“Reo confesso” di Valerio Varesi: la Verità non è mai arrivata in fondo al pozzo

Questo noir comincia male: mi fa reagire troppo, speriamo che rallenti la sua azione, sennò non riesco a leggerlo con la dovuta calma. Prima riga: “Solo lasciandosi avviluppare dalla noia è possibile sperimentare il sussulto vitale dello stupore.”

Reo confesso di Valerio Varesi
Reo confesso di Valerio Varesi

Ricordo un personaggio de L’ultima donna di Ferreri, interpretato da Renato Salvatori, sciupafemmine da guinness dei primati. Per lui avere un rapporto sessuale era ormai come sorbire un bicchier d’acqua. Per me, quell’atto è sempre stato un assumere una pozione magica. Per questo una donna per me è sempre stata vista come una pur benevola strega, sempre in grado di sorprenderti.

“… la morte era di suo stupefacente, consistendo in un’aporia: annullando tutto, annullava anche il pensiero con cui a si immagina, dunque se stessa.” Non credo di aver capito. La mia fede (in cosa?) me lo impedisce. Nietzsche diceva che “la vita era un ponte fra due nulla”. Non sono d’accordo. Né mi oppongo a tale idea. Per me non è un’aporia bensì una scelta umana: ogni strada è percorribile, almeno finché la tua massa non si trasformerà in energia creativa. Quando si scrive, qualcosa dentro di noi muore, per rinascere altrove. Un libro che consiglio a chiunque è Se il seme non muore di Gide

“Quel groviglio di idee si presentava puntualmente all’apparire di un cadavere…”di un corpo caduto, che servirà come cibo al prossimo ospite di questa terra.

A Pisciotta, Cilento, l’anziano dice al giovane: quannu su muortu tinni fai nu tianu, un tegame, caro il mio figliolo cannibale. A Lhasa, Tibet, è tradizione smembrare il corpo di chi non c’è più, triturando anche le ossa, al fine di restituire tutto quel ben di Dio alla natura, diventando cibo per gli uccelli: si chiama sepoltura celeste. La cosa mi spaventa e al contempo m’affascina: che sia questa l’aporia di cui si diceva poc’anzi?

Il commissario Soneri s’imbatte in una “specie di fagotto”, che si rivela un uomo, chissà forse un barbone, e invece non lo è, a quanto pare, e comincia a rispondergli a tono, e presto si rivela un individuo particolare, la cui indole appare come obnubilata.

“… stava pensando che gli erano sempre risultate simpatiche le persone eccentriche. Gli offrivano le opportunità di guardare alle cose in una prospettiva sghemba e quasi sempre sorprendente.” – il mondo è una miniera di carismi celati, e l’esistenza umana può servire a salvare la diversità nell’unità, qualsiasi cosa questo significhi. E compito della scrittura è di eternarla: a thing of difference is a joy for ever.

Lo strano individuo gli confessa con sorprendente serenità: ‘Ho ucciso un uomo’”. Nell’ufficio della Mobile, il tipo comincia poi a narrare la sua storia, partendo dalla sua caratteristica principale. “Ho sessantotto anni e sono parmigiano del sasso” – che è come dire io sono cintura nera, undicesimo dan, mica come quei campagnoli. A Reggio esiste al pôpol gióst, il popolo giusto, di Santa Croce dentro le Mura, per intenderci. Quell’espressione non ti conferisce che la possibilità di definirti tale, e nulla più. Io ho vissuto oltre la Porta Medioevale che ti separa da via Roma, e sono scampato serenamente.

Roberto Ferrari, il reo confesso, fornisce nome (“Giacomo Malvisi”) e indirizzo della sua vittima (“via Carmignani 8”). Basterà andare da quelle parti e si troverà “al piano terra” il suo corpo.

Perché l’ha ammazzato?Soldi. Banale, vero? È tutto banale, come il mio nome.”

L’autore una volta disse che il cognome Soneri non esiste nell’elenco telefonico della sua città. I Ferrari riempiono intere pagine. Si chiama così anche l’amico che mi ha indotto ad accompagnarlo alla presentazione del presente romanzo.

