“Il Broker” di John Grisham: tutto è yankee quel che finisce yankee

C’è poi quella storiella sulla differenza che esiste fra gli italiani e i tedeschi, ma che vale anche per gli yankee, specie quelli del versante orientale.

Il Broker di John Grisham
Il Broker di John Grisham

Tempo di guerra, una compagnia italica del genio pontieri deve costruire un ponte che collega le due rive di un torrente. A tal fine si sono portati dalla caserma il legno necessario. Con la consueta e sempre un po’ miracolosa solerzia, quei prodi stanno per terminare l’opera quando, ahimè!, si accorgono che manca un metro e mezzo di materiale perché il ponte sia praticabile. E allora cosa combinano i nostri eroi? Si recano in una fattoria limitrofa e, senza porsi grandi problemi etici, si appropriano di metà di una staccionata (che verosimilmente serviva ancora al contadino). In guerra e in amore, da che mondo è mondo, ogni furto è concesso.

I tedeschi non sarebbero mai arrivati a tanto (e nemmeno gli yankee): a loro non sarebbe mancato il legno necessario.

Dicono che quei due popoli, insieme a quello israeliano, siano i più capaci di organizzare qualsiasi progetto. Poi mi vengono in mente i giapponesi, i coreani e i cinesi e mi pare allora che ci sia tutta una scala di efficienza sistematica, ai cui ultimi posti si piazzano i mediterranei (e forse noi italiani riusciamo a spuntarla soltanto sui francesi).

Il romanzo di Grisham è accattivante, tratta della cattività ed è molto cattivo. È un gioco crudo, crudele, una specie di agrodolce carosello infernale, nel corso delle quali accadono mefitiche tregende e tragici accadimenti. E il tutto viene descritto in modo molto descrittivo e preciso (come quel famoso dito in quel celebre orifizio).

Il protagonista è un avvocato tanto scrupoloso nel suo lavoro quanto privo di scrupoli, che tratta un affare molto pericoloso e pericolante, per cui viene giustamente accusato di una serie di giuste accuse, dopo di cui viene condannato a una pena detentiva di vent’anni di galera.

Dopo sei anni, egli viene graziato da un presidente americano disgraziato e dimissionario. Quindi viene preso, impacchettato e spedito in Italia, prima a Treviso e poi a Bologna, dove scopre che Altrove esiste un modo di vivere diverso da quello a cui era abituato.

Al termine di una lunga serie di traversie, traversine e trasversali, falliti tutti i tentativi di tenerlo segregato e di farlo segretamente fuori da parte di un’implacabile congerie di servizi segreti yankee (entrambi), cinesi, israeliani e sauditi, egli se ne torna quatto quatto in America, dove inventa all’uopo alcune balle molto rotolanti, per poi ripiombare a Bologna dalla sua bella che l’aveva aiutato a scappare, e a sperare in una nuova esistenza, pur promettendo alla famiglia che ogni tanto si farà sentire. Tornerà spesso a casa, anche solo per prendere sulle ginocchia la nipotina di due anni che ha appena conosciuto.

Tutto è yankee quel che finisce yankee.

Proposito dell’autore è di tacere il proprio proposito. Nella nota finale ammette di non essere un esperto informatico né di servizi segreti, ma soltanto un uomo di legge, e che non si è nemmeno sognato di scrivere un libro realistico: “È tutta fantasia, ragazzi”, avverte.

Non c’era bisogno di dirlo, me n’ero accorto da solo. È come quando si va in vacanza, e uno si diverte a fingere di essere un esploratore, un barcaiolo o un cacciatore. Poi, se non è uno scrittore, se ne torna a casa a fare quello che per cui è pagato; e, se è uno scrittore, idem.

Caro amico, io di professione faccio una cosa che smetterò a breve, ma come dilettante mi diletto a leggere a letto (o sul divano) e lo farò per tutta la vita. Amo tanto dare del tu all’autore che mi ha appassionato o in ogni caso allettato (in entrambi i sensi) per qualche giorno. Per la precisione, nella fattispecie, undici.

