“Il libro di un uomo solo” di Gao Xingjian: il linguaggio, questo traditore

Dicono (mai sperimentata però) che la tortura cinese sia più raffinata di altre perché è più discontinua e variata, e perché ogni dolore è isolato dagli altri e termina appena è stato prodotto, per poi riapparire subito dopo, e allora ti accorgi che è un maledetto gioco sinfonico che non finirà mai. E la morte ti apparirà come l’ultima e la maggiore delle speranze umane.

Il libro di un uomo solo di Gao Xingjian
Il libro di un uomo solo di Gao Xingjian

Tale è la reazione immediata che provo leggendo le prime pagine di “Il libro di un uomo solo“, romanzo di Gao Xingjian.

I capitoli viaggiano su due direttrici: una è in terza persona, come capita a tutti i libri che si rispettano. Lui dice e fa qualcosa a lei, che reagisce dicendo e facendo qualcosa a lui e agli altri.

L’altra riguarda un rapporto amoroso-amicale (e qui necessita rievocare la solita etimologia comune fra amore e amicizia, il kam’a sanscrito che significa passione) che non io o lui, ma tu imbastisci con una tedesca di origine ebrea, nata a Venezia e che conosce perfettamente il cinese.

Lui, tu (entrambi appaiono come ipostasi dell’autore), lui e tu, così per un bel po’.

Il fatto che importa è chevengono fuori le cose, numerose, alcune nascoste, altre evidenti, una dopo l’altra. epoche diverse, cose diverse, eccole venire fuori tutte insieme, e non hai modo di mettervi ordine, non riesci a tirarne fuori un file conduttore, vai loro dietro senza riuscire a chiarire.”

Il rapporto con ‘sta problematica donna (anche lui lo è: fanno davvero una bella coppia) arriva a un eccesso, proprio mentre sta per concludersi: “Quest’ultima notte lei ha voluto che tu la violentassi, ma non era un gioco sessuale, ha voluto che tu la legassi davvero, che le legassi le mani, che la picchiassi con una cintura, che tu frustassi quel corpo che detesta, quelle carni estranee, violate, vendute, che non appartenevano più a lei, per trasmettere anche a te questa sensazione.”

Tu ci hai giocato, ma lei voleva di più, intendeva soffrire veramente. E tu l’hai accontentata. Poi hai descritto ogni cosa, come tutto il resto, io, tu, lui.

E il lettore è diventato parte del fenomeno osservato, complice e vittima.

Tu vorresti dirle: tu sei tu, come io sono io; innocenti o colpevoli, senza perdono né pena, tanti e minuscoli esseri ‘n coppa a ‘sta terra.

Tu, che ora hai 80 anni, piccolo cinese dagli occhi miti e speranzosi, negli anni Sessanta ne avevi venti, negli anni Settanta ne avevi trenta, negli Ottanta…

“… ne ricavò un insegnamento: per comportarsi da uomo bisognava mentire, chi doveva dire sempre la verità non poteva sopravvivere…”

Un detto di Pixuntum: chi rice a verità vol ess’accisu. Mi sa che tutto il mondo sia una piccola, grande Cina.

“Fin dall’inizio non poteva esistere un uomo pulito, ma questo lo comprese soltanto anni dopo, dall’esperienza di altri e dalla propria, perché quella degli altri si riesce a comprendere solo sperimentando con la propria, e patendo i medesimi dolori.”

Bastava un niente, “un tratto di pennello marcato sul dossier e non avreste avuto un domani. Più tardi avete tutti imparato a portare una maschera e a celare nei recessi del cuore le voci che non volevate soffocare.”

Per fortuna che “L’arte non è che un modo di vivere.Ma soprattutto di respirare.

“… Tutto veniva deciso dall’organizzazione del partito…”

L’importanza era avere l’appellativo di compagno azzeccato al nome, “altrimenti si poteva solo essere qualificati come nemici.” Anche qui colgo un’assonanza col dialetto cilentano: Meliu nu male maritu che nu male vicinu. La storia non è altro che un’accozzaglia di vicini che questionano malamente e che a volte si ammazzano di botte, “in base a comandamenti diecimila volte più precisi di quelli della Bibbia.” Errori o gravi crimini,tutto era comunque registrato nel suo fascicolo personale”.

Una cosa è certa: “Il partito ammetteva un solo pensiero: quello del Grande Leader.”

