Rupe Mutevole Edizioni presenta il progetto Melancholy Collection: l’antologia poetica

Rupe Mutevole Edizioni presenta il progetto Melancholy Collection: l’antologia poetica

Set 17, 2015

 “La malinconia è la gioia di essere tristi.” – Victor Hugo

 

Melancholy Collection Poetry

Se ne parla da marzo scorso e finalmente il progetto Melancholy Collection è pronto per sbarcare alla prestigiosa Fiera del Libro di Francoforte che si terrà dal 14 al 18 ottobre 2015.

 È il terzo anno consecutivo di partecipazione della casa editrice Rupe Mutevole Edizioni, che quest’anno ha voluto aderire, oltre che con tutte le sue novità editoriali, con due antologie che indagano sul mistero umano della malinconia, in collaborazione con Oubliette Magazine.

Oggi vi presentiamo la Melancholy Collection Poetry composta da quattordici raccolte poetiche e da quattordici autori Antonio Ciavolino, Sandra Ludovici, Caterina Muccitelli, Mariateresa Frigerio, Tania Scavolini, Giovanna Fracassi, Teresa Anna Rita De Salvatore, Maria Teresa Manta, Rita Stanzione, Alessandro Parisotto, Carlo Infante, Fiorella Fiorenzoni, Gemma Preite, Fabio Recchia.

Un’anticipazione che vorrei condividere con voi è la prefazione di Irene Gianeselli della Melancholy Collection Poetry. Buona lettura!

Melanconia. Alla memoria ritorna l’incisione di Albrecht Dürer o il volto della bevitrice d’assenzio in un caffé, il colore verde dell’assenzio stesso – le opere che colgono assorte avventrici fissare il vuoto sono di Degas e di Picasso, ciascuno con il proprio colore, ciascuno con le proprie intenzioni -.

Melanconia. Alla memoria ritornano i versi inimitabili e penetranti di Jules Laforgue.

La capacità di Laforgue di fuggire nei versi – come nella prosa – la noia e l’omologazione, il piattume è peculiare ed irripetibile: mancano i presupposti storici e culturali perché nascano oggi una poeta o un poeta beffardi, ironici e terribilmente seri allo stesso tempo, capaci di parodiare i dogmi delle letteratura mondiale e di tenersi stretti al petto i germi di una società moribonda lasciando suppurare le ferite della tristezza fino a rendere necessario un nuovo paradigma. Laforgue conosce la Melanconia a fondo, la conosce e le si arrampica sulla schiena e le cinge il collo, le cinge il ventre, vi si rannicchia dentro e vi si ribella anche più radicale di Baudelaire. Laforgue cataloga squallore, assorbe e rifiuta la marcescente epoca in cui vive.

Anche oggi, spesso, da persone comuni, ci scontriamo con lo squallore, ma non siamo capaci di catalogarlo e di rifiutarlo: ci limitiamo ad assorbirlo, fatalisti e inconcludenti.

La poesia, per quanto ci si possa sforzare di pretendere il contrario, è cosa assai complessa: perché le poetesse ed i poeti non sono altro che donne e uomini. Per quanto ci si possa affannare ad attribuire a questi “veggenti” qualità metafisiche, sono terribilmente mortali. Ed il primo a non vergognarsi di questa mortalità necessaria è, peraltro, proprio Laforgue quando ci presenta spudoratamente Amleto e, anzi, verrebbe da dire che egli è Amleto come nota Ivos Margoni quando aggiunge che “Laforgue è Amleto in reazione a Edipo” perché “il poeta deve spiare gli istinti come un cacciatore con la più grande assenza possibile di calcolo e di volontà, senza influenzarli”.

Dunque per cantare la Melanconia si deve prima accettare la propria mortalità e si deve narcisisticamente, sadicamente e autoironicamente spolpare cellula dopo cellula. Tentare di affrontare se stessi ed il proprio tempo con questo spirito non nuoce, per lo meno. “Je est un autre” scrive Rimbaud e a noi comuni mortali tremano i polsi: come, di fatto, un comune mortale riesca a sfidare la sua mortalità resterà mistero. Ci vuole coraggio, ma il coraggio di certo non basta, occorre un “quid” indescrivibile, inconoscibile.

Fatta questa dovuta premessa circa il poetare ed il poetare della Melanconia in particolare, occorre considerare sempre e comunque che i tempi cambiano. A ciascuno il suo tempo. A ciascuno la sua Nausea, a ciascuno il suo Controdesiderio. Con l’antologia “Melancholy Collection Poetry” chi legge si confronta con la odierna risposta di autrici ed autori di varia formazione alla crisi dell’essere nel tempo, allo spleen, e si confronta con la odierna risposta alla crisi del dover essere: del dover essere nell’erotismo, del dover essere rispetto alla Natura, del dover essere rispetto alla Morte. Chi legge oggi in questa antologia le parole degli autori di questo tempo vi troverà la concezione della Melanconia di questo tempo, di questi giorni.

