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Intervista di Michela Zanarella all’attore Michele D’Anca: uno dei più amati della soap “Centovetrine”

Quante volte ci è capitato di accendere il televisore e di vedere il suo volto. È uno degli attori più amati della soap “Centovetrine”, l’affascinante Sebastian Castelli, ovvero Michele D’Anca.

Michele D’Anca

Figlio di siciliani, bolognese di nascita e romano d’adozione, approda nel mondo del teatro e si diploma all’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”, dove apprende dai grandi maestri l’arte della recitazione.

L’incontro con Luca Ronconi è stato determinante. Da allora il suo percorso artistico e professionale è segnato da numerose partecipazioni in film, fiction e rappresentazioni teatrali di successo.

Dal suo ingresso nella soap di canale 5, continua ad essere apprezzato per quel talento che lo ha portato alla popolarità. Ma dalla sua parte ha anche una grande sensibilità che gli appartiene.

Noi di Oubliette Magazine abbiamo il piacere di incontrarlo per una breve intervista.

 

M.Z.: Michele D’Anca, ripercorrendo le tappe della sua carriera, quanto è stata importante la preparazione all’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”?

Michele D’Anca: L’Accademia mi ha dato modo di entrare nel mondo della recitazione dalla porta principale e più ambita. In questa scuola di stato si è formata la stragrande maggioranza dei teatranti italiani più noti e di talento. È stata fondamentale perché mi ha fornito una preparazione totale, sia pratica che teorica e, soprattutto, mi ha dato modo di avere come maestri grandi artisti del palcoscenico come Luca Ronconi, Marisa Fabbri, Marise Flach, Angelo Corti, e tanti altri da cui ho ereditato gli insegnamenti del periodo d’oro della scuola teatrale italiana. Quello che va all’incirca dagli anni 60 agli anni 80. Ad esempio, avere la possibilità di recitare, a soli vent’anni, ne Il Sogno di Strindberg con la regia di Ronconi è stata per me un’esperienza formativa di altissimo livello artistico.

 

M.Z.: Lei è noto al pubblico per il ruolo di Sebastian Castelli in “Centovetrine”, qual è il punto di forza di questo personaggio e perché è così amato?

Centovetrine

Michele D’Anca: Penso che il punto di forza di Sebastian sia stato il suo essere un uomo senza scrupoli ma affascinante. Un uomo che lotta nel bene e nel male per ciò in cui crede, e soprattutto per i suoi affetti più cari. Un uomo che sa amare e odiare con la stessa intensità. Un altro punto di forza è stato la mia preparazione. Il duro lavoro. La cura maniacale di ogni minimo dettaglio del mio ruolo. La serietà con la quale ho affrontato lo studio e la messa in scena di questo bellissimo personaggio. C’è stata una magica compenetrazione fra il mio lavoro e quello degli autori, che si sono divertiti a sfruttare al massimo quasi tutte le mie potenzialità recitative, facendo agire il mio personaggio nelle trame più disparate e intense, affiancandolo agli attori più preparati e amati della soap. Inoltre, lavorare su Sebastian, mi ha coinvolto molto dal punto di vista emotivo e ne è uscito fuori un ruolo molto intenso e carismatico che ha saputo imporsi fra i tanti personaggi della soap fino a diventare un pilastro di Centovetrine.

 

M.Z.: La soap trasmessa su Canale 5 le ha dato molta popolarità, ma non teme che possa diventare un limite interpretare per tanto tempo lo stesso ruolo?

Michele D’Anca: Io non credo in questo limite. Il limite di diventare “facce da soap” è un limite mentale assurdo tipico di molti registi e produttori italiani. Trovo che sia un pregiudizio. Se si è bravi si è bravi e basta. Solo in Italia si pensa a questo come ad un limite. Molti film americani e inglesi sono pieni di attori che vengono dalla lunga serialità. Le serie lunghe sono una palestra formidabile per un protagonista, lo aiutano ad affinare il suo talento.

 

M.Z.: Attore, doppiatore e una grande passione, la fotografia. Per questo suo interesse concorda con quanto disse Ansel Adams, fotografo statunitense: “Non fai solo una fotografia con una macchina fotografica. Tu metti nella fotografia tutte le immagini che hai visto, i libri che hai letto, la musica che hai sentito, e le persone che hai amato”?