La Christie diceva che si uccideva per soldi, per vendetta o per passione amorosa. Ferrari specifica: “In realtà non per i soldi…” – o non è solo per quello. Si è sentito tradito: “Non c’è niente di peggio che tradire la fiducia di chi ti aiuta. È molto più grave che rubare. Il ladro ti priva di qualcosa ma non ti getta addosso lo scherno e l’umiliazione. E invece il tradimento presuppone la peggiore umiliazione: quella di farti sentire inetto.”

Per completare il movente, ma non ce n’è affatto bisogno, mancherebbe solo la passione amorosa.

Una frase mi fa immedesimare per un attimo nell’assassino. Soneri gli chiede quale sia il suo mestiere, e lui gli domanda a sua volta: “Quello che facevo o quello in cui mi sentivo me stesso?”

Ferrari è un fotografo, d’arte immagino, uno che ama, anzi, amava viaggiare, ma per campare faceva il contabile.

Mentre Soneri si reca sul luogo del delitto, passa davanti allo stadio e si ricorda “che era in programma lo scontro con la Juventus, la squadra più odiata”, forse perché gli ricorda che la maggior parte dei crimini resta impunita. È diretto nella peggiore periferia cittadina, dove “chi ci abitava, salendo sul bus al capolinea, diceva ‘andiamo in centro’…” Pensa che noi di Santa Croce fuori le mura diciamo ancor oggi: andiamo in città, che dista la bellezza di mezzo chilometro…

“… c’era un prato incolto da cui provenivano enormi ratti capaci di intimidire anche i più selvaggi tra i ragazzi sottoproletari che abitavano i capannoni convertiti a case di via Navetta”.

Noi li chiamavamo pundgòun, tanto grossi e aggressivi che avrebbero inquietato non solo Rin Tin Tin ma anche il sergente O’ Hara.

Secondo Musumeci, sottoposto di Soneri, l’omicidio di quel James, o Giacomo a dir si voglia, era “un lavoro brutale di uno che aveva in corpo tanto odio.”

Le indagini proseguono: la vittima aveva ereditato dal padre una fiorente attività di consulenza finanziaria, ma non si era dimostrato all’altezza. I suoi stravizi avevano nuociuto all’impresa: “… in meno di quindici anni si era mangiato tutto…”

La storia è ambientata ai nostri tempi, all’insorgere della presente epidemia. Per cui prima o poi occorrerà mettersi la mascherina e la cosa non va giù al commissario, che ironizza su Musumeci che, anche se non c’è ancora l’obbligo, già la utilizza, come se fosse un bandito intento a svaligiare una banca.

Virus si ricollega alla radice indoeuropea vis-, che significa attivo (da cui anche il latino vis, forza). Leggere un libro significa entrare in un organismo altrui e utilizzare le sue energie per motivi a volte diversi da quelli previsti dall’autore. Chi, come me in questo momento, reagisce all’altrui opera, appropriandosene, in fondo non è che un parassita che agisce per conto suo, in accordo però con la medesima funzione biologica, che è quella di tramandare la propria differenza.

Non è del resto facile creare un testo che non si sia nutrito dell’altrui esperienza. Finora la prosa di Varesi mi è parsa molto originale, pur risentendo dell’eco di alcuni maestri, soprattutto il Sciascia di Todo Modo. Nulla si crea, nulla si annulla, ma panta rei, trasformandosi. Ovvio che per me, il più acuto dei virologi è argentino, non ci vede un granché e si chiama Jorge. E non ha mai vinto il Nobel!

Un romanzo è come un albero, con tanti rami e ognuno di loro può portare dei frutti. Non tutti però lo fanno. Ne colgo uno: “Tutto spuntava come una vecchia foto sfuggita dalle pagine di un libro. Pensava alla mente che a volte accavalla il tempo come un mucchio di stracci.” – si dice che il divenire delle cose sia un’illusione, ma forse lo è la mente che adatta il tutto ai propri bisogni.

