“Maschera”, silloge di Vincenzo Monfregola: l’uomo è un essere piccolo – piccolo di fronte alla vita

“Non ho mai nascosto / il mio amore per la semplicità / a nessuno, / perché credo sia / proprio essa / l’unico principio autentico / che porti / all’essenza di una vita” (“Semplicità” da “Maschera”- Vincenzo Monfregola)

Nel maggio 2013 lo scrittore di origine napoletana Vincenzo Monfregola pubblica la raccolta di poesie “Maschera” con la casa editrice David and Matthaus, nella divisione egoEdizioni. Che dire di quest’opera? Mi sono proposta di realizzare una recensione “diversa”, proprio perché fuori dai canoni, mi è parsa la silloge.

Maschera” si presenta come un inno alla vita e alle sue emozioni, ed è alle sensazioni che queste poesie mi hanno regalato che vorrei “abbandonarmi”. Come se non ci fosse un filo conduttore a guidare i miei pensieri, ma io lasciassi che le idee fluissero così come esse si sono presentate. Mi sembra l’unico modo possibile per omaggiare l’autore.

Quella di Monfregola è un’opera che si propone a chi sa “viversi a cuore aperto”, a chi sa godere di emozioni autentiche, senza indossare maschere. Il poeta si definisce un “uomo qualunque”, con nulla di speciale, che scrive sulla carta quello che sente.

Da subito egli ci ammonisce sul fatto che spesso gli autori cercano i riflettori, la popolarità ad ogni costo e invece, è soltanto dalla condivisione di pensiero, dall’umiltà che nasce l’empatia, perché se non si ha nulla da raccontare, giustamente, la gente non ascolta. Possiamo affermare che la silloge, con prefazione di Alessia Mocci, sia divisa in 5 parti.

Una sequenza di prosa, scritta dall’autore stesso, annuncia il tema che si andrà ad affrontare. Le poesie sono anticipate a loro volta da una citazione di autori amati dal poeta. Ecco quindi che “Essere autori, poeti, scrittori” vede una frase di Alda Merini, “Amare” quella di Pablo Picasso, “Maschere” la citazione di Luigi Pirandello, “Il nostro tempo” una frase di Italo Svevo, e “Vita, solo vita!” quella di Nazim Hikmet.

È un poeta che non si vergogna delle sue lacrime, Monfregola, che sogna e anela a conoscere angeli che, talvolta, perdono ali e capelli dorati. I suoi versi sono accompagnati da una costante volontà di cambiamento, per sé e per la società che lo circonda, con un’attenzione particolare volta ai bambini, gli unici che non conoscono malizia, ed ai bisognosi che vivono ai margini. La vita è colore, un tripudio di azzurro, di giallo e di verde.

Il gabbiano torna sovente, come simbolo di libertà, ma anche come emblema di “ali perdute”; contaminato dalla società che si ostina a vivere come fosse “altro da sé”, nel “rumore”, anziché ascoltare il “silenzio” delle proprie autentiche emozioni. Il messaggio del poeta è di spalancare le porte dell’essenziale alla vita, di comprendere la potenza e l’importanza dell’”essere” per riuscire a vivere pienamente. “Notte”, “stelle”, “luna”, sono parole che si susseguono nelle sue poesie, come se nella natura egli potesse ritrovare “l’autenticità” del mondo. L’uomo è un essere piccolo – piccolo di fronte alla vita.

Egli si “veste” di colori e di silenzio che lo riportano al suo essere originale, dopo un periodo di fatica, di vuoto, che lo avevano condotto a smarrirsi. Solo chi “è”, può vivere appieno la vita, nella poetica di Monfregola. Il cuore deve essere libero e l’amore diventa eterno se rapportato alla vita stessa. Il vero amore è quello per ciò che una persona “è” e non per quello che vorremmo essa fosse. L’amore non porta maschere, non ne ha mai portate.

La vita viene paragonata ad un prato che bisogna mantenere sempre verde e diventa l’unica compagna fedele di questo splendido viaggio. Il poeta si prodiga per non deludere le persone a lui care, chiede loro di essere portato, condotto in un “qui” e in un “dove” che non sono su questa terra, perché troppo “rumore” vi alberga e non lascia spazio al silenzio di viversi. Il cielo, nonostante tutto, si conserva celeste, l’anima è leggera e autentica perché respira di un grande privilegio, che è quello di vivere di emozioni. È l’”essenza” che vive nel tempo, fatta di emozioni indelebili, di amore e di amicizia.

Anche le parole diventano vane, di fronte a questa “essenza”. L’apparenza è bandita dalla lirica di Monfregola. Egli vede troppe maschere, ed ognuna di esse non rispecchia il vero colore di chi la indossa. La nostra è una società che bada all’etichetta, più che alla sostanza. È come se ci fossero tante maschere poste su un palcoscenico: esse parlano di vita, ma di fatto non vivono. Essenziale è invece “essere”, indossare non una maschera, bensì vestirsi della propria anima.

È una cosa assai difficile quella che ci chiede il poeta, direi ai confini con l’utopia, per non dire che realmente lo è. E quando poi i riflettori si spengono, l’anima ritrova se stessa, torna alla purezza della vita. Come se la mente e il cuore fossero, a volte, troppo distanti per capire veramente. Colui che si spinge al di là degli schemi sociali, può essere puro come i bambini. Colui che ama la vita e la ripulisce di tutto ciò che è futile, che se ne frega dei “rumori”.

Essere “incontaminati” è possibile, ma non è cosa da tutti. Il ricordo rimane e condiziona il presente, forse anche il futuro, nonostante il poeta si proponga di vivere a 360 gradi. Il destino è inteso come un semplice sentiero della vita, che porterà alla fine, alla “nera” come viene definita la morte.

La vita: questo fiume di sensazioni, una giostra che gira, emozioni espresse in colori. Per abbattere la “pochezza” presente nel mondo, basterebbe godere della natura, costruire radici robuste al proprio “io”, raccontare il proprio cuore, portare se stessi nel mondo. Bisognerebbe abbattere i muri, perché ciascuno è ciò che è e nulla può essere dipinto, se non sulla tela della vita.

Vorrei che il mondo iniziasse a folleggiare per quanto lo merita veramente”, scrive Vincenzo nella lirica “Vorrei”. È questo quanto si auspica un “uomo qualunque”, la cui poetica nasce al fine di liberare un bisogno vitale. Cresce come un grido ed esorta il lettore a gettare lontano da sé la propria maschera.

 

Written by Cristina Biolcati

 

 

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