Giuseppe Caresio: la pittura silenziosa tra memoria, luce e destino

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Giuseppe Caresio nasce a Rivarolo Canavese nel 1938 e muore a Torino nel 2014. La sua biografia è segnata fin dall’infanzia da una serie di debolezze profonde, che incidono non solo sulla vita come uomo, ma anche sulla sua sensibilità come pittore.

Giuseppe Caresio quadri
Giuseppe Caresio quadri

Negli anni della guerra Giuseppe Caresio viene allontanato dalla famiglia e curato in diversi ospedali, prima a Cortina d’Ampezzo e poi a Venezia. È un bambino fragile, solo, sesto di una numerosa famiglia contadina, e a soli nove anni perde il padre, vittima di un incidente sul lavoro.

In questo destino duro e spietato, la sua pittura diventa presto una forma di risarcimento, forse l’unico possibile. Il talento di Caresio emerge precoce ed è tale da portarlo, non senza difficoltà, a diventare insegnante di pittura e a diplomarsi come privatista presso l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino. La sua è una formazione costruita con grande tenacia, sacrificio e una disciplina rigorosa, che si rifletterà sempre nella solidità tecnica delle sue opere.

Per lunghi anni, frenato dalle grandi difficoltà economiche, Caresio è costretto a dedicarsi a lavori grafici e su commissione, spesso penalizzanti rispetto alle sue reali capacità espressive. Solo verso la fine degli anni Sessanta la sua pittura comincia a essere riconosciuta, esposta e premiata, attirando l’attenzione di critici e pubblico. Ma la vita non smette di metterlo alla prova: prima la perdita della moglie, poi la lunga malattia che lo accompagnerà fino alla morte.

Giuseppe Caresio rimane sempre profondamente fedele alla sua terra natale. In molti ambienti viene percepito ‒ e tale lui stesso si è spesso sentito ‒ come un artista “locale”, canavesano prima ancora che piemontese: “Pitor ed nòstra Tèra”; un’etichetta che non rappresenta un limite, ma piuttosto un atto di lealtà e affetto verso un mondo contadino, umano e paesaggistico, che stava lentamente scomparendo e che Caresio ha saputo fissare con autenticità e rispetto.

Mi soffermo su tre opere che ho avuto il piacere di ammirare all’inizio del 2026 in una mostra presso il Museo MIIT di Torino, e che ben rappresentano le diverse anime della sua pittura.

“’I coup a Salussi” (1981) è un olio su tela che racconta con immediatezza e verità il mondo canavesano. La scena è osservata dall’alto dei tetti: tegole di cotto, camini, antenne che disegnano una geometria irregolare e familiare.

In primo piano, un uomo segnato dal sole e dal lavoro dei campi, con i pantaloni rattoppati, la camicia verde arrotolata sulle braccia, il cappello da contadino e un sorriso furbo, ironico, consapevole: è il sorriso di chi “ha le scarpe grosse e il cervello fino”.

Sullo sfondo, quasi dissolta nell’aria, si intuisce la maestosa cerchia delle montagne che incorona Saluzzo. Il quadro colpisce per la sua sincerità: non idealizza, non denuncia, non rimpiange. Racconta e nel raccontare restituisce dignità, memoria e appartenenza.

Di tono molto diverso è “L’ultima danza”, opera in cui al realismo si affianca una dimensione simbolica e malinconica. Il titolo stesso suggerisce una fine, un congedo. La ballerina protagonista appare sospesa in un momento fragile: i movimenti sono incerti, stanchi, mentre una modista sistema ancora l’orlo del vestito, come a rimandare di pochi istanti l’inevitabile.

Sullo sfondo altre ballerine danzano, ma sembrano lontane, quasi evanescenti; la loro danza è destinata a continuare. Rami contorti occupano un angolo della scena, mentre una luce intensa illumina un grande cerchio nel cielo, simile a una luna irreale.

Gli occhi chiusi della ballerina parlano di abbandono e desiderio: vivere fino in fondo quell’istante, prima che il sogno si dissolva. È un’opera che non si lascia spiegare facilmente e chiede allo spettatore di affidarsi all’intuizione e all’emozione.

Giuseppe Caresio opere
Giuseppe Caresio opere

Infine “Mattutino” (1978), forse uno dei quadri più intensi e silenziosi. La natura è protagonista, ma è una presenza negata: il verde degli alberi, la luce che scende dall’alto in un cono quasi religioso, tutto è oltre un muro e una cancellata chiusa.

La bellezza è visibile, ma inaccessibile; si può contemplare, non attraversare. L’opera suggerisce una condizione esistenziale: essere esclusi, restare “da questa parte”, condannati a una distanza definitiva. La luce, anziché salvare, accentua la separazione. È una pittura che parla di limite, di perdita, forse anche di destino.

In queste tre opere ‒ così diverse eppure così coerenti ‒ si ritrova tutta la forza discreta di Giuseppe Caresio: una pittura che non urla, non si compiace di se stessa, ma resta piantata con salde radici. Come restano certi ricordi, certi luoghi, certi silenzi.

 

Written by Marco Salvario

 

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