“Todo modo” di Leonardo Sciascia: ogni mezzo per cercare la volontà divina

Todo modo di Leonardo Sciascia è un’opera regolarmente irregolare, imperturbabilmente divertente, che sono convinto di aver compreso in parte senza capirla granché. Ho sottolineato alcuni suoi passi in itinere, e ho tentato di scriverne un commento solo dopo aver letto quello che succede alla fine stessa. Non subito ma la mattina dopo, appena sorbito il caffè.

Todo Modo di Leonardo Sciascia
Todo Modo di Leonardo Sciascia

Qualcosa alla fine assimila me all’eroe (esagerata definizione) del romanzo, essendo io, in questo periodo adagiato, in una certa inadempienza esistenziale: “non avevo impegni di lavoro o sentimento; avevo quel tanto, poco o molto (ma fingevo fosse poco), che mi consentiva di soddisfare ogni bisogno o capriccio; non avevo né un programma né una meta (se non quelle, fortuite, delle ore dei pasti e del sonno); ed ero solo.”

Io non sono solo bensì immerso in un cosmo che sbadiglia lontano, indifferente, atarassico, impegnato altrove.

Egli guida: “con una calma che rendeva innocue le distrazioni in cui frequentemente cadevo”, che non gli impediscono ma favoriscono, l’incontro col destino, che non è il fato sancito dagli dei, ma una cosa molto più italiana, tipo l’arte di arrangiarsi, dove ognuno concorre a essere subordinato in primis a se stesso, e poi al resto del cosmo.

“… ad una svolta, la scritta ‘Eremo di Zafer 3’, nera su giallo: a cui subito abboccò, come ad un amo, quella mia inquietudine, quella mia apprensione– la stessa che m’indusse a leggere, qui a Racalmuto, ‘sto romanzo di Leonardo, Nanà per gli amici.

L’io non mi pare un tipo in cerca di scandali, del resto: “… lo scandalo c’è già stato” – uno degli innumerevoli, non fu il primo né sarà l’ultimo. Per cui l’io dice: “Non sono un giornalista. E mi piacerebbe sapere qualcosa anche dello scandalo.” – parafrasando un paio di detti evangelici: chi non ha scandali getti la prima confessione…

In quel luogo poco ameno, il dominus pare essere un sacerdote.

Trovai don Gaetano (non poteva che essere lui…” – perché? Emanava effluvi, iridescenze, esprimeva autorità? Non sono domande a cui è facile rispondere, non sono nemmeno da farsi, forse.

Alto nella lunga veste nera, immobile; gli occhi di uno sguardo lontano, fissamente sperso…” – che “sembrava non vedermi, ma mi venne incontro. E sempre come non vedendomi, dandomi la curiosa sensazione, da sfiorare l’allucinazione, che si doppiasse visivamente, fisicamente – una figura immobile, fredda, propriamente discostante, che mi respingeva al di là dell’orizzonte del suo sguardo…” che t’accoglie, come sarebbe auspicabile succedesse quel giorno in cui… ma… andiamo oltre…

Egli dice, parlando della contemplazione:io la riconosco nell’imbecille. Non c’è niente di più profondo, di più abissale, di più vertiginoso, di più inattingibile… Solo che non bisogna contemplare troppo” – si tratta di una serie d’antifrasi? Oppure di concetti positivi? O sono anti-particelle che fuggono dal futuro, che si uniscono alle consorelle presente? Se s’incontrano, si elidono, sprigionando energia: questa è l’impressione che ricavo da ogni frase di don Gaetano.

Il visitatore vorrebbe partecipare “agli esercizi spirituali”, forse “per curiosità”, o forse per “cogliere in pratiche che lei, forse, ritiene non degne degli uomini; di deriderli…

Forse.” – “è così...”

“… non si sa mai, quello che può nascere da un simile impulso: un atto di libertà…”la più amena delle aspettative umane.

“… la conversazione di don Gaetano mi dava un grande piacere…” – a prescindere dall’argomento trattato, magari soltanto di sfuggita.

Un argomento che intriga, e come un cantante che rimane al contempo fuori e dentro il coro, dice: “Lasciando stare Dio, poiché quel che sappiamo del suo giudizio è dato dalle scelte che noi operiamo per salvarci, e io penso che conti di più la nostra volontà che le scelte...” – quel che determina il nostro determinismo è quel rende probabile il nostro probabilismo: una fattiva, spesso antagonista, relazione con l’Altro.

Quando don Gaetano “se n’era già andato, la sua immagine persisteva come negli occhi chiusi e nel vuoto; sicché non si riusciva mai a cogliere il momento preciso, reale, in cui si allontanava.” – un effetto paragonabile a quello di “una sfera d’ipnosi”.