Ferrari chiede di parlare con Soneri. Non sono di certo amici, eppure una relazione indefinibile li sta avviluppando. Ferrari lo stima. Dentro di sé anche il commissario prova una certa simpatia, forse inconsapevole, o forse pena. Questa è l’impressione che danno: compagni di viaggio, destinati chissà dove. Il reo confesso gli chiede:Si sente davvero un inquirente, trascurando il resto?” La qual cosa sembra voler significare: il mio strano caso la interessa soltanto professionalmente?

Soneri risponde: “So stare entro i confini che mi sono stati assegnati, ma nulla mi impedisce di essere compassionevole.

Pronta replica di Ferrari:Questo è il primo passo per uscire dai confini: essere partecipi di una passione, capire l’altro, anche chi uccide. È a questa parte di lei che voglio parlare.”

Amicizia, come amore, deriva dal sanscrito kam’a, passione. “… siamo un po’ tutti, chi più chi meno, degli assassini. E contemporaneamente delle vittime. È questo miscuglio imperscrutabile di bene e di male a confonderci…”

Dare e ricevere bene per male, e viceversa: “I fatti sono pieni di diavoli e angeli che se la danno di santa ragione.” – in un eterno e appassionato conflitto: Śiva e Visnù.

In un romanzo nulla accade per caso, men che meno in un noir. Per caso Soneri incontra un vecchio conoscente, uno strano personaggio che si chiama Sbarazza. Un tipo che ha amato l’arte come se fosse una femme fatale, e che per lei si è rovinato. E che conosceva Giacomo Malvisi, e il di lui padre e gli spiega che il vecchio era “casa, lavoro e messa domenicale.” – un tipo serio, senza vizi, “molto vicino ai preti”, che gli procuravano clienti, che “ha cominciato nel ramo delle assicurazioni, ma l’attività più redditizia è stata quella della gestione patrimoniale…”

E il figlio? “… dei piaceri non si faceva mancare niente. Come me, del resto. La differenza sta tutta nel tipo di piaceri che si cerca. Io li cercavo nei musei, lui nei night.”

E poi Sbarazza si sbarazza del capitolo terminandolo con queste parole: “Siamo prismi di cristallo che il tempo ruota. Riflettiamo di continuo un’immagine diversa.” – ancora quell’immagine del tempo che qualcuno ha anche detto che non esiste affatto, e forse noi insieme a lui.

Soneri è impegnato in un’indagine parallela. Un tipo “alto e magro” carpisce la fiducia di alcuni uomini d’affari, simulando la vendita di merci “tenendosi l’anticipo” per poi sparire; “un tizio basso e un po’ atticciato dall’aspetto lugubre per via degli abiti e della camicia scuri”, il quale “si era proposto di acquistare una grossa partita di piante officinali” e che “due giorni dopo aveva caricato il tutto sul camion ed era sparito.”

Mi pare la narrazione delle relazioni di coppia in senso lato: ognuno cerca nel prossimo la propria convenienza e, se non la trova, il rapporto che tanto prometteva si spezza per sempre.

Mi auguro che non accada lo stesso fra il commissario e la sua donna, l’avvocatessa Angela Cornerio, difensore assunta da Ferrari. Fra i due si sta ingarbugliando un confronto che sfocerà in un conflitto che pare sempre più inevitabile. Nessuno dei due deve confidare all’altro ciò di cui è venuto a conoscenza. Queste sono le regole del gioco.

“È così difficile poter affidarsi completamente a una persona, anche a chi ti è più vicino c’è sempre qualcosa di impenetrabile che ti respinge. In definitiva, si resta ogni volta soli. Ci si illude soltanto.” Questo concetto, l’illusione che pervade ogni aspetto della vita, diventa alla fine il collante che unisce le anime. O che le illude in tal senso.

“… In quel momento non eravamo più una coppia che non ha paura a mostrarsi, ma io il commissario e tu l’avvocato: due nemici che diffidano l’uno dell’altro. È stato questo a ferirmi.”

