“Dall’inferno – Due reportage letterari”: “Umè” di Cosimo Argentina; Ilva, una verità ustionante

Vi sono racconti che… beh, Umè” no, è diverso.

Dall'inferno – Due reportage letterari
Dall’inferno – Due reportage letterari

Narra delle vicissitudini che un operaio neoassunto affronta nel suo primo giorno di lavoro.

La sua prima incombenza è di trovare il suo tutor, tale Mino Pilata, non meglio specificato. Riuscirà il nostro eroe a superare ‘sta prova d’ingresso? Si ha come l’impressione che, una volta che si è riusciti ad adempiere alla prima istruzione ricevuta, tutto il resto, vitale o mortale che sia, seguirà in automatico.

Un brusco risveglio alla realtà:Uno schizzo dimmerda! Pasquale… uno schizzo di bramma negli occhi! Mo se lo stanno portando ai grandi ustionati, ma se gli vedevate la faccia… madonna del carmine! Due posacenere al posto degli occhi!

L’io narrante parla un suo idioma, diverso da quello degli altri, anche da quello del lettore. In quel girone industriale esistono varie parlature, ognuna con la sua dignità ed essenzialità. Questo per dire che, qualora usassi nella presente mia reazione delle espressioni non in linea con la glottologia comune, non si dovranno fare questioni.

Mia madre era di madre lingua arşâna, e quando le scappava un termine lessicalmente non corretto, secondo l’accezione sancita dall’Accademia della Crusca (o che noi credevamo tale), lei ci spianava con lo sguardo e poi ci diceva, con un sorriso maternamente beffardo, Mé e dègh e te t’intènd!

Questa è in fondo ogni parlatura, e di più lo è la scrittura, un atto di vile prepotenza. Sic transit gloria mundi.

Lo scrittore è l’unico essere autorizzato a scegliere il modo con cui deve scrivere. Esiste da anni la figura dell’Editor, un bieco essere che si permette di decidere al tuo posto su tutto, anche se pare agire solo in determinate occasioni.

Si tratta di una violenza che cerca di aver la meglio su una sua antagonista, un conflitto che è basato, come tutti quelli della specie umana, sull’aspetto economico: se vuoi che arrischi dei soldi per pubblicare la tua monnezza, devi piegare il capo e accettare le mie condizioni. Poi farò di tutto, o quasi, per magnificare le tue doti, ma intanto, anzi, come diceva Eco (e anche Bacchelli), per intanto decido io, nella logica pirandelliana del così è se vi pare.

Va da sé che, almeno in questa reazione, fatta eccezione per Editor, non userò caratteri corsivi perché tutto di essa deve essere corsivizzata, oppure nulla propria.

Lo scrittore è un miracolo d’onniscienza, l’io narrante lo è, ma di meno: “Mi iscatolo nella struttura di ferro. Verso un punto indefinito che non so nemmeno se è nord, sud o eccetera eccetera ci sono boati, si alzano colonne incandescenti e spruzzi di fiamme al rimbalzo.”

Scordavo per l’emozione un particolare di non scarsa importanza: siamo a Taranto, all’interno putrefatto all’acciaieria Ilva.

“Me ne sto colle braccia sulle gambe.” – che è la posizione tipica di chi aspetta di essere redento dalla disoccupazione.

Si tenga presente che il libro è “dedicato al 2094 c.c.” – ed è in quel provvidenziale alveo che l’io narrante subordina la sua miserabile storia.

“Sono un pezzo di carne marinata e il cappuccio me lo sposto all’indietro solo per avere conferma che i capelli sono bagnati. Le dita sono ricce. L’umidità e l’infreddatura si portano dietro unghie rosate e pelle a limone.” – il che non è indice di aria salubre.

Un gran trambusto: “Una confusione di suoni, una sessione di prova di un’orchestra di qualche centinaio di elementi che si ritrovano sul palco per la prima volta.” – una jam session, ove la marmellata ha una sembianza umana.

“Sono qui per l’affiancamento e dovrei…” – forse l’errore è in quel condizionale che indica debolezza, pressapochismo, inferiorità. Infatti il suo interlocutore lo caccia via, avendo da fa’.

Ehi! Io narrante! …a chi ti guarda e ti dice:E ci cazz’ jè?”, tu rispondi non avendo compreso il senso della domanda: “Sono per l’affiancamento. Sto cercando Occhinegro!”

