“Il metodo di respirazione” di Stephen King: la storia è già dentro al libro

Stagioni diverse” (Sperling & Kupfer) non è una tetralogia, in quanto le quattro storie non sono né antecedenti all’una, né conseguenti all’altra, né prequel, né sequel.

Stagioni diverse di Stephen King
Stagioni diverse di Stephen King

Non è una raccolta di romanzi, anzi, lo sarebbe se l’autore li definisse tali: per lui i pezzi scritti intorno all’anima composti da meno di ventimila parole (o centoventimila?) si chiamano al massimo novelle.

Immense, le prime tre che, per sfregio iconoclastico, mi va di definire sinottiche.

La quarta è decisamente ristretta, se confrontata con le altre… però io non sono un King della letteratura, semmai un insorto, per cui cambio subito argomento.

Non so se si veda molto, ma io spesso scrivo le mie reazioni con un tono e uno stile adeguato all’autore da me reagito: può essere che, reagendo, abbia avuto un entanglement, una correlazione, un coinvolgimento emotivo e psichico, un’infez… Ma andiamo oltre.

Due cose accomunano le quattro opere. La prima è che ad ognuna di esse l’autore ha affibbiato, in modo surrettizio (e mi sa tanto una scelta tattica dell’editor), l’appartenenza a una stagione: in questo caso è l’inverno.

Si tratta ogni volta di una forzatura arbitraria, ma tant’è, ogni scrittore è arbitro e, al contempo, agguerrita ala sinistra col fiuto del gol che, non appena si smarca un attimo, eccolo là tutto preso a metterla dentro.

La seconda è che, dopo il solito inizio lento e quasi noioso, al sottoscritto sembrava che sia altamente improbabile poterci scrivere qualcosa d’interessante. Infatti… Ma sarò più corto, in confronto alle altre tre occasioni, trattandosi di un racconto (relativamente) breve.

A me piace citare passi dell’opera che sto leggendo, che mi permette talora di interloquire più che con l’eventuale mio lettore, con l’autore. In alcuni casi succede che quest’ultimo e il sottoscritto si finisca poi per brindare con del prosecco.

Qui da citare c’è o tutto o nulla, ma chissà se troverà mai qualcosa d’interessante…

C’è un io narrante, tanto per cambiare, che è uno scrittore o aspirante tale, il quale, dopo una accurata self-description, racconta quel che accadde al Circolo, quella sera che precedette la notte dickensiana (altrimenti detta natalizia), quando prese la parola un secondo io narrante, un ex dottore ultraottantenne.

L’anziano inizia a narrare, come se fosse un libro stampato, una storia di quelle che danno come non mai l’idea di quel che sta succedendo, e dove ci sono i buoni e i cattivi, o forse è meglio dire le persone simpatiche e quelle meno.

E poi, per insaporire il tutto, c’è una stronza (a Reggio si dice inculeinta, inculosa, maleodorante) che si comporta in modo deprecabile nei confronti della protagonista.

Nulla di nuovo sotto il sole (“Ecclesiaste” 1,9).

Bando alle ciance e andiamo al sodo. Ecco la prima citazione (ho appena scritto che non ci sarebbe forse stata):

Finalmente, con lo sguardo sempre fisso nel fuoco, leggermente curvo in avanti in modo da posare gli avambracci sulle cosce e con le mani serrate fra le ginocchia, McCarron cominciò a parlare.

Durante la parlatura del secondo io, il primo sarà silenzioso. Non ho però notato grandi differenze psicologiche fra i due io.

La storia è già dentro al libro, quindi è inutile ne accenni i punti salienti o che la commenti. Darò solo un’anticipazione, un cosiddetto false spoiling:

Lei mi guardò per un momento, sorpresa… e poi scoppiamo a ridere. Lei mi aveva regalato un fermacravatta d’argento, e io le avevo preso un album per conservare le fotografie del suo bambino. Ho ancora quel fermacravatte, come vedete, signori, lo indosso anche stasera. Ma che cosa sia accaduto dell’album, non posso dirlo.”

Questo testimonia che il racconto è orale. Si tratta della number one fiction, che regge tutte le altre.

Le ultime dieci pagine mi convincono sempre più che il pur amatissimo Cornell Woolrich non è, come afferma la critica ufficiale, l’Edgar Allan Poe del XX secolo: è Stephen King. O forse potrei dire che Cornell lo è del XX secolo e King del XXI. Un po’ tirata, ma può passare.

“Il Circolo” è la terza parte del quarto libro del… insomma, è l’epilogo della storia, dove rientra il primo io. È insolitamente breve, rispetto ai normali King’s parameters.

A me bastano tre o quattro righe di citazione, o poche di più. Dapprima l’io narrante confessa a Mr. McCarron la sua sorpresa:

In questa biblioteca ci sono libri che non sono riuscito a trovare da nessun’altra parte…”

E poi:Il tavolo da biliardo nella Sala Piccola è un Nord”.

Peccato che non esista una ditta che con quel nome produca biliardi.

E c’è un jukebox Seafront, nella Sala Lunga”.

Peccato che non esista una ditta con quel nome che costruisca jukebox.

Il primo io narrante aveva già perlustrato il piano superiore del 249B, passando per “una sala di scrittura, una camera in cui gli ospiti talvolta passavano la notte”, e poi una “palestra piccola ma ben attrezzata, e una sauna, c’era anche una lunga sauna stretta che correva per tutta la lunghezza dell’edificio e che ospitava due corsie di bowling.”