Pixuntum
Pixuntum

A titolo informativo, ho cominciato il tuo romanzo a Reggio Emilia (poi ti dico dov’è), ma subito dopo sono partito per Pixuntum (a.k.a Pisciotta), da lì poi sono andato con due donne (consanguinee) in un B & B pugliese, da dove mi sono spinto a Bari vecchia, Andria, Castel del Monte, Putignano (visitate due grotte), Castellana, Alberobello, Martina Franca, Locorotondo (assistito a un funerale), Bitonto, Bisceglie, Trani, Molfetta, Monopoli, Polignano a Mare (visto monumento a Modugno), Foggia, Taranto, Ostuni, Brindisi, Altamura (accattato pane), Matera (idem), Eboli, Pixuntum, infine ancora a Reggio Emilia, tutte città molto simili e parecchio differenti fra di loro: 3.345,27 km in 10 giorni; e il dì successivo all’arrivo, ho finito (pochi minuti fa) di leggere Il Broker.

Normalmente ci avrei messo due giornate (lavorative). E ora non dire che non è giusto che uno passi un anno a scrivere un romanzo e arriva il primo (o l’ennesimo) arrivato e lo divora in quattro e quattr’otto. Sic transit gloria mundi. È forse giusto che tu sia superpagato per quel pur laborioso lavoro e io invece no? Sì, è giusto. Lo diceva anche Tonio a Renzo: A chi la tocca, la tocca! (la pecunia).

La lettura mi ha allietato, oltre che allettato, ed ora t’allestirò una reazione.

L’inizio è un po’ lento, ma si sa che voi yankee (come il più yankee di tutti, il mio Omonimo Re), siete tutti dei diesel, non ci sono né santi né madonne! Per cui, per un po’ non ho nulla da segnalare, se non che: “Nel gennaio 1996 tre giovani pachistani esperti di informatica avevano fatto una scoperta sbalorditiva.” Quindi gli eventi inventati e narrati sono abbastanza recenti.

Dopo di cui avviene l’avvenimento avveniristico: i tre derelitti, per poter piazzare la loro scoperta, si rivolgono a un potentissimo studio legale a cui appartiene Joel Backman a.k.a. il Brooker, il quale, per motivi non eccessivamente evidenziati, viene accusato e condannato, come s’è detto, a quattro lustri di prigione, ma graziato dopo un lustro e un anno. Tra l’altro poco si capisce come quello studio possa fare tanti maledetti soldi (ma il lettore subodora un odore di corruzione varia). E poi i tre genietti vengono fatti fuori probabilmente dai cinesi.

Comincio a reagire veramente intorno al capitolo 17, che in Italia, sappilo, non porta una gran fortuna.

Appunto:Luigi per fortuna gli aveva fornito una piccola biografia…”, che mi pare la prima frase significativa, forse la più significativa dell’intera opera.

Esistono due modi d’intendere la vita (quando si dice così, s’intende: esistono due concezioni estreme della vita, e poi tutta una serie di casi intermedi e di intermediari).

Quella, succitata, dei tedeschi, israeliani, yankee, in cui tutto è previsto, tranne, ovviamente, l’imprevedibile. Poi quella di noi latini: in cui tutto è imprevedibile ‘n coppa a ‘sta terra, tranne, sempre ovviamente, quel che è già successo, che è scontato e di dubbia interpretazione.

I primi non prevedono la fortuna, il caso, da fors-fortis, la sorte, ma anche da ferre, portare: quel che porta seco il caso. I secondi la auspicano e la maledicono quando non reca che disgrazie. Questa mi pare la contrapposizione che tu vuoi esaltare nella tua opera. Esaltare? Non è il termine esatto in relazione al tuo libro, che cerca ad ogni piè sospinto di tranquillizzare il lettore, anziché di emozionarlo (com’è invece costumanza del mio Omonimo Re).