Michele D’Anca: Sì, penso che Adams abbia ragione. E infatti, personalmente amo della fotografia gli aspetti teatrali, caravaggeschi che riesce a catturare uno scatto: Il buio e la luce, l’ombra, il colore, e soprattutto il corpo umano nella sua nuda bellezza e le espressioni dei volti. Ed essendo il teatro una parte fondamentale di me stesso è come se scattassi una mia immagine interiore. Penso che le foto siano fondamentalmente proiezioni di sé.

 

M.Z.:  Qual è il suo rapporto con la tecnologia e con i social?

Michele D’Anca

Michele D’Anca: Ottimo. Ho studiato l’html e ho progettato e creato da me il mio sito web in ogni sua parte, anche quella grafica. Curo personalmente le mie pagine Facebook personali, la Fan Page e quella relativa ai miei progetti. Sono presente su Instagram e twitter. Sui social sono molto attivo. Oggi, è indispensabile, sia per le relazioni di lavoro che per interagire col proprio pubblico.

 

M.Z.:  Veniamo alla scrittura. So che sta lavorando alla stesura di un romanzo. Che cosa l’ha portata verso questo percorso creativo?

Michele D’Anca: Il bisogno e la necessità di liberare da me le mie inquietudini più profonde, i miei drammi interiori, e in questo modo liberarmene. Poterli contemplare sulla carta e, magari, comprenderli. Scoprire quel dio che fa da trama e lega insieme certi avvenimenti fondanti della mia vita. Scorgerne il senso e il significato: conoscersi.

 

M.Z.:  Progetti per il futuro?

Michele D’Anca: In questo momento sto lavorando a una serie di progetti ideati e diretti da me, ai quali ho dato il nome di The Lizard King Project e che riguardano l’opera artistica del cantante e poeta Jim Morrison, di cui sono un profondo conoscitore e amante. Riguarderanno reading, performance in voce e in musica, spettacoli teatrali e forme di collaborazione che avranno lo scopo di divulgare gli aspetti più umani e i testi scritti dal cantante dei Doors, dei quali indagherò le dinamiche sciamaniche, rituali, teatrali e poetiche.

 

Written by Michela Zanarella

 

 

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Intervista di Irene Gianeselli all’attore Alberto Onofrietti: la tenacia e la costanza di fare teatro

Alberto Onofrietti si diploma nel 2003 presso la Civica Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano e prosegue la sua formazione frequentando per più di una stagione la Scuola di perfezionamento S. Cristina diretta da Luca Ronconi. A ventuno anni è diretto da Claudio Longhi nella compagnia Gli Incamminati di Franco Branciaroli.

Alberto Onofrietti

Ha lavorato con importanti attori del panorama italiano a partire da Franco Branciaroli (Cos’è l’amore e La peste), Massimo Popolizio (che cura la regia di Ploutos di Aristofane), Gianrico Tedeschi (Farà giorno),  poi con Elisabetta Pozzi (Tutto su mia madre), Maddalena Crippa (Madre Coraggio e i suoi figli), Elia Schilton (Antigone), Andrea Jonasson (La storia della bambola abbandonata). Lavora in teatro con registi italiani e stranieri quali Derek Walcott (Odyssey, a stage version), Robert Carsen (Madre Coraggio e i suoi figli), Ricci/Forte (Troia’s discount), Piero Maccarinelli (Farà giorno e La stanza di sopra), Leo Muscato (Tutto su mia madre) Massimo Navone (L’arma segreta di Archimede). Accanto all’attività in teatro approfondisce lo studio della recitazione frequentando workshop con attori e registi, in particolare con Lev Dodin, Jan Fabre, Yoshi Oida, Bruce Myers, Mamadou Dioume, Danio Manfredini, Claudio Morganti, Massimo De Francovich, Giovanni Crippa, Oskaras Korsunovas, Daniele Salvo, Andreas Rallis. Per il cinema viene scelto da Sergio F. Ferrari (L’ultimo giorno d’inverno), lavora con Luca Solina (PuzzleJuliet e Doppio zero), Marco Mazzoni (Nemesi e Christian Freeman).

