“Esiste il rapporto sessuale?” di Massimo Recalcati: una risposta esistenzialmente necessaria

Quando in una disamina si parte da un quesito esposto da un maestro del pensiero, in questo caso psicoanalitico, in questo caso: esiste il rapporto sessuale, significa che s’intende andare oltre all’insegnamento ricevuto, per tentare di ricercarne il concreto significato.

Esiste il rapporto sessuale? di Massimo Recalcati
Esiste il rapporto sessuale? di Massimo Recalcati

Il maestro riconosciuto dell’autore è, oltre che Freud, soprattutto Jacques Lacan. Da un punto di vista scientifico, il miglior maestro è quello che ti permette di falsificarlo.

Gli esseri umani si accorgono che non è così semplice tenere insieme il desiderio sessuale all’amore…”, poiché “la vita erotica è labirintica” e che “non ha proprio nulla a che fare con l’istinto.” Inoltre: “… in ogni relazione sessuale il desiderio, prima di incontrare il partner, è strutturato inconsciamente da un fantasma singolare che detta le regole di questo stesso incontro.”

Una frase che, come tante altre nell’opera, appare assoluta e al contempo contraddittoria: “Fallire il rapporto significa anche liberarsi dall’illusione della sua liberazione.” – che è come dire che, finché si fallisce, si cade, ci si può rialzarsi e tentare una nuova possibilità esistenziale.

In genere io commento un’opera in itinere, mentre la leggo. In questo caso ho scelto di giungere in fondo, allo scopo di limitare i danni di una mia probabile incomprensione.

La caduta del velo della fantasia erotica, con la necessaria messa a distanza dell’oggetto del godimento, tende a mercificare il sesso, a ridurlo a oggetto di scambio in un mercato che esclude per principio la presenza, sempre più ingombrante e anacronistica, dell’amore.” Il velo indica forse un’illusione: la fantasia erotica è mistificante e fuorviante. L’uomo (e la donna), qualsiasi coppia di amanti, a prescindere dall’anatomia, è composta da due mercanti che tendono a offrire in cambio il proprio oggetto mirando a ottenere quello altrui.

Il sesso è visto oggi come un diritto, per cui non si deve mettere in discussione: “La vita senza sesso oggi non sarebbe vita, ma una sua forma inaccettabile di amputazione.” – anche benefica e necessaria.

L’autore spesso cita i casi di vari suoi pazienti, mettendosi in una posizione di ovvia superiorità rispetto al lettore, che può, dal canto suo, esibire i casi di alcuni pazienti amici, dove pazienti è un semplice attributo.

La pratica psicoanalitica sembra basata su un rapporto maestro-studente, con tutte le limitazioni che questi approcci comportano. Il dialogo fra amici non è cattedratico e spesso è fluido e in grado di costruire i ragionamenti abbastanza complessi. Un mio anziano amico mi riportò una volta il detto arşân: at ringràsi Nòster Sgnòur che t m’ē castrê sèinsa dolòur! – si ringrazia il buon Dio di aver clementemente provveduto a una castrazione senza dolore. Questa rassegnazione, tenendo presente che l’ôm arşân è generalmente un epicureo di sinistra, convive con quell’altra più edonistica: ôcc e mân agh ân sèinper vintân – occhi e mani hanno sempre vent’anni. Del resto in siculo si dice che a qualsiasi età una taliàta a una bella fìmmina è sempre lecita. In campano il termine rattuso, rapido come un ratto, spesso, anche se non necessariamente, viene riferito a vecchierello.

Questo significa che un uomo in andropausa può rinunciare a una vita sessuale completa senza sentirsi per questo umiliato (del resto il fenomeno già occorse agli avi), essendogli sempre consentita la possibilità di ammirare la bellezza e, ove possibile, sfiorarla. Si tratta di un sesso residuale? Terzo detto arşân: più tòst che gnînt l ē mèj più tòst: piuttosto che niente è meglio piuttosto.

Questo vale, oltre che per gli anziani, per coloro che, per i motivi più disparati, stanno rinunciando, al momento, o per tutta la vita, a una vita sessuale normale o intensa. Con tutta la mia buona volontà, non riesco a immaginarla come a un’amputazione, bensì come a un adattamento esistenziale a una particolare situazione. Può esservi talvolta un’amputazione, ma non mi pare un fatto inevitabile.

Un paziente esprimeva una verità incontrovertibile: “La sola cosa che conta veramente nella vita è scopare” – e l’autore non riesce a dargli torto. Vorrei poter vedere entrambi su un’isola deserta, alle prese anche e soprattutto con la necessità di sopravvivere. Marx direbbe forse: la sola cosa che conta veramente nella vita è l’economia. Quarto proverbio arşân: tót i cujòun a gh’ân la só pasiòun – tutti i coglioni hanno la loro passione: nessuna delle quali è più o meno umana delle altre.

Quanto ho scritto finora non intende contraddire in toto le teorie riportate dall’autore, ma tentare di togliere a esse il loro, almeno apparente, carattere di irrimediabilità assoluta. Egli ha le idee chiare che si sono formate in anni di studi e di pratica psicanalitica. Esse vanno in ogni caso riferite ed eventualmente adattate alla realtà relativa, che può essere la mia propria o quella di persone che ho frequentato. Una verità assoluta non deve mai esistere e una teoria, per quanto solida, deve sfruttare una sua adattabilità a ogni singolo caso.

Come s’è detto, il maestro riconosciuto di Recalcati è il francese Lacan. Eppure il titolo del saggio reca un punto di domanda che si collega a una teoria di quest’ultimo. E questo mi consente di compiere delle divagazioni che non so quanto importanti possano rivelarsi, ma che mi sono utili per provare a comprendere meglio alcune delle teorizzazioni esposte nel saggio.

Niente è più lontano dalla realtà umana dell’idea che il sesso sia l’espressione naturale e armonica di una potenza liberatrice.” – nulla è più dubbio che sia così. È il sesso un fatto naturale? È armonico? È una potenza liberatrice? Preso alla sprovvista, io direi: non necessariamente, forse, forse talvolta, non certo sempre. Ma non direi assolutamente mai.