Nella pagina seguente, c’è la seconda frase significativa, quando parli di Bologna, di com’era alcuni secoli fa: “Una volta c’erano oltre duecento torri…”. Un po’ come in Birmania (me l’ha raccontato il mio amico Gino che c’è stato), dove ogni re costruiva un edificio sacro, sempre più maestoso di quelli precedenti.

La stessa logica accadeva nella città felsinea. “Le torri, in qualche modo, assunsero anche il ruolo di status symbol”. Tot à fin, tutto ha fine, però. Alla fine dell’Ottocento uno scellerato consiglio comunale decise di abbattere quello che tu definisci, riportando una frase scritta da un viaggiatore inglese, “un mazzo di asparagi”. Rimasero quindi le due sole torri attuali: quella degli Asinelli e della Garisenda.

Questo è terribile. In America, ma ormai dappertutto, anche sotto casa mia, le cose non vengono fatte per durare negli anni, ma per svolgere una loro missione temporale, e poi vengono eliminate senza pietà.

In modo analogo in genere si comportano i servizi segreti e le mafie con gli umani.

Quand’ero piccolo, due cose infami si diceva di voi yankee:

  1. un programma televisivo, anche un film!, viene continuamente interrotto da shorts pubblicitari: una volta vidi inorridito la scena di un salto triplo interrotto tre volte da un’immagine subliminale!
  2. le lavatrici, le tivù e i frigo durano tre anni e poi vengono sostituite da modelli più moderni, anche se quelli ormai vecchi funzionano ancora perfettamente!

Dei pazzi pazzoidi, questi yankee!

John Grisham
John Grisham

Purtroppo lo squilibrio mentale mischia, s’attacca, è contagioso, e ormai anche noi siamo diventati yan (fra poco uscirà anche da noi la k, poi una prima e poi, irrimediabile, una seconda).

Ora le due torri superstiti assomigliano, secondo la guida di Ermanno, l’insegnante di italiano di Joel (che ora è chiamato da tutti Marco), a Stanlio e Ollio.

È proprio bella Bologna, anche con la neve!dice lei (lei è Francesca, la Lei della storia). “Proprio bella! – confermò lui, quasi senza fiato.”

Lo sai che è stato grazie al tuo romanzo che ho scoperto che una città emiliana è bella anche, e forse soprattutto, quando è avvolta dal candido manto della neve?

Abbiamo tanto da vedere. – Forse, tutto sommato, Marco non l’avrebbe più licenziata.

Per forza gli piace, rispetto al pur piacente Ermanno, dopo sei anni di castità… Ma è quel forse che mi dà da pensare.

In qualche modo, Marco-Joel riesce a far pervenire una missiva a Neal, il figlio yankee, pure lui avvocato, nella quale egli chiede un aiuto economico e tecnologico per poter evadere dalla sua assurda vacanza forzata. “Non fidarti di nessuno, controlla tutto, e distruggi questa lettera.”

Marco-Joel è consapevole di essere in una situazione di grande instabilità. Oggi è servito e riverito, ma del doman non v’è certezza. Anzi: sarà con ogni probabilità fatto fuori, non si sa però da chi, forse dal primo a caso.

Neal tornò alla scrivania e rilesse la lettera, poi la lesse ancora una volta.” Un italiano l’avrebbe letta solo una mezza volta, e poi avrebbe scorso distrattamente l’altra mezza.

Era il tono “che il padre adottava sia a casa che sul lavoro: fai questo, questo e questo e tutto funzionerà. Fallo come ti dico e fallo presto. Subito! Rischia il tutto per tutto perché ho bisogno di te.”

Simona. Un personaggio minore, che svolge un ruolo importante nella storia, mandata da non si sa chi, probabilmente da te, Johnny Grisham, la quale ha a funzione di distrarre Luigi, il controllore di Marco-Joel. “Luigi cominciava a stancarsi di quella procedura, e poi c’era Simona che lo aspettava. Una studentessa napoletana di vent’anni, uno schianto di ragazza.”