Don Gaetano è un essere super partes, ma sopratutto alieno alle altrui sopraffazioni o sudditanze: “Altro che cardinale, poteva anch’essere un papa – oppure un parroco di campagna al suo primo incarico. Il potere, legato alle cose, non gli apparteneva, né lo soggiogava. Se pareva dominare era solo per un effetto ottico”: egli non ti guardava dall’alto, e forse nemmeno dal basso, che potevano essere solo dei punti di vista, ma lateralmente, avvolgendoti. Questa è stata la mia impressione di lettore, e anch’io mi sentivo da lui osservato.

Il protagonista è indeciso se andare a vedere ‘sti benedetti esercizi spirituali:Ma ci andai. E mi annoiai moderatamente. Non assistevo a una messa da almeno un quarto di secolo (e scrivere un quarto di secolo invece che venticinque anni s’appartiene alla mia civetteria d’invecchiare).”

L’io non aspira ad apparire, ma a essere sincero, pur nelle sue vanità, come se nel raccontarle, esse fossero giustificate dagli eventi umani.

La messa, in italiano, non lo esalta né lo delude: “mi abbandonai a riflessioni sulla Chiesa, la sua storia, il suo destino.”

Quei passi nell’antica lingua erano ridotti male, “nel senso di quando si dice com’è ridotto il tale.” – vittime ormai, con tutto il resto, dell’entropia universale, in un’irrimediabile perdita dell’effetto finale.

“L’acqua unita al vino sia segno della nostra unione con la vita divina di Colui che ha voluto assumere la nostra forma umana” – il che lo induce a mal reagire: “Che insulsa dicitura, da far pensare a quegli esseri insulsi che a tavola allungano il vino con l’acqua”vin sutîl, sottile, preferito a quello s-cétt, schietto: così li differenziano dalle mie parti, in Emilia.

L’io è un pittore sufficientemente famoso per poter affermare: “Una volta o l’altra farò una mostra di tele con la sola mia firma, da vendere a prezzi piuttosto alti; e suggerirò al mercante questo slogan: ‘fatevelo da vi, un grande pittore ve lo ha già firmato.’”.

Un mondo dove l’apparenza è giudicata fallace, e non si pensa che sia la nostra tendenza alla falsificazione a renderla tale.

“Mi assalì allora il pensiero, un po’ molesto un po’ ironico, che continuando così a riflettere e ad accusarmi, avrei finito col fare davvero gli esercizi spirituali: e sarei stato il solo, poiché tutti quegli altri che a fare gli esercizi erano venuti sembravano, ed erano, del tutto alieni dal farli.” esiste un’espressione campana che allegorizza la situazione: far ‘a parata.

“Si sentivano in vacanza: ma una vacanza che permetteva di riannodare fruttuose relazioni, ordire trame di potere e di ricchezza, rovesciare alleanze e restituire tradimenti.” – ricostruire l’immagine della loro assemblea di uomini di potere.

“‘I papi’ disse don Gaetano ‘sono sempre in buona salute, si può dire, anzi, che non solo muoiono in buona salute ma di buona salute. Parlo, si capisce, di salute mentale…” salus nel senso di salvezza?

“‘… non si è mai dato il caso di un papa che per età, per arteriosclerosi, cominci a sragionare. Voglio dire: non si è mi saputo.’
‘Non si è mai dato, appunto’ disse il cardinale.
‘Non si è mai saputo’ ribadii.
‘Le cose che non si sanno, non sono’ disse don Gaetano.
‘Io direi che certe cose possono non sapersi, ma sono’ risposi.”

Samuel Beckett
Samuel Beckett

Quello che precede è la conversazione di tipo beckettiano, tanto frequente del romanzo sciasciano.

Un papa strambo almeno è però esistito, per esempio “Pio II” coi “suoi deliziosi Commentari… Intanto, la stramberia che è nel fatto stesso di scrivere, da papa, la storia della propria vita: che è affezione più da avventuriero che da papa…”ogni forma di scrittura è aggrovigliata, come un’edera affamata, alla vita dello scrittore, ed è sempre autobiografica.

Ad allietare le giornate del ritiro spirituale, ci sono cinque donne, la cui presenza non è ignota a don Gaetano, che lui permette, e la cosa parve sorprendente agli occhi dell’io narrante:

“‘E lei permette…?
‘Amico mio: io permetto tutto. Ammetto e permetto.
‘Ma, dico, gli esercizi spirituali…’
‘Ho l’impressione che lei ci creda più di me: che li prenda cioè alla lettera o nel significato originale, ignaziano…’”

Il significato originale è un dato ormai smarrito, poiché, come dice l’ardito filosofo: panta rei

“È una cosa talmente semplice, il fare all’amore… Che è poi l’amore: non ce n’è altro, tra un uomo e una donna… È come aver sete e bere. Non c’è più niente di più semplice che aver sete e bere; essere soddisfatti nel bere e nell’aver bevuto; non aver più sete. Semplicissimo…”

Don Gaetano pare un marcusiano, se non un reichiano. Pare soltanto: “ma io sono tanto reazionario quanto rivoluzionario”ognuna delle due formae mentis risultano disponibili a seconda dell’evenienza.