Lei pare stupirsi di questi cinici ragionamenti. E lui non riesce più a frenarsi: “… Tu non ti fidi a parlarmi perché temi che io tradisca le tue confidenze e pensi che un poliziotto resta sempre tale anche nudo mentre fa l’amore.” – un’immagine che dà fin troppo bene l’idea.

“Lei lo abbracciò, ma Soneri stette immobile senza reagire.”

Lei ora vorrebbe abbandonare il caso. Lui è più cinico, che poi significa che vede le cose come stanno: “… forse questa è la condizione in cui vivono tutti: è quel che ci tocca.” – il destino da cui a stento sapremo liberarci, o forse non potremo mai farlo. Chi vivrà vedrà, forse.

Angela chiama Soneri per dirgli che Ferrari desidera incontrarlo di nuovo. Il rapporto si rivela più stretto di quello che si poteva immaginare. I due sono così opposti nel carattere che non posso fare a meno di attrarsi.

“… Lei ordisce agguati, nel mio caso è la realtà che decide di svelarsi…”

Ferrari è un fotografo che dice che non occorre cercare di sorprendere l’attimo fuggente ma è quell’attimo che finisce per cascarti, prima o poi, addosso. Basta saperlo aspettare. Il commissario ammette: “… lei è un artista e coglie il meglio, io tendo trappole e acchiappo il peggio.”

Ferrari è un uomo saggio che ha la pazienza di osservare le cose e che sa che “… la nostra essenza è la contraddizione”, una delle quali, “la più grossa è questo sbattersi sapendo che tutto è vano”.

Ma è anche un assassino che si professa tale: James era un mediocre furfante, ed è stato “questo disprezzo per la vita a farmi prendere la sua.”

Valerio Varesi
Valerio Varesi

L’assassino ha frequentato varie missioni in Africa, dove “i bambini muoiono di dissenteria. Li ho visti liquefarsi a poco a poco. La loro giovane vita scivolare via dal culo e i loro occhi diventare sempre più grandi, fino a spegnersi sul viso che si fa sempre più piccolo.” Egli sa che il commissario è in grado di capire il motivo del suo delitto. Questo non cambierà quasi nulla, ma quel quasi è importantissimo.

Secondo Sbarazza, che ogni tanto viene consultato, “… Ferrari è un uomo che ha fatto della coerenza e della servitù a un’etica una norma inderogabile. Per l’altro la regola era non averne nessuna.” Tra l’altro, aggiunge: “Il bello non ha regole, è così e non occorre aggiungere altro. Ci piace e non siamo nemmeno perché. Nel suo mistero riposa la nostra consapevolezza”, e così conclude il suo sermone: “Io sono vissuto in questa ammirazione e sono felice. Ho dissipato tutto per la mia felicità. Cosa c’è di meglio di essere felici?”

Non ho mai incontrato tante nature religiose come in questo noir. Tanto per continuare la Via Crucis Soneri torna da Ferrari, che gli sbatte sul muso una difficile verità: “Rispetto a lei ho il vantaggio di essere credente e di considerare tutto relativo, in questo mondo.” E io che credevo che la divinità e il mio rapporto con Essa dovesse essere un atto assoluto! Mircea Elide diceva che il Sacro è quel luogo mistico dove l’Umano si unisce col Divino. Opinioni, doxa… Per questo ho sempre amato i paradossi, che sono delle miracolose spinte in avanti, verso l’Ignoto.

Quel Santo Assassino continua la sua omelia: “Il male e il bene vivono abbracciati dentro di noi. Nessuno è contemporaneamente buono né completamente cattivo. Compresi i Santi e i Diavoli.” – che in comune hanno tanto, ma soprattutto la medesima paternità. E definisce il suo delitto: “una reazione istintiva di fronte alla malvagità, siamo così vulnerabili che basta un attimo. Ma proprio la mia reazione dimostra che la malvagità non ci appartiene davvero. È una frustrazione che la scatena. Lei crede il contrario.”

Io non credo, forse, e penso a un amico che definisco, per scherzo, il grandissimo cattolico, che una volta mi sorprese con quel che pareva una battuta ma non lo era: a differenza di me, lui aveva l’arma della confessione. Una specie di vaccino del giorno dopo.