È sul set di Giallo (Dario Argento) e L’uomo che verrà (Giorgio Diritti), Guerra (Davide Sibaldi), Contatto forzato (Daniele Sartori), Alpino Riccardo Giusto (Giovanni Cismondi). Si confronta con i maggiori drammaturghi contemporanei, quali Harold Pinter e David Mamet (Tradimenti, Il calapranzi, Il bosco, diretti dal regista Antonio Mingarelli), David Greig (Kyoto/Fragile, regia di Vittorio Borsari), Martin Crimp (Il gabbiano, regia di Sandro Mabellini) e autori italiani come Davide Carnevali (Saccarina). Da due stagioni collabora con il TPE di Torino di Beppe Navello che dirige Il divorzio di Vittorio Alfieri e Il trionfo del Dio Denaro di Marivaux.

Alberto Onofrietti parla del suo percorso fatto di incontri importanti con i maestri del teatro italiano e racconta ai lettori di Oubliette Magazine il suo rapporto con il Teatro che (r)esiste con tenacia.

 

I.G.: Paolo Grassi parlava del teatro come un diritto e un dovere per tutti. Ci racconti i tuoi anni di formazione alla Scuola Civica d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano?

Alberto Onofrietti

Alberto Onofrietti: D’altronde una persona con un’acuta capacità di leggere il proprio tempo quale era Paolo Grassi non poteva che considerare il teatro, e la cultura in ogni sua manifestazione, allo stesso modo di come si dovrebbe considerare l’istruzione: appunto, un diritto e un dovere. In ogni caso un tesoro nel bagaglio di un Paese. Per me gli anni di formazione nella Scuola che da lui ha preso il nome sono stati il punto di inizio, la pagina bianca su cui scrivere. Partendo proprio dal senso di responsabilità nel frequentare un percorso di formazione concepito da Grassi e Strehler, ho cercato il più possibile di assorbire i molteplici stimoli ed educare l’occhio, l’orecchio e la mente agli strumenti fondamentali che servono a praticare e leggere il teatro.

 

I.G.: Esiste la vocazione per essere attore, ma esiste anche la necessità di trovare in scena il movimento naturale dell’agire. Come hai avuto coscienza della tua vocazione e quali sono stati gli incontri fondamentali nel tuo percorso?

Alberto Onofrietti: Non mi sono mai tanto riconosciuto nel termine vocazione, un po’ perché ha qualcosa di troppo religioso o mistico, e un po’ perché non ho mai pensato di rispondere ad una “chiamata”… O più semplicemente non mi sento all’altezza di Wilhelm Meister e del suo Autore per appropriarmi di quel termine. Molto più concretamente, prima ho scoperto quanto mi interessava che mi venissero raccontate delle storie e raccontarle a mia volta, poi che il linguaggio teatrale era uno strumento di lettura della realtà che mi attrae, che riuscissi o meno a comprenderlo appieno. Gli incontri fondamentali, i primi. Fondamentali nel senso letterale. Quindi, in ordine cronologico: Claudio Longhi, Franco Branciaroli, Luca Ronconi. Mi hanno trasmesso strumenti concreti, la grammatica, un vocabolario del mestiere dell’attore. Sono riuscito ad apprezzare e a far tesoro degli incontri successivi, proprio grazie a questi strumenti.

 

I.G.: Per più di una stagione hai frequentato la Scuola di perfezionamento S. Cristina diretta da Luca Ronconi. Che ricordo hai del maestro?

Alberto Onofrietti: Prendo in prestito le parole che un personaggio del testo La torre d’avorio utilizza per descrivere Wilhelm Furtwängler: “Un genio. Senza pari.” Sono le sole parole che possono contenere il ricordo che ne ho.

 

I.G.: Il 25 aprile Rai 5 ha proposto “Farà giorno” nel quale sei stato in scena al fianco di Gianrico Tedeschi. È un testo molto importante perché contiene un messaggio forte e coraggioso di duplice scambio generazionale: politico e attoriale. Puoi parlarci di questa esperienza?

Alberto Onofrietti

Alberto Onofrietti: Trovarsi accanto ad un attore unico come Gianrico Tedeschi è semplicemente un privilegio: per la sua grandezza, generosità, leggerezza carica di esperienza, di vita e di palcoscenico. Conoscerlo come persona poi, e diventarne amico, una fortuna. Accanto alla sua grandezza, l’autenticità di rapporto che si era creata tra noi, e ovviamente il profondo legame tra lui e sua moglie in scena, erano un valore aggiunto impagabile che lo spettatore avvertiva. Quando poi un testo è scritto così bene e un regista è in grado di metterlo in scena con sapienza, cura e totale dedizione, si creano le circostanze perché attori e pubblico partecipino a quel rito che si ricrea rinnovandosi ogni sera.

