“My David Bowie” di Stefano Bianchi: l’arte dell’apparizione e della sparizione

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“Tutti incarniamo un ruolo. Tutti, nessuno escluso. Anzi, sarebbe di fatto più opportuno dire che ciascuno di noi, a seconda del contesto, degli interlocutori, delle situazioni, e della nostra particolare disposizione d’animo, ci troviamo ad incarnare più di un ruolo…” – “My David Bowie”

My David Bowie di Stefano Bianchi
My David Bowie di Stefano Bianchi

“My David Bowie” di Stefano Bianchi (edito nel 2026 da Selides Edizioni) è un libro che non tenta di imprigionare David Bowie in una definizione, ma ne segue il suo essere caleidoscopico. Più che una biografia, è un atlante emotivo e critico dedicato a una delle figure più mobili e inafferrabili del Novecento.

Ci sono artisti che abitano il proprio tempo, e artisti che lo attraversano come una cometa: lasciando dietro di sé innumerevoli testimonianze del loro passaggio in questo mondo. David Bowie appartiene senza esitazione a questa seconda specie. E un libro che scelga di raccontarlo non può limitarsi all’ordine ordinato degli eventi pubblici e privati. Deve, piuttosto, accettare il rischio del labirinto. Deve farsi specchio cangiante, teatro di rifrazioni, archivio di fantasmi luminosi. È esattamente ciò che accade in questo volume, che non si offre come una canonica biografia, ma come una costellazione di sguardi, che spaziano dalle memorie, alle testimonianze. Un libro che non descrive Bowie da fuori: lo insegue, lo ascolta, ne sfiora le molte incarnazioni.

La sua qualità più preziosa risiede proprio qui: nel non voler ridurre Bowie a un’icona già fissata nella cornice del mito. Perché Bowie, più di ogni altro, è stato il sabotatore della fissità. Ha attraversato il rock non come un semplice musicista, ma come un autore di identità, come un visionario capace di viaggiare tra sacro e profano, usando il corpo come linguaggio, trasformando poi il linguaggio in maschera. In lui la metamorfosi non è mai stata un ornamento: è stata una necessità. Il libro “My David Bowie” di Stefano Bianchi lo comprende con rara lucidità. Non si ferma alla superficie dei travestimenti, ma ne esplora la matrice più profonda: la tensione fra persona e personaggio, fra verità e rappresentazione, fra intimità e costruzione scenica.

Pagina dopo pagina, Bowie emerge non soltanto come musicista, ma come figura liminale, posta in quel punto fragile e magnetico in cui si incontrano le Muse delle Arti e la Cultura Pop. È una lettura che lo restituisce nella sua interezza irrequieta: non il semplice inventore di Ziggy Stardust, non soltanto il Duca Bianco, non il monumento pop già assorbito dalla memoria collettiva, ma l’artista che ha saputo fare della propria instabilità una forma di conoscenza. In questo senso, il libro non racconta solo Bowie: racconta anche noi, il nostro bisogno di specchiarci in figure che sappiano nominare la molteplicità, l’ambiguità, il desiderio di diventare altro senza cessare di essere se stessi.

La struttura composita del volume è una delle sue virtù più evidenti. Qui convivono la riflessione critica e il ricordo personale, l’intervista e il saggio, l’analisi musicale e la testimonianza diretta. Non è una dispersione, ma una scelta coerente: Bowie non può essere contenuto in una sola voce. Serve una coralità. Serve un libro che sappia accogliere più registri e più tonalità, un libro che sappia accogliere la poliedricità dell’artista. Le persone che, in contesti e momenti diversi, hanno intrecciato relazioni con lui contribuiscono, attraverso le loro testimonianze, ad arricchire ulteriormente questa trama, trasformando il volume in un luogo di risonanze dove il ritratto del protagonista si compone per riverberi, per accensioni improvvise, per memorie che si richiamano l’una con l’altra.

Particolarmente riuscite risultano le pagine dedicate agli album, ai concerti, alle svolte stilistiche. Non ci si trova mai davanti a una fredda catalogazione discografica: ogni disco viene letto come una soglia, ogni tournée come un momento di rivelazione o di crisi, ogni mutazione estetica come una presa di posizione sul mondo. La scrittura, in questi passaggi, possiede un’intensità che non rinuncia alla precisione. Si avverte il battito del critico, ma anche quello del testimone. E forse è proprio questa duplice natura a rendere il libro così vivo: la competenza non soffoca mai l’emozione, e l’emozione non cancella mai la lucidità.

Naturalmente, non siamo di fronte a una lettura accomodante. Chi cercasse un percorso lineare, oppure rigidamente cronologico, potrebbe avvertire un senso di spaesamento. Ma è uno spaesamento fecondo, quasi necessario. Bowie, per le sue peculiarità, non si lascia raccontare in linea retta. Questo libro sceglie di seguirlo su quel terreno mobile, e in ciò mostra una fedeltà rara al proprio oggetto. Non addomestica il mistero: lo accompagna. Non scioglie l’enigma: gli costruisce attorno un linguaggio capace di sostenerlo.

Ecco allora il pregio maggiore del volume: non spiegare Bowie una volta per tutte, ma restituirne i suoi moti. Lasciarlo vibrare in tutta la sua essenza. Perché Bowie è stato, prima di tutto, questo: una forma artistica della metamorfosi.

“David era uno sperimentatore. Con Angie e Liz Hartley abbiamo realizzato i costumi nel nostro appartamento a Haddon Hall, per poi salire coraggiosamente sul palco della Roundhouse, inossandoli.”

Un essere scenico che ha fatto della sparizione un gesto poetico e dell’apparizione un atto di fondazione. Un artista che ha saputo trasformare la cultura popolare in una macchina simbolica ad alta densità immaginativa.

Questo libro lo sa. E per questo non si esaurisce nell’omaggio. Diventa qualcosa di più sottile e più raro: un attraversamento critico e affettivo di un universo che continua a parlarci perché continua a sfuggirci. In un tempo che ha fame di etichette, Bowie resta irriducibile. E un libro come questo ha il merito di non tradirne l’irriducibilità, ma di custodirla.

Più che una ricostruzione, dunque, un rito di evocazione. Più che una biografia, una mappa sensibile del divenire. Un libro che piacerà ai devoti di Bowie, certo, ma anche a chi nella critica musicale cerca ancora una forma di scrittura capace di unire pensiero e incanto, rigore e febbre, memoria e visione.

“Ch-ch-ch-ch changes. Cambiamenti, mutazioni. Di suoni, parole, pelle. I suoi, di camaleontismi, David Bowie li ha musicalmente infilati dentro ChangesOneBowie.”

 

Written by Cinzia Milite

Questo contenuto è stato generato con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale e revisionato, approfondito e corretto da Cinzia Milite.

 

Bibliografia

Stefano Bianchi, My David Bowie, Selides Edizioni, 2026

 

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