“… il rapporto dell’essere umano con il sesso non può mai essere pacificato, pienamente edonistico, libero da conflitti.” – e quale esperienza umana è mai, per definizione, pacificata, edonistica, libera da conflitti? La scrittura, per quello che mi riguarda, non lo è. Non lo è nemmeno la lettura. Nemmeno il trekking sulle Alpi. Nemmeno la vangatura di una presa di terreno. Nemmeno un weekend al mare.

Fare l’amore, come si dice, non può essere, in realtà, per nessun essere che abita il linguaggio come bere un bicchier d’acqua.”

Renato Salvatori interpretò, mi pare in L’ultima donna, la parte di un dongiovanni da condominio, nel senso che si era fatto tutte le donne dei vari pianerottoli e che si lamentava che ormai, per lui, scopare era diventato come bere un bicchier d’acqua. Il mio riferimento è incerto, ma poco conta: ricordo che in un film quel personaggio abbia espresso tale considerazione. A certi livelli di libertinaggio è forse così: l’amante seriale non abita il linguaggio. Di sicuro egli faceva l’amore a prescindere, come si fuma una sigaretta o si sorbisce un caffè. Guai a smettere. E quell’atto non è più rimarchevole. Ed è destinato a diventare un tran tran alienante.

“… la sessualità non è governata dalla bussola infallibile dell’istinto come accade invece nel mondo animale, dove colori, odori, stagioni, maturazione degli organi riproduttivi sono sufficienti a innescare un accoppiamento tra i sessi senza inciampi.”

Jacques Lacan
Jacques Lacan

L’umana specie ha un aspetto della sessualità che, finché dura, è sempiterno, quattro stagioni su quattro, per decine di anni. La donna può rimanere incinta da gennaio a dicembre. Questa può essere una spiegazione per tale differenza.

Se una gatta in calore s’imbatte in un consimile che percepisce la sua condizione, accetta senza freni inibitori il rapporto sessuale. La donna, non essendo in un analogo calore normalmente sceglie la persona con cui condurre un atto sessuale. Un uomo che stupra una donna, per vari fini, l’ultimo dei quali è metterla incinta, compie un reato. Questo è quanto è stabilito dalla legislazione attuale.

La pulsione sessualenon mira alla semplice scarica fisiologica di una tensione accumulata, né alla riproduzione della specie, ma appare calamitata dall’esigenza sempre in eccesso del godimento che, come tale, non risponde a nessuna legge di natura.”

Non è un’affermazione indiscutibile, perché qualsiasi atto sessuale deriva sicuramente la sua pulsione da una legge di natura, che però è stata trasformata dalla cultura e dalle leggi sociali. È una legge di natura decisamente antropomorfizzata.

Mi pongo una domanda assurda, di quelle che ogni sua possibile risposta non può che apparire parzialmente errata. È la cultura un dato naturale? Sì, mi sento di rispondere. Leggendo L’animale culturale di Danilo Mainardi e Le origini profonde delle società umane di Edward O. Wilson, ho compreso come ciò sia comune, non solo per varie specie di scimmie, ma anche per la maggior parte dei metazoi. Forse la ragione del contendere (si fa per dire) è tutta qui.

In un celebre dialogo di Todo Modo di Sciascia, un prete un po’ degenere dice che: “è una cosa talmente semplice fare l’amore… Che è poi l’amore: non ce n’è altro, tra un uomo e una donna… È come aver sete e bere; essere soddisfatti nel bere e nell’aver bevuto. Non avere più sete. Semplicissimo.” e poi aggiunge che, se l’umanità avesse dedicato la stessa attenzione al bere che all’amore, “non ci sarebbe niente di più straordinario, di più prodigioso del bere quando si ha sete” – nulla di più nobile e poetico.

Citando un film di Woody Allen, l’autore parla della fedeltà dei piccioni e dice: “… noi non siamo piccioni, né potremmo mai diventare tali, perché la loro fedeltà è dettata dall’istinto e non dal desiderio.” – anche se talvolta mi sono trovato nella condizione di colombide, convengo con l’autore che sia effettivamente così. L’uomo però ha una sua parte istintuale, anch’esso di natura culturale, ma quello che cambia è la misura della pura istintualità. Non siamo abbastanza piccioni e i piccioni non sono granché umani: siamo due specie difformi di vertebrati. Ma entrambi affolliamo le piazze.

“… il rapporto dell’essere umano con il proprio corpo, diversamente da quello dell’animale, è sempre un ‘rapporto disturbato’. Disturbato da cosa? Disturbato, indica Lacan, dal godimento, il quale è un fattore di disturbo dell’istinto perché è più forte rispetto ai bisogni naturali regolati dall’istinto primario dell’autoconservazione.” io non sono certo, caro Recalcati, che il godimento, che è un fatto culturale, non abbia un aspetto istintuale. Non credo che la cultura e l’istinto siano completamente opposti e non comunicabili fra di loro; anche la massa e l’energia, pur difformi e antagoniste, lo sono: la prima si trasforma nella seconda, e viceversa. Può essere, ma nessuno ne è certo che lo stesso accada fra particella e anti-particella, che quando entrano in contatto si elidano fra di loro, producendo un fotone di luce. Per quanto attiene la carica elettromagnetica, l’uguale respinge l’uguale, mentre attrae il suo opposto. Lasciamo però ai fisici quantistici e ai cosmologi tali delicate questioni.

“L’eiaculatore precoce tende infatti a pentirsi del proprio godimento perché esso arriva quando non dovrebbe, dunque sganciato dal desiderio.”

Tognazzi raccontava che, la prima volta che si recò in un bordello, egli venne mentre saliva le scale che conducevano alla stanza, probabilmente nel rimirare il fondoschiena della prostituta.

Diceva un mio anziano e paziente amico che a lui capitava di resistere senza problemi per ore senza orinare, ma che spesso, mentre entrava nell’appartamento, il bisogno di mingere era così forte che non di rado non resisteva in una piccola parte prima di giungere al water. Una goccia partiva sempre. Chissà se nell’eiaculazione precoce vi sia una motivazione così semplice: l’emozione.

Non dubito, caro Recalcati, (non ti preoccupare, mi capita sempre di dare a un certo punto del tu all’autore, e forse fra poco passerò addirittura al Massimo) che i casi clinici da te prospettati non siano rigorosamente e scientificamente attestati. Eppure questa tendenza nervosa ad anticipare qualsiasi attività umana può condurre a una forma di precocità.

