8 marzo: Saffo, la bellezza femminile, le etère e l’educazione sentimentale

8 marzo: Saffo, la bellezza femminile, le etère e l’educazione sentimentale

Mar 8, 2019

“Siamo così/ dolcemente complicate/ sempre più emozionate delicate/ ma potrai trovarci ancora qui/ nelle sere tempestose/ portaci delle rose/ nuove cose/ e ti diremo ancora un altro sì” Fiorella Mannoia

Saffo

Da Sardi qua/ il suo cuore spesso volgendo/come una dea, Arignota, ti ricorderà/ e più rimpiangerà il tuo canto./ Ora là tra le donne Lidie ella/ rifulge come quando, caduto/ il sole, la luna di rosa/ tutti gli astri oscura e la sua luce/ risplende nel salso mare/ come sui campi in fiore./ Dolce la rugiada si posa e fremono/ le rose e il cerfoglio tenero/ e il meliloto in fiore./ Spesso passeggiando si ricorderà/ della sua Attide e il suo cuore/ si consumerà nel rimpianto:/ «Venite da me!» a noi griderà con voce rotta…/ Non è facile per noi mortali uguagliare/ le dee nella bellezza delle forme… traduzione Edoardo Boncinelli

Questi versi sono della poetessa greca Saffo e penso che siano tra i più belli in assoluto tra quelli che le pagine della Letteratura hanno dedicato al tema della bellezza femminile.

Ma chi è Saffo? Saffo, lo dicevo, fu una poetessa greca. Visse tra il VII e il VI secolo a. C. nell’isola di Lesbo, sulle coste della penisola anatolica. Lesbo era a quel tempo un centro culturale di prima importanza, soprattutto per quanto concerneva la poesia e la musica.

La presenza di Saffo rafforzò ulteriormente questo centro, in quanto a Lesbo la poetessa istituì il Tìaso, una sorta di scuola destinata alle giovani fanciulle greche di origine aristocratica, in cui esse dovevano ricevere la giusta educazione prima di sposarsi.

Il tìaso costituiva un’esperienza umana e culturale forte nella vita di Saffo e delle sue alunne, infatti il rapporto che si instaurava tra la maestra e le sue allieve non distingueva tra affetto e istruzione; inoltre Saffo dedicava loro molte poesie d’amore.

Al di là del fatto se questo amore venisse consumato o no (e nel mondo greco l’amore omosessuale, tra maschi da un lato e femmine dall’altro non solo non era un tabù, ma non era in contrasto con l’amore eterosessuale all’interno della stessa persona), la tradizione vuole che l’aggettivo “lesbico” indicante il legame omosessuale fra donne derivi dalla particolare convivenza (sentimentale e culturale) che fu vissuta nel tiaso in età arcaica.

Ho fornito queste informazioni non per mera curiosità, ma perché ritengo che aiutino ad enfatizzare la componente femminile presente all’interno della raffinata temperie spirituale che si respirava a Lesbo già nel VII sec. a.C.

La società greca antica era fortemente maschilista e le donne erano relegate all’interno delle abitazioni ad occuparsi dei lavori domestici e dell’educazione dei figli. Il matrimonio era solo un’istituzione necessaria ai fini della legittimazione della prole: al di là di questo era accettato che gli uomini frequentassero altre donne, in particolare le etère.

Simposio – Antica Grecia

La parola etèra deriva dal greco etaira (ἑταίρα) e significa “compagna”: le etère erano delle donne che accompagnavano l’uomo, anche sposato, nelle occasioni ufficiali della vita culturale, tra cui il Simposio. Quest’ultimo era una vera e propria istituzione all’interno della quale uomini aristocratici si ritrovavano per vivere un’esperienza a trecentosessanta gradi fatta di bevute (etimologicamente simposio significa bere insieme), di dibattito politico, ascolto e visione di performance poetico-musicale, intrattenimento in tutti i sensi (anche carnale) con le etère che, a differenza delle loro mogli, erano generalmente donne istruite.

Va detto che nel mondo greco una donna colta faceva paura, per questo le donne destinate a fare “solo” le mogli non ricevevano una formazione approfondita. Invece le donne destinate ad essere “etère”, spesso di estrazione non libera, erano culturalmente molto interessanti e offrivano all’uomo una piacevole occasione di evasione e trasgressione tale però da non costituire solo un incontro di tipo sessuale, ma anche stimolante sotto vari aspetti.

Mi rendo conto che oggi leggere queste cose possa stonare con il nostro attuale punto di vista in materia di rapporti d’amore, condizionato non solo dalla cultura cristiana tout court ma anche dai risvolti laici che essa ha avuto. E così il valore esclusivo del matrimonio, unito al rispetto della donna in quanto persona da amare e non da tradire o ingannare, ci ha portati ad attribuire valore al legame di coppia anche quando esso non sia unito da un contratto formale, ma da un semplice stare insieme.

D’altra parte però l’emancipazione femminile tipica dei nostri tempi porta la donna ad essere libera di disporre del proprio corpo, senza problemi di natura etica.

