“Il rumore dei baci a vuoto” di Luciano Ligabue: tutto ha inizio, purché finisca presto

Un libro può intrigarti per varie ragioni, che ora mi sento di definire simmetriche, più che opposte. Può essere così originale che, facendo riferimento a quanto hai letto in precedenza, capisci che nulla ha a che fare con quello che hai tra le mani. Però, di quell’autore conosci già un’opera o due e forse, forse…

Il rumore dei baci a vuoto di Luciano Ligabue
Il rumore dei baci a vuoto di Luciano Ligabue

Oppure, il libro è sì originale, a modo suo, come tutti i libri del resto, eppure, qualcosa di simile senti che l’hai già conosciuto.

Come si chiamava quel tale, ah, Borges, che un bel giorno scrisse che quattro sono le storie possibili, e non ve n’è una quinta, e che forse esiste un solo libro, e un solo scrittore e, dico io, un solo lettore. Io. Poi vai a Palermo e scopri che, adiacente alla Piazza dei Quattro Canti, ve n’è un quinto, di Canti, che è stato costruito per creare una simmetria necessaria a uno degli altri quattro, o a tutti e quattro, non ricordo bene.

L’arte, e forse anche la scienza, come insisteva il fisico Ghirardi, si costruisce secondo il principio della simmetria, che forse non esiste in natura (anche se lui ne era pressoché certo), ma che serve all’uomo per capire qualcosa del mondo in cui viviamo.

Si tenga infine presente che il fatto dei quattro/cinque canti e quello della simmetria ghirardiana almeno una volta o due l’ho già utilizzato per intendere qualcos’altro. E che forse è giunta l’ora che mi occupi soltanto del libro che ho in mano, scritto da Luciano Ligabue, il noto correggese. Però il libro è lì, sul divano da ieri sera, e mi pare stia ancora sonnecchiando come il cane miglior attore non protagonista del suo primo racconto, per cui posso dilungarmi ancora un attimo nelle mie fantasie.

Chi ha letto Il grande quaderno di Agota Kristof? Chi non l’ha ancora fatto alzi la mano e vada dietro alla lavagna. È la prima parte della celebre Trilogia della città di K, che quando la si legge, suona strana, perché mai si crede di aver mai letto nulla di simile.

Non so se tu, Luciano (io do del tu e chiamo col nome di battesimo qualunque autore che sto commentando, gesto che io chiamo reazione, essendo l’azione che è sorta d’incanto dopo che è stata assorbita quella del libro, anche se non so se farò lo stesso con chi scrisse Mein Kampf, che ogni tanto sbircio passando, sepolto da altre opere più cogenti)…

Stavo dicendo, non so se tu Luciano abbia letto le gesta di quei due gemellini che, a un’età

imprecisata, forse intorno ai nove anni, consci di vivere un’epoca drammatica, la Seconda guerra mondiale, assumono vari proponimenti, fra cui scrivere temi, che possono essere giudicati Bene o Non Bene, a seconda che rispettino o meno la regola che si sono imposti: non essere mai generici o astratti.

Se io dico che tu, Luciano, sei un buon cantante, è Non Bene. Talvolta, ammettilo, hai stonato o sei parso fuori forma, né può essere diversamente, non sei mica Springsteen (anche se un po’ gli assomigli).

Se dico che l’ultima canzone del tuo concerto, a cui sto assistendo, ha scatenato un’ovazione, è Bene. Ho visto tanta gente battere le mani e sentito tanti Sei grande Liga!

Se dico che il mondo è bello è Non Bene.

Kabul - Photo by FidelityViaggi
Kabul – Photo by FidelityViaggi

Se dico che ora c’è un grande casino a Kabul è Bene: lo si può sperimentare guardando la televisione mentre sta accadendo. E via di questo passo.

Il tuo libro è Bene. Non ho detto che è bello, né che quello che sta tormentando quel paese lontano è una buona cosa: ho detto che è Bene, nel senso che è vero. Il tuo libro è Bene perché è vero.

Il primo racconto narra le vicende di una coppia che ha perso un cane, nel senso che è morto. Capita che ci si affezioni a un ricettacolo di pulci come se fosse un figlio, che purtroppo in genere vive troppo poco, dai dieci ai vent’anni al massimo.

Ho l’impressione che questa mia reazione sarebbe definita dai due fratellini Non Bene.

A volte è successo che non ci si affezioni, oppure che i quadrupedi scampino ai propri padroni e diventino, rispetto a loro, eterni. Tutto ciò che accade in genere e non hic et nunc è un Non Bene.