“Ne è la prova il fatto che assai raramente si dà l’esperienza dell’orgasmo precoce nella pratica della masturbazione.” – confermo il dato, anche se a un certo punto, come di certo saprai, non si riesce più a controllare l’eiaculazione, allorché si sia superata la soglia che la precede necessariamente.

Citi l’esempio della femmina della mantide religiosache divora il maschio dopo averlo sfruttato sessualmente e dopo averlo decapitato.” – e mi sono sempre chiesto quanto il maschio possa prevedere la propria infame fine. Va però sottolineato che, qualora si allevino per motivi di studio, tali insetti, la femmina concede non solo le sue grazie ma anche la grazia al suo compagno, tanto nel laboratorio il mangiare non manca mai. Resta il fatto che le abitudini di questa femmina ha da sempre svolto una funzione perturbatrice nella psicologia maschile.

“… Il problema non è tanto la castrazione del corpo femminile, ma il carattere ‘oceanico’, abissale, non governabile del suo godimento.” – per cui l’uomo si sente scarsamente dotato di capacità di raggiungere l’orgasmo, e questo nuoce alla sua capacità di trattenere l’improvvisa eiaculazione. Non è però sempre così. Risulta sufficiente farsene una ragione e rassegnarsi a dare quello che si possiede.

Affermi che l’angoscia è “insopportabile”, e talvolta lo può essere. Oppure no: è talvolta gestibile.

“Il sessuologo di Waterloo” è “Pascal de Sutter” il quale ha scritto un’opera che non desta la tua simpatia: La sessualità senza la psicoanalisi, in cui egli assicura che “il suo metodo, se eseguito con attenzione, è efficace nel 90% dei casi.” La sua sessuologia è principalmente di tipo meccanico-operativo. Io dico che il suo metodo, qualora funzioni, ben venga. Quello che vorrei far notare che tu solo una volta lo indichi col nome, ma per lo più lo definisci ironicamente “il sessuologo di Waterloo”, e non so se l’avresti fatto se fosse nato e fosse stato residente in Samotracia.

Citi il Casanova di Fellini, film che mi colpì a suo tempo (1976): una vera macchina sessuale, sempre rigida e meccanica. Ricordo anch’io quell’“uccello meccanico che egli mette in movimento nel corso di ogni rapporto sessuale, puro strumento di godimento” – molto inquietante, molto disturbante. Molto dissimile, quel freddo personaggio, all’arioso e simpatico amatore che narra nelle sue Memorie le proprie vicissitudini biografiche e amatorie. Alla fine della lettura dei quattro immensi tomi, mi ero così affezionato a lui e alle sue iperboli sessuali che ne sentii la mancanza quando, poco dopo, attaccai Alla ricerca del tempo perduto, in cui l’io narrante pecca, al suo confronto, di capacità empatica. Come si suol dire, Casanova si compiacque e piacque in abbondanza, nel senso che ricevette e diede tantissimo piacere, senza mai assomigliare a un forzato del sesso.

“Mentre il Casanova felliniano è un uomo braccato, rincorso dalla morte, Don Giovanni, almeno nella sua versione originaria proposta da Tirso de Molina col suo Don Juan, incarna la spinta affermativa di se stessi, della forza della pulsione che diventa legge.”

Un altro mio (im)paziente amico, non bellissimo ma dal viso arguto, mi disse una volta che, una volta coperta una donna, essa cessava di destare in lui interesse. Egli aveva una capacità di affascinare le donne di cui nessuno riusciva a capacitarsi. Non era smanceroso o cavalleresco, anzi, era ironico: però era suadente. E le donne capitolavano l’una dopo l’altra. Dopo un paio d’anni lo persi di vista e pertanto ignoro se, maturando e poi invecchiando, abbia mutato target, inclinazioni (come il Charlus della Recherche) o quant’altro. Egli era, non so per quanto, un vero dongiovanni, molto simpatico, affabile, sfuggente. Forse quest’ultima sua qualità gli dava il suo eccezionale successo erotico.

Altro spunto tratto da Todo modo: “‘Io non posso vivere’ dissi ‘se non amando una donna: e con tutte le complicazioni possibili. Non sempre la stessa donna, si capisce. Ne scompare una, dalla mia vita, e ne compare un’altra. E a volte la seconda compare prima che sia scomparsa la prima.” – non nuova, ma lavata con quel noto detersivo che si usa per i capi delicati; la prima serve, alla fine, soltanto a trasferire i propri dati alla succedanea.

Ancora, da quel capolavoro sciasciano.Un bambino chiede che gli si racconti la stessa fiaba, preferisce lo stesso giocattolo, ripete lo stesso giuoco: fino a che non è più bambino. Il dongiovannismo non è che il prolungamento di questa legge oltre la pubertà: nella giovinezza, nella vecchiaia…” – più sinteticamente: “… è un prolungamento di immaturità…”

“Mentre la rappresentazione felliniana di Giacomo Casanova ha accentuato, come abbiamo appena visto, il alto meramente meccanico e inumano della prestazione sessuale, la figura di Don Giovanni valorizza piuttosto l’estasi dell’incontro, al dedizione passionale alla sua preda, la tensione tutt’altro che meccanica del suo slancio erotico, poiché, in effetti, egli brucia di passione…” Non mi è dato sapere quanto il mio amico bruciasse, di sicuro non l’ho mai visto ustionato o sofferente, ma sempre consapevole del suo bisogno di mutare continuamente la propria donna: da consumare una tantum.

“Mentre giace con una donna il desiderio di Don Giovanni è già altrove, è già proiettato verso un’altra donna, come se ogni donna contenesse in sé – istericamente, appunto – la presenza dell’Altra donna, della vera Donna, che è, di fatto, irraggiungibile.” – lo è perché, appena è raggiunta, svanisce, trasferendo la sua essenza Altrove.

“Non c’è in lui nessuno slancio pedagogico, proprio perché la sua meta coincide con l’affermazione della forza assoluta della sua pulsione. Per questo egli non solo non sa mare, ma nemmeno gli interessa.”e questo disinteresse valeva credo anche per il mio amico.

