Benvenuti nell’era del binge watching

28 ottobre 2005: nelle sale italiane esce il film The Interpreter di Sydney Pollack, distribuito da Eagle Pictures.

The Interpreter di Sydney Pollack
The Interpreter di Sydney Pollack

Contestualmente, la medesima compagnia annuncia, a partire dal 7 novembre del medesimo anno, una distribuzione parallela del film attraverso dei canali di diffusione decisamente peculiari: infatti, a seguito di un accordo con un popolare gestore di frequenze di telefonia mobile, The Interpreter potrà essere visto direttamente sul telefono cellulare, al costo di 9 euro, vale a dire un prezzo pressoché analogo a quello di un biglietto intero in un multiplex di una grande città.

L’iniziativa, all’epoca rivoluzionaria, avrebbe dovuto inaugurare una collaborazione a lunga gittata, che avrebbe coinvolto altri titoli nel corso della stagione cinematografica, sempre soggetti al medesimo protocollo di distribuzione parallela e simultanea.

Contro tale strategia commerciale, tuttavia, si levò un coro polifonico di dissenso che invase giornali, talk show televisivi e ovviamente la rete. A capeggiare la rivolta furono gli esercenti, allarmati dall’improvvisa e non preannunciata concorrenza telematica e preoccupati dall’eventuale calo di spettatori, che in segno di protesta si rifiutarono di proiettare il film nelle loro sale.

La levata di scudi venne sostenuta da critici, giornalisti, accademici, intellettuali più o meno competenti: fu allora che tutto il mondo – o almeno l’Italia – si rese conto che l’assioma otto-novecentesco del “film che va visto in sala” aveva resistito all’usura del tempo e all’invasione della cultura digitale.

Risultato: Eagle Pictures tornò sui propri passi e la vicenda si trasferì dagli agorai del dibattito mediatico alle aule di tribunale.

Ovviamente, parliamo di un’era in cui il termine streaming non era ancora universalmente noto, il 4G era appena stato testato in Giappone e sarebbe giunto in Italia solo sei anni dopo, Netflix si occupava di noleggio e spedizione di DVD e soprattutto i telefoni cellulari – che ancora non si chiamavano smartphone – avevano degli schermi più piccoli di un post-it e una risoluzione che oggi verrebbe considerata risibile anche per il display di una sveglia elettronica.

Binge Watching
Binge Watching

Ovvio dunque, che il paragone con la realtà del 2020, fatta di una logica dell’altadefinizione adottata come standard sia dai produttori di contenuti che dai progettisti dei device destinati ad accoglierli, possa risultare alquanto stridente. Sta di fatto che, a tre lustri di distanza, lo scenario è completamente cambiato.

L’emergenza sanitaria dovuta alla pandemia di COVID-19, con la conseguente chiusura sine die delle sale cinematografiche, ha recitato la parte dell’acceleratore.

Ora sono gli stessi produttori e distributori a chiedere aiuto allo streaming casalingo e alle piattaforme di video o demand per dare un seguito più o meno degno a una stagione cinematografica in larga parte compromessa.

Con gli esercenti che, dal canto loro, reclamano una fetta degli incassi virtuali a titolo di risarcimento.

E mentre per alcuni film la cui data d’uscita era già stata fissata in primavera il futuro in sala appare quantomeno incerto, per altri la collocazione parallela sulle principali piattaforme streaming si è rivelata un provvidenziale salvagente.

Insomma, è ufficialmente iniziata l’era del binge watching casalingo, in cui i film un tempo destinati alle sale sono convogliati direttamente nel grande flusso delle immagini domestiche generate dai dispositivi elettronici di ultima generazione, senza neanche arrivare a illuminare uno schermo di grandi dimensioni. Le avvisaglie c’erano già state, con l’ingresso in pompa magna dei prodotti Netflix nei programmi dei grandi festival e con alcune grandi firme cinematografiche che sbarcano, pur con alterne fortune (immaginando il pluridecorato Martin Scorsese e il ricusato Woody Allen ai poli opposti del discorso), sulle principali piattaforme di streaming.

Grindhouse - a prova di morte - 2007
Grindhouse – a prova di morte – 2007

Se un tempo c’erano i cinéphiles, i duri e puri della sala perennemente alla ricerca di una legittimazione culturale del cinema attraverso il mito dell’autore; se a questi hanno fatto seguito i movie buffers da videostore alla Quentin Tarantino, inesausti compulsatori di cataloghi cinematografici perlopiù di serie B ed epitomi dell’estetica del pastiche tipica del postmoderno; oggi è il turno di una generazione di fruitori di immagini ibrida e “orizzontale”, nativi digitali abituati a non fare distinzioni tra un film, una serie televisiva e un video prodotto per YouTube.

Quale direzione imprimeranno al cinema – ammesso che si chiamerà ancora così – costoro, una volta che faranno il grande salto, da fruitori di contenuti a creatori di universi filmici?

È forse questa la domanda centrale che dovrebbero porsi coloro che si interrogano sul “futuro del cinema”? Peccato che sia anche quella la cui risposta appare oltremodo incerta.

 

 

 

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