I versi sciolti di Giovanna Fracassi sono un soffio leggero che solleva la “cipria del tempo” dai “passi perduti” e lascia che lo sguardo rovisti nella Vita che si “raggruma” e intanto l’io lirico invoca “l’essere in nessun luogo”, il “nusquama” e desidera perdersi. Tania Scavolini si lascia cullare e cerca di assopirsi, riscopre l’amore filiale, si incanta a scoprire la fioritura de “i gerani nell’inverno dell’esistenza” scegliendo parole capaci di evocare il fruscio dello struggimento mentre percorrono i “viali del ricordo”.

Alessandro Parisotto contempla. Contempla l’insoddisfazione e gli “allarmanti timori” come “un amante respinto dell’altrove”. Melanconia e rassegnazione, paiono stringersi fraternamente la mano e l’io poetico si interroga, scisso, sulla ragione del bene e del male.

La poesia di Teresa Anna Rita De Salvatore, invece, più concisa, più serrata si apre all’attesa, all’abbandono, si rivolge a chi “ha mangiato i frutti senza annaffiare la pianta”, non teme di confrontarsi con la “virilità” e spera nel domani.

“Porta chiusa” è la raccolta di Caterina Muccitelli: inquietudine, solitudine e un urlo in particolare nelle sue parole rapide, nelle avversative che rivelano la positività dell’intenzione.

I “Pensieri spezzati” sono di Gemma Preite che tesse rapida ed immediata le sue parole e attende. Ritroviamo anche nelle sue “parole già scritte” l’insoddisfazione, la consapevolezza del tempo che passa ed il tentativo di accostarsi all’altro, di ricordare.

Sandra Ludovici indaga la composizione della “Ruggine dell’anima”: sono ancora versi sciolti in cui viene riproposto un intenso rapporto con la natura – i papaveri rossi, la nebbia, la luce – e ancora ritorna la nostalgia della fanciullezza, dell’innocenza perduta.

Fabio Recchia con la raccolta “Universo” coglie la molteplicità dell’essere individuale nel suo rapporto con la molteplicità delle forme con cui la Natura si manifesta: dalla foglia che cade, un “germoglio mai nato/perduto nel gioco vitale”, ai boccioli, alla goccia che commemora un abbandono, ma è la Nostalgia a farsi spazio nei suoi versi insieme al rimpianto per i baci mai dati.

“Ci riabbracceremo!” è la raccolta proposta da Carlo Infante che dedica la sua parola agli amici e all’amare – che sia un illusione o un tripudio di baci -.

Rita Stanzione con “La riva “ racconta “il turno dell’assenza” sulla “nuda terra” tra “le voci minime dei sassi” ed i “riverberi di insostenibile”.

In “Terra di mezzo” Antonio Ciavolino presenta figure di donne (“Sara” e “Marta”) e la sospensione di un “Poi…” e di un “Tradimento”.

Mariateresa Frigerio offre la sua visione incantata in “Notte di Pasqua” e “Addio”, in “Vacanza dalla Nonna” un piccolo affresco di infanzia lombarda.

Nella raccolta “Sepolta viva” Maria Teresa Manta racconta il distacco e la sua visione della maternità prendendo in prestito dal lessico giovanile alcune espressioni per rendere più realistiche le sue poesie.

Fiorella Fiorenzoni rielabora il titolo di uno dei romanzi più complessi di M. Kundera “L’insostenibile leggerezza dell’essere” chiamando la sua raccolta “L’insostenibile malinconia dell’essere”: ecco un “Lamento del Poeta” ed una “Notte di pioggia” ed un “Vuoto d’amore”.

Colpisce in autrici ed autori tanto diversi tra loro una somiglianza di fondo nel modo  d’approcciarsi al tema della Malinconia: è ricorrente il rimando alla Nostalgia e all’ansia per il domani, tutti si confrontano con il rimpianto di amori perduti e con un senso di insoddisfazione ora più evidente, ora appena accennato. Anche stilisticamente si ravvisa una certa generale predilezione per il verso libero, per l’uso di espressioni ermetiche, nella necessità di concludere rapidamente il pensiero, di proporre immagini costruite nella forma del simbolo piuttosto che immediatamente impressioniste, per riprodurre una realtà evocata piuttosto che descritta.”

Prefazione di Irene Gianeselli

 

Written by Alessia Mocci

Addetta Stampa (alessia.mocci@hotmail.it)

 

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