“Il piacere massimo che infatti provo è ingannare una donna e lasciarla senza onore.”che è un’asserzione tremenda, ma anch’essa contiene (in misura preponderante) una parte culturale e una (più residuale) legata all’istinto.

Cito ora una teoria che sicuramente risulterà orripilante a qualsiasi donna (anche a me). A trasmettermela è stato un certo L., barese (non che la sua origine sia importante, almeno non penso): l’uomo è una bestia, la donna è una troia. Ecco la sua spiegazione (da me richiesta): l’uomo cerca di spargere ovunque il suo seme, la donna invece è disposta a tutto per poter gestire il proprio compagno in modo assoluto, anche concedendosi in modo inusitato, creando con le sue arti amatorie la mutevole diversità che tanto intriga il maschio fornicatore. Non commento la teoria, se non dicendo che, anche se fosse vera (ed eterna), essa conterrebbe una sua valenza sia culturale che istintuale.

In Darwin va in città del biologo evoluzionista olandese Menno Schilthuizen, sempre edito da Raffello Cortina (2021), leggo: “Le femmine di molte specie investono molto tempo e tanta energia per allevare un numero ridotto di discendenti. Per loro selezionare il padre migliore, con gli spermatozoi migliori è dunque della massima importanza…

Poco più avanti parla dei maschi, per cui, generalmente, “scegliere la femmina sbagliata significa, al massimo, sprecare il costo di un eiaculato e perdere qualche minuto. Ecco quindi che il sovrapprezzo in termini evolutivi tende a essere maggiore per la femmina che sceglie il maschio e minore nel caso inverso”. Si parla di pennuti, non di umani. La domanda che vorrei porre all’autore è: quanto rimane di questa atavica biologica necessità? E quanto essa convive con l’atto sessuale? Non avendo il professor Recalcati sottomano, tento una risposta autonoma: passione e atto sessuale, anche se con coincidono, possono convivere. Essendo sposato e genitore di due figli, facendo mente al periodo in cui si decise insieme che era ora di fare figli, qualcosa ricordo. È indubbio che la donna è motivata da tanto altro, ma non mi è facile pensare che un residuo di tale preoccupazione esistenziale non sia tuttora in vigore. Non saprei però quantificarne la misura.

Sigmund Freud
Sigmund Freud

Per Freudla sessualità non è istintuale ma pulsionale.” – chiedo: quanto vi è di culturale e quanto di istintuale nella pulsione sessuale? Chi può rispondere scientificamente a questa domanda (sperimentalmente nel senso galileiano)?

Secondo Schopenhauer la vita èinnanzitutto pulsione che afferma se stessa, al sua propria volontà, cieca di fronte a ogni altro valore.” – cieca o ipovedente? Quell’innanzitutto, concede una possibilità che non sia solo così.

“… la pulsione indica sempre una tensione e, al tempo stesso, la necessità della sua scarica.” – vuole e deve andare a buon fine, per poter ricominciare da un’altra parte.

La pulsione sessuale “da un lato essa è una tensione interna che sconvolge il nostro equilibrio, dall’altro lato, è una tensione che può provocare, se appagata, una soddisfazione piacevole.” – si tratta di una duplicità che mescola necessità e facoltà, obbligo e possibilità.

Freud considera “la sessualità adulta come esito di quella infantile, come una sorta di suo prolungamento: una specie di ciclo che inizia nell’asilo nido e termina quando termina, a seconda del caso. È un fatto squisitamente culturale. Solo culturale?

“… ciò che informa la sessualità della vita adulta sono le fissazioni pregenitali della pulsione sessuale infantile…” – come, immagino, per qualsiasi altro aspetto dell’esistenza.

Lo scenario del fantasma”:È solo a partire dall’organizzazione fantasmatica del desiderio che diviene possibile spiegare certe predilezioni e comportamenti sessuali o la presenza di determinate pratiche erotiche piuttosto di altre.”

Ognuno dei due individui si spara un film, di cui è al contempo regista e attore: “non ci sono solo i due amanti ma ciascuno dei due è accompagnato, nel suo inconscio, da proprio fantasma.” – qualcosa di esoterico, inconoscibile, determinante ai fini dell’atto sessuale. Ognuno dei due è sia se stesso che l’altro, e perciò è bisessuale, in una contorta e mutevole confusione dei ruoli.

“È il carattere feticistico che pervade ogni forma di erotismo”: prendere una parte come se fosse il tutto. Ricordo un passo tratto da Sexus di Henry Miller: durante un atto sessuale il corpo dell’amata si gira e l’io narrante si dice (e lo comunica al lettore): questo è l’ano di Mona. In quel momento, Henry è fortemente innamorato e per lui tutto della sua donna è ammirevole. Non è feticistico, a meno che non s’intenda tutta la persona di Mona il feticcio da venerare. Mi sono anche domandato perché la donna si chiami Mara nei primi capitoli, divenendo poco dopo Mona (nella realtà ella si chiamava June Smith).

La libido, secondo Freud,è il risultato dell’azione di perturbamento che il linguaggio esercita sull’organismo vivente.” – anche in tal caso questa lapalissiana evidenzia è condivisa in ogni aspetto dell’attività umana.

“Il linguaggio impone al corpo umano la perdita di una quota di libido come su condizione necessaria per sessualizzarsi” – è una trasformazione di materia in energia, credo reversibile. Non esiste in natura nulla che non lo sia. Non si tratta di una perdita, ma di una trasformazione culturale.

“… il linguaggio interviene snaturando il corpo dell’organismo vivente, introducendo in esso un godimento in eccesso che disturba ogni supposto equilibrio naturale.”in natura qualsiasi equilibrio (si pensi anche alla rottura delle simmetrie quantistiche) è fatto per essere rotto.

“L’angoscia di castrazione non deriva dalla minaccia cruenta dell’evirazione, quanto piuttosto dall’impatto del corpo con l’azione di limitazione introdotta dal linguaggio, che rivela che non esiste alcuna essenza del sesso.” – il linguaggio crea un abisso che si teme fortemente di non riuscire mai a colmare: un vero caos!

“Ciascun essere umano deve infatti inventare la propria sessuazione a partire da questo vuoto.”