Fino all’arrivo di costei, Luigi era un perfetto bodyguard, in senso lato, cioè uno che teneva d’occhio il corpo (e l’anima) di Marco-Joel, senza perderlo mai di vista, o quasi.

Colgo una stranezza nel capitolo 20: “Il docente stava pestando sui tasti della sua macchina per scrivere antidiluviana”.

Possedevo negli anni ’70 una piccola Antares, di cui ero orgogliosissimo, solamente meccanica, e dovevo pigiare un po’ sui suoi tasti; poi passai alla macchina elettrica; poi a quella elettronica (con la margherita che girava); finché, nel 1988, usai per scrivere il mio primo computer (un Apple 2c).

Tutto è possibile, ma dev’essere stato proprio un originale questo docente…

Poco dopo Neal spedisce a Marco-Joelquesto cellulare ultimo modello con mille funzioni. Gli europei sono più avanti di noi in fatto di telefonia mobile e tecnologia internet, per cui non dovresti avere problemi.

Questo, forse, è l’Italia (e il vecchio mondo intero): dove il passato e il presente retrogrado convivono col magico futuro. Dove il tempo esiste, ma cambia di frequente le sue variabili, dove tutto e, a volte, nulla è possibile, certo, probabile, inevitabile.

Poi, nel capitolo successivo: “Possedevano centinaia di vecchie foto di Joel Backman.” E su di esse ci lavoravano: “Esisteva una serie di proiezioni digitali di un Backman di cento chili, com’era all’epoca della sua entrata in carcere, e di un Backman di settantatre chili, come si diceva pesasse attualmente.”

Il figlio scrive all’amato genitore:Mi connetterò ogni giorno a quest’ora, alle mie 7.50 in punto. Ora devo andare.”

Ehm, carissimo Johnny: la mamma di Francesca è la “signora Altonelli.” Vedi che in Italia, come dappertutto, ogni cognome è possibile (una volta conobbi un Salvatore Acconciagiuoco e anche un certo D’Arcio Cono e addirittura una deliziosa Nella Passera), ma su Facebook non esiste un utente con tale cognome, neanche su Google. Esiste invece uno yankee di nome Al Tonelli. Beh, tiremm’innanz!

“Lei sorrise quando lo vide arrivare e addirittura gli prese una mano e lo attirò vicino a sé per scambiarsi un bacio sulle guance, cioè, quasi sulle guance, un’usanza a cui Marco non si era ancora abituato dopo due mesi.”

Vorrei soffermarmi su un tipo di trappola imbastita dai servizi segreti (quale dei quattro o cinque? Poco importa, uno basta che sia, tanto s’equivalgono). “Una sventola di un metro e ottanta dai lineamenti perfetti, implacabili occhi neri e una voce roca grazie alla quale…” e non le era stato difficile attirare un tale di nome Jacy Hubbard, istupidirlo a forza di “sesso torrido” e di consegnarlo, sfatto com’era, nelle mani dell’agente segreto di turno che lo poté far fuori senza che gli uscisse per questo l’ernia.

Poi a Francesca succede finalmente d’inciampare (era ora!) e di slogarsi una caviglia. Questo piccolo incidente fornisce l’occasione per cementare l’amicizia fra lei e Marco-Joel (in Italia basta poco perché questo accada).

All’inizio del capitolo 26, una frase un po’ tendenziosa (ma appena): “Gli stivaletti avevano i tacchi bassi e, date le circostanze, un paio di scarpe senza tacchi sarebbe stato anche più indicato: ma lei era italiana e per lei la moda aveva sempre la precedenza.” Ah, ecco perché mia moglie…

Francesca è sposata con un professore universitario molto più anziano di lei, pressoché morituro (per un tumore maligno al cervello): “… aveva fatto il professore e aveva messo da parte qualche risparmio, ma ora la malattia stava incidendo sul bilancio familiare.”

