“Il piccolo principe” di Antoine de Saint-Exupéry: alcune riflessioni

“Ora tu per me non sei che un ragazzino identico a centomila altri ragazzini. E non ho bisogno di te. E nemmeno tu hai bisogno di me. Per te non sono che una volpe simile a centomila altre volpi. Ma, se mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu per me sarai l’unico al mondo. E lo stesso io per te”.

Il Piccolo Principe

È uno dei tre libri più letti al mondo, con un numero spropositato di copie vendute. Un vero e proprio capolavoro che tutti hanno letto, almeno una volta nella vita. Sto parlando de “Il piccolo principe”, il libro più conosciuto dello scrittore e aviatore francese Antoine de Saint-Exupéry (1900 – 1944). Al di là dei dati tecnici, irrilevanti al fine di questa mia riflessione – per quello c’è Wikipedia o, se preferite, una qualunque enciclopedia cartacea –, la cosa importante è che una lettura che in genere si fa da bambini, sui banchi di scuola, possa suscitare emozioni forti nell’adulto.

Ho riletto “Il piccolo principe” perché credevo fosse una storia superata, e invece mi sono accorta che le favole non tramontano mai, per quante esperienze si possano fare nella vita, poiché “sognare” è un bisogno fondamentale nell’uomo. Si tratta del racconto per eccellenza sull’amicizia; così come quello della solitudine e dei vari stereotipi che animano la nostra società. Attuale, adesso come allora, ho avvertito tutta la poeticità dei suoi versi.

Quelle che adesso sono frasi condivise sui maggiori social network e che ci appaiono quindi come frasi già sentite, quando il 6 aprile 1943 l’opera venne pubblicata, facevano il loro ingresso nel mondo letterario per la prima volta, create dal genio di un autore che le ha accompagnate a dei disegni ad acquerello che, da soli, facevano già sussistere la storia. Anzi, le fonti affermano che Saint-Exupéry sia stato un disegnatore mancato, e che chi vide i suoi disegni lo esortò a scrivere il testo.

La trama la conosciamo. Un aviatore, costretto da un guasto ad un atterraggio di emergenza fra le dune del deserto del Sahara, incontra un ragazzino bizzarro che gli chiede di disegnargli una pecora. Costui viene dallo spazio: esattamente da un pianeta piccolissimo chiamato B612. La scorta d’acqua è così esigua che il narratore non sa se gli basterà per il tempo necessario a riparare il veicolo. Il piccolo principe ha abbandonato il suo pianeta perché lassù si sentiva troppo solo, avendo come unica compagna una rosa. Un fiore esigente, che pretendeva di essere curata a dovere.

Inizia così una delle storie di amicizia più profonde e pure della nostra letteratura.

Ogni capitolo di questo “libriccino” racconta di un diverso incontro fra il piccolo principe e diversi personaggi su differenti pianeti, fino al suo arrivo sulla Terra. Ciascuno di questi peculiari individui lascia il ragazzino sconcertato dalla stranezza degli adulti. In realtà, ciascuno di essi rappresenta un’allegoria della società contemporanea.

Quella che potrebbe essere considerata la “favola dell’aviatore”, ci fa scordare il racconto in sé.

Da piccola non avevo notato, per esempio, il contrasto netto fra la delicatezza del piccolo principe e del suo mondo, e l’essere rude del personaggio che gli è a fianco. Un aviatore che avvita bulloni e ripara pezzi di motore, ma che sa sollevarlo in maniera delicata e proteggerlo dai pericoli.

Antoine de Saint-Exupéry

Il piccolo principe” è un “viaggio” che ha sede nel cuore, dove rimaniamo incantati dalle avventure del ragazzino sul suo asteroide, e poi dalle sue peregrinazioni e dal suo arrivo sul nostro Pianeta. Di capitolo in capitolo si partecipa alla trasformazione di un essere che sperimenta gradualmente un nuovo livello di conoscenza. Ovvero, la capacità di riconoscere ciò che è davvero “nostro”, separandolo da quello che è “estraneo”. E come si arriva a questo? Semplicemente prendendosene cura. Il piccolo principe capisce che la rosa è la “sua” rosa e quindi è diversa da tutte le rose che trova sulla Terra; così come il processo di “addomesticamento” della volpe farà sì che essa diventi familiare e non un animale qualunque.

C’è una rosa che è nostra fra tutte le migliaia di altre, e c’è un solo organo, il cuore, che ci permette di riconoscerla. Il cuore è quindi il vero “occhio” con cui guardare, e l’uomo che inizia a parlare di sé raggiunge la vetta della sua consapevolezza di essere umano. Questa storia insegna molto, ma non ad una parte sola. Entrambi – aviatore e piccolo principe – arrivano alla medesima conclusione. Ad una verità che prima ignoravano.

Al centro di questo metaforico insieme di immagini c’è sempre lui: un ragazzino vestito in modo elegante, con un cespuglio di riccioli d’oro in testa  e una sciarpa perennemente allungata dal vento.

Trovo che l’autore sia stato grande, perché ha esortato i lettori non a guardare meglio, bensì ad avvertire quando giunge il momento di chiudere gli occhi. Questa “seconda vista”, che ha sede nel cuore, non è privilegio di pochi, ma possibilità di tutti. A patto di affrontare una trasformazione radicale del modo di pensare e di agire.

In quest’opera l’autore ribadisce più volte che gli adulti fanno un sacco di domande, ma non comprendono nulla. I bambini, al contrario, sono puri e capiscono al volo le cose. Per questo la dedica è per “il bambino che una volta è stato quell’adulto”. Perché tutti gli adulti sono stati un tempo bambini, ma se ne sono dimenticati.

Ecco, è proprio alla luce di questo concetto che ho riletto in età adulta questo libro. Per ritrovare la bambina che lo aveva fatto anni fa: quella che aveva dimenticato. Dissentendo però su un ultimo punto, e cioè che solo la maturità porta a fare certe riflessioni. Forse perché, nel tempo, hai metabolizzato ciò che in realtà hai sempre saputo.

 

Written by Cristina Biolcati

 

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