Questo vuoto induce a una nuova invenzione. Forse, se non ci fosse, occorrerebbe inventarlo.

“Nella sessuazione-donna (che, ripeto, non corrisponde alla natura originaria del sesso anatomicamente femminile) questa invenzione è resa più precaria perché essa non si affida alla solidità identificatoria del fallo.” – a proposito della quale, urge, purtroppo, e purtroppo non posso evitarlo, riportare la considerazione esplicitata da una paziente e anziana affine, la quale disse una volta che capiva l’omosessualità maschile, che comportava uno scambio di pieno con vuoto, ma non quella femminile che non prevedeva pieni. Risulta ovvio che l’attempata e ingenua signora non era esperta del rapporto lesbico, che utilizza diversi oggetti pieni che consentono azioni introduttive.

“Quando Lacan afferma che il corpo umano è ‘il luogo dell’Altro’ intende sottolineare che il nostro corpo non può essere soltanto ridotto a un dato della natura poiché esso non è solo il risultato dell’anatomia, ma anche della sua sottomissione al linguaggio e ai suoi tagli simbolici, e dalla sua ripresa nel carattere singolare della sessuazione.” 

Ognuno sta solo sul cuore del sesso, rapito da un raggio di sole, ed è subito… Ma ognuno è assiso su di sé, “come se fosse un Altro”.

La frase successiva mi suggerisce un contributo di un certo S., mio pazientissimo amico. Dice il tuo testo: “Il desiderio come tale si dirige sempre verso l’Altro, è desiderio dell’Altro desiderio, è desiderio del desiderio dell’Altro”infatti se l’Altro non fosse desideroso, che gusto ci sarebbe? Riporto ora l’asserzione di S.: Ogni sega va dedicata, come se fosse una poesia, dettata dall’amoroso servaggio: senza l’Altro anche il desiderio onanistico sarebbe vano.

“… mentre nell’infanzia il bambino raggiunge il proprio godimento attraverso il suo stesso corpo (succhiando le sue dita o altri oggetti, trattenendo le feci o praticando stimolazioni onanistiche della zona genitale…” – viene da chiedersi e tali godurie siano distribuite equamente in altri sessi. Viene in mente la questione del godimento anale descritto da Fromm in Anatomia della distruttività umana, dove il bambino (credo grazie alla funzione prostatica), gode nel defecare tanto che questo piacere può sfociare in un sadismo anale, per cui la pulizia eccessiva (anche etnica) può deliziare l’Himmler di turno.

Massimo, ho letto con interesse i vari casi relativi ai tuoi pazienti, finendo con l’ammettere che in una certa misura possano essere abbastanza riconducibili alla generalità dei casi. Abbastanza, credo.

“Il fantasma isterico punta a rendere il desiderio permanentemente insoddisfatto. Il suo scopo, come abbiamo visto, è diventare padrone della mancanza dell’Altro.” – l’assenza altrui costruisce la propria passione. In L’amore e l’occidente, Denis de Rougemont illustra la potenza ispiratrice prodotta dall’assenza di Euridice nella poesia di Orfeo e l’enfasi passionale che si sviluppa in Tristano quando l’amata Isotta è distante (mentre quando dormono insieme, una spada ha la funzione di tenere distinti e separati i loro corpi).

“L’ossessivo nutre costantemente una visione idealizzata della donna solamente per collocarla in un luogo inaccessibile, per tenerla lontana da sé” – e questo vale non solo per il fedele (al re) Tristano, ma anche per chiunque ami, che sente il suo sentimento crescere con la lontananza (che si sa “è come il vento, spegne i fuochi piccoli ma può accenderne di grandi”).

“Il corpo dell’Altro è vissuto come un paese straniero che il soggetto desidera ardentemente visitare pur non conoscendone la lingua”fatto che per altro favorisce i fraintendimenti.

Parli di “parole-proiettili” – e io ne ho provati vari e so quali dannose angosce possono provocare, in qualsiasi momento dell’esistenza umana.

“Il fantasma isterico punta a rendere il desiderio permanentemente insoddisfatto”la differenza di potenziale che favorisce l’ammontare e l’utilizzo di una quantità di energia al fine di produrre un determinato lavoro.

La donna reale non può competere con quella ideale, “che però, per essere tale, deve restare irraggiungibile, sideralmente distante dal reale.” – sempre miracolosamente Altra. Domanda di tipo semplice: questo vale anche per la donna?

“Nel rapporto sessuale il soggetto ritornerebbe nel luogo originario della sua provenienza: ricomporrebbe nel luogo originario della sua provenienza: ricomporrebbe finalmente l’Uno dal quale deriva il Due” – individuo uomo – individuo donna – coppia.

Per onestà è giusto specificare che più di una volta tu specifichi che la diversità sessuale è sempre da intendersi in senso lato, non necessariamente anatomica.

“… l’orgasmo sarebbe l’esperienza della perdita di ogni forma di separazione tra i Due, il punto di massima prossimità, il perdersi dell’Uno nell’Altro.” Ed ecco che a quel breve attimo (maschile) o a quella lunga serie di attimi (femminili) viene affidata una funzione unificatrice.

“… questa estasi, nella misura in cui implica la dissoluzione della discontinuità e la perdita della differenza della vita, è ciò che mostra altresì la convergenza tra la vita e la morte, per cui ‘il movimento dell’amore, portato alle sue estreme conseguenze, è un movimento di morte.” – una petit morte i francesi chiamano l’orgasmo. Non un perdere i sensi, ma un loro estremizzarli al limite assoluto, che poi è relativo a ognuno.

Diversamente da Freud e da Bataille, per Lacan il rapporto sessuale èdisgiunzione, non unione, non rapporto.” I due amanti non riescono a uscire da sé, a “stabilire un rapporto effettivo tra il godimento di uno col godimento dell’altro.” – il ponte, non esistendo, non può collegare i due estremi, che tali rimangono.

“In questo senso specifico Lacan può affermare che il rapporto sessuale non esiste.” – poiché brilla per la sua assenza.

“Amore e desiderio sessuale appaiono difficilmente coniugabili poiché, mentre l’amore punta a preservare la continuità del legame riducendo la spinta del desiderio sessuale si nutre proprio del nuovo.”di quello che tale pare essere.

