Anna Lequio: acquerelli e disegni ritraggono il silenzio dell’acqua

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Nata ad Asti nel 1949, Anna Lequio si è diplomata in pittura all’Accademia Albertina di Torino. Ha lavorato per quasi quarant’anni nel chiuso del proprio studio, prima di essere amichevolmente costretta a esporre le sue opere alla prestigiosa galleria La Parisina.

Anna Lequio Paesaggio nevoso
Anna Lequio Paesaggio nevoso

Da allora le mostre di Anna Lequio sono state numerose, scandite con regolarità nel tempo, fino all’ultima personale, tenutasi tra il 2025 e il 2026 alla Galleria Fogliato di via Mazzini a Torino, dal semplice titolo “Acquerelli e disegni”.

La scelta dell’acquerello compiuta dall’artista è una scelta profonda, radicata in una concezione simbolica del mezzo, motivata dall’idea dell’acqua come fonte di vita ed elemento femminile per eccellenza. Si potrebbe ascoltando l’artista percepire un lieve rimpianto per non aver mai affrontato altre tecniche come la pittura a olio, ma la decisione di Lequio è coerente, convinta e definitiva. D’altronde, la capacità espressiva con cui ha saputo dare corpo e anima all’acquerello, è assolutamente stupefacente.

L’acquerello ‘Lo studio del pittore’ (1988) è, a tutti gli effetti, un interno mentale più che un interno reale. La stanza è organizzata come un luogo di riflessione e di attesa: il tavolo da lavoro, la sedia vuota, gli oggetti consueti del fare artistico – una testa modellata, libri, strumenti ‒ e la finestra ovale che introduce un’apertura sul mondo esterno.

La luce è calda, avvolgente, quasi domestica, ma non narrativa: non racconta un momento preciso, bensì descrive una condizione. Lo spazio è eloquente quanto gli oggetti. L’assenza del pittore diventa una presenza indiretta: lo studio si fa ritratto ‒ autoritratto? ‒ dell’artista stesso nel suo mondo. L’acquerello, con le sue velature leggere, rende lo spazio poroso, come se l’aria stessa fosse dipinta. È un’opera sulla creazione come attesa e meditazione, non come gesto.

In ‘Marionette, maschere’ (2014) il linguaggio cambia, ma il tema resta profondamente umano. L’opera è costruita come un assemblaggio visivo e concettuale: volti sospesi, maschere teatrali, teste senza corpo, frammenti che sembrano appoggiati più che realmente composti. Non c’è ironia grottesca, né denuncia urlata: emerge piuttosto una quieta inquietudine.

Le maschere non sono caricature, ma identità provvisorie; le marionette non sono giocattoli, bensì figure appese, vulnerabili. Il fondo, lasciato in parte vuoto o appena segnato, è fondamentale: non sostiene, non protegge.

Qui Lequio sembra interrogarsi sul volto come costruzione, sulla persona come stratificazione fragile. È un lavoro più concettuale, ma non freddo: l’acquerello conserva una dimensione intima, quasi confidenziale.

‘Paesaggio nevoso a Torino’ (1987) è un acquerello “classico” solo in apparenza. Il formato allungato e orizzontale suggerisce uno sguardo che scorre, ma la neve lo rallenta e lo trattiene. La città è presente, ma smorzata, filtrata, assorbita dal bianco e dal grigio-azzurro.

Non è una veduta urbana, né un documento: è una Torino mentale, rallentata, silenziosa. La neve non è decorativa, ma diventa materia del tempo: attenua i contorni, cancella il superfluo, lascia emergere l’essenziale. L’acquerello lavora per sottrazione, e Lequio lo asseconda con intelligenza: il paesaggio non è costruito, affiora, si deposita, diventa ricordo.

‘Figura in controluce’ (2004) è un lavoro particolarmente intenso sul piano emotivo. La figura femminile è nuda, in piedi, colta in controluce e priva di qualsiasi idealizzazione. Il corpo non è celebrato, ma esposto. La postura è naturale, non teatrale, e proprio per questo indifesa e incerta.

Lo spazio domestico è riconoscibile ­‒ scrivania, lampada, libri ‒ ma non rassicurante. La luce che entra dalla finestra non rivela: consuma, dissolve. Il corpo sembra quasi trattenuto dal colore, come se potesse sparire da un momento all’altro. L’acquerello, con le sue colature e trasparenze, rende la figura instabile, precaria. Non è un nudo erotico né un nudo accademico: è un corpo che esiste, e basta.

Molto intenso è anche ‘Allo specchio‘ (2019), opera che per molti aspetti raccoglie e porta a maturazione temi già presenti nei lavori precedenti. È un acquerello che chiede uno sguardo lento, perché non è esplicito, pur mostrando anch’esso un corpo nudo.

Lo spazio è chiuso, quasi claustrofobico. La scena si svolge in un interno ristretto, verticale, che sembra più una nicchia che una stanza. Le pareti scure e fredde comprimono la figura; non c’è respiro prospettico, non c’è possibilità di fuga. Il fondo grigio-azzurro, costruito per velature irregolari, restituisce un senso di umidità, silenzio, isolamento. Non è uno spazio abitato, ma uno spazio subìto.

Il corpo è nudo, ma non offerto, non erotico. La postura è decisiva: il corpo è raccolto, il busto ruota leggermente, lo sguardo è abbassato, laterale La donna non si espone allo sguardo; sembra piuttosto ritrarsi, proteggersi. Eppure il corpo è presente, reale, vulnerabile: qui il nudo diventa condizione esistenziale, non rappresentazione estetica.

Anna Lequio Studio e Specchio
Anna Lequio Studio e Specchio

Il colore costruisce un contrasto netto: carne contro materia. La pelle, resa con toni caldi e luminosi, si oppone alle pareti fredde, agli oggetti metallici, all’ambiente grigio. Questo scarto genera una tensione visiva e simbolica: il corpo è vita, lo spazio è inerzia. Il rosso e il viola dei tessuti su cui la figura è seduta funzionano come un controcampo emotivo: non decorazione, ma residuo di calore, di intimità, forse di memoria.

Gli oggetti sono presenze mute: non raccontano una storia precisa, ma suggeriscono chiusura, desiderio di spazio, disordine anche affettivo. Nulla è casuale, eppure nulla è spiegato. L’uso dell’acquerello è centrale: colature visibili, margini non rifiniti, sovrapposizioni irregolari. La tecnica non cerca il controllo, ma accetta l’imprevisto. Il corpo stesso sembra a tratti emergere e a tratti dissolversi nel colore, rendendo la figura fragile, transitoria, aperta all’interpretazione.

Questi acquerelli mostrano una linea poetica molto chiara: lo spazio come riflesso interiore, l’identità come maschera fragile, il paesaggio come tempo sospeso, il corpo come presenza esposta.

L’acquerello non è mai virtuosismo, ma scelta coerente e necessaria: serve a esprimere ciò che non può essere fissato rigidamente. Anna Lequio lavora per allusione, per velature emotive. I suoi acquerelli non affermano: sussurrano.

 

Written by Marco Salvario

Photo by Marco Salvario

 

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