“È la castità che mi porta a semplificare quello che si chiama amore. Ed è la non castità che porta lei a complicarlo. Certo, lo riconosco, la castità è spaventosa: ma soltanto nei primi tempi che la si sceglie ed affronta…”

L’io si confessa: “‘Io non posso vivere’ dissi ‘se non amando una donna: e con tutte le complicazioni possibili. Non sempre la stessa donna, si capisce. Ne scompare una, dalla mia vita, e ne compare un’altra. E a volte la seconda compare prima che sia scomparsa la prima.” – non nuova, ma lavata con quel noto detersivo che si usa per i capi delicati; la prima serve, alla fine, soltanto a trasferire i propri dati alla succedanea.

“Un bambino chiede che gli si racconti la stessa fiaba, preferisce lo stesso giocattolo, ripete lo stesso giuoco: fino a che non è più bambino. Il dongiovannismo non è che il prolungamento di questa legge oltre la pubertà: nella giovinezza, nella vecchiaia…” – più sinteticamente: “… è un prolungamento di immaturità…”

Teoria dongaetanesca perlomeno fantasiosa: “… non c’è mai stata una sessofobia cattolica. Nel passato, non si è fatto altro che arricchire e raffinare. Se mai oggi, nella permissività, si può intravede un movimento di sessofobia…” – provo a tradurre questa lingua forestiera: il sentimento religioso rende più gustoso il peccato, rispetto a quello che farebbe uno svilente permissivismo.

Intanto i meditantierano in preda all’ansietà di comunicarsi i risultati della meditazione: proposte in numeri e numeri in proposte, piccanti aneddoti a carico di amici-nemici e di nemici-amici, adulazioni, condiscendenti apprezzamenti, e qualche barzelletta oscena piuttosto arretrata.”

Da questo origina il “numquam duo che è regola dei seminari, e dovrebbe essere di ogni riunione di cattolici…” – cosa che nell’Eremo di Zafer 3 non è contemplata: “… sicché lo spiazzale diventava come un telaio su cui si stendeva una fitta trama di inganni, di tradimenti…”

Il gregge ciarlante si dirige verso il don: “non casualmente, ma come per un’adunata stabilita, prescritta. E il mio malumore di dissolse nella curiosità.”

L’io pare, a ogni piè sospinto, a ogni pagina, combattuto fra i due sentimenti di attrazione e di repulsione, entrambi portatori di disagio.

Il gregge ha realizzato ora la posizione la figura regolare del quadrato: “don Gaetano lasciava che il quadrato si aprisse nel suo star fermo e andasse avanti, ricongiungendosi, finché lui non si fosse trovato, al momento del dietrofronte, al centro dell’ultima fila, che diventava la prima. Certo, qualcuno si confondeva: ma la recitazione del Rosario non perdeva ritmo.”

Uno spettacolo! Alla fine del quale chiede il don all’io: “Le è piaciuta la scena del Rosario?” – la risposta immediata non può essere che “Moltissimo.” – anche se lo stesso si direbbe dopo aver assistito all’azione costringente di un boa ai danni di un formichiere gigante.

Dice ancora il don: “… i preti buoni sono quelli cattivi. La sopravvivenza, e, più che la sopravvivenza, il trionfo della Chiesa nei secoli, più si deve ai preti cattivi che ai buoni. È dietro l’immagine dell’imperfezione che vive l’idea della perfezione…” ogni ente cela dietro di sé il proprio opposto, Śiva dissimula Visnù, e viceversa.

E spiega cosa sia la Chiesa: “… un prete buono le risponderebbe che è la comunità convocata da Dio; io, che sono un prete cattivo, le dico: è una zattera, la zattera della ‘Medusa’, se vuole; ma una zattera.” – di tipo escatologico.

“… come quelle parole erano pronunciate dalle donne che d’inverno intorno al braciere, d’estate nel cortile, si raccoglievano a dire il Rosario, negli anni della mia infanzia. E quel ricordo aggiungeva grottesco al grottesco, e specialmente ricordando la ‘turris eburnea’ che diventava burrea: quasi una promessa, per il paradiso, di pane imburrato, a me che da bambino piaceva.” – a me pare che vi sia un quid d’universale che può legittimare il sogno della fraternità umana: quel liquido bianchiccio detto latte, che ci ha formato dalla nostra primissima infanzia. E che mai ci scorderemo.