In Italia, caro il mio Johnny, esistono due cose che in America, beh, lasciamo perdere (magari chiedi a Mr. Barack), che si chiamano Pensione di Vecchiaia e Servizio Sanitario Nazionale.

“Poi le chiese della madre e seppe che stava preparando una torta di pere, una delle preferite del genero, sperando che dalla cucina gli giungesse il profumo.” Il gli appartiene al morituro marito. Frase molto italiana (ma non vorrei essere tacciato di razzismo). Un gesto pressoché inutile, ma soave e preziosissimo.

Francesca, informata di tutta la storia da Marco-Joel, prova a cambiargli i connotati, cioè gli taglia “baffi e pizzetto”, e gli dona un po’ dell’abbigliamento del marito e una ventiquattrore che può sempre risultargli utile, anche per dissimularlo un po’ tra la folla.

Tutto fatto in un modo molto ruspante e artigianale, ma per un po’ funzionerà.

Marco-Joel prende il pullman che porta da Bologna a Modena.

“Mentre il pullman entrava in città, Marco decise di dare un’occhiata ai passeggeri alle sue spalle e si alzò andando verso la toilette, in fondo, lanciando un’occhiata distratta agli uomini.”

Alla mia ormai (quasi) vetusta età non mi sono mai imbattuto in un pullman con la toilette, so che esistono, come so che esiste il Machu Picchu. Esistono, sì, ma Altrove. Ad Amalfi no, per esempio. Lì le corriere sono così intasate di carne umana (proveniente da vari parti del mondo, dall’Oklahoma al Queensland) che se qualcosa scappa, svengono in trentotto.

Marco-Joel riesce a evadere dalla prigione dorata governata da Luigi, il quale impreca e viene imprecato a sua volta. Vorrebbe quasi chiedere aiuto a israeliani e a cinesi, ma la cosa deve essere decisa dall’alto, non da lui. Perché, una è la Verità che conduce alla Vita Eterna: “gli ordini erano ordini, anche se venivano cambiati di continuo.”

Nota di cronaca: Marco-Joel, spendendo 300 franchi, va in taxi da Modena a Milano, passando per Reggio Emilia, dove il sottoscritto risiede dalla nascita, ciaoooo!

Ma perché dici franchi? È straordinario! Chi ti ha detto che, nel nostro dialetto (ma non in italiano), si diceva, fino al 2002, franc anziché lire, essendo state le nostre terre di dominazione francese?

5 lire - 2001
5 lire – 2001

Per cui, sinc franc voleva dire cinque lire; 300 franc = 300 lire; ma la cosa non vale più da quando è entrato in scena l’euro. Probabilmente, era un taxi che veniva dal passato, boh!, che faceva il viaggio di 180 chilometri per il modico costo di 300 lire (= 15,49 centesimi di euro).

Il fatto mi suggerisce che tu, carissimo John, forse hai preso lezione di italianitudine dallo stesso Marco-Joel. Questo spiegherebbe tante cose.

Capitolo 29: “Erano le 10,15, cioè le 4,15 a Culpelver, Virginia: e Neal si sarebbe collegato alle 7.50.” Meno male, ero in pensiero! È proprio un buon figliolo a orario determinato.

A Milano, Marco-Joel entra da Roberto: “un negozietto di abbigliamento maschile stretto fra una gioielleria e una panetteria.”, incassato come un’abside nella navata di una cattedrale. Certo che sono strani questi italiani! Soprattutto quelli acquisiti.

“Il commesso era un mediorientale che parlava italiano peggio di lui.”

In quel negozio accade un tale scempio umano/yankee che non lo racconto per pudore, ma anche per invitare l’eventuale lettore di questa mia reazione a leggere il romanzo, almeno fino a questo punto.