 

I.G.: In “Farà giorno” con la forza dell’umorismo viene smascherato il qualunquismo, il neofascismo e l’incapacità del nostro tempo di riflettere e discutere sulla forma e sul significato di una ideologia e sulle sue implicazioni. Come è possibile affrontare questo tema a teatro e qual è stato il percorso che vi ha portato agli esiti così positivi in questo spettacolo?

Alberto Onofrietti: Innanzitutto il testo è scritto molto bene. Affronta certi temi senza retorica, e tantomeno senza intenti didattici. Partendo quindi da una buona scrittura si è già a buon punto. Inoltre la capacità di far accadere le cose, di renderle credibili e vere ogni momento, come può fare un maestro come Tedeschi, permette ai contenuti del testo di passare in maniera organica allo spettatore. Credo che l’onestà di mettersi al servizio di questo testo, come di qualunque altro, non può che portare a degli esiti positivi.

 

I.G.: In “Farà giorno” in scena c’è la Storia. È un compromesso importante quello di mettere sul palco sia l’hic et nunc che scorre irripetibile, sia il passato. Considerando il riscontro del pubblico, quale futuro immagini per il teatro e per il teatro in Italia?

Alberto Onofrietti: Il futuro lo posso immaginare soltanto osservando il presente e, ahimè, bisogna sforzarsi molto per individuare e far maturare segnali di miglioramento. Diciamo che è molto difficile essere ottimisti… Ma in questo mestiere, come mi ha insegnato Claudio Longhi, forse nel nostro piccolo possiamo provare a cambiare il mondo, un po’. Sicuramente quando si trovano situazioni virtuose, pur rare nel panorama attuale, si trova non solo la voglia di continuare, ma anche riferimenti e stimoli da seguire per portarle avanti.     

 

I.G.: Oggi parlare di politica porta a due estremi: alla superficialità più meschina o ad un grigio qualunquismo, quando non si demonizza direttamente il termine “politica”. Il teatro oggi da cosa è mosso secondo te, secondo la tua esperienza?

Alberto Onofrietti

Alberto Onofrietti: Così come il termine politica può avere connotazioni positive o negative, allo stesso modo dipende da che cosa si vuole intendere quando si parla di teatro. Riferendomi al teatro che non sia semplice intrattenimento, ma luogo per arricchirsi, fare proprie le esperienze altrui, per pensare, posso grossolanamente rispondere che il teatro è spinto dalla stessa necessità per cui si apre un libro, dalla conoscenza, credo.

 

I.G.: A volte il pubblico in platea preferisce tenere sott’occhio gli schermi luminosi dei propri cellulari. Cosa, a tuo avviso, impedisce la comunicazione tra attori e pubblico?

Alberto Onofrietti: Il caso dei telefonini è solo questione di maleducazione e brutte abitudini. Ad impedire la comunicazione tra attori e pubblico può essere il non aver stabilito un codice comune, può essere che non ci sia una vera urgenza e curiosità nelle due parti, attori o pubblico… Sono alcune delle ragioni, ma è un’osservazione che si può fare più facilmente osservando casi specifici.

 

I.G.: Qual è la condizione dei professionisti dello spettacolo, degli attori in particolare, oggi nel rapporto con le istituzioni?

Alberto Onofrietti: Molto meglio di me possono raccontarlo le parole della lettera aperta rivolta al Presidente della Repubblica, al Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e al Ministro del Lavoro che il gruppo Facciamolaconta, composto da  molti attori italiani, ha firmato per raccontare le condizioni sproporzionate tra chi fa teatro e chi lo gestisce e di conseguenza chiedere un dialogo costruttivo con le istituzioni. Invito alla lettura di quella lettera, facilmente reperibile on-line, perché è uno specchio esaustivo e assieme drammatico della situazione dei lavoratori dello spettacolo oggi.

 

I.G.: Quali situazioni e quali difficoltà deve affrontare un giovane attore oggi per fare teatro?

Alberto Onofrietti: Sicuramente il fatto di trovarsi in un ambito tanto poco sostenuto da questo Paese. Il fatto che la domanda e l’offerta in questo settore siano smisuratamente sproporzionate, intendendo ovviamente che l’offerta supera quasi in maniera esponenziale la domanda. Le condizioni lavorative sfavorevoli citate nella suddetta lettera. Ma soprattutto il tenere sempre vive la costanza e la tenacia che occorrono fin dall’inizio e che non è possibile perdere; senza quella costanza la forza per reggere in un ambiente così poco saldo verrà meno.