Perché solo l’uomo può concedersi avventure?

Ma la libertà sessuale implica anche il rifiuto di concedersi. E qui scatta o dovrebbe scattare il rispetto da parte dell’uomo. Che spesso manca. Per mancanza di educazione sentimentale.

Questo tema mi conduce direttamente all’8 marzo. Oggi, che addirittura abbiamo la necessità di riservare alla donna un giorno tutto per lei, dove siamo arrivati con i diritti effettivamente riconosciuti al genere femminile?

Si tratta di una domanda difficile, alla quale non si può rispondere univocamente in ogni contesto geografico, sociale, economico e culturale. In Italia certamente la donna ha raggiunto una certa emancipazione de iure, rispetto ad altre parti del mondo. Ma de facto sono numerosissimi i casi di maltrattamento, violenza fisica e psicologica, omicidio. Come mai?

Dettaglio di “Saffo e Alceo a Mitilene”, Lawrence Alma-Tadema (1881)

Non riuscirei a fornire una risposta soddisfacente… preferisco pertanto restare sul vago e tornare a Saffo e al modo in cui ha tratteggiato, nei versi riportati in incipit, la bellezza femminile.

La maniera di riprodurre la bellezza femminile può essere certamente un indice del rispetto che la donna ha acquisito nella società; è facile per una donna rappresentare un’altra donna.

Ma per un uomo?

Tutta la poesia occidentale, dalla lirica trobadorica ad oggi, ha affrontato questo tema e spesso la storia ha visto un’alternanza, in base ai tempi, alle tendenze e alle mode, tra una rappresentazione meramente fisica della bellezza e una spiritualizzata. Il problema della descrizione della bellezza femminile riguarda, ovviamente, tutte le espressioni artistiche. Quando essa è compito di un artista uomo è sempre più complicato, perché a mio avviso gli uomini non sempre sanno andare oltre l’aspetto prettamente fisico. Né d’altra parte raffigurare “solo” il dato corporeo è necessariamente volgarità. Bisogna saperlo fare. E al limite l’arte ha sempre l’attenuante di essere arte e quindi mai pornografia. Ma questa scusa potrebbe anche legittimare “licenze poetiche” di troppo.

Anche in questo caso non ho le competenze adatte per affrontare questo tema specifico.

Posso però, esprimere, da donna come credo che un uomo debba rapportarsi all’altro sesso con rispetto.

Al di là della libertà sentimentale e sessuale femminile io credo che, ognuna di noi, nel proprio intimo, sappia riconoscere da alcuni segnali o anche dall’esperienza con che tipo di uomo abbia a che fare. Spesso tuttavia non è facile tirarsi indietro perché è difficile essere razionali o lucide quando si è coinvolte affettivamente, anche se dall’esterno tutte noi sappiamo in genere cosa vogliamo e cosa non vogliamo da un uomo.

Vogliamo un uomo che ci faccia sentire belle, ma che non sia fissato solo con il puro dato fisico; vogliamo un uomo che ci rispetti e che non ci consideri una sua proprietà; vogliamo un uomo non volgare, che non faccia sempre esplicite battute sessuali o confronti con altre donne; vogliamo un uomo che non ci dica bugie, che sia fedele, che ci sia sempre per noi.

Non è sufficiente dire che oggi le donne sono emancipate, intelligenti, non attaccate alla vita sentimentale. Siamo anche emancipate, intelligenti, autonome, ma, al contempo, siamo anche donne: il più delle volte, se ci innamoriamo davvero lo facciamo a modo nostro, in modo diverso dagli uomini e ci aspettiamo da loro certe premure. Altre volte invece anche noi vogliamo solo un’evasione e nessun impegno. Talora, infine, siamo delle eterne indecise e non sappiamo nemmeno noi cosa vogliamo. Dipende.

Il problema, però, è che uomini e donne sembrano essere due universi antitetici e allora come possiamo aspettarci da loro certe attenzioni, se per loro tali attenzioni non sono importanti o meglio nemmeno percepiscono che possano esserlo per noi?

La risposta, come sempre, è che non dobbiamo generalizzare perché ci sono uomini e uomini. Alcuni ci danno tutto, altri non ci danno niente. Poco importa se chi non ci dà nulla lo faccia consapevolmente o inconsapevolmente. Per stare con una donna di valore bisogna saperle stare alla pari. E tutto si impara. L’uomo è un animale razionale. Se vuole impara tutto. Se non vuole non imparerà mai nulla.

Va poi detto che non esiste la perfezione e nemmeno il principe azzurro: bisogna imparare anche a comprendere l’altro, avendo però chiaro fino a che punto siamo disposte a concedere senza con questo perdere il nostro amor proprio.