Una piccola, direi infima, consolazione: “La vita non va dimostrata, l’uomo che adesso sta vivendo deve prima dimostrare di esistere per poi comportarsi da essere umano? No, ti basta raccontare, attraverso le parole fare ritorno a quel ‘lui’ di allora e tu da qui e da ora torni gradualmente a quel tempo e a quei luoghi, e con il cuore di qui e di oggi torni a descrivere quel ‘lui’, ecco forse sta proprio qui il significato del tuo osservare.”

Ricordati, amico, che i meno colpevoli sono spesso coloro che si macerano di sensi di colpa. “Lui in origine non aveva nemici, perché poi ne aveva dovuto cercare?” ma perché, ti chiedi e mi chiedo, perché “ancora un nemico è l’ombra lasciata nel tuo cuore dal vecchio Mao, ormai morto e sepolto.

In Cina (e a Pixuntum, ma anche nel Tibet, dove sono chiamati akou) gli anziani vengono definiti zii, in senso di rispetto. Se la Cina avesse gli ulivi argentei, sarebbe una piccola Pixuntum.

Il Vecchio Mao era lo zio di un miliardo di anime.

Mao Zedong 1959
Mao Zedong – 1959

Oggi tu non hai una dottrina, e un ‘ismo’ e un uomo senza dottrina assomiglia di più a un uomo. Un insetto o un filo di paglia non hanno dottrine, e tu sei un essere vivente che non viene più manipolato da alcun ‘ismo’.”

Finalmente uno spiraglio: “… non hai alcun ‘ismo’, ecco dove risiede la differenza tra il ‘tu’ di oggi e il ‘lui’ che osservi.”

Una storia, anzi, una Storia già sentita: “i ragazzi, i volti inondati dalle lacrime, agitavano il prezioso Libretto rosso e si sgolavano a gridare a perdifiato ‘Diecimila anni!’. E poi pieni di rabbia e di eccitazione rivoluzionarie andavano a saccheggiare le scuole, profanare i templi, attaccare gli enti e le istituzioni, per ridurre in mille pezzi tutto quel vecchio mondo.”

Questo è spesso il lasciapassare per l’unica vera anarchia, quella del potere, di cui parlava Pasolini:Noi siamo dei rappresentanti mandati qui dalle masse, e alle masse dobbiamo rendere conto.”

Quando si parla di manicheismo, si parla di uomini colpevolmente devoti: “Solo la sinistra può ribellarsi! La destra no!” Per cui, ma solo per taluni: “Ribellarsi è giusto!

E la faccenda, ogni volta, si complica: “Il Comitato di partito non ha diritto di convocare ancora questo genere di assemblee che ingannano le masse! Siamo noi le masse rivoluzionarie che, se necessario, la convocheremo”.

Oh, se necessario, però… “… e il compagno Wu Tao, che aveva preso delle ‘misure inappropriate’ era diventato l’oggetto sacrificale in un gioco politico di un livello ancora più alto.”

“Margarete, chissà com’è diventata oggi lei, quella che ti ha spinto in questo pantano, a scrivere questo cazzo di libro, dove non riuscivi ad andare né avanti né indietro, e neanche a smetterla ce la facevi”: era una vera tortura di scuola cinese.

“A nessuno interessavano queste storie sbrindellate, e anche a te sembrava che tutte queste sofferenze fossero persino noiose.”

Beh, a volte sono un po’ fastidiose.

Da una parte “vorresti sbarazzarti della politica che si era infiltrata in ogni più piccolo spazio della vita quotidiana…”

Però, “quello che vuoi descrivere è proprio l’individuo inquinato da questa politica, ma non dalla politica più ripugnante; per questo bisogna che tu torni al suo stato d’animo di allora, così ti è ancora più difficile essere preciso.”

Si tratta di una frattura che recherà sempre dolore.

“Devi lasciare che ‘lui’, quel bambino, quel ragazzo, quell’uomo che non è mai diventato adulto, quel superstite che sognava a occhi aperti, quel seguace della frenesia, quel tipo che si faceva ogni giorno più accorto, quel ‘tu’ del passato che non aveva ancora perduto la propria conoscenza…”

Non sarà facile, ma “il furore e il dolore che affossano l’arte devono lasciare il posto all’osservazione.”