Qualcuno che forse ti vuole meno male degli altri, ti dice: “Salì stuè, che se ti trovano qua quelli della vigilanza t’arrestano!”manco fossero talebani che stroncano aquiloni infedeli.

A proposito del fatto che la lingua, come qualsiasi altra fesserie umana, non è che un’opinione, riporto questo dialoghetto fra te e uno che non sei tu:

“Ha’ inizià osce?”

“Eh?”

“Oeh! Papà è italiano? Inizi oggi, la fatìa?”

Ti chiede poi sei iscritto “a u’ sindacate. – e la tua risposta è in ossequio al consueto 2094: “Devo ancora iniziare… magari una volta iniziato…”

Qualcuno farebbe meglio a star zitto, e a tacere per l’eternità, ma ora ha ancora un po’ di fiato tossico in gola: “Qua è tutta nammerda! Seicento morti all’anno e questi fanno i miliardi di utili… i controllori col tappo in bocca e il sigaro nel culo… dovevano mettere a norma gli impianti e invece nà, vedi tu come siamo messi…” – e poi continua il suo trillo del diavolo, ma passiamo oltre, dai che dobbiamo cercare Pilato, Pilata, Palata, come hai detto che si chiama?

Intanto quello di poco fa sta tuonando contro “giornalisti, amministrazione, sindaco, politici locali e nazionali, pure ‘u prevete, agenzie di controllo, commissari straordinari… straordinari!!!…” – e via discorrendo, tutti “collusi”, dice.

Una cosa mi e ti domando. Siamo all’inferno, vero? Eppure dici: “mi sembra di vederne cinque o sei di cristiani che si strofinano le mani con del liquido denso.” – da cui deduco che ancora non s’è annullata la speranza, magari è invischiata da gangli cancerosi, ma ancora respira!

Qualcuno usa termini tecnici che per fortuna che ci sta ‘ncoppa a ‘o compiuter gûgol e li posso tradurre: bilicista, per esempio. Pensa che ‘ncoppa a gûgol trovo la sua definizione in una sentenza del Tribunale di Taranto, Sezione penale Corte d’Assise: un coordinatore, chiamiamolo così, un bilicista e un capo turno per ogni turno.

A uno scappa detto, fa’ che sia un peto necessario: “Mi sa che sostituisco a uno al decapaggio, uno che s’è beccato un tumore! Adesso sta all’ospedale Nord!” Secondo me non è un caso che l’abbiano intitolato al Nord, luogo che ispira fiducia. Diciamo meno sfiducia, dai.

“Mammà è morta nu mese fa… neoplasia alla tiroide, accussi stava scritte..”

Altri avvisi mortuari: “Mammà ‘a muerte come è morto frateme e zianeme!” – e taluno non manca d’aggiungere: “Pure Ginetto sta in un chiavuto!” – anche questo al cât ‘ncoppa a gûgol: bara.

Una situazione che si può definire sostanzialmente stabile: “C’è una catena di montaggio dei cancerosi, all’ospedale Nord. Aprono, guardano le masse tumorali, chiudono e passano avanti. Ormai il Nord è la succursale di San Brunone.” – inutile guardare ‘ncoppa a gûgol cos’è dedicato a quel certosino (magari deceduto anche lui smadonnando per asbestosi).

“Entri, un paio di giorni, tant’è non più, e vai a finire nella camera mortuaria lassù, ai Tamburi, con vista sulla Votiva.” – il soggiorno, gratis, dura in eterno (fino a che non sposteranno le tue rinsecchite ossa).

“Dice che gli sono zompati all’aria i polmoni. Dice che alla fine gli uscivano dalla bocca, a grumi, tocchi che puzzavano come car…” – scusate, devo ho un’impellenza e devo improvvisamente ritirarmi al licit.

“Cercando uno scampolo di fratellanza gli dico che anche mio padre lavorava qui e pure lui è morto, a cinquantatré anni.” – ah, sei figlio d’arte!

Dopo che “hanno spento l’altoforno numero cinque…” – e tutti cominciavano, come dire, a respirare, “il mostro, nell’ultimo rantolo, ha lasciato un ricordino per ognuno” – una specie di salvacondotto per recarsi laggiù, o lassù, a vedere l’erba dalla parte delle radici, dicono dalle mie parti.

Pensi: “Una guerra tra poveri, sono finito in una fottuta baraonda alimentata dalla fame. Ed è sicuro che se la godono, in balconata, là, i gestori di tutto questo, a guardarci gonfi di rabbia, uno coll’altro.”

Altra crepuscolare considerazione: “Siamo tutti ombre.”

