice: “noi grandi dame di piacere, siamo use a sveltamente portare a conclusione questi incerti desideri, ed ansie inquiete, e legare in un istante la dolcezza del piacere ad una furba scusa. T’avessi scorto per la strada dalla finestra della mia camera, ugualmente t’avrei voluto.”

Una siffatta arma venerea servirà a Bosola a far confessare il Cardinale che, presto, capitola e confessa alla dama: “Basta, lo saprai. Per mia volontà, quattro notti or sono, la Duchessa di Amalfi e due suoi figli vennero strozzati” – dopo di cui egli provoca la morte di chi ormai conosce il suo segreto. Il Cardinale vorrebbe “pregare, ma il diavolo distoglie il mio cuore da ogni fede nella preghiera. Per quest’ora ho incaricato Bosola di venire a prendere quel corpo; quando avrà reso quest’ultimo servigio, morrà.”

Prima di giungere all’epilogo della tragedia, riporto una frase misteriosa di Bosola, la cui forma originale un bel giorno rinverrò: “Noi siamo palle da tennis che le stelle lanciano, fanno rimbalzare da qualunque parte vogliano: buon Antonio, ti mormorerò una cosa nel tuo orecchio moribondo che ti spezzerà subito il cuore” – e a me ora più interessa capire cosa Giorgio Manganelli abbia tradotto con palle da tennis, più che il lancinante dolore che fa sragionare Antonio, per cui “il piacere di vivere” non è altro che una serie di “pause quiete per un febbricoso: preparazione al riposo, a tollerare tormenti…”: anche un maggiordomo talvolta è preso da pensieri profondi.

A Bosola non reca troppo “male morire in così giusta rissa. Il mondo è tenebre: in quale ombra, quale pozzo infinito e oscuro vive l’umanità, femmina spaurita?” – la sua è una fine paragonabile alla sua esistenza: non giusta, poiché “altro viaggio è il mio”.

Alla strage, in cui ognuno mortalmente ferisce l’Altro, in pochi si salvano: non il Cardinale, non quel pazzo di Ferdinando, che squinterna ed è squinternato davanti e indietro, mai dentro e sempre fuori di sé, non il sicofante Bosola, non il maestro di casa Antonio, ma “un caro giovinetto, suo figlio ed erede” che finalmente entra in scena, accompagnato dal mite Delio.

Quale insegnamento ho tratto da questa tragedia, la cui catarsi cova sotto la cenere? Forse che il mondo è una gara incivile ove gli atleti si lanciano come folli in corsie differenziate, ognuna delle quali è meritevole di pietà, e un luogo infido in cui ciascun agnello è alienato dal gregge per conto suo.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

John Webster, La duchessa di Amalfi, Einaudi, 1999

 

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