Neve è un cane problematico, che pesa, economicamente, più di un figlio:nel giro di un anno soltanto gli era costato più di nove anni di vita con Blek” – il precedente cane amato come un consanguineo, che costò molto meno.

Il padrone, che è anche il marito della padrona, ha un’idea: sopprimerlo.

Quando la moglie s’adombra (eufemismo) a quell’idea, egli la fa passare per un’antifrasi. La signora è molto affezionata a quel quadrupede un po’ oneroso.

Il cane qualche rotella che gira a vuoto ce l’ha, e lo dimostra verso la fine del racconto. E non è il solo ad averla: non è un’antifrasi.

Il secondo racconto è ispirato anch’esso alla verità fattuale, e narra di accadimenti senza offrire al lettore una logica o giustificazione. Parla del “Matto Bedini”, che “si diceva che fosse gobbo ma fortissimo, storpio ma agilissimo.” – che sono verità tutte da dimostrare.

E pure si diceva che il Matto fosse un cannibale. Quando lo vedono sono stupiti: “La voce del Matto Bedini era giovane e gentile”.

Alla fine della fiera, i nostri (si fa per dire) eroi (si fa per dire) riescono a verificare se il Matto Bedini sia un cannibale o no. La verità a cui giungono è ambigua. Non raggiunge il requisito galileiano della riproducibilità in laboratorio. Karl Popper direbbe che è rimasta una teoria religiosa, non falsificabile. Un Non Bene.

Il terzo narra di una lettera che un figlio che amava il padre, ma non le sue budella infette, invia al medico che aveva imposto a lui e alla sua mamma la visione di un’immagine disgustosa: “Mia madre sbiancò. Io ancora non riuscivo a credere che lei ci stesse mostrando la parte di intestino che aveva asportato a mio padre.”

A volte non si riesce a perdonare al prossimo quella mancanza di forza interiore che ci differenzia dalle bestie: la cosiddetta umanità. Come quella che rivelava quel “cadavere di un uomo dietro la sua bara, composto, le mani conserte sotto l’ombelico.” – lo stesso ombelico che certamente (avverbio che merita un Bene tirato coi capelli) funse da base di collegamento con quello della nonna dell’autore della lettera. Se ci si pensa, ognuno di noi è un racconto che finisce così così, e che poi si collega al prossimo e, in fondo, a tutti gli altri.

Il quarto racconta parla di un piccolo spettacolo organizzato per una ventina di detenuti, i migliori immagino, anche se si ignora quale sia stato il criterio della scelta. Fra loro v’è anche il capo, nominato d’ufficio mi sa, ed è l’attor comico, che è una star popolare, che lo intuisce come tale.

Questo capo, tanto buono e bravo non deve esserlo, ma tanto si sa che questa sorta di individui può anche non puntare sulle proprie doti umane, che anzi potrebbero rappresentare un handicap, tanto in un ufficio quanto in un penitenziario.

Il comico sa improvvisare come pochi, e riesce a divertire tutti, forse anche il capo, che però alla fine gli lancia un “sorriso di disprezzo. E da laggiù, per assicurarsi che il labiale fosse assai leggibile”, gli rivolse, “con movimenti lenti ed esagerati della bocca” la frase-slogan che aveva reso popolare il divo. Come a dire che l’unico che aveva il diritto di pronunciarla, là dentro, era lui. Il capo è un gran brutto mestiere, ma qualcuno deve pur farlo.

Il quinto racconto è ambientato in Francia ma, che le due coppie di turisti siano delle nostre parti, lo si capisce dal linguaggio che adotta una delle mogli, Lola, che potrebbe anche essere una bella gnocca, ma con cui non vorrei condividere nulla, nemmeno un weekend in Paradiso (Non Bene).

Urge qui ricordare la freddura di quei due miei concittadini che, incontrandosi dopo tanto tempo, si salutano col consueto modo arşân, che tanto meraviglia chi non è abituato allo humour di noi cosiddette tèsti quêdri, come ci definiscono i non eletti: “che t gnèsa un càncher, cme stêt?!”, “bèin! e té, fâcia ròta, cme t la vàla?!”. Ovviamente nessuno intende né augurare un brutto male all’amico, né giudicarlo persona da poco: si tratta di esclamazioni tipiche del nostro vernacolo.

Orbene Lola augura con zero simpatia un brutto cancro all’addetta all’alzata della paratoia di una chiusa, che ora si rifiuta di farlo perché dice che è tardi.