Di quella “confraternita allo sbando”, dici che “tirano fuori lingue da Komoto a saggiare l’aria.” Potrebbe restare per sempre un mistero se è un refuso o una scelta linguistica esistenziale. Ma considerato che quel varano fa i komodi suoi, lo stesso vale anche per te.

Pur senza aver ancora scoperto dove diavolo si trovi il tuo tutore, ormai sei un vero esperto di acciaieria: “… spanto il legno che va a sbattere contro un pilastro…”, “… è il cilum che se la sistema, la ciurma…”, “… sono al decapaggio…”, “… spera sempre in un blumo, una scaracchia dell’altoforno, un budino incandescente che se lo porta dove stanno sua madre e il padre…”, “… e gli altiforni continuano a masticare acciaio nel fuoco, sputare matasse fredde, crescere di bramma, sagomare bilette, espellere gli scarti…”

E cominci pure a intendere, e io con te, quel gergo nobile: “‘Ngulaccilestramuert’, nemmanghe aqquà si po’ stà alla tranquille!”

Cosimo Argentina
Cosimo Argentina

Come quel Cosimo Argentina, e anche io ormai, tu pure abusi dell’espressionefa’ che gli…” – nel senso di come se.

Ora senti questa (l’hai scritta tu!): “Un lampione fa dell’albero una triste cascata di rami secchi atrofizzati.” – il che significa che ti balza agli occhi un lampione, che si mischia alla vista di un albero con un grigio cascame ligneo che assomiglia al tuo spirito che non è meno prono…

“Un boato mi sbulina la cassa fatt’a costole, e così, affidato alla sorte, prendo la strada alle mie spalle…” – e vai col lissio!

Non è tutta rosa e fiori, però:A ogni spuntone è come se mi entrasse nel culo e nei reni una durlindana.” – ti ringrazio della citazione ariostesca…

“Umè! Lo stai vedendo’? L’Afo due, il più merdoso degli altoforne. Nu sacche d’ cristiane… s’è ingoiato nu sacche d’operaie, è il grande cornuto!” – chissà com’era la su’ mugliera…

“… e cammino iappico iappico…” lemme lemme, quatto quatto…

Intanto, un diversivo:È caduto uno da un ponteggio. Un volo sgraziato, sembra, cinque o sei metri per provare il brivido del lancio. Un Icaro dal contratto collettivo al rinnovo” – firmato dai sindacati più rappresentativi, immagino.

Ti chiamano biondo: “Non sono biondo, ma qui siamo tutti biondi come Gesù nelle immaginette. Come Dio. Qui siamo, a come la vedo, tutti pezzi evacuati da Dio.” – da nu poco ‘e schifezza nasce a criatura.

“Ginetto s’è palesato. È uno spettro sfibrato, un tossico co’ i reni già oltre la dialisi.”

Ora sei mezzo tosco: “Cammino allo strascico, nazzicante, un perdone che ha smarrito la processione del venerdì santo, un confratello che s’è perso l’addolorata, fazzolett’e tutto.”

Mino Pilata brilla sempre per la sua necessaria assenza: se comparisse, cesserebbe ‘sta tarantella…

“Per la busta paga se la farebbero mettere ‘ngule senza sputure..”. – senza silacciarci ‘ncoppa…

“Soffoco una tosse petardica e mi strofino gli occhi. Gli occhi bruciano sol’a me.”

Un altro passo che fa riflettere. “Cinture sfilano dai passanti, chiavi inglesi, pappagalli senza corde vocali, cacciativi…” – quest’ultimo termine al contempo m’arricchisce e m’imbroglia.

Ma perché poi? Dopotutto: “Non si reagisce davanti a na pentol’appressione lì lì per saltare in aria.” e poi: “Che i compagni li piangono loro, non i figli di buttana che si mettono i soldi ‘nzacche.”

E tu, fedele nei secoli, chiedi loro di Mino Pilata… Nada! Nun ce sta’!

Uno ti chiede ora se cerchi “Mine”, e tu annuisci, e lui “si gratta la testa maculata fa’ che gli hanno ricucito sulla luna la pelle di una iena.”

Ti dice che a quell’ora l’affiancamento non è cosa, ormai. Quel che conta è che tu hai fatto ‘sta passeggiata, hai ingurgitato la tua dose di quel veleno, e una giornata di paga, zac!, l’hai ‘nzaccata.

“Resto fermo davanti al cancello come una ioia” – una gioia della Trinacria, eh?