“… l’abitudine spegne la fiamma dell’erotismo che invece, come ogni altra forma di conoscenza, si nutre dell’ignoto.”e la barca va avanti lo stesso, non si naufraga mica.

L’essere divenuti padre e madre rende più difficile continuare a essere amanti” – più difficile, certamente, ma non impossibile.

“… il desiderio si nutre del segno del desiderio dell’Altro, nel sentirsi desiderato dall’altro desiderio, – la pulsione sessuale si caratterizza invece per un movimento chiuso su se stesso: la pulsione non gode se non della sua stessa attività di godimento.” ognuno è sempre più solo sul cuore della pulsione sessuale.

Massimo Recalcati
Massimo Recalcati

Non può esistere una totale condivisione del godimento sessuale: il che significa che il rapporto sessuale non è mai perfetto, cioè conchiuso in sé. Ti chiedo: cosa lo è, in definitiva?

Per l’uomo tutto il piacere è “localizzato nell’organo fallico – s’intende quello che produce l’eiaculazione, non tutto il resto. Per la donna, invece, il piacere fisico quella “scarica non lo esaurisce.” – ma continua per molto tempo ancora. E se ce ne facessimo una virilissima ragione?

Se negli uomini il rifiuto della femminilità avviene nel nome dell’affermazione fallica, nelle donne avviene invece di fronte all’abisso smisurato dell’altro godimento.” – che noi maschi (Lacan compreso) possiamo solo illuderci d’ipotizzare.

Secondo lo studioso francese il rapporto sessuale non esiste “perché nessuno dei due partner può liberarsi dal godimento del suo proprio corpo e del suo organo.– come se fosse una colpa di origine religiosa. Ognuno può dare (e ricevere) quello che è a sua disposizione.

Son giunto, finalmente al paragrafo: Ma se invece esistesse solo il rapporto? Quel solo m’inquieta assai.

“Il corpo sessuale è fatto per essere in un rapporto. Sicché non è solo, come pensa invece Lacan, il non rapporto tra i due a definire l’esperienza del reale come impossibile” – essendovi sia “il reale del non rapporto” sia “il reale del rapporto” – difficile è scovare una via di fuga da quest’apparente aporia. L’unica forse è non fuggire, ma rimanere e vivere di quel che è ineludibile. Cosa? L’esistenza propria riflessa in quell’altrui. Il tuo riflesso è cosa tua, anche se lo vedi nell’Altrui, e viceversa.

“… risulta anche impossibile sottrarsi al rapporto.– perché allora preoccuparci?

Il rapporto è una congiunzione ideale, non reale: si tenga presente che lo è anche l’unità dell’io. Lo Stefano e il Massimo di oggi, condividono e coincidono solo marginalmente con la lunga serie di Stefano e di Massimo di ieri e di domani.

Per quanto riguarda la verginità, anche qui il discorso è relativo e necessariamente sospeso nel nulla, nel senso che “il corpo di chi ama, se ama davvero, è sempre vergine.” – come una foresta mai contaminata da presenza umana.

Massimo, riporti l’esempio di Adamo e della sua costola Eva. Questo mito, che ti conduce a credere che Adamo pretende di riavere la sua costola, non è meno mitico, essendo finzione, rispetto al “mito platonico di Eros – l’amore come ricomposizione dell’intero…” – si tratta di miti umani privi di assolutezza, altamente deperibili.

“Se in Platone la spinta di Eros porta con sé l’anelito alla ricomposizione dell’antica unità perduta, il ripristino dell’intero, nel mito biblico Adamo desidera l’oggetto perduto che resta, come tale, perduto per sempre” – favole affascinanti, ma deteriorabili.

In taluni casi di maschilismo esasperato,la donna non è più la sede metaforica della costola dell’uomo, ma rischia di divenire un oggetto di esclusiva proprietà dell’uomo, che si pone arbitrariamente come padrone della donna seguendo le coordinate drammatiche di oggetto del proprio godimento svilendolo e puntando a suo annientamento sessuale e morale.”

Nella campagna reggiana la moglie dava del voi al marito, il quel ricambiava con un benevolo te. Alla sera, la disgraziata plurivivipara si accostava docilmente al coniuge e gli sussurrava Vrî druvèrla stasîra, volete adoperarla stasera? Da settant’anni almeno questo non esiste più, come, grazie alla ribellione di Franca Viola, non è più consentito il rapimento di una donna per volere di un uomo, e il delitto d’onore è perseguibile come qualsiasi altro suo congenere. Panta rei, anche la follia umana.

“… Lacan ha sempre insistito nel definire l’amore come ‘eterosessuale’, non ovviamente nell’ordine ontologico della differenza anatomica, ma in quello dell’apertura nei confronti dell’heteros, dell’Altro, dell’eterogeneo” – difficile non essere d’accordo: non riuscirei mai amare sessualmente, neanche nell’atto onanistico, un mio uguale. Per allargare la storia di S., ogni atto sessuale necessita di una dedica.

“… nel caso dell’amore, il dettaglio feticistico del corpo non si oppone affatto al tutto, ma l’Uno e l’Altro – il nome e il corpo – si danno in un’unità fondamentale.” – il nome consente anche “uno straccio usatola dignità di un capo d’alta moda, o anche solo d’un inclito prêt-à-porter.

“L’amore non si limita dunque a ritagliare dei dettagli dal corpo dell’Altro, ma investe l’intero essere dell’Altro, unendo il dettaglio del corpo alla soggettività dell’Altro.” – dove ognuno è Soggetto per conto suo: un individuo sui generis.

“Quando il desiderio si coniuga con l’amore l’uno tende a rafforzare l’altro. Non c’è più un desiderio ostacolato nevroticamente dall’amore o un amore che rifiuta nevroticamente il desiderio, ma è il desiderio come espressione dell’amore e l’amore come espressione del desiderio.” – ho l’impressione che tu sia partito da Freud e da Lacan, ragionando come per assurdo. A seconda dei casi: “fine dell’attrazione sessuale nonostante la (o a causa della) persistenza di un legame amoroso”; oppure “in molti incontri effimeri”; la sessualità si esprime o cessa di esprimersi in modo necessario ma non assoluto.