Insomma, un luogo che racchiude infiniti altri luoghi.

Questo libro non sarebbe affatto spiaciuto al mio Jorge preferito, mi sa.

Da dove provengono tutte queste cose? avrei voluto chiedergli, Oh credo credi di sapere da dove proviene lei, Stevens. Quel suo accento non richiama nessuna Dimensione X, è puro Brooklyn. Ma dove va, cosa ha trasmesso quell’espressione senza tempo nei suoi occhi, cosa l’ha stampata sul suo viso. Eh, Stevens…

… dove siamo noi in questo esatto momento?”

Stephen King
Stephen King

Troppo curioso, mi pare, questo io narrante che fatica a venirci fuori dalla sua narrazione.

Aprii la bocca e la domanda che uscì fu: ‘Ci sono molte altre stanze di sopra?’

‘Oh, sì, signore,’ rispose lui, senza che i suoi occhi si staccassero dai miei, ‘Parecchie. Un uomo potrebbe smarrircisi. E in effetti degli uomini ci si sono smarriti. A volte ho l’impressione che continuino per chilometri e chilometri. Stanze e corridoi.’

‘Ed entrate e uscite?’

Inarcò appena le sopracciglia. “‘Oh sì. Entrate e uscite.’

Aspetto, ma io avevo già chiesto abbastanza, pensai… ero arrivato sull’orlo di qualcosa che, forse, mi avrebbe fatto impazzire.

‘Grazie Stevens.’

‘Di niente, signore.’ Mi porse il cappotto e io lo infilai.

‘Ci saranno altre storie?’

‘Qui, signore, ci sono sempre altre storie.’”

Finché ci sarà un’anima che geme, un’altra o la stessa (“Je est un Autre”, Rimbaud; tamquam exemplar aliquod intuetur sui, Cicerone) ciascuno racconterà alla fine la sua storia.

“‘Sì, sempre altre storie’, ripeté Stevens. ‘Buonanotte, signore.’

Sempre altre storie.

E in effetti ce ne sono state. E un giorno forse ve ne racconterò un’altra.’”

(Si tratta del solito giardino di sentieri che si biforcano, vero Jorge?, vero Stephen?)

Una parola di conclusione

Il sintetico commiato di Stephen, lungo come un mio racconto medio.

Qui è l’epilogo della Non-Tetralogia.

Una decina di pagine molto significative.

Che mi convince che, se vivessi altri 200 anni, mi metterei a leggere d’un fiato e in lingua originale tutte le note (compresi i whatsapp) di tale Iper-Immaginifico scrittore.

Prima King si dà del cazzone e depreca la suaproduzione, che è discretamente semplice, non molto letteraria e qualche volta (anche se ammetterlo fa un male d’inferno) decisamente rozza. Per certi versi direi che proprio queste qualità, per quanto poco ammirevoli siano, siano responsabili del successo dei miei romanzi. La maggior parte di essi erano romanzi comuni per gente comune, l’equivalente letterario di un Big Mag o di un fritto da MacDonald.”

Sì, lui, poverino, ammira e legge le opere dei colleghi più precisini, ma tanta preziosità: “ho sempre trovato difficile, se non impossibile, scriverla io stesso”.

Se mi dilungo troppo, la colpa è sua, che il vecchio e caro Stephen mica ce l’ha il dono della sintesi.

Ma sono innamorato anche di tutti questi racconti, e una parte di me lo resterà sempre, immagino. Spero che ti sia piaciuto, lettore; che abbiano fatto per te quel che ogni racconto dovrebbe fare. Farti dimenticare per un po’ la realtà che ti pesa sulle spalle e trasportarti in un luogo dove non sei mai stato. È la magia più apprezzabile che io conosca.

Okay, ho finito. Fino a quando non c’incontreremo di nuovo, tieni la testa ben piantata sul collo, leggi qualche buon libro, sii efficiente e sii felice.”

Donca, donca, tri cunchin e fan na conca!,[1] fino a prova contraria, almeno.

Sì, mi sono piaciute le tue rozzezze. D’ora in poi farai parte della ristretta cerchia dei miei maestri (che conta alcune centinaia di esemplari). Amo il tuo stile che è rude, ma non rozzo. Semplice, ma non facile da scrivere. Lo è però da leggere.

Vittorio G. Rossi (mi dispiace che tu non lo conosca) dice sempre che allo scrittore spetta il compito più difficile, rendere facile al lettore la lettura dei suoi parti letterari. Grand’uomo Vittorio G. Ingiustamente dimenticato.

Un tuo racconto fa sì dimenticare per un attimo la realtà che ci circonda, ma ce la narra come nessun’altra arte umana. La parola è magica. La tua a volte fin troppo.

Avrei tante altre cose da dirti, ma preferisco parlartene a voce, quando sarà sarà. Vorrei anche far due risate con te, a ricordare quando hai scritto che non è colpa tua se ogni tanto sbandi nell’horror, ogni tanto spesso. Forse è la vita che ti conduce da quelle parti. Intanto, nell’attesa, tira subito fuori il Beck’s!

Da questo racconto finora nessun regista è riuscito a trarre alcun film.

  

Written by Stefano Pioli

 

Note 

[1] Proverbio reggiano “Dunque, dunque, tre cunchin fanno una conca” (dove è posto il cibo dei maiali) che si usa per indicare che si sta per svolgere un lavoro difficile.

 

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