“Un posto tutto mio” di Rocío Muñoz Morales: l’intenzione è alata e nasce dal cuore

La sacra ingenuità è l’arma che ti consente di uscire verso il mondo e di vederlo per quello che è, un’ipotesi in movimento, privo di certezze e costruito sulla potenza metaforica del dubbio.

Un posto tutto mio di Rocío Muñoz Morales
Un posto tutto mio di Rocío Muñoz Morales

Una creatrice, o un creatore, questo insegue: la novella, lieta o triste che sia, sui cui costruire il proprio luogo dell’anima. Ora seguirà un mio tentativo di attribuire un senso al titolo.

Non riesco più a godermi uno spettacolo, che sia artistico o naturale, se non lo posso condividere con una persona cara. Tale mia incapacità, che rasenta l’handicap, vale anche per gli eventi televisivi che un tempo mi esaltavano, per esempio una partita di calcio e, forse, anche l’eventuale discesa su Marte del primo homo sapiens sapiens non riuscirebbe a farmi accendere il video.

Leggere e scrivere rappresentano due eccezioni, dove la solitudine è un obbligo morale, più che una necessità. In un secondo tempo la socializzazione diventa importante, o anche urgente, motivo per cui ora sto sì scrivendo da solo, in una stanza ignota al mondo, queste righe, che domani invierò a qualcuno che le diffonderà dove vorrà e potrà.

Tutto questo è sgorgato da me al termine della lettura, senza che mi rendessi conto che potrei riferirle a qualsiasi libro che ho letto, e solo ora scopro che non ho detto ancora nulla di questo romanzo.

Il titolo! Ecco perché! L’uomo sogna la libertà, ma ha bisogno di quella kam’a sanscrita che indica la passione, da cui derivano parole semplici come amore e amicizia, nonché kāma sūtra. Il romanzo “Un posto tutto mio” che ho appena terminato di leggere tratta soprattutto dei primi due termini.

Il posto tutto mio riguarda, immagino, il luogo dove l’autrice ha concepito la sua storia, l’idea originale, dove essa è emersa dal nulla la prima volta.

Poi il luogo dove lei è stata in grado, lottando con se stessa, di ricrearla.

Infine dov’è stata finalmente in grado di dire: Basta! Non ne posso più! È finalmente finita! Scrivere è partorire, se nasce una creatura, qualcosa di più disdicevole se il prodotto non è quello che ci si augurava.

Il romanzo di Rocío Muñoz Morales appare semplice, scorrevole, piacevole. Similmente, anche un neonato che, a parte il primo nervoso vagito, pare ora quella personcina che, ormai quieta, s’è attaccata al capezzolo materno.

Solo l’autrice, e questo vale anche per il maschio che ha creato un oggetto artistico, sa quanto ha dovuto patire per realizzare lo scopo prefissato: dar alla luce quel che prima era dentro di lei e che ora è un altro individuo rispetto a lei, ma per sempre a lei collegato. Il taglio del cordone ombelicale presto separerà definitivamente i due esseri, ma non c’è fretta, più s’aspetta e meno quell’atto, pur necessario, recherà dolenzia. Si parla di un distacco fisico e nulla più.

La protagonista è Camila, spagnola da parte di padre e pugliese da parte di madre che, alla morte di quest’ultima, raggiunge una località, che s’immagina ridente, della costa pugliese, il cui nome Salianto, ricorda la parte meridionale della regione.

Alcuni indizi: su wikipedia il duomo dedicato alla Madonna delle Stelle è Altrove (il punto più vicino è a Sant’Angelo Limosano (Campobasso), il più lontano è a Saluzzo (Cuneo); il film citato, che si dice parzialmente ambientato a Salianto, Sette lune, non esiste, anzi, un titolo simile riguarda una pellicola inglese del 1944, con Stewart Granger e Phyllis Calvert, e pare proprio che non c’entri affatto.