“Quando c’è l’amore che unisce i corpi, il carattere impersonale del moto pulsionale sfugge al suo stesso anonimato incardinandosi attorno alla particolarità dell’anima dell’amata.” – e giova sempre rammentare che amore deriva, come amicizia, dal sanscrito kam’a, passione.

Io, S. e S. (nomi e soggetti tra loro simili ma diversi) usavamo, inizialmente per scherzo, poi per necessità esistenziale, abbracciarci quando ci si incontrava, formando (sempre ironicamente) un pur platonico threesome. Ci mostravamo la lingua a mo’ di maori (anzi, a mo’ di trî sumêr, tre ciucci) non senza una certa passione. A volte succedeva che si coinvolgesse un incauto quarto, di solito L., in un ancor più platonico foursome (eravamo un trio molto aperto). Ed era bello sentire le mani dei vari amici sulle proprie spalle, atto amoroso anch’esso, ho l’ardire di affermare. Una vera goduria, Lacan permettendo. L’Altro, in quei momenti, eravamo tutti noi. Tutti insieme appassionatamente. Anche, qualora volessero, gli spettri di Freud e di Lacan. E anche te, caro Massimo.

L’illusione del rapporto non è solo un’illusione sessuale, ma anche politica.” – purtroppo è vero. Esiste una maledetta volontà dongiovannesca da parte di numerosi politici che, mentre cercano di fare gli affari propri, ti sorridono, ti stringono l’occhio e cercano di ammaliarti (e d’infinocchiarti).

“Il fondamento della condivisione consiste nel sapere condividere l’incondivisibile, ovvero nel sapere riconoscere l’inesistenza del rapporto sessuale.” – nel cercare di creare un filo relazionale che durerà quello che durerà e poi, fatalmente, si spezzerà, per poi riallacciarsi Altrove.

Interessante è il paragone che si può fare con l’interazione atomica forte, la quale, più i quark sono vicini, più essa è (economicamente) debole; man mano che questi si allontanano, più essa cresce d’intensità finché, come capita a un elastico troppo tirato, finisce per rompersi, cessando all’improvviso: e i quark acquistano la loro indipendenza. A me è sempre parsa una splendida allegoria della famiglia umana.

Fate l’amore non fate la guerra, si dice. Però, attenzione: tra i sessi e tra i partner non c’è solo amore, ma anche, quando non soprattutto, guerra: un conflitto fra io di pari dignità (non sempre di pari forza).

Secondo Freud,tra l’amore e l’odio – l’attrazione e la repulsione – non c’è una semplice relazione oppositiva, ma una stramba mescolanza…” – che muta nel tempo. Ancora una volta, panta rei.

“Nell’abbraccio, nell’intreccio, nelle prese, nel groviglio erotico dei corpi, i confini tra l’Uno e l’Altro perdono la loro nitidezza. La libido narcisista si rivela oggettuale e viceversa.” – nulla si crea, ma tutto si trasforma.

“Nel ‘fare l’amore’ il desiderio erotico e il godimento si toccano poiché il mio godimento è anche il godimento dell’altro e il godimento dell’altro è anche il mio.” do ut des!

“L’erotismo non è solo un’esperienza di appropriazione ma, soprattutto, di svuotamento non è autocentramento, ma un decentramento, non è un prendere, ma un accogliere.” – ricordo a proposito la scenetta dei due amanti: lui dice ce l’ho dentro, cara. E lei, di rimando, no caro sono io ad averlo dentro: “Chi prende e chi è preso?

Vallo poi a raccontare a quei due (o più) illusi che è solo grazie all’interazione elettro-magnetica che si ha la fittizia sensazione del contatto fisico. Se due mani si stringono, si tratta di due enti pressoché vuoti che credono di compenetrarsi.

“Il sesso senza nome può comportare, infatti, una massimizzazione del godimento pulsionale che però può sempre ribaltarsi nel suo contrario: si tratta di un eccesso di vita che si capovolge in un eccesso di morte.” – un continuo, apparentemente eterno, perdersi e ritrovarsi.

“L’oggetto sovrasta il soggetto” e per questo “… il porno può essere frequentemente una passione maschile.”

Lessi una volta che la donna ama di più la letteratura erotica che la visione di film di medesimo argomento. Può essere che nella pagina scritta vi sia maggiormente la necessità del nome (e del cognome, all’occorrenza). Ma anche in questo caso, ammetto di ignorare la soluzione del busillis.

Marchese de Sade - Cella in cui fu imprigionato nel Castello di Vincennes
Marchese de Sade – Cella in cui fu imprigionato nel Castello di Vincennes

De Sade stesso, nel suo repellente e da me odiatissimo romanzo, per fortuna grandemente incompiuto, Le centoventi giornate di Sodoma, è costretto dalla necessità letteraria di inserire nella narrazione nominativi, origini, destini finali, mancando soltanto i codici fiscali delle vittime.

Il perverso “non è mai interessato al nome della sua vittima – non ama mai –, ma solo al suo proprio godimento che consiste, appunto, nel darsi una consistenza attraverso l’esercizio del dominio sull’altro, nel divenire, attraverso questo dominio, colui che può causare l’angoscia dell’altro.” – si tratta di una gravissima malattia dell’anima!

Il reale del sesso “esige il rapporto, è spinta ad esposizione verso l’Altro, aperto nei suoi orifizi, inclinato, proteso in un rapporto” – come si dice in Campania, ‘n tiempo ‘e tempesta, ogni pertuso è puorto, in cui in cui riuscire a condurre la propria debilitata esistenza.

“La vita sessuale dell’uomo non può essere, in quanto tale, circoscritta nei limiti del principio di piacere.” – non può essere e non potrà mai essere.

“La gioia dell’amore non esclude mai il godimento, ma lo traduce insistentemente in una perdita dei confini che non è psicosi ma estasi di un incontro che sa mantenere la sua eccedenza rispetto alla ripetizione senza desiderio.”