Ferrari vive agli arresti domiciliari in compagnia della sorella Artenice, che pare così devota al fratello, tanto che “tutto in quella casa osservava un rituale tale e quale una messa.” Egli spiega come James non inseguisse più alcun desiderio e che “sta proprio in questo la sua abiezione”: lasciate che i piaceri vengano a me!

Un attacco di ira (forse di tipo religioso) colpisce quell’assassino e il commissario per la prima volta ipotizza “un caso di polarità”.

La sorella, comparsa all’improvviso,dava l’idea di un’infermiera che accorre al capezzale di un malato allarmata da un lamento.”

Ferrari ammette di non riuscire a imporsi il pentimento del proprio peccato. Sta’ a vedere che in queste occasioni salta anche la confessione. Dentro di me lo capisco. Alcuni anni fa è morto per cause naturali un uomo che disprezzavo e forse anche un po’ odiavo, e ancor oggi non riesco a pentirmi di quei brutti sentimenti.

Quell’uomo informa Soneri che la Mariani, l’anziana segretaria di James, lo era anche del padre di questi, nonché la sua negletta compagna di vita (rapporto vissuto clandestinamente in quella città così raffinatamente ducale): “gli è stata fedele per quarant’anni e credo fosse innamorata subito di lui…” la religione si fonda anche sul servizio delle donne, a cui però Angela non pare voler sottostare. Dentro di me sento che è si tratta di un suo sacrosanto diritto.

Merda! Dice il “vecchio Tinelli barcollante”, amico di Soneri, che “sotto c’è la merda.”

Non sempre ci pensiamo, ma sotto i nostri piedi scorrono i liquami delle fogne, che raccolgono i nostri rifiuti organici.

“I popolani e gli ex contadini che abitavano da queste parti sapevano cos’era la merda. La loro e quella degli animali che avevano intorno. Erano nella merda fino al collo in tutti i sensi.”

Ormai abbiamo perso tale aulente consapevolezza. Io sono nato in una via che agli inizi del secolo ventesimo era definita via della merda, e che fu poi intitolata a una clamorosa sconfitta dell’esercito nostrano in Etiopia. L’hanno asfaltata solo negli anni ’70, eppure io sono contento di averci passato la mia giovinezza.

Il commissario pensa che chi ha assassinato James “non ha certo un aspetto aggressivo” – avendo in mente Ferrari, ovviamente. E io comincio a sviluppare una fantasia. Un reo confesso a volte agisce per un fine nobile, per proteggere un’anima cara e forse anche angelica. Me ne vengono in mente un paio, ma una sola non lo è troppo, angelica. Non so se è cara a Ferrari, però.

Dice un vecchio che è anche saggio:Credo sia meglio non capire, così si continua a cercare. Che poi è l’unica salvezza.”

Non comprendo come mai questa segretaria, l’anziana Mariani, “ogni notte saliva su un autobus e si lasciava portare in giro per la città.

Nella vita tutto e nulla avviene per caso. In un noir i due aspetti dell’illusione convivono, ma, tanto per citare Monod, non esiste tanto il caso quanto la necessità. Il noir ha un aspetto sociale, ma è l’unica differenza notevole rispetto ai thriller consueti.

A pagina 215 colgo un’assurdità:Il commissario rise e ordinò un trancio di erbazzone” – cosa ci fa al di là dell’Enza la più famosa pietanza arşâna? Mistero su mistero!

Un tono di voce di Artenice Ferrarisuggerì a Soneri il pensiero che in tutte le persone pervase da fedi profonde coesistessero comprensione e disprezzo. Forse era quella la chiave per capire Ferrari e il suo gesto.” Mi domando se ciò sia corretto. Forse, parola salvagente! La religione, legando, fa sì che chi si sente avvinto giudichi in pericolo chi è sciolto: un pensatore libero, ma senza guida, sperduto e candidato all’eterna disgrazia.

