“Le Sultane Dimenticate”, saggio di Fatima Mernissi: una storia perduta nell’oblio

“Le Sultane Dimenticate”, saggio di Fatima Mernissi: una storia perduta nell’oblio

Mar 10, 2014

 La storia delle donne è fatta, troppo spesso, di ombre, misteri e nomi cancellati dai monumenti e dalla memoria.

 

Come se l’altra metà del cielo non meritasse di sopravvivere nel tempo, non fosse degna di scrivere le pagine del cammino umano il quale, in questo modo, sembra sia stato percorso solo dagli uomini.

Eppure di questi ultimi le donne sono madri e il loro ruolo all’interno delle società, da quelle antiche a quelle moderne, è stato tutt’altro che passivo.

L’errore, forse, sta nel vedere le donne come una sorta di satelliti che orbitano intorno all’astro principale, l’uomo, in qualità di figlie, mogli, sorelle e, appunto, madri.

Poche volte si comprendono il peso e i vantaggi che abilmente, attraverso tali legami, le più importanti figure femminili della Storia (e non solo) hanno saputo ottenere. I nomi e gli stessi ruoli vengono svuotati dei loro significati e la donna diviene, così, un’ombra appena visibile alle spalle dell’uomo.

Spesso priva di personalità, di carisma, di cultura, incapace di combattere, debole, pericolosa, adatta solo a servire; così, troppe volte, è stata rappresentata la donna. Sia in Occidente che in Oriente.

Non solo: nell’immaginario collettivo occidentale, forgiato da un certo tipo di orientalismo, la presenza femminile all’interno del mondo arabo-islamico è gelosamente custodita negli impenetrabili harem, fra gli intrighi e le passioni di una vita lussuosa ma inconsistente, vuota, languida e malinconica.

Il saggio di Fatima MernissiLe Sultane Dimenticate. Donne Capi di Stato nell’Islam”, edito da Marietti (2009), rievoca una storia perduta nell’oblio, quella di donne forti, coraggiose, intelligenti, volitive e astute, capaci di trasformare una situazione di svantaggio, come trovarsi in un harem tra decine di altre giovani e senza alcuna tutela, in un punto di partenza per una inarrestabile scalata al potere.

Non di donne passive si parla, dunque, ma di anime ambiziose e fiere che si sono distinte per meriti politici e culturali, ammaliando sultani e califfi attraverso la loro saggezza e i numerosi talenti coltivati in anni di studio, dalla musica al canto, dall’arte della conversazione alla strategia diplomatica.

La sociologa Fatima Mernissi restituisce al mondo immagini sepolte dagli eventi, ritratti autentici di ciò che è stato e che oggi viene, purtroppo, costantemente occultato. Nessuna donna nel mondo islamico è mai arrivata al califfato, né è divenuta imam. Tra le condizioni da cui non si poteva assolutamente prescindere per divenire califfo, infatti, vi erano l’essere maschio e arabo.

La seconda discriminante è stata contestata per ragioni di uguaglianza tra i fedeli (occorre ricordare, a tal proposito, che arabo e musulmano non sono sinonimi; non tutti gli arabi sono di fede islamica e non tutti i musulmani sono arabi).

Il primo criterio, però, non è mai stato messo in discussione.

Quando il califfato perse la propria autonomia e il proprio potere, nacquero figure come il sultano, o il re. In quel momento le donne riuscirono a compiere la loro ascesa sociale, divenendo regine amate oppure odiate dal popolo, sovrane la cui effigie venne coniata su monete e il cui ruolo, non senza fatica, fu legittimato dal califfo stesso.

La Mernissi, studiosa seria, dallo stile ironico e pungente, racconta di come sia stata spinta dalla curiosità e dalla sete di sapere a ricercare notizie sulla vita di queste “ombre” condannate all’oblio. Proprio dalla sua indagine prende l’avvio una interessante discussione sul ruolo complesso della donna nell’Islam.

La figura femminile al centro dell’epoca moderna è la leader musulmana di un Paese islamico: Benazir Buttho, morta nel 2007 a causa di un attentato suicida. La Buttho, infatti, venne eletta tra accese polemiche in Pakistan all’interno di un sistema democratico e parlamentare, dunque secondo leggi e regole elettorali che rispondevano a questo tipo di impostazione, fondata sui diritti fondamentali dell’Uomo.

Nonostante ciò i suoi avversari politici si appellarono alla tradizione pur di delegittimare la sua vittoria. Qui sta il paradosso: se si accettano le norme valide in un sistema democratico, se ne adottano anche i principi base di uguaglianza e libertà. Invocare la tradizione, dunque, non è logico, in quanto si dimentica, o si finge di dimenticare la struttura politica in cui si vive.

Le Sultane Dimenticate è un saggio che propone molti spunti di riflessione non solo sulle donne arabe e musulmane, ma sulla condizione femminile nel mondo e nel tempo; una Storia tutta da scoprire che, per troppo tempo, è stata offuscata dalla lucentezza delle armature usate dagli uomini, dalle loro battaglie, come dai loro trattati di pace.

Una Storia che non è stata scritta dagli uomini.

 

Written by Francesca Rossi

 

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