Così sia, caro Massimo Recalcati. Oppure, visto che la mia reazione è sorta in terra agrigentina, Così è se vi pare. Per la precisione mi trovo ora a Racalmuto, e sto rileggendo, subito dopo il tuo saggio, Todo Modo di Sciascia, da cui estrapolo un passo: “Non il male, non il trionfi del male: bisognerebbe decollare da queste parole, dalle parole… Bisognerebbe entrare nell’inesprimibile senza sentire la necessità di esprimerlo… Ma lei, capisco, non sa che farsene dell’inesprimibile; e dunque scendiamo…”

La psicoanalisi necessita invece dell’altezza per giungere a cogliere l’essenza dell’infinitamente piccolo. Necessita della luce cosmica per scorgere l’oscurità dell’anima umana. Taluni voli pindarici tratti da affermazioni dei tuoi maestri, possono apparire, come si suol dire, campati in aria. Eppure, filmano la realtà, con una tecnica che assomiglia a quella di un drone.

“La sola supplenza possibile all’inesistenza del rapporto sessuale, secondo Lacan, è, infatti, quella dell’amore.” – io la vedo più come compresenza, magari come sostegno alla classe. Ma io non sono (né conto di essere) uno psicoanalista.

Oppure Barthes: “l’altro è sempre impenetrabile, sgusciante, intrattabile; non posso smontarlo, risalire alla sua origine, sciogliere il su enigma. Da dove viene? Chi è? Mi esaurisco in sforzi vani: non lo saprò mai.” – sappi caro Roland, che qualsiasi tuo sforzo per capire l’altro, finisce col mutarlo. Bohr diceva che una particella esiste (ai nostri fini), solo quando la si attesta, cioè quando la si lambisce tramite la nostra visione.

Bataille:non a caso descrive l’estasi erotica come ‘l’approvazione della vita sin dentro la morte.” – eros e thanatos, i soliti alternati dioscuri: se non si morisse, non ci sarebbe la necessità della procreazione, della rinascita.

“Nel godimento del mistico si palesa infatti un godimento che trascende il principio dell’Uno fallico e che si realizza come un’apertura sconfinata, priva di bordi, come una ‘gioia eccessiva’, per riprendere un’efficace espressione di Elvio Fachinelli.” – un ex-cessum, un andare oltre, dove, secondo Mircea Eliade, il sacro sconfina nel reale, e viceversa. Quest’andare dove non è previsto, è quanto determina l’evolversi della vicenda umana, quella che volgarmente si definisce Storia o, più volgarmente ancora, Civiltà.

“È la similitudine tra il sesso femminile e una voragine o una bocca famelica che istituisce, secondo Freud, la presenza ricorrente nei nevrotici del fantasma della ‘vagina dentata’. Non a caso diverse leggende riportano in luce questa dimensione cannibalica dell’organo sessuale femminile.” – una donna (di qualsiasi proporzione fisica) con le gambe aperte, con l’orifizio racchiuso nella mistica selva, o addirittura glabro, pare una singolarità in grado di risucchiare il (tuo) mondo. Ma è sufficiente, per l’uomo consapevole, in grado di rapportarsi con l’altro, comprendere che non è così. Tu entri a casa altrui, possedendola; l’altro, ti trattiene, sequestrandoti. Ma è tutto un gioco, ed è la vita reale che decide chi fruisce chi.

La psicoanalisi è una scienza di tipo umanistico, il che non mi pare un ossimoro. Si rivolge al conoscibile, utilizzando l’ama dell’interpretazione. Non solo ode, ascolta, vede, ma anche intra-ode, intra-ascolta, intra-vede. E deve forzatamente tradurre. E ogni traduzione, non rischia di essere, ma sicuramente è, un tradimento, parziale o residuale, a seconda dei casi.

È anche una scienza di tipo galileiano, fatta di sperimentazione e di verifica. Ma è soprattutto (avverbio odioso, lo ammetto) una forma di filosofia, d’amore appassionato della conoscenza e la tua formazione accademica lo pare confermare. E nulla vi è di più legittimo, e provvisorio, di essa.

L’ultima citazione sciasciana, sempre tratta dal medesimo romanzo: “Ecco che lei torna alle parole che decidono, alle parole che decidono, alle parole che dividono: migliore, peggiore; giusto, ingiusto; bianco, nero. E tutto invece non è che una caduta, una lunga caduta: come nei sogni…”

Le definizioni che appaiono nel tuo saggio non sono mai manichee, ma assolute sì, o almeno così paiono a me. Soprattutto quelle del tuo maestro, Lacan. Non sono parole-proiettili, ma accerchianti, accentranti, unificanti, al servizio di una volontà di condurre ogni fenomeno a un concetto che pare, se non assoluto, totalizzante. Il che è lo scopo di ogni scienza e di ogni filosofia.

Di quasi ogni scienza, non della fisica moderna però che, come la psicoanalisi, è alla ricerca del significato di quel che non appare, di quel che è nascosto al di sotto del reale. Per essa non c’è più ragione di parlare di certezza, ma di approssimazione, semmai di accuratezza. Ed esistono zone, per esempio lo spazio di Planck, al di sotto del quale nulla vi è di conoscibile e per cui non è possibile intervenire con alcuna teoria realistica e fondata sulla scienza già acquisita. È ammesso (con beneficio d’inventario) soltanto la formulazione di ipotesi, eppure non si può fare a meno di sognarne l’illusoria realtà.

Il consiglio che ti do, con lo stesso coraggio di chi tenta di vendere del ghiaccio a un inuit, è di rinunciare alla volontà di precisione, affidando all’incertezza quella differenza di potenziale, di cui dicevo prima: è nel non conosciuto la chiave di alcuni misteri. E come diceva Jiddu Krishnamurti la realtà va affrontata con animo sempre nuovo, libero da ogni esperienza precedente, non intendo privo. Senza lasciarsi mai opprimere da alcuna verità prestabilita da se stessi, ma soprattutto dai propri maestri.

Cito ancora il mio mai abbastanza deprecato Maestro S., quello del threesome, che dopo averci allietato con le sue mille stramberie, usava salutare dicendoci Mi avete stufato! Anche tu, Massimo, un po’…

… e dopo questo lungo ed estenuante rapporto che ho condiviso con te, interagendo anche con vari altri autori, pensando ora al prossimo libro che dovrò affrontare, non posso fare a meno che urlare: Avanti un altro!

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Massimo Recalcati, Esiste il rapporto sessuale?, Raffaello Cortina Editore, 2021

 

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