Donna – 8 marzo

Ciò detto, rimane la responsabilità di ciascuna di noi nel pretendere rispetto, nel conservare la nostra autonomia, nell’imparare a sentirci realizzate anche se stiamo da sole, nella nostra dignità a non svenderci per un uomo che non ci merita. Ovviamente anche da parte nostra servono onestà, trasparenza, rinuncia a ogni tentativo di manipolare un uomo solo perché siamo in cerca di un marito da accalappiare per poterci sistemare. Una donna è completa anche senza un compagno. Anzi, dal mio punto di vista (forse anche un po’ egoisticamente) penso davvero sia meglio essere single!

Ultimamente va di moda una certa letteratura (ho letto di recente qualche recensione in Tuttolibri, inserto culturale de La Stampa e l’ho ascoltato anche in TV) che tende a sostenere la tesi per cui le donne alfa, realizzate nel lavoro e autonome economicamente, sarebbero stupide in amore.

Non si è mai stupide quando si ama e anzi il concetto di intelligenza non è semplice scissione di mente e sentimento, ma è certo che spesso ci si imbatte in storie sbagliate da cui non è facile uscir fuori. Ma non perché una donna sia stupida, anzi una donna, anche quando vive una situazione affettiva complicata è del tutto in grado di percepire e capire quando le si manca di rispetto o quando qualcuno le sta mentendo o infine che sia necessario chiudere un rapporto sbagliato. Per riuscire a fare tutto questo però, le donne debbono svolgere un processo di elaborazione che consenta loro di riacquistare serenità, autostima, autoconsapevolezza del proprio valore.

Spesso non serve chiudere definitivamente un rapporto, ma imparare a dare il giusto valore alle persone che ci circondano in base alla reale aspettativa che possiamo attenderci dagli altri a seconda del legame che abbiamo o che possiamo avere con ciascuno di loro. Ed è importante imparare a differenziare le relazioni umane, perché ciò ci consente di non privarci di nessuno nella nostra vita ma al tempo stesso di ri-apprezzare le persone con le quali abbiamo più empatia in assoluto. Per questo, anche se siamo impegnate, non dobbiamo mai smettere di guardarci intorno e di arricchirci. Non siamo suore (con tutto il rispetto per la scelta di condividere la propria vita con le Sacre Scritture), l’importante ovviamente è essere trasparenti, corrette e far funzionare la testa!

Questo discorso vale ovviamente in tutti i tipi di contatto, non solo in amore, ma anche con le amiche, sul lavoro, nelle istituzioni, nelle occasioni di svago. E vale, anche, nell’amicizia tra uomo e donna. Molti sostengono che tra uomo e donna non possa esserci amicizia, ma non è vero, anzi le amicizie più belle sono spesso tra persone di sesso opposto perché le completano a vicenda.

Mi piace concludere questo mio intervento facendo riferimento alla complessità dell’universo femminile per ribadire che è troppo semplicistico distinguere tra una donna stupida e una donna intelligente, una donna brutta e una donna bella, e simili.

L’intelligenza femminile non esula dalle passioni, per questo è un concetto più ampio e più ricco, e più difficile da essere gestito da ciascuna di noi.

Fiorella Mannoia

Mi sembra adatta ad esprimere tutto ciò la canzone di Fiorella Mannoia Quello che le donne non dicono. Si tratta di un brano bellissimo che mette in campo sia la difficoltà di essere donne, di sopportare certe giornate amare, di accettare situazioni di solitudine, di non riuscire a dire tutto quello che si vorrebbe; dall’altro poi queste donne vivono nella speranza di piacere all’uomo dei loro sogni e ci tengono a ricevere i complimenti dei playboy; infine le donne di Fiorella Mannoia riescono ad affermare che la più grande fragilità femminile coincide con la forza più grande delle donne: quella di  non essere mai stanche di dire un altro sì, ovvero la loro apertura e disponibilità infinita a concedere sempre un’altra chance a chi le ha deluse e ferite; in cambio vogliono solo essere corteggiate un po’, magari con dei fiori o con delle promesse di cose nuove. Forse questo può sembrare elementare e stereotipato, una perdita di orgoglio e di dignità, ma è anche una nota realistica e veritiera sul grande cuore delle donne.

Perciò uomini, oggi che è la festa delle donne, non avete scuse: regalate dei fiori alle vostre donne e non rinunciate ad uscire con loro stasera con la scusa che tanto loro oggi vorranno uscire a festeggiare con le loro amiche; se volete battere la concorrenza invitatele a cena e organizzate un piccolo viaggio nel prossimo weekend così le donne non si stancheranno mai di dirvi un altro sì.

Personalmente devo ammettere che le mimose più belle che ho ricevuto in vita mia sono quelle che mi regalano a scuola i miei studenti: ogni volta un’emozione troppo grande e loro davvero troppo teneri!

Buon 8 marzo ogni giorno!

Ad maiora!

 

Written by Filomena Gagliardi

 

 

Info

“Quello che le donne non dicono” è un singolo pubblicato nell’anno 1987. Scritta da Enrico Ruggeri e da Luigi Schiavone e prodotta da Celso Valli, fu cantata dalla Mannoia al Festival di Sanremo 1987, vincendo il Premio della Critica.

 

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