Lei disse che non poteva aprire. Come? Mancano dieci minuti, diceva Jarno, e segnava l’orologio sperando di spiegarsi. La tipa gli fece intendere che fra alzare e abbassare le paratoie ne servivano quasi venti. Va be’, ma loro erano arrivati prima delle sette, no? Lei continuava a sorridere a dire che non si poteva.” – e poi se ne partì in auto con animo spensierato. Senza tornare più, nemmeno l’indomani.

Non per difendere l’indifendibile Lola, ma mi sento di dire che su 100 arşân che augurano la morte a un antagonista, il 98,3% lo dice tanto per dire, perché è nervoso, oppure lo fa, come ho detto sopra, come una specie di convenevole. Con i nemici è tutt’altra storia. L’arşân spara per ammazzare.

Il sesto racconto narra la storia di ordinaria truffa perpetrata da uno strano individuo, che tanto onesto pare e poi dispare, verso cui provo antipatia mista ad ammirazione.

Ho rubato un paio di volte nella mia vita… La prima volta avevo sedici anni… fu alla R… quando era ancora vicino all’Eliseo… dove trascorrevo gran parte delle mie focacce scolastiche… ci si sedeva per ore e ore su dei comodi cuscini e si poteva leggiucchiare qualsiasi cosa finché si voleva… finendo inevitabilmente per comprare il libro che più aveva appassionato il focacciaroquel giorno mi affrettai ad uscire con il mio piccolo tesoro nascosto dentro al giubbetto… mi girai e scorsi una delle dipendenti… che era uscita e mi stava guardando… non ricordo se mi abbia gridato qualcosa… mi pare di no… aveva gli occhi dispiaciuti… sento ancora il suo sguardo appuntato su di me… a distanza di tanti anni provo un’immensa vergogna…

Questi assurdi puntini indicano che non l’ho ancora superata, né mai forse ci riuscirò.

Il taccheggiatore descritto da te è invece seriale e quello che m’impressiona non è la sua abilità, quanto il sangue freddo, la flemma e soprattutto il menefottismo con cui turlupina il prossimo (intuisco che i duecento euro che ha fatto scambiare al distributore fossero falsi).

Quando, con argomenti fuorvianti, dimostra la sua innocenza non esita a contrattaccare chi lo accusa: “Ora mi faccia la cortesia di chiamare sollecitamente un suo superiore.”

Il settimo racconto, che dà il nome alla raccolta “Il rumore dei baci a vuoto”, mi fa quasi star male, non perché anch’io ho frequentato una donna che non esitava a far valere le sue ragioni contro di me coram populo, come fa la moglie del protagonista, quanto perché so di aver fatto talvolta del male a una creatura, a due o a quattro zampe non importa, dotata di un’anima, e di non essere poi riuscito a verificare gli effetti reali del mio gesto.

Quell’onestissima anima prava investe un gatto e poi lo cerca dappertutto, senza trovarlo.

Per caso, o per destino, che del caso è consanguineo, s’imbatte in lui o nel suo avatar, chissà, e allora: “Gli mise le mani sotto le zampe anteriori. Lo alzò in aria e cominciò a urlare.

– Avete visto? È vivo. È vivo!

In quell’urlo non c’erano né trionfo né sollievo. Era solo una notizia che doveva dare. Che sapeva da sempre.”

Luciano Ligabue - Photo by AVLive
Luciano Ligabue – Photo by AVLive

Permettimi di dubitare di quel suo rassicurante pensiero, Luciano. Altrimenti, perché avresti scritto un pezzo lungo dodici pagine? O forse tutto il cosmo è fondato su un Non Bene?

Ho scritto pezzo perché una volta tu dicesti in un’intervista che scrivere racconti era come scrivere un brano musicale. Sarà…

L’ottavo racconto è di ordinaria vita sociale e lavorativa, nel senso che di socialità e di lavoro si parla, pur controvoglia, perché si vorrebbe fare dell’altro, tipo pescare di notte con la “Perla del Po”, come dice con ironia Santino, uno degli operai, a Tullio, il proprietario della barca, nonché socio lavoratore del negozio presso cui tutto l’equipaggio è impiegato da otto lunghi anni.

La pesca va a gonfie vele, in quanto a chili di pesce pescato. Per il resto va tutto a puttane, ma poteva andare molto peggio. Alla fine tutto si riequilibra, quando qualcuno chiede: “Chi si tiene il pesce?”

Il nono racconto narra di una vacanza di merda (vedi che ormai mi sto adeguando al frequente turpiloquio dei tuoi personaggi, ma quando ci vuole ci vuole!) di due amanti ancora in prova.