Secondo Sbarazza le persone “non sanno guardare. Io mi rammarico di morire perché vorrei vedere come va a finire. Osservo la realtà come fosse un film, e trovo assurdo che uno lo interrompa a metà.”

Altri concetti che fanno pensare, e penare. Se un’anima è infinita, parlare di metà è da ingenui. Se non lo è, ha senso il detto carpe diem. E se fosse al contempo illimitato e finito? Così si dice sia l’universo, che si espande circolarmente, come una biglia schizzata dal Nulla e diretta a un’eterna rinascita. Un gioco cosmico in cui siamo coinvolti per caso o per necessità, chissà chi lo sa.

Soneri dice a Sbarazza che “è la persona più innamorata di questo mondo che conosca.” Al che quello strambo filosofo reagisce sorridendo e rispondendo a modo suo: “Perché vivo in un altrove.” – ma se lo spazio è discontinuo come dicono, chi sa vivere altrove che colà?

Soneri orna dai due misteriosi fratelli, a cui dice: “Non c’è mai qualcosa di talmente netto da non suscitare dubbi.” – e aggiunge: “Tutto sta nell’interpretarne la fondatezza.”

Ogni interpretazione è una traduzione nella propria lingua, un tradimento, una modificazione dell’esistente. Secondo Heisenberg ogni osservazione muta la cosa osservata e ogni conoscenza non può che essere indeterminata e caduca. Quello a cui si può aspirare è un minimo di accuratezza.

Fra Soneri e la sua donna avvocato la situazione è sempre più complessa: “Ci siamo messi in un groviglio. Ci rinfacciamo il nostro comportamento pubblico sulla base di motivazioni private e viceversa. È un corto circuito da cui dobbiamo uscire al più presto.”

Occorre affidarsi a qualche miracolo che se lo si cerca a volte sfugge, ma di poco, e si può appena sfiorarlo, come accade con il pennuto a cui si riesce a malapena a colare un granello di sale sulla coda: “Il destino.”

C’è poi lo scioglimento del mistero che sorprende un po’, ma non troppo, perché l’autore ti ci porta pagina dopo pagina. La colpa esiste e perciò non può mancare il colpevole, o un’associazione mirata allo scopo di delinquere. In nome della giustizia, magari. Mistero su mistero, come quel fatto dell’erbazzone.

Dopo aver assistito alla presentazione del libro, ho capito che il suo aspetto più intrigante sarebbe stato scoprire se alla fine di quei travagli esistenziali, si sarebbe giunti a un’agnizione, e se si sarebbe riconosciuto il vero volto della dea Giustizia: Dike, figlia di Zeus e di Temi. A volte po’ quella figlia di Dio assomiglia alla sua infame sorellastra, Ate, la quale non tocca mai il suolo, ma ama veleggiare sulla testa degli uomini, e forse anche degli dei, inducendoli all’errore.

Il libro è anche un viatico che permette all’intraprendente e sèinper in viâs letôr arșân, eterno e curioso girovago, di girare per le vie e viuzze di Parma, città tanto vicina eppure tanto lontana da sembrare improbabile, che poi si finisce per scoprire che le vere differenti con Reggio è il termine ducale (per cui l’INPS è IDPS) e che colà i cento euro sono grandi come lenzuola. Così da sempre si sussurra a riguardo nella mia piccola e pugnace cittadina.

Quando sono andato con degli amici alla presentazione del noir di Varesi, presso la Salumeria Ugolotti di Langhirano, non potevo aspettarmi che si servisse del cibo vegano. E da alcune settimane il mio piede sinistro si era un po’ gonfiato, forse per un principio di gotta.

Dopo aver ingurgitato, con un profondo senso di colpa, gli insaccati locali, nonché una strepitosa torta rossa, il tutto innaffiato con dell’allegro vinello, e dopo aver concluso, due giorni dopo, di leggere Reo confesso, sentii che il fastidio era miracolosamente cessato!

Potenza della (mia personale) Fede… Viva dunque Bagolonia e tutti i suoi estrosi abitanti! parola ed n’arşân tésta quêdra!

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Valerio Varesi, Reo confesso, Mondadori, 2021

 

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