“Dead flowers”, album degli Strange Hands – recensione di Emanuele Bertola

Una strada vuota e lunga come un enorme serpente d’asfalto, intorno la polvere di una grande distesa sterrata, il sole all’orizzonte che picchia forte e un cartello che indica quante miglia mancano alla California, Cadillac rossa scoperta, Ray-ban a goccia poggiati sul naso e capelli al vento, alla radio passano i Beatles, i Doors, i Beach Boys e i Kingsmen, e non si potrebbe desiderare di più.

Erano gli anni ’60, la seconda metà, quella della grande musica, dei festival storici e delle più brillanti pagine della storia del rock, un’epoca che ogni appassionato di musica guarda con rispetto e adorazione, un’epoca che ha dato il la alle carriere di vere e proprie divinità musicali, da Jimi Hendrix a Jim Morrison, da Brian Wilson a Neil Young, e Dio solo sa cosa ci potesse essere nell’aria in quel periodo, soprattutto dalle parti della California. Erano gli anni del movimento hippy e del desiderio di pace, gli anni del “fate l’amore, non fate la guerra”, del surf, delle belle ragazze e dei purini di marijuana tra le labbra in spiaggia.

Anni in cui la creatività musicale viveva i suoi giorni migliori e in cui nascevano nuovi generi con la stessa velocità con cui finivano le bottiglie di birra, ed è proprio in quegli anni tra le spiagge assolate della california e i sobborghi delle sue città che nascevano il garage-rock e il surf-rock, sottogeneri differenti tra loro ma al contempo splendidamente accostabili e a loro volta mescolabili, nati entrambi da un background composto da blues, rock’n’roll e rockabilly, ma animati da spiriti diversi: un atteggiamento nichilista e a tratti aggressivo che anticipa il punk di quindici anni per il primo, e la spensieratezza giovanile votata al divertimento e legata a doppio filo alla cultura del surf che impazzava nella California dei sixties per il secondo.

Perché parlare del garage e del surf nel 2012? Beh, tanto per cominciare perchè la musica e la cultura di quegli anni si vestono ogni volta dello stesso inossidabile fascino, che lo si chiami effetto vintage, retrò o passatismo; e poi perchè proprio in questo 2012, per l’esattezza a maggio, il garage e il surf sono tornati a farsi sentire, vivi più che mai e supportati da una buona dose di psichedelia che male non fa, attraverso gli Strange Hands, giovanissima band francese nata nel 2008 che per il proprio album di debutto si affida ad un’etichetta indipendente italo-portoghese, la Shit Music for Shit People (complimenti per il nome!), famosa per la particolare attenzione alla grafica e agli artwork, splendidi davvero, e per la scelta di stampare gli album soltanto su cassetta e vinile, dettaglio che si sposa alla perfezione con l’impronta che la formazione di Bordeaux ha intenzione di dare al disco.

Dead flowers” – è inutile girarci attorno – è un tuffo nel passato in tutto e per tutto, quello dei sixties e dei suoi meravigliosi lasciti, ma anche quello relativamente più recente del punk ramonesiano secco e divertente; è come se gli Strange hands aprissero un vecchio e impolverato libro di fotografie, poi di colpo tra le immagini ingiallite di feste in spiaggia e serate nei dancing ne spunta una che ritrae una telecaster poggiata ad un organo hammond, e, quasi non potessero fare altro, i ragazzi attaccano a suonare, ispirati da uno spirito nostalgico, e così, tra ritornelli corali alla Beach Boys, chitarre a tratti predominanti e a tratti defilate al servizio delle linee melodiche e la costante presenza del caro vecchio hammond picchiettato in un modo che Ray Manzarek approverebbe, le 12 tracce dell’album scorrono spensieratamente come quella Cadillac nel bel mezzo del nulla diretta alla costa ovest. Si parte con l’uno-due surfeggiante di “First poem” e “Bunny slipper”; l’istinto è quello di accendere il motore e partire per la spiaggia, armati solo di bermuda e voglia di festa, e se con l’avanzare del secondo brano la struttura chitarristica si irrobustisce ci pensa la successiva “She’s mine” a gettare acqua – di mare – sul fuoco delle sei corde, di nuovo surf, sole, ragazze e una bella ventata di psichedelia a chiudere l’idillio.

La quiete è rotta dal prepotente ingresso in scena di “Smell”, punk da strada in perfetto Ramones style, tanto che all’attacco viene da urlare “Hey, Ho! Let’s go!”, ma è solo un attimo, un frangente punk che lascia spazio a “I’ll Give You My Drawings”, psichedelica per vocazione e sixties fino al midollo, un trip sognante e colorato, acido quel tanto che basta per aprire le porte della percezione; dietro quelle porte non si potrebbe sperare in nulla di meglio che un sound alla Doors, ed è proprio quello che accade, Il genio musicale di Manzarek risuona forte lungo le note di “Love Illusion” e anche se la voce non è quella del compianto re lucertola la sensazione è meravigliosamente nostalgica, tanto che il viaggio nel tempo a bordo del vinile potrebbe terminare qui e lasciare soddisfatti, ma siamo solo al giro di boa…

Tutto quel che c’è da fare è alzare il braccetto del giradischi, ribaltare il vinile sul lato B e poggiare nuovamente la puntina tra i suoi solchi; come per magia il garage passionale e graffiante di “Anxious pictures” fa ripartire il motore della Cadillac e i problemi spariscono, restano soltanto il sole, la strada e il sogno all’orizzonte. I Doors tornano nuovamente a farsi sentire, “Summertime” è un nuovo trip, psichedelico e corroborante, con gli echi sognanti dell’hammond alla guida e un paesaggio indefinito che scorre negli specchietti retrovisori; poi di colpo la strada si fa dissestata, il raggio delle curve si restringe, il viaggio prosegue ma a farla da padrone ora è l’adrenalina delle chitarre sporche e del cantato gracchiante di “Acid vision”, il paesaggio è sempre lo stesso, ma più che in “The Doors” pare di trovarsi nel bel mezzo di una scena di “Paura e delirio a Las Vegas”, con Johnny Depp a fianco con tanto di occhiali da sole giallognoli e spino in bocca a dire “Tranquillo fratello, ci penso io!“. E’ un delirio di suoni che richiama i Jefferson Airplane e trascina la Cadillac fuori dal canyon.

Ora la strada è dritta, in discesa, e in lontananza si scorge il blu dell’oceano, la spiaggià è là in fondo che aspetta, e il tragitto rimasto è accompagnato dal sandwich ritmico della tripletta formata da “Dead Flowers”, “Trapper & Dodger” e “Warm Reflection”, un’esplosione garage-punk – la seconda – chiusa tra due splendidi esempi di psichedelia pura, perfetti per l’arrivo sulla costa…. E’ stato un gran bel viaggio fin qui, e adesso salviettoni in spalla e tavola sotto braccio, non saranno i veri anni ’60, ma che spettacolo!

 

 

Tracklist

1. First poem

2. Bunny slipper

3. She’s mine

4. Smell

5. I’ll give you my drawings

6. Love illusion

7. Anxious pictures

8. Summertime

9. Acid vision

10. Trapper & dodger

11. Warm reflection

 

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