“Il grande freddo”, secondo EP degli Architecture of the Universe – recensione di Emanuele Bertola

“Il grande freddo”, secondo EP degli Architecture of the Universe – recensione di Emanuele Bertola

Dic 10, 2012

Spesso quando ci si trova di fronte a qualcosa di grandioso basta un solo istante per rendersene conto, come quando da una vetta si volge lo sguardo all’orizzonte e il panorama è talmente meraviglioso da non credere ai propri occhi, o quando si mette un disco nello stereo, si preme play, e dalle casse esce una musica splendida…

Nel nostro caso la musica splendida è quella di quattro ragazzi fiorentini: Michelangelo Puglisi, Francesco Colapietro, Andrea Guasti e Lorenzo Guazzini, in arte Architecture Of The Universe, nome splendido e mai così azzeccato, perchè la sensazione, quando si ascolta la musica della formazione toscana, è quella di trovarsi di fronte qualcosa di immenso, di incredibilmente ampio in termini di vedute artistiche eppure studiato, perfezionato nei minimi dettagli, come un grande universo in cui gli elementi si mescolano alla perfezione, si fondono l’uno con l’altro creando quella che gli antichi definivano proprio “architettura dell’universo”, quel perfetto disegno celeste in cui ogni singola stella del firmamento sta al posto giusto, ed è così che Puglisi e soci costruiscono il proprio sound, cesellando ogni suono con cura e dosando accuratamente energia, melodie e campionamenti, per un risultato di livello davvero altissimo…

Gli Architecture of the universe si formano nel gennaio 2010, e debuttano ufficialmente nell’ottobre del 2011 con l’EP “Parallel void, splendido esordio accolto a braccia aperte dalla critica, grazie ad un sound che prende spunto da ciò che di meglio è stato fatto nel post-rock degli ultimi 10 anni, e che non si limita al semplice scimmiottaggio di artisti e band come Mogwai o This will destroy you, ma aggiunge quel tocco di personalità che serve per uscire dall’anonimato del genere.

Ad un anno esatto dal promettentissimo esordio arriva nei negozi di dischi il secondo lavoro della band, pubblicato il 1° ottobre e presentato con un release party al Controsenso di Prato il 5 ottobre.

Il grande freddo“, questo il titolo dell’album, un EP a dire la verità, ma quando con soli quattro brani si superano abbondantemente i 20 minuti la definizione di Extended Play sta un po’ stretta… Quattro pezzi dai titoli molto significativi che avvolgono e conquistano già al primo ascolto, tutti rigorosamente strumentali e suonati con tecnica ineccepibile e ispirazione folgorante.

Si parte con “Scoprirsi rosso”, e subito l’atmosfera si colora di sfumature affascinanti, a tratti soft quando la batteria abbassa i toni e le chitarrre e il basso avanzano lenti, e a tratti nette, dense, piene di colori accesi quando le chitarre passano dal trotto al galoppo, il basso delinea profili più pesanti e le pelli dei tamburi vibrano intensamente. Una opening track debilitante, 8 minuti e 41 secondi in cui sembra di viaggiare in un’altra dimensione, eterea ma allo stesso tempo solida, in cui le parole non hanno significato perché tutto è già chiaro e completo con la musica.

A seguire arriva “L’attimo in cui tutto sembrava colorarsi”, e il viaggio mentale continua, il panorama si amplia, gli strumenti si accostano, si sovrappongono e si sovrastano l’un l’altro in un ispiratissimo intreccio che regala nuove emozioni e dipinge nuovi scenari, il suono del gruppo si fa impeccabile e siamo forse di fronte al pezzo migliore dell’album, grazie ad una miscela di sonorità differenti per impatto e per influenze, ma amalgamate in modo eccezionale. “Per non sentirti vuoto anche domani” devi continuare ad ascoltare l’album, sembrano dire i quattro con il terzo pezzo, e hanno ragione, perché il mix di post-rock di indole orchestrale e veemenza punk del brano riempie, carica di energia ed esalta, 4 minuti netti (è il pezzo più corto dell’album) che, una volta giunti al termine, non lasciano certo vuoti… A chiudere il disco c’è la title-track, “Il grande freddo”, che richiama gli attimi più cavalcanti di “Scoprirsi rosso” e regala una sorta di ritorno dell’album su sè stesso senza soluzione di continuità, ‘chè in fondo l’universo non ha un capo e una coda…

E’ difficile in questi ultimi anni fare post-rock, o perlomeno è difficile farlo distinguendosi dalla massa, evitando di passare per i soliti cloni incolori dei grandi del genere. Gli Architecture of the universe ci sono riusciti, e già soltanto per questo andrebbero premiati, ma i quattro toscani sono andati ben oltre: sono cresciuti rispetto al precedente album, hanno preso il coraggio a due mani e sono andati avanti per la propria strada, si sono dati da fare e hanno sfornato un grandissimo lavoro, che – in questi anni in cui la musica è sempre più materiale di consumo ed in cui si vive sempre più di leak e hit buone giusto per qualche compilation – può fregiarsi con onore del titolo di “disco”, titolo che torna ad assumere il preciso significato di un’opera più complessa della solita accozzaglia di brani fini a sè stessi. “Il grande freddo” è un piccolo universo in cui tutto sta al posto giusto, in cui ogni elemento ha il suo significato ed il suo spazio, un universo in cui si entra premendo play sullo stereo, ma attenzione a premere “Repeat all”, potreste non uscirne più…

 

Written by Emanuele Bertola

 

 

Tracklist

1. Scoprirsi rosso

2. L’attimo in cui tutto sembrava colorarsi

3. Per non sentirti vuoto anche domani

4. Il grande freddo

 

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