Mi dispiace arrecarti un nuovo dolore, caro, ma l’osservazione è fatta di due componenti: oggetto osservatore e fenomeno osservato. Non sarai mai estraneo a ciò che descrivi.

“Il problema fondamentale della rivoluzione è il potere politico, se non ci si impadronisce del potere ci si ribella a vuoto!” L’ideologia è un mezzo, semmai, e non un fine.

“Per tutti i compagni rivoluzionari sostenere o opporsi al nuovo potere politico rosso costituisce la linea di demarcazione tra chi è rivoluzionario e chi non lo è, non c’è possibilità di equivoci!”

Caro Gao, “tu sai soltanto di non essere l’incarnazione della politica, scrivi per dimostrare che questa vita è esistita…”

È un gioco pericoloso: “stai fabbricando un altro genere di menzogna, ma letteraria ora, perché la letteratura è effettivamente menzogna, poiché quello che dissimula è la motivazione segreta dell’autore, la ricerca del profitto o della celebrità.”

Consolati, anche Giacomo Leopardi pativa di questi problemi. E non solo voi due, mi pare.

Se descrivi il pattume da dietro un velo narrativo, “tu ti nascondi attraverso questa tenda velata, mescolandoti di nascosto tra gli spettatori, ottenendone un certo piacere, e come no, anche una certa soddisfazione.”

Lo fai per calmare il dolore, non per guarire, quindi? “Quando si sostituisce la sofferenza con la denuncia della sofferenza, allora sembra che questa divenga più sopportabile.”

Pier Paolo Pasolini
Pier Paolo Pasolini

E poi citi il film di Pasolini ispirato al più crudele libro mai scritto, l’unico che non sono mai riuscito a perdonare, di quell’immondo marchese che vorrei conoscere prima o poi, e allora gli farei così tante domande da rimbecillirlo ancora di più, e se prova a evitarle finisce che lo inseguo, lo piglio per la coda e lo… finché non lo riduco in… , oddio, sto diventando come lui!

È giusto che tu ammetta che “tutto quel che scrivi è al massimo somigliante, anche se è comunque la lingua che lo separa dalla realtà…”

Tutto “si fonde insieme durante il processo di realizzazione del linguaggio e rimane solo l’illusione che esso ha creato.”

E poi dici questa verità che conosco da una vita e mezzo, senza essersene però troppo consapevole, e di cui ti sarò per sempre debitore, perché me l’hai finalmente chiarita: “L’illusione della letteratura risiede nel muto consenso tra autore e lettore…”

Poi il discorso diventa Altro: “… questo non-essere sei proprio tu, questo non-essere non è una negazione, meglio dire che è una realizzazione, un’impronta, qualcosa da consumare, un risultato da raggiungere prima della totale estinzione, cioè la morte…”

E = mc2, allora E – mc2 = 0?

“Hai scritto questo libro per te, questo libro sulla fuga, il Libro per te, un uomo solo, tu sei il tuo dio e il tuo apostolo, tu non ti immoli per gli altri, e non cheidi che gli altri si immolino per te, non si può essere più equilibrati, giusti, equi di così.”

Non ne sono certo, caro, io sono un ignorante di dio, quindi anche di te.

Tuo padre, o il padre di lui, non so, si mette a piangere; anche tuo zio Fang, si mette a piangere. Un sacco di gente si mette a frignare. Recentemente ho sentito dire che un bimbo non ha paura di nulla, ma è angosciato da tutto, perché non comprende, e si sente solo in un mondo che appartiene agli Altri.

“Lui scoppiò a ridere, scoprendo i rari denti rimasti, mentre una lacrima gli colava dalla palpebra cadente” Povero zio Fang! E la colpa che aveva commesso qual era, trent’anni prima, forse respirare in modo sommesso e contrario ai princìpi del Partito? Questi a volte lascia al cittadino-suddito, molto democraticamente, una possibilità: “inserirlo nella normalità, altrimenti lo considerava un nemico.”

Il problema è simile a quello che a noi reggiani capitò durante il primo e sanguinoso dopoguerra: “Quando gli uomini tornano allo stato di animali, agli istinti primordiali, non importa se lupi o cani, mostrano tutti i denti.” E li usano.

“Se lui, ape operaia, abbandona l’alveare, dove mai poteva andare?”