Poiché nemmeno Salianto risulta su Google, ne deduco che l’intero cosmo sia frutto della fantasia di Rocío Muñoz Morales. Anche andando a rovistare nella vita privata dell’autrice, non si riscontrano accenni alla regione Puglia. Semmai a Madrid, a Roma oppure a un paesino calabro dove si parla il greco antico. Non poteva essere che così, essendo Salianto un posto tutto per lei, Rocío Muñoz Morales.

Sono la solita ingenua, pensò. Glielo dicevano tutti…– un fatto assodato e irrimediabile. Tale qualità “l’aveva ereditata dalla madre, sempre che queste cose si ereditino. Anche Tea vedeva solo il buono delle persone.”

Su questo avrei da obiettare. Camila è una donna molto reattiva che non sempre attende di vedere con chiarezza le cose, prima di cercare di modificarle, oppure di accettarle. Presto, però, si mette ogni volta nelle condizioni di verificarle. Questo non si può negarlo.

Detto delle mie bande emiliane: a sūn brótt ma s-cètt, brutto ma schietto; Camila è bella, ma schietta lo è anche troppo e sa come ferire le persone che sembrano ostacolare i suoi progetti. È sicuramente una persona ambiziosa, seppure virtuosa.

Tea, sua madre, non voleva essere strategica e affidarsi ai calcoli nei rapporti col prossimo. “Ripeteva che ogni cosa buona nasce dal cuore, e solo da quello. Tutto ciò che è costruito e manca di spontaneità crea più dolore che gioia su questa terra.” Questo suo carattere un po’ sbandato la fece sbarcare in Spagna, dopo aver abbandonato per sempre la sua famiglia.

Tiziana, settantenne arcigna che, solo dopo una richiesta esplicita di spiegazioni, rivelerà a Camila la strettissima parentela, pare allontanarla da sé e per un bel po’ di tempo la tratta con freddezza e un’insinuante arroganza.

Camila si oppone all’idea di vendere, sia pure a caro prezzo, la masseria ereditata, dicendo che: “… non si vende a qualcuno che vuole distruggere ciò che ami…”, per farne un ritrovo elitario per turisti abbienti, qualunque cosa significhi: quel tanto decantato “open space di relax creativo”. Tiziana dice: “Sono belle parole, le tue. Ma sono solo questo: parole.”

Camila replica: “Mia madre diceva che le parole sono il seme, e senza un seme non nasce il frutto. Ma immagino che a te non interessi.” È una provocatrice nata. Lei sapeva che anche Tea odiava la sola idea di trattare la cessione dello stabile, anche se “Vendere era la mia unica via di uscita. E tu l’hai distrutta.”

Camila, non so quanto consapevolmente, è per metà Shiva e per metà Viṣṇu. Tea le rivela che da anni sognava di creare nella masseria un luogo di lettura e d’incontro per l’infanzia e che ormai vi aveva rinunciato.

Alberto è il padre di Camila, rimasto in patria anche perché, nelle previsioni, Camila doveva rimanere in Puglia pochi giorni, per incontrare gli acquirenti. Ora tutto è rimandato a tempo indeterminato e Alberto, che “non amava le improvvisazioni, le follie, non aveva mai avuto simpatia per le trovate di Camila’, come le chiamava lui”, ora le dice: “Sei tutta tua madre.” e: “Tua madre avrebbe fatto lo stesso”. E afferma una verità che ho già udito da qualche parte, in genere intrisa di un senso denigratorio: “La genetica non perdona…

Un altro detto che viene ripetuto tre volte nella narrazione: “L’intenzione è alata e nasce dal cuore!” il che significa che solo dalla kam’a può prendere forma quella novità esistenziale, la metanoia, la conversione a u, la decisione che ti fa cambiare parere sul mondo e sulla tua stessa esistenza, che ti può far sbattere contro un muretto, oppure condurti alla felicità.

A Salianto, Camila incontra un giovane scrittore, che inizialmente tratta a pesci in faccia e poi sempre più dolcemente. Considerato che non sono un romantico, lascio a chi leggerà l’onere di scoprire come sia andata a finire tra i due.