 

I.G.: Harold Pinter, David Mamet, David Greig e Martin Crimp sono gli autori contemporanei internazionali con i quali ti sei confrontato finora. Quali aspetti, a tuo avviso, ciascuno di loro ha saputo cogliere del nostro tempo?

Alberto Onofrietti: Con alle spalle tanti secoli di teatro scritto da autori come Eschilo, Shakespeare, Molière, Cechov, autori che hanno raccontato l’Uomo di ogni tempo, in tutte le sue sfumature, verrebbe da dire che è tutto contenuto lì dentro, e che lì dentro c’è ancora così tanto da scoprire. E in effetti portiamo oggi in scena quegli autori perché ci parlano ancora. Considerato questo, autori contemporanei come quelli che stiamo citando hanno innanzitutto approfondito la conoscenza dei classici, e da lì sono partiti per ricostruire o disegnare ex novo la realtà che ci circonda. Quindi, oltre a sapere leggere l’uomo per come è sempre stato attraverso i tempi, questi autori ci permettono di vedere più da vicino l’uomo nel mondo e nel tempo di oggi; e noi ci rispecchiamo, ci confrontiamo, e possiamo leggere o immaginare l’evoluzione o l’involuzione della società che ci aspetta nel futuro.

 

I.G.: Quali i tuoi progetti in via di realizzazione e futuri?

Alberto Onofrietti: Nell’immediato, sto per iniziare un lavoro a inizio luglio in cui mi ha coinvolto il mio carissimo amico nonché strepitoso collega Fausto Cabra, per il CTB di Brescia… Però tendenzialmente, per scaramanzia, rispondo sul futuro quando le cose sono ufficializzate… Poi appena questo accade informo chi è interessato via Facebook e tramite il mio sito sui futuri appuntamenti. Sarai senz’altro tra le prime a sapere i miei prossimi impegni e le occasioni in cui ci si potrà ritrovare. Grazie Irene!

 

Written by Irene Gianeselli

 

 

Info

Sito Alberto Onofrietti

Lettera aperta Facciamolaconta

 

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Intervista di Irene Gianeselli all’attore Antonio Zavatteri: la conduzione e l’esplorazione dell’evento teatrale

Antonio Zavatteri torinese di nascita ma genovese d’adozione si trasferisce in Liguria per studiare recitazione alla scuola del Teatro Stabile di Genova dove rimane fino al 1994.

Antonio Zavatteri

Lavora con registi come Benno Besson, Alfredo Arias, Marco Sciaccaluga, Andrea De Rosa, Luca Ronconi, Matthias Langhoff. Avvia la propria carriera registica mettendo in scena vari spettacoli tra cui la Bottega del CaffèDon Giovanni e Dealer’s Choice.

Ha fatto parte di una delle più importanti compagnie italiane di ricerca la Popular Shakespeare Kompany diretta da Valerio Binasco, con cui ha realizzato Romeo e GiuliettaLa Tempesta di W. Shakespeare. Negli ultimi anni ha avviato una intensa attività televisiva recitando in 1992 di Giuseppe Gagliardi, in Gomorra – la serie di Stefano Sollima. È stato al cinema con Gabriele Muccino (Baciami Ancora), Francesca Comencini (Un Giorno Speciale), Maria Sole Tognazzi (Io e Lei), Ben Stiller (Zoolander 2) e Nanni Moretti (Mia Madre). Ha partecipato a Pecore in Erba, l’opera prima di Alberto Caviglia.

Antonio Zavatteri racconta ai lettori di Oubliette Magazine la propria esperienza di attore.

 

I.G.: Ti ringrazio per la disponibilità. Come e quando hai cominciato il tuo percorso artistico?

Antonio Zavatteri: Ho cominciato relativamente tardi a interessarmi alla recitazione. La prima volta che sono stato a teatro come spettatore avevo già più di vent’anni, e in quel momento stavo facendo tutt’altro, lavoravo come impiegato in una società dell’ENI a San Donato Milanese. Credo sia stato questo a condurmi verso la ricerca di qualcosa che desse un senso alla mia vita: trovavo insopportabile il lavoro che stavo facendo e immaginarmi a sprecare il mio tempo in quel modo mi ha spinto in modo furioso verso un’attività creativa e di esplorazione di me stesso.

 

I.G.: Fino al 26 febbraio hai interpretato Iago al fianco di Filippo Dini nell’Otello diretto da Carlo Sciaccaluga. Si è trattato di un allestimento con una scenografia piuttosto particolare. Come hai lavorato sul personaggio?

Antonio Zavatteri

Antonio Zavatteri: Iago è uno dei personaggi più malvagi della storia del teatro, ma tutti quelli che hanno a che fare con lui nella tragedia di Shakespeare lo descrivono continuamente come una persona meravigliosa, (‘l’onesto Jago’ è una delle frasi che più ricorrono nel testo). Ecco questa contraddizione è un aspetto estremamente interessante del personaggio, quanto interessanti sono le possibili motivazioni che lo spingono a fare tanto male. Ho cercato quindi di dare una mia spiegazione, che non ha a che fare con la gelosia nei confronti di Cassio o con il desiderio di vendetta in quelli di Otello, ma con una specie di cortocircuito che ad un certo punto lo colpisce, come capita che colpisca un uomo insospettabile e che inaspettatamente si trasforma, per esempio, in un assassino seriale. Motivazioni che hanno a che fare con la frustrazione e l’insoddisfazione del bilancio di una vita, cose abbastanza comuni che però, comunemente vengono digerite o controllate con l’accettazione o la rassegnazione, ma che in qualcuno possono trasformarsi in ossessione e desiderio di distruzione.

 

I.G.: Le prénom (Cena tra amici) è la commedia di cui hai adattato per il teatro la traduzione italiana di Fausto Paravidino. A riguardo hai scritto: “Le Prénom è una commedia moderna molto divertente che mette in scena un nucleo famigliare borghese costituito da stereotipi sociali ben riconoscibili, che ci fanno sorridere osservandoli, che troviamo vagamente antipatici, ma nei quali al tempo stesso ci riconosciamo con un po’ di fastidio”. Puoi parlarci di questo progetto? Qual è stato l’esito finale del tuo lavoro sul testo?

Antonio Zavatteri: Sì, devo dire che le note di regia spesso sono di una superficialità imbarazzante, anche perché vengono richieste in un momento in cui il testo dev’essere ancora realmente affrontato, almeno per come affronto io i testi e le regie di uno spettacolo. Il progetto è nato un paio di anni fa da un desiderio di voler esaminare e mettere in scena un nucleo familiare borghese, di una borghesia attuale come potrebbe essere quella di Carnage di Jasmine Reza. Infatti di Carnage abbiamo chiesto il permesso di messa in scena agli aventi diritto, che però li avevano già concessi ad altri. Quindi, visto che non volevo cambiare completamente direzione, ho pensato di provare con questa commedia di cui non avevo amato completamente la versione cinematografica, ma che mi aveva incuriosito. È la prima volta che affronto una commedia di questo genere con un meccanismo comico molto riconoscibile, ma al tempo stesso con una descrizione di umanità e relazioni familiari molto precise e profonde. Mi ha sorpreso completamente e quello che avevo preso come una sorta di ripiego rispetto a un teatro più ‘importante’ ho scoperto avere ben di più di quello che rivelava all’apparenza. Inoltre una grande soddisfazione l’ha data il pubblico che ha riempito per tre settimane il Duse di Genova e sono state aggiunte recite straordinarie per poter soddisfare le richieste. Il Teatro di Genova porterà in tournée lo spettacolo nella prossima stagione.

 

I.G.: Hai lavorato con Luca Ronconi, puoi condividere con noi un tuo ricordo del Maestro?

Antonio Zavatteri

Antonio Zavatteri: Con Ronconi ho partecipato ad un solo spettacolo nel 2004, l’anno di Genova capitale della cultura, se non sbaglio, in cui per l’occasione Ronconi ha messo in scena La Centaura di Andreini, un testo barocco praticamente mai rappresentato. Devo dire che è stato un incontro importante e con un uomo di spettacolo molto interessante, ma devo anche ammettere che non faccio parte della folta schiera di adoratori del suo teatro. Lo considero comunque un artista gigantesco, con un’idea di teatro personale e unica. Ero molto curioso di vedere il processo creativo di Ronconi, e oltre al suo lavoro nell’interpretazione di un testo volevo capire cosa stava dietro quello strano modo di recitare dei suoi attori. Ne sono rimasto molto affascinato ma credo di non aver compreso bene il suo pensiero.

 

I.G.: Puoi raccontarci la tua esperienza con la Popular Shakespeare Kompany diretta da Valerio Binasco?

Antonio Zavatteri: Con la PSK ho passato tre stagioni esaltanti della mia vita professionale, sia per il lavoro con Valerio che per la presenza in compagnia di attori eccezionali e di amici notevoli. Insieme abbiamo fatto Romeo e Giulietta, con un importante teatro romano e la presenza di una star (Riccardo Scamarcio che faceva Romeo), e Tempesta, che invece abbiamo provato in un paesino del basso Piemonte senza la partecipazione di nessun nome importante se non quello di Shakespeare. Tutt’e due sono state esperienze estremamente creative e divertenti: Valerio è un catalizzatore di entusiasmi e anche se lui ama narcisisticamente non definirsi un maestro, di fatto lo è, e con le sue capacità e le sue incredibili doti di comunicatore riesce sempre a determinare spettacoli vitali. Poi dopo Tempesta ho interrotto la mia esperienza con loro perché ho avuto altre proposte di lavoro, ma mi è dispiaciuto molto, nonostante creda fortemente che i rapporti con i maestri debbano avere una vita non troppo prolungata.

 

I.G.: Qual è il tuo rapporto con il cinema e la televisione e qual è la dimensione che preferisci?

Antonio Zavatteri

Antonio Zavatteri: Ho sempre pensato che il mio desiderio più forte e preciso fosse quello di dedicarmi al teatro e di approfondire e sperimentare soprattutto il rapporto con la recitazione dal vivo. Negli ultimi anni però ho scoperto la gioia, l’esaltazione e soprattutto le difficoltà del recitare davanti alla macchina da presa. In questo momento vorrei fare solo quello, forse anche per il semplice motivo che ho lavorato in teatro per vent’anni e amo il cambiamento. Ma mentre a teatro mi sento a casa e raggiungo un discreto relax in modo abbastanza facile, in cinema e tv sento che ho moltissimo da scoprire e sperimentare. Purtroppo le occasioni di lavorare in produzioni di qualità non sono moltissime, ma finora ho avuto la fortuna di incontrare film e registi notevoli. Ora il cinema è la mia ossessione, il mio desiderio è questo. E in teatro dedicarmi alla regia. Ora, poi vedrò.

 

I.G.: C’è un personaggio in particolare che fino a questo momento ti ha assorbito completamente o colpito in maniera inaspettata (al teatro, al cinema o in televisione)?

Antonio Zavatteri: Ho amato molti personaggi su cui ho lavorato, ma se devo scegliere quello a cui ora sono particolarmente legato scelgo Pollo. Un cameriere di una commedia di Patrick Marber, Poker (Scelta al Mazziere), un mezzo idiota, sognatore, che non si accorge di essere preso in giro da tutti i colleghi del ristorante dove lavora, una specie di fool ingenuo. Normalmente i ruoli per cui mi chiamano sono sempre dei severi uomini con personalità, e talvolta fascino, perché è la maschera che indosso nella vita: come chiunque ‘porto’ una persona pubblica che nasconde anche se solo parzialmente, la mia vera essenza. Un’essenza che è più goffa e ‘sfigata’ dell’immagine che gli altri hanno di me. Ne aggiungerei però anche un altro, il contabile di Gomorra – La serie, Franco Musi, completamente differente dal cameriere di Marber, ma anche lui un fallito che sognava grandezze. È estremamente divertente recitare i falliti, e anche molto gli inconsapevoli.

 

I.G.: Progetti futuri?

Antonio Zavatteri: Non lo so, questo è un momento delicato per me, come se sentissi una necessità di cambiamento che però fa fatica a rivelarsi completamente, e sarà scontato e banale, ma vorrei più che mai poter compiere delle scelte senza subire gli eventi che mi si propongono. In questo momento sto facendo la regia di un monologo di Will Eno, intitolato Thom Pain (Basato Sul Niente), con Alberto Giusta, un testo particolarmente ostico (il titolo non inganna!), ma con molti elementi di interesse, per una conduzione di attore più che per una costruzione di teatro di regia. E la conduzione e l’esplorazione dell’attore (che sia io o altri attori da dirigere) è ancora la cosa che più mi interessa nel mio lavoro.

 

Written by Irene Gianeselli