Questa tua frase mi ricorda quel saggio che lessi qualche mese fa, di socio-biologia, Le origine profonde delle società umane di Wilson, che dice a un certo punto “se viene catturata quando è ancora una pupa immatura da una colonia di formiche schiaviste, subisce l’imprinting dell’odore della colonia dei rapitori e attacca le proprie sorelle”: cioè quelle geneticamente uguali.

Tra le formiche di fuoco c’è una specie di concorso per diventare regina: le operaie le ammazzano tutte, infilzando brutalmente alla bisogna, senza esitazione, anche le proprie madri, sorelle e zie), tranne una. La discendenza sarà solo di quella Missche si riconosce dai suoi feromoni, è la più feconda”, quindi la più utile alla specie. Mao era senz’altro l’ape più utile alla sua specie. Ma gli altri, cos’erano?

“Lui dice che non aveva scelta, era come un’ape protetta dall’alveare, anche se lì regnava la follia, e non potevano fare altro che attaccarsi l’un altro, agitandosi freneticamente…”

La vita è una faccenda per entomologi (oltre che per etimologi): “Sì, è vero, non sei altro che un minuscolo insetto, ma questa vita da formica conta poi qualcosa?”

E se qualcuno ti dice: “Davvero, tu stai scrivendo per tutti noi cinesi!”

Tu “rispondi che scrivi solo per te.”

E se l’altro insiste: “Spero che scriverai tutto, scriverai che quella non era vita possibile per un uomo!”, tu non puoi non pensare: “Scrivere di tutte quelle sofferenze?”

Eri “sfinito, non ne potevi più. Però poi hai ripensato a tuo padre, al ritorno dalla rieducazione in campagna era stato riabilitato.” E quel povero uomo si spense poco dopo. E tu fossi spinto, quasi strattonato verso il palco, per parlare di quell’ex nemico ridiventato compagno, e potesti solo dire: “Mio padre era un uomo fragile. Che in Cielo riposi in pace.”

Sperom!

Alcuni slogan:

“Se il nemico non si arrende bisogna eliminarlo!”

“Per chi si ostina a resistere c’è solo la morte!”

“Clemenza per chi confessa, rigore per chi si oppone!”

E l’ultimo, che è il primo, ripetuto, ad infinitum, ad libitum, ad nauseam: “Presidente… Mao… diecimila anni!”

Vorrei vedere se c’è qualche pazzo che ha il coraggio di gridare: “Presidente… Mao… novemilanovecentonovantanove anni!”

Quell’anno differenzierebbe i nemici da estirpare dai compagni da proteggere!

“Guai a sbagliare slogan, c’erano allora tante di quelle assemblee di “critica e lotta”, e bisognava gridarne così tanti che spesso la sera si aveva la testa in confusione, ma bisognava rimanere con i nervi ben saldi perché chi sbagliava slogan diventava immediatamente un controrivoluzionario attivo.”

Dovevi stare accorto, zurieddu: non dovevi “soprattutto metterti a fantasticare proprio mentre dovevi gridare uno slogan, e assolutamente non balbettare”: segno inequivocabile di eterodossia.

E ora tu, in questo smilzo capitoletto, dici cose che mi fanno pensare.

“Ma tu sei un verme o un drago? Sembri piuttosto un cane sperduto senza un padrone, non hai più d’accontentare nessuno, non devi più implorare di essere amato.”

Una libertà che “è facile da perdere”. È difficile dire cosa sia, ‘sta baldracca, come sua sorella, la verità.

“Ma la libertà non si regala, né si compra, libertà è piuttosto consapevolezza della tua propria vita, e questo è il bello della vita, gusta questa libertà come la gioia che ti dà l’amore fisico con una bella donna. Non è la stessa cosa?”

E qui casca quell’asino che si chiama conflitto sociale.

“La libertà non riguarda altri, non deve essere riconosciuta dagli altri, tu potrai ottenerla soltanto superando le costrizioni altrui, e lo stesso vale per la libertà d’espressione.”

Infatti, poc’anzi mi e ti dicevi: “Quando tu scrivi questa libertà ti diventa visibile, e tu la senti mentre scrivi, leggi, ascolti, la libertà risiede nella tua stessa espressione, tu vuoi questo piccolo lusso, l’espressione della libertà, e la libertà di esprimerti, e solo quando l’hai ottenuto ti senti davvero bene.” Sì, per quell’attimo e poco più.