Hanno ucciso un senatore! Viva il senatore!: “Nella morte, la sua faccia aveva perduto l’espressione volpina e preso un che di fragile, come modellata in una fragile materia, e di dolorosamente pensoso.

Leonardo Sciascia
Leonardo Sciascia

Esempio di sofisma sciasciano:Ho sempre avuto sempre ribrezzo dei gechi: e coloro che ne sostengono l’utilità nell’ordine della natura, in quanto si nutrono di moscerini alle piante nocivi, debbono ammettere che il disordine se non l’esistenza dei gechi è da riconoscerlo nell’esistenza dei moscerini: e che un miglior ordine sarebbe nella esistenza e dei moscerini e dei gechi che li divorano.” – il ragionamento, seppur capzioso, merita un plauso, ma capzioso rimane: nel panta rei è compresa qualsivoglia ammazzatina.

Dice il don: “Non voglio neppure pensare che sia stato qualcuno di voi...” – e, per caso: “Tutti, improvvisamente, lo pensarono, che era stato qualcuno di loro. A parte, si capisce, l’assassino.”

Quello di don Gaetano pare quasi un invito alla confessione, o forse no, forse non lo è affatto.

E, “se Dio non ci fosse?”

Non sarebbe “il male, il trionfo del male: bisognerebbe entrare nell’inesprimibile senza sentire la necessità di esprimerlo…”la necessità è figlia dell’imperfezione, non è un valore a cui ci si può affidare.

“… c’è una parte di me ancora esposta, ancora scoperta; ancora vulnerabile, se vuole.”che ancora umanizza l’uomo di Dio. 

E non è la parte migliore, mi pare di capire.” – non è sempre e solo così, però.

Ecco che lei torna alle parole che decidono, alle parole che dividono: migliore, peggiore; giusto, ingiusto; bianco, nero. E tutto non è invece che una caduta, una lunga caduta: come nei sogni…

Le differenze, specie quelle totalizzanti, sono una questione umana, non sacra, non religiosa, non divina. Si tratta di diatribe umane, che a nulla servono, se non ad acuire le differenze stesse.

L’io: “Nessuno merita di essere lodato per la sua bontà se non ha la forza di essere cattivo.” – è una questione di attrazione motivata dalla stessa repulsione. Ormai l’io narrante ha scelto il suo profeta, colui che dice: “Non ho una parte da cui stare. Aspetto che tutto si compia.”

Il “battesimo” che “aspetta”: “Il dolore, la morte: non ce n’è altro.”

L’errore della Chiesa, anzi, dei suoi governanti:è stato quello di identificarsi ad un certo punto, con un tipo di società, con un tipo di ordine.”

L’entusiasmo è un sentimento sacro: “… il secolo diciottesimo ci ha fatto perdere il senno, il ventesimo ce lo farà riguadagnare. Ma che dico, ce lo farà riguadagnare? Sarà finalmente la vittoria, il trionfo.”

Pochi dubbi ormai che il mondo sia tondo, che lo spazio e il cosmo stesso siano curvi: “Non c’è fuga, da Dio; non è possibile. L’esodo da Dio è una marcia verso Dio.”

Lo stato? “… spero che non darete il dolore di dirmi che lo stato c’è ancora…” – no, stia tranquillo, don, è in fin di vita e le convulsioni della sua agonia sono terrificanti.

Il terzo morto (del secondo poco occorre parlarne) è proprio il don, probabilmente ucciso, se non suicida. Oppure è deceduto “di morte naturale. Come se la morte, e don Gaetano avrebbe dovuto insegnarglielo, non fosse sempre e comunque naturale.” – anche la bomba di Hiroshima lo era.

Il don morto “sembrava il particolare di un quadro di caravaggesco minore. E dico minore perché tutto, in don Gaetano morto e intorno a lui, era minore; voglio dire sminuito, ridotto, sommesso: rispetto a come era da vivo.”

Altro particolare essenziale:Gli occhiali pendevano dalla barella, dondolavano al passo dei portatori.” – ancora vivi, almeno loro.

Chi è l’assassino? La domanda è ridicola. L’unica che importa è: chi fu il morto, e perché?

“Io lo dico sempre, caro commissario, sempre: il movente, bisogna trovare, il movente…” – a parlare è qui il procuratore, Scalandri, che non ho citato fin qui perché privo d’importanza reale, rappresentante di quella società fantasmagorica, che a nulla serve, se non a riprodurre se stessa. La quale è già morta, ma ancora si dibatte, e ogni suo contorcimento reca dolore all’umana condizione. E il romanzo di Nanà ne riproduce compiutamente la divertente angoscia.

Alla fine sono davvero contento di aver frequentato questi signori, e ancora di più d’essermeli tolti di mezzo, ora che devo passare necessariamente al secondo atto della medesima tragedia: Il contesto.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Leonardo Sciascia, Todo modo, Mondadori

 

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