“Si mise a osservare i milanesi anziani che passeggiavano in Galleria, le donne sottobraccio, gli uomini che si fermavano a chiacchierare come se il tempo non avesse la minima rilevanza. Beati loro.”

Oh, capita. A volte nella nostra tribù non si divorzia mai (magari ci si limita a minacciare la separazione per quarant’anni), e ci si sopporta tutta la vita. Marco-Joel si era invece sposato tre volte e divorziato altrettante.

“Alle 7.50 in punto, ora della costa orientale degli Stati Uniti, Marco digitò questo messaggio”.

Talis pater, talis filius.

Marco-Joel organizza la sua fuga in Svizzera e si dirige verso una rivendita di libri usati, dove si accaparra “una copia sufficientemente consumata delle poesie di Czeslaw Milosz, rigorosamente in polacco, anche questo per confondere i segugi.” A tanta accortezza non sarebbe arrivato un abitante di Torre Annunziata o di Portici!

La settantenne che gli siede accanto in trenostava guardando l’orlo orribilmente sfrangiato dei suoi pantaloni, poi Marco la colse mentre osservava le sue strane scarpe da bowling e non seppe darle torto. L’attenzione di lei si soffermò quindi sul cinturino di plastica rossa dell’orologio. Sul suo viso si coglieva tutta la disapprovazione per quella mancanza di gusto: tipica degli americani o dei canadesi o di qualsiasi altro paese fosse quel tipo.”

Ma la tipa intanto mostra di essere caduta in quel diabolico tranello, quando gli chiede: “Parla polacco? – stava fissando il libro di poesie.”

Giovanni-Marco-Joel (stava infatti viaggiando col nome del morituro marito di Francesca), arrivato in un albergo svizzero “chiese la sveglia per le cinque del mattino”. E poi domanda all’addetto alla reception se ha per caso uno spazzolino da denti: “Il ragazzo infilò la mano in un cassetto pieno di articoli di vario genere: spazzolini da denti, dentifrici, rasoi usa e getta, crema da barba, aspirina, assorbenti, crema per le mani, pettini, persino preservativi.” Il tipo aveva “un’insolita inefficienza svizzera”: che fosse un aborigeno delle nostre parti? Nulla di più probabile.

Finalmente, a Zurigo, in una banca, rientra in possesso dei liquidi necessari per volarsene a casa.

“Alle 13.55 Joel Backman sedeva in una comodissima poltrona di prima classe di un 747 della Lufthansa…”

Qualcosa sta cambiando in Neal: “Contemporaneamente, alle 7.55 esatte del mattino ore della costa orientale, il figlio Neal era alterato al punto da mettersi a lanciare oggetti dentro casa.”

Poi succede l’irreparabile, nonché l’inconcepibile: “Neal preparò la prima caffettiera della giornata, poi uscì in veranda ad ammirare lo spettacolo di un’alba di primavera. Se suo padre era effettivamente tornato a Washington lui non poteva certo rimanere a dormire alle sei e mezza del mattino.” Da notare la puntualizzazione quasi latina: sei e mezza, non 6.30!

Del resto taccio, perché io di mestiere non sono né spy agent spoiler, ma solo reactioner.

Una sola domanda, caro il mio Johnny: come fa Giovanni-Marco-Joel ad accorgersi da dietro la porta che Pratt tiene in mano un revolver? Semplice intuito o un banale deja-vu?

Il romanzo termina (mi consenti di dirlo, Johnny?) nel migliore dei modi, anzi, dei mondi possibili: “dal servizio in camera arrivò un pranzo leggero a base di zuppa e insalata, e questo fu per Joel il primo pranzo in famiglia dopo tanti, tanti anni. Mangiò con una sola mano perché l’altra teneva Carrie”, la nipotina di due anni che lui aveva soltanto sognato.”

Tutto è davvero yankee quel che finisce davvero yankee.

Johnny, ma è proprio così che devono andare sempre a finire le cose? Grr!

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

John Grisham, Il Broker, Mondadori, 2005

 

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