Rocío Muñoz Morales
Rocío Muñoz Morales

A volte occorre salire “verso il punto più alto” del paese, nei pressi di quel duomo che esiste solo nel romanzo di Rocío, dove tutto può far giungere alla spiegazione ultima (ammesso che esista), dove ha scioglimento ogni mistero, anche se “le storie di fantasmi si somigliano un po’ tutte…”, anche quella che narra di una coppia di innamorati che si incontrano nel bosco, ove accade un delitto efferato, e… dove basterà divorare il romanzo e si capiranno le storie antiche e quelle moderne.

Tea ha quel nodo familiare che le impedisce di voler bene alla consanguinea che tanto vorrebbe conoscerla e amarla e che, non riuscendovi, si sente in colpa: “… dovresti avercela con me”, le dice. Tea risponde: “Ci ho provato, sai. Ho provato con tutta me stessa a odiarti. Ma la verità è che non ci riesco.”

Dopo che Camila Shiva gli ha rovinato il piano della cessione, Camila Viṣṇu l’aiuta a realizzare il suo antico progetto. Cessando quella freddezza che è durata per gran parte del tempo, Tea riesce a commuoverla: “‘Sei mia nipote’ disse, con un sorriso pieno di tenerezza.”

La verità delle verità, che è sempre un fatto nuovo che è simile agli altri, si cela in un convento, dove “erano passate decine e decine di donne scomode, eccessive, troppo all’avanguardia, o troppo deboli per proteggersi.”

Camila sale in quel luogo dello smarrimento di sé, dove qualcuno riesce a trovare la sua quiete interiore, dove “si deve scegliere se lottare per non soccombere o lasciarsi travolgere. Io non volevo prendere nessuna delle due strade, volevo solo trovare pace. E l’ho trovata. E tu? Hai trovato la tua?”.

Alla risposta affermativa che è soltanto un sussurrato “Sì”, e un ancora incerto “Credo di sì”, la monaca aggiunge un savio: “E allora non lasciartela scappare.” Poco prima la monaca aveva anche pronunciato un detto che non so se definire folle: “Non esistono le coincidenze, lo sai? Vuol dire che così era scritto.” Da chi, vorrei quasi da chiedergli, ma non lo farei mai. La risposta sarebbe ovvia: da Colui che può!

L’agnizione finale aggiusta ogni cosa, nel senso che rimescola l’insieme degli elementi a cui bisognerà d’ora in poi adattarsi.  Anche colui che si era sempre mostrato intollerante alla presenza invasiva di Camila, e sto parlando del signor De Nittis, snobistico sindaco del paesino, non può evitare di ammettere che “Ho faticato a capire che non eri una maledizione, ma l’occasione per liberarci di un peso che ci opprimeva da generazioni, però alla fine l’ho accettato.”

Camila pare risvegliarsi (non da sola, ma con l’aiuto di un’intera comunità) da un sonno letargico che la rendeva incosciente della sua realtà. E ora: “… mi sento così… completa. È come se conoscessi da sempre ogni pietra, ogni albero, ogni frutto di questa terra. È una sensazione strana, non so spiegarla… un po’ come rinascere.”

E da domani, ogni cosa assumerà una nuova apparenza, che saprà ricreare forme diverse di quel che già esisteva, ma solo come ipotesi, potenzialità.

Nei Ringraziamenti, l’autrice, dice qualcosa di bello ai lettori che: “… con la vostra fervida immaginazione avete dato voce e vita ai personaggi e alle storie di questo romanzo: ora possono finalmente vivere liberi.”

È una responsabilità che chi legge non può che condividere con chi per primo scrisse: l’autore originario, che tale non è mai, essendo tutta una finzione prevista dal solito Chissà Chi. Se poi tocca al nuovo lettore continuare la narrazione, nessuno sarà costretto per sempre nel suo ventre materno.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Rocío Muñoz Morales, Un posto tutto mio, Sonzogno, 2021

 

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