Come prima impressione è che la coppia durerà poco, e non solo per le formiche che sembrano uscire da tutte le parti e che s’insinuano fra due anime troppo disincantate per riuscire a legarsi almeno fino al giorno successivo al loro rientro in Piemonte, allorché i due amanti scoprono che, dalle valige, “da tutte e due uscivano formiche. All’inizio si muovevano ognuna per conto proprio.

Poi sembravano organizzarsi e avevano l’aria di marciare. Loro due rimanevano fermi a guardarle.”

Il decimo racconto racconta di un sequestro effettuato da un tipo che aveva “una faccia che aveva già visto, ma dove? Una faccia che pare inoffensiva. Un affare di non più di sessanta chili con addosso un completo semplice ma ordinato. Dopo essere una specie di custode-tuttofare di quella banda.” – così s’immagina il rapito.

Previsione errata. Fra i due si stabilisce una sorta assurda di sindrome di Stoccolma. Nulla di grave, per carità, ma non so come verrà a compiersi il suo esito.

“… l’omino avvicinò la sedia alla sua e gli mise un braccio attorno alle spalle. Si misero a piangere insieme.”

L’undicesimo è, a occhio, il più simpatico. Un’anziana rivela due tremende verità al marito rompiballe. E questo non fa bene alla loro ormai vetusta e asfittica convivenza. Alla fine alcuni vissero sereni e contenti, altri meno. La verità altrui è una brutta bestia, un mostro che può divorarti.

“Carla mise i gomiti su tavolo e ci si poggiò avvicinandosi alla faccia di sua madre.

– A parte gli scherzi, ma’…”

Il dodicesimo racconto è spiritoso. Mi ricorda quella volta che ero sul Lungo Crostolo, intorno a mezzodì. Scorsi un giovane alto e nero, tranquillo, faccia simpatica, berretto alla Jovanotti, girato all’indietro. Mi fermai perché ero all’altezza delle strisce pedonali, anche se dal lato opposto al mio. Così mi avevano insegnato pochi decenni fa a scuola guida.

Sulle strisce ebbi un incidente a sette anni, mentre andavo a catechismo. Se l’angioletto non mi avesse salvato a quest’ora sarei in paradiso. La mia santità patì poi i suoi problemi. Mio padre perse la vita mentre stava terminando di attraversare le strisce in via Adua. Questi due episodi mi hanno reso sensibile al fatto delle strisce.

Il giovane mi fece cenno che non poteva attraversare perché dall’altra parte nessuno ci pensava nemmeno per scherzo a fermarsi. Che vuoi farci! Sono bianchi! – mi scappò di gridare, sorridendo. Al che lui ridacchiò divertito. Un po’ mi vergognai della mia battuta, ma mica tanto.

Luciano, stavamo parlando di un tuo racconto, o sbaglio? Anche perché qui tu parli di semafori, non di strisce, ma tant’è, l’asfalto urbano è quella zona umana dove chiunque si arroga il diritto di sentirsi non solo legislatore, ma anche stimato giurista.

Racconto allora il finale, facendo da spoiler:Rosso. Verde. Giallo. Rosso. Verde. Giallo.”

L’ultimo, nonché tredicesimo (speriamo che non porti sfiga, come temono gli yankee, ma soldi).

Il tuo personaggio ha come minimo il 79% delle probabilità che la vita le sorriderà per pochissimo tempo ancora. Il rimanente 21% rientra nelle possibilità di una futura e sempiterna felicità. Ma solo se la previsione del medico sarà “quello che non mi dovrebbe dire”.

E io sono un ottimista, lui più di me.

Il racconto finisce prima dell’esito dell’accertamento sanitario, e quindi l’io narrante resterà sempre “qui a fare la guardia”.

Citazione d’obbligo (Keats): a thing of sickness is a joy for ever, finché dura, ovviamente.

Citazione materna (Rosalinda): Tót à fîn, ma anche, a paghêr e a morîr ‘s fa sèinper a tèimp!”

Mi raccomando, amico correggese, davanti alla p e alla b in arşân ci vuole la n! A fêr mia l’inbambî! (rimbambito, tradotto agli enotriani e agli insulari).

Se tutto ha davvero fine, tutto il fio si paga, prima o poi.

Ero da Roy, l’altra mattina, quando scorsi su uno scaffale questa tua raccolta. Gliela chiesi, e lui mi disse che ancora non l’aveva letta, ma me la diede ugualmente.

La nostra esistenza non è che un caso, forse anche un casino, che ognuno di noi gestisce come può. Quel che conta è cercare di leggerla. A ogni costo. E di cercare poi d’interpretarla, scrivendone.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Luciano Ligabue, Il rumore dei baci a vuoto, Einaudi, 2012

 

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