Tu mi dici che leggendo e scrivendo entri in relazione con me, che noi siamo forse nemici di quegli altri, in ogni caso complici. Ma quel che conta, alla fine, è la tua libertà, che non contrasta con la mia, ma che non la presuppone.

Il ciuccio individuale è proprio questo: l’anima individuale che raglia e scalcia contro qualcosa che si chiama somaro della comunità. Un’anima contro tutto e tutti, che poi, spesso, fa una pessima fine.

Potrà mai essere democratica una comunità che non tiene conto di tutte le singole anime individuali? Potrà mai essere felice un’anima individuale che non si armonizza con tutte le altre anime individuali e con quell’essere amorfo e mostruoso, che si definisce sociale?

Giorgio Gaber
Giorgio Gaber

Ascolta, mio caro, la famosa canzone di Gaber: la libertà non è star sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone, la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione.

Non ti preoccupare, che anche queste sono soltanto parole, e che pure lui, il menestrello meneghino, ha per tutta la vita faticato assai a dare un senso alla sua, di libertà.

“E tu che dici che quel che cerchi è la realtà della letteratura? Ma non scherzare! Quest’uomo in realtà sta cercando? La realtà, cos’è questo trucco? Una pallottola da cinquanta centesimi! Basta, questa realtà! Tu ti giocheresti la vita per scriverla? Questo pezzetto di realtà già ammuffito, sepolto sottoterra, putrefatto o no, fregatene, o sarai fregato tu!”

Quello che cerco è affar mio, e tuo, e nostro, s’era detto. L’uomo sta cercando di capire cos’è la realtà. La realtà è un trucco, avvolto da un velo, lo stesso che vuoi utilizzare per ammucciare la spazzatura ch’è in essa depositata da millenni, ch’è ormai sommersa archeologia, dove le polveri delle varie ere si sono sovrapposte. Io mi gioco la vita prima, e quando la scrivo tento di farla riemergere da quel deposito delle illusioni, che è la memoria. Ma così come m’appare, la vedo meno bella di come la desidero, e m’accingo ogni volta a truccarla un po’.

Del resto tutto è illusione, lo dicono vari fisici: il tempo lo è, secondo alcuni. Lo spazio forse, secondo altri: coordinate che ci servono per navigare in questo mare che è nostro e altrui, al contempo. Ma il tempo non esiste, s’è appena detto.

Ha senso di parlare di capitoli del tuo libro, caro? Non credo. Quest’oggetto di cellulosa è troppo eterogeneo, difforme nelle sue parti, discontinuo. Il Capitolo 53 parla della prima volta in cui lui, con la l minuscola, vide per la prima volta l’Altro, con l’A maiuscola, quello dei 10.000 anni, finiti un po’ prima del tempo, e che giace nella bara, sereno anche se visibilmente gonfio.

È una descrizione, quella che fai del rancore che lui, con la l minuscola, prova per l’Altro, con l’A maiuscola. È un capitolo sanguinoso, non tanto per il morto che ormai non ha più alcun diritto, nemmeno di sanguinare, ma per quel liquido rossastro che ti sale improvviso alla testa, e te la confonde, per cui alla fine ti dici, per consolarti: “Sei nato in un’epoca infelice, proprio durante il dominio di Mao, ma non è certo dipeso da te, è quello che viene detto destino.”

Meno tragico e più interessante è il capitolo successivo, che parla, tanto per cambiare, della morte.

“Ti è ovviamente chiaro che la vita ha una fine e quando arriverà quel mondo la paura svanirà, perché la paura in fondo è la manifestazione stessa della vita, e nel momento in cui la coscienza e la conoscenza scompaiono tutto finirà in un attimo, senza che si ci sia il tempo per riflettere, e senza che tutto ciò abbia un senso, ed è stata proprio questa ricerca di un senso la tua grande sofferenza, già con i compagni di infanzia discutevi sul senso ultimo della vita, anche se allora non avevi ancora vissuto, mentre ora della vita hai gustato l’aspro e il dolce, ma anche l’amaro e il piccante, e continuare a cercarne il senso è vano, inutile, persino ridicolo, è meglio approfittare dell’esistenza, mentre contemporaneamente la si osserva.”