“… quidde pirde di Tonino Circoste ti mannav’affangule!” – na lofia direbbe sîn Luìs, nu piritu direbbe cognateme.

Uno ti fa: “… mo mi vedi, a me, ma è capace che tra poco so’ na salma.”

Era prima “un colosso, na bestia. Sollevava centocinquanta chili mentr’ s’appizzicav’ na sigarette.”

Scopri un estimatore di Pino Malato, ehm, volevo dire di Mino Pilata: “Uno che se si candidava vescovo lo votava…” – ma chissà dove sarà ‘sto patrono!

“… a sentir lui, è già morto. Mancano solo il certificato e i manifesti.”

T’appellan “‘mbà” – ma è per affetto, tra!

“Nà, ‘mbà, scendi qua che è meglio che non mi faccio vedere co ‘sta macchina! Aqquà è pieno pieno di fafette…” – fafette, inutile specificarlo, è il tipico dolcetto di Castel di Sangro (AQ).

“Sponzato mi allontano dall’auto” – noi arşân diremmo che t ē pròpia mòi… la mia sposa direbbe che sii tutt ‘nfoso!

Giuro che “un’accanto all’altro” non è un refuso, sennò lo sarebbe anche “szoccola” e anche l’”ira diddio”.

Che ingenue so’ ‘ste anime prave quando s’arliano: “Avete detto che gli impianti erano a norma, prisi!”

L’informe massa dei 2094isti urla il suo canto tribale: “Migliaia di gradi centigradi e cartelle cliniche fa’ che so’ il testo unico del diritto del lavoro… deceduti all’atto della firma in calce al contratto collettivo.”

Arriva la pulla! –E mo che fate? Ci arrestate?” Mua ce stanno a pensà… non lu sannu mancu iddi…

“Abbiamo perso un compagno, stanotte! E voi che cazzo fate? Venite a creparci a noialtri invece di andare a pigghià all’ curnute!”

Parli forbito, quando t’impegni: “Alluvione e avulsione fa’ che so’ particelle elettriche caricate a mille al decapaggio…”; “Il resto di lui è acrobazia magica sul cavo di una tensostruttura…”, “I trullalero della sicurezza stringono contro la cancellata una cinquantina di tute…”, “Per trent’e trentuno non ha preso la via dell’abisso, il caubboi, aqquà…”, “I carambina li acciuffano per le giacchette, fa’ che so’ naufraghi, li tirano in secca…”, “Avaste!…”, “Avaste, cornuti!…”, “Cade un subordinato, è la regola, birilli e palle a tre buchi. Se a cadere è na divisa è vilipendio…”, “Tengo anche sangue nommio addosso…”, “Si aprono come acque bibliche per richiudersi alla schiena, gli operai…”, “Non c’è domani per ‘sto stabilimento qua, né per la città e forse nemmanco per st’umanità a cremolata…” – si tratta, come tutti sanno, della granita cremosa, gradevole a consumarsi sulla spiaggia di Taormina…

E tutt’intorno ci sta ‘na mezza pugna, di morituri avvers’ai morti.

Ma avaste veramente!

E tu? Incontrerai poi il tuo Pino Colado? Sì e no. Ma è come voler sapere se l’agrimensore K. riuscirà finalmente a raggiungere il fossato che circonda il castello, e se magari ci cascherà dentro. O chiedersi cosa pensassero gli squali martello di quel Mosè che solcava il mare come se fosse una pista ciclabile.

Quest’accozzaglia di idiomi, per tornare a quello che stavo tentando di pontificare all’inizio, è fortemente voluta ed è casuale: nel senso che è destino, e non mai fato. Non lo vuole un dioqualsivoglia, lo vogliamo io e dio insieme (ma anche tu, Cosimo, ma anche Mino), fissandoci dritti negli occhi senza soggezione alcuna.

Penso ar merulanaccio di Gadda, al poli-idiomismo di Joyce, ai carmi pluri-linguistici di Sanguineti. Nulla di tutto questo.

L’autore qui non separa, mischia; non relativizza, assolutizza; non differenzia, unisce, inserisce, cola, versa, ustiona, facendo espellere tutto il marcio che esiste in loco e che ci è dato d’assaporare stando comodamente seduti sul divano, oppure su delle comode poltroncine.

E chi s’è visto s’è visto. E chi non si vede più, vuol dire che è crepato laggiù.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Cosimo Argentina, Dall’inferno – Due reportage letterari, Umè, Minimum Fax, 2021

 

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