Hai scritto tante frasi notevoli, importanti, basilari, nessuna delle quali può definirsi scientifica, semmai letteraria, religiosa, rituale. Stai recitando una preghiera, non si sa a quale dio. Anch’io ci provo ogni tanto. Ma non ho la tua fede, né la tua incerta certezza, ma solo un campo aperto di probabilità, molte delle quali sfuggono alla mia attenzione.

Non esiste il momento della morte. O, meglio forse esiste, ma non è per nulla certo. E allora, l’elettroencefalografo che non dà segni di vita, le onde cessate, la linea piatta che, mi pare che tu mi stia suggerendo, indica il documento che attesta la morte?

Ti rispondo che a tutto questo può seguire la vita, ma quale? Quella del famoso tunnel? Con la luce in fondo al quale che ti abbaglia misteriosamente e un po’ sinistramente? E poi magari scopri che qualcuno sta gridando: Attenzione! Il paziente sembra reagire! Presto! Lo stiamo per perdere di nuovo! Cerchiamo di riportarlo in vita! Come se fossero divinità! Come se l’Anima dell’individuo tornasse al punto di partenza! E nel frattempo, cosa ne era della sua coscienza e conoscenza? Mistero!?! Angoscia!?! Paura!?! Orrore!?!

Anch’io, come te, mi sono posto un tale interrogativo: come vivrò la cessazione della vita? Cercherò di osservarla, e nulla più. Spero che, in quell’attimo che precede il suo annichilimento, riesca a trovare il tempo di strizzare almeno un occhio ai miei figli. E se riesco, entrambi, per sempre.

Due capitoli dopo, parli ancora della scrittura. Anzi, della sua forma. “Non resta allora che giocare con il linguaggio, così leggero da continuare a incantarlo, e lui del linguaggio è un manipolatore incurabile, non può fare a meno di parlare, anche quando è solo non può fare a meno di parlare con se stesso, e questa voce interiore costituisce la conferma del proprio esistere. È ormai abituato a confermare in linguaggio quello che prova, altrimenti non si sente mai completamente soddisfatto, e il piacere che questo gli prova è come il gemito, o il grido, di quando fa l’amore. È seduto di fronte a te, vi state guardando, e davanti allo specchio lui sghignazza.”

Il linguaggio è la traduzione del pensiero, e il suo tradimento, quello che permette a ciascuno, sia quando parla, sia soprattutto quando scrive, di ammucciare il suo pensiero, con quelle che tu stesso definisci menzogne, finzioni le chiamava Borges. Due parole diverse che intendono la stessa cosa, la gamma di due tradimenti.

Gao Xingjian
Gao Xingjian

Io sono certo, caro, che tu, mentre scrivevi, fingendo, ma non troppo, cose lecite, ma non troppo, provavi la passione ardimentosa del ladro, del truffatore, del mistificatore, conscio che se il Potere (quello che è anarchico, di cui disse Pier Paolo) l’avesse tradotto nel modo più corretto, ti avrebbe assicurato una punizione esemplare e forse definitiva.

In tutti quegli anni quanta emozione, quanta angoscia, quanto terrore dentro di te! E quanti risibili incubi!

E tu continui a raccontare tragiche freddure. Che più gelide non possono essere. “Nessuno può sfuggire alla morte, la morte ti assegna un limite estremo, altrimenti diventeresti un vecchio mostro, completamente spietato, svergognato, colpevole di ogni crimine, incapace di perdonare. La morte rappresenta un limite invalicabile dentro il quale risiede l’umana bellezza, coraggio, datti da fare!”

Anche il Grandissimo e Umanissimo Dio è morto, e la sua faccia era gonfia, no? Pensa quale delusione fu per chi gli aveva augurato 10.000 anni!

Parlare della morte significa procrastinare il suo Avvento. Finché se ne parla, va abbastanza bene, il pericolo è al momento scongiurato.

C’è una possibilità (che tu conosci benissimo e a cui appena fai affidamento puoi) e in francese la chiamano la petite morte, quando ti perdi dentro a quell’essere così ricco di frange, che assomiglia tanto alla tua mamma, di cui riesci a innamorarti (ma mai del tutto) nelle tue varie ipostasi. Per te la donna è un ricettacolo, un’umida grotta da esplorare e in cui riposare al di fuori del tempo (sperando che non ospiti qualche orso delle caverne).

Tu, delle donne ami la loro profonda natura, da cui scaturisti come una nuvola che piovve per così lungo tempo, e i candidi e sempre opimi seni, da cui ricevesti quell’alimento fresco e zuccherino. Ma non preoccuparti, non sei l’unico con ‘ste matte predilezioni.

Gao, tu non sei di certo un marito ideale, ma come amante non sei forse dei peggiori.

“E anche il tuo ‘io’ è completamente inventato, esiste solo quando lo si dice, se si dice che non c’è è allora una massa informe, questo ‘io’ che tu ti sforzi di costruire è veramente originale? In altre parole, tu possiedi un vero ‘io’?”

No, sono loro che possiedono noi. E saranno i nostri figli, quelli che ci mangeranno. Il tuo libro ti e mi sopravvivrà, e per farlo qualcuno ti e mi dovrà divorare. Questo puoi dire al tuo libro: quannu su muortu tinni fai nu tianu, quando sono morto te ne fai un tegame (di me), un allegro barbecue. E, alla fine, l’unica forma di sopravvivenza è il cedere la propria esistenza a un oggetto qualsiasi che reca il proprio nome.

O lettore del lettore di Gao, il capitolo 60 ti dà una sinossi di tutto quello che Gao e il suo lettore hanno raccolto fin qui. Se leggerai solo quel capitolo, non capirai nulla. Se leggerai tutti gli altri tranne quello, idem.

Finito: anche il sessantunesimo e ultimo pertugio si è prontamente rinchiuso dentro di sé.

Riconosco in te qualcosa che mi appartiene. L’insofferenza. La stanchezza. L’ansia. Il conato che conduce alla libertà. Da cosa? Tu dalla prepotenza della dittatura, non tanto da parte di quell’uomo che morì 9.927 anni prima della scadenza prevista, che, dalle foto, pare pacioccone e sorridente, che fumava due o tre pacchetti di sigarette al giorno e che perciò ha vissuto fin troppo.

Io sono nato in una repubblica, dove non comanda il popolo, ma il capitale, quindi plutocratica. Dove possiamo dire quello che ci pare, ma solo al bar o in ufficio.

Mi manca poco alla fuga definitiva. Tutto è stato ormai calcolato. Scapperò, come un Papillon qualsiasi. Ancora pochi mesi di agonia e taglierò la corda. Dopo, anch’io, come te, mi sentirò abbastanza libero. Meno alienato, direbbe Marx, dopo quarantadue anni di reclusione. Perciò ti capisco quando dici qualcosa della verità che ora non rammento. Lo sto cercando, quel passo, e non lo trovo più. Dovrei forse rileggere tutto il libro per riuscirci. E al momento, no, non me la sento proprio. So solo che è fuggevole, ‘sta bastarda, come la sua enigmatica sorella.

Forse dicevi che la libertà diventa importante quando la si cerca, e poi, quando la si trova, essa scivola in un vortice indifferenziato. È proprio quello che cerco: il non dover conquistare più nulla.

Tu dici che “l’uomo è come l’immondizia, prima o poi bisogna farlo fuori, altrimenti il mondo sarebbe pieno di uomini malati, il mondo sarebbe da tempo coperto di tanfo.”

Che bello che ogni tanto anche tu liberi delle cazz…, delle sciocchezze. La frase precedente è corretta. È quel bisogna che stona. Non è nostro compito morire. Noi seguiamo, nella deformazione gravitazionale, la nostra privata geodetica: lo spazio più breve fra due misteriosi punti. Questa è la vita. Che poi sia davvero privata, chissà!

“Nessuno può liberare nessuno dal proprio dolore…”: bene, bravo sette più!

Stavo pensando, infine, caro amico, se sono incazz…, volevo dire se sono leggermente alterato o solo un po’ adombrato per la tua scelta di ammucciare il tuo tu in quel lui che non esiste affatto, o solo in parte, e non del tutto così. Che in inglese si dovrebbe dire not at all. Allora diciamo che non esiste entirely. Un po’, non tutto, quel che basta per sanguinare leggermente e per consentire al lettore di non capirci troppo.

L’importante per ciascuno di noi è sapersi camuffare da se stesso, apparendo come un’altra persona. Allora, Stefano, sei o no inca…volato con Gao per tutto questo? Sì e no. Ma più no che sì.

E allora? Da qui a là, che cosa accadrà?

 

Written by Stefano Pioli

 

 

Bibliografia

Gao Xingjian, Il libro di un uomo